14 Novembre 2009
Stella Morra

2. Il sacramento della meraviglia, e cioè il mondo al contrario

Commento a: Mt 5, 1-16; Sal 127


Premessa

Riprendiamo un po’ le fila di quanto detto la volta scorsa perché, come sempre accade con la scrittura – e, come abbiamo imparato in questi anni, la scrittura non  è solo una questione di testa – non si tratta solo di capire questa o quell’idea, ma una volta capito bisogna rivisitare continuamente, risentire la stessa questione, magari letta da un altro punto di vista; la chiesa ha la sapienza di riproporci sempre gli stessi testi nel ciclo liturgico perché si tratta di un sapere che deve essere più profondo, non è solo un sapere del cervello. Per spiegare come una cosa funziona sono sufficienti cinque minuti. Tutti sappiamo che, tra il sapere delle cose e il fatto che questo sapere diventi la vita che ho, ce ne passa! Perché quando il sapere è finalizzato alla vita, e non semplicemente ad una conoscenza di tipo informativo, uno comincia a saperlo, e poi deve scendere un po’ alla volta. E questo chiede tempo, chiede ripetizione, chiede di sentire le cose dette anche da un altro –anche se tu le sai già- ma ridette con un’altra voce, ascoltate, entrano da un’altra parte, come in tutte le cose della vita. Così come, in positivo, non ci stancheremo mai di sentirci dire che siamo amati, perché non è il contenuto informativo –che uno ci ama dopo un po’ lo sappiamo, in termini informativi – ma il problema è il fatto che lui lo dica; è ciò che si realizza nel momento in cui si dice; è la rassicurazione e la consolazione che questo mi dà, che poi alla fine diventa un modo di essere e di vivere. E’ un po’ la stessa questione; per cui giriamo intorno a questo tema che ci eravamo dati fin dalla volta scorsa e continueremo a girarci intorno per tutto l’anno tentando di affrontarlo da molte parti e di ‘digerirlo’, in qualche modo.

Ricordate la questione data l’altra volta, per dirla con una parola, la questione del sacramento, o meglio, della sacramentalità, cioè che le cose, la storia, il mondo abitato -il mondo in relazione a noi- la storia che ci accade, ma anche la storia che accade a tutti, non solo quella che accade a me, la nostra storia collettiva, l’ambiente, il cosmo … tutte queste cose sono, nella logica cristiana, la forma, il visibile, il toccabile –che non è poco!- che mi consente di raggiungere un mistero. L’altra volta dicevamo: il punto chiave dell’esperienza cristiana è l’incarnazione. L’incarnazione dice che il Figlio di Dio si fa uomo perché così il mistero di Dio diventa visibile, ascoltabile, incontrabile, sperimentabile. E in questo la storia dell’esperienza credente ha avuto grandi oscillazioni dicendo, a volte, che quello che si vedeva e si toccava contava poco, era solo uno strumento, l’importante era la sostanza –espressione che è entrata nel linguaggio comune. Poi tutti sappiamo che non è mai del tutto vero. E’ vero che l’importante è la sostanza, ma poi c’è un’importanza della forma –nel senso del metodo, del  modo, dello stile – che a volte uno dice: non è la cosa in sé che mi fa male, è il modo che mi offende. Tra: ‘l’importante è la sostanza’, e ‘non è la cosa che mi fa male, ma il modo che mi ha ferito’, si dice bene come le due cose devono trovare un equilibrio, ma ci dice anche come questo equilibrio sia difficile e nella storia del cristianesimo, riprendo, nella storia della comprensione dell’incarnazione, nella vita dei credenti, questa oscillazione è stata costante; a volte si è esagerato il mistero, altre volte si è esagerata la forma. Noi veniamo da alcuni secoli, milleseicento, millesettecento, milleottocento, di progressiva esagerazione del mistero: l’importante è l’anima, lo spirito. Come si diceva una volta: tutto quello ti fa piacere sicuramente è peccato, l’importante è l’ascesi; bisogna soffrire per purificarsi, fino al punto di non capire più perché, e verso dove, con questa logica di un corpo da mortificare, dei desideri da mortificare, tutto da mortificare. Usciamo da secoli così, che nonostante tutto, anche se noi non la pensiamo più così, ci hanno segnato fortemente e quindi siamo in una fase di crescita dell’attenzione alla forma, al corpo, alla corporeità, per riequilibrare i secoli eccessivamente del mistero. Ma la questione rimane sempre la stessa: la struttura della vita cristiana è sacramentale, cioè si barcamena sempre tra una forma, che è fondamentale ma non può essere il fine, un corpo, che è fondamentale, ma non può essere tutto lì, una visibilità, un’efficacia, una rilevanza anche sociale, che è importante, ma non può essere il fine; se diventa il fine è un gran caos, e uno spirito che è importante, ma non può essere raggiunto senza una forma. Dicevamo anche la volta scorsa, con il testo su cui ci siamo mossi –ricordate la richiesta del segno– che questa logica rende il cristianesimo strutturalmente ambiguo –ed uso questa parola sapendo che ha una connotazione negativa nel nostro immaginario- cioè rende il cristianesimo non semplice. Ogni volta che noi ci mettiamo o solo dalla parte del corpo o solo dalla parte dello spirito, viene fuori una setta, che non è il cristianesimo. Viene fuori un sistema facile, fortemente identificativo, trasmissibile, che si capisce, finalmente, che mi dà le risposte, che però non è il cristianesimo. Nella storia della chiesa tutte le volte che questa operazione è stata tentata è stata considerata un’eresia –potrei fare un lungo elenco storico- perché invece bisogna mantenere questa ricerca di un equilibrio in cui la mobilità dell’equilibrio, il fatto che l’equilibrio è instabile, che non si raggiunge una volta per tutte, che devi sempre bilanciare i pesi, questa sua mobilità è la caratteristica, non è una malattia. Non è che l’equilibrio è incerto perché non abbiamo ancora capito, non siamo abbastanza santi, non abbiamo ancora trovato il modo … l’equilibrio è incerto perché deve essere incerto. E, dicevamo già l’altra volta, questo si vede benissimo nella figura di Gesù, nel racconto evangelico molto semplice, quando di fronte a Gesù, di fronte ai suoi gesti e alle sue parole, gli evangelisti tanto ci dicono: parlava con autorità, la gente si interrogava perché aveva autorità, guariva … tanto ci dicono che si diceva di lui: non è costui il figlio di Giuseppe il falegname? Non viene costui da Nazareth? Cosa può venire di buono da Nazareth? … L’ambiguità della figura di Gesù rimane costante e Marco mette alla fine del suo vangelo, quando Gesù muore in croce, una professione di fede, bella tosta, fatta da un pagano. Il centurione ai piedi della croce, vedendo come Gesù  muore, dice: “Veramente costui era figlio di Dio”. Lo stesso Marco ci dice che, per esempio, lo stesso Pietro ha qualche problema in più; quanto più si è vicini tanto più si è consapevoli di questa oscillazione, di questa fatica, di questa ambiguità. Da questo punto di vista, l’esempio che io faccio sempre è che, infatti, i vangeli non ci raccontano la resurrezione. Ci raccontano che Gesù era nella tomba e poi che non c’era più, e ci dicono che c’è una tomba vuota; ci dicono anche che i romani dicono: hanno trafugato il corpo; tutto il sempre interpretabile. Non c’è una prova definitiva, un punto in cui, nello stesso vangelo -non parliamo di oggi in cui siamo tutti un po’ soggettivisti, relativisti- nello stesso vangelo non c’è un punto di fronte al quale gli stessi discepoli, che hanno vissuto per tre anni con Gesù, siano in qualche modo vincolati dalla loro ragione a dire: è così, non c’è scelta! C’è sempre la possibilità di capire in un altro modo. Dunque il cristianesimo, in qualche modo è un’arte, questa arte del sacramento, che prima di tutto va esercitata rispetto a noi, alla nostra vita, alla vita comune, al mondo, alle cose, alla storia, a quello che accade, a ciò che si mostra come un dolore, che non è mai solo un dolore; ma anche a ciò che si mostra come una gioia, che non è mai solo una gioia; a ciò che si mostra come una vittoria, che non è mai solo una vittoria; a ciò che si mostra come una sconfitta, che non è mai solo una sconfitta.

L’altra volta avevamo ragionato un po’ intorno a questa faccenda e al fatto che questa situazione è insopportabile, è da impazzire sul piano intellettuale, nel senso che niente ti torna mai, non è mai finito, c’è sempre un altro pezzo. Come può funzionare? Può funzionare in una grammatica, in un discorso –uso questa espressione in modo simbolico- che abbia una sua logica. Ci sono certe parole che anche in italiano hanno due significati diversi; come capiamo noi quale è il significato? In genere dal significato, che nella logica della frase uno dei due significati funziona e l’altro no; se io devo distinguere princìpi o principi nello scritto, dove non usiamo più gli accenti intermedi è un po’ più difficile, ma nella logica della frase –dato che princìpi indica certe cose e principi altre- normalmente è molto chiaro che vuol dire una cosa piuttosto che l’altra. Ovviamente il problema è che uno deve saper costruire la frase. Di per sé la logica sacramentale richiede una grammatica vitale, bisogna costruire un discorso, se volete, inventare una vita che è tutta sacramentale, che è un discorso sacramentale, dentro la quale poi le cose acquistano la loro possibilità di equilibrio. Se uno vi dice: ma questo fatto vuol dire che Dio mi diceva quello? Non so. E sarebbe pericoloso che lo sapessi. Ma dentro la mia storia, in una storia di relazione  con Dio, un certo evento –non è che quell’evento vuol dire- ma funziona per me come un sacramento, è questo. Ma significa che devo sapere io la grammatica del discorso della mia vita, se no non posso capire che cosa quella parola vuole dire. Questa roba io la chiamo logica simbolico-rituale. Come negli esercizi per imparare una lingua, quando c’è scritto: svolgere l’esercizio secondo il seguente esempio; c’è la prima frase risolta e tu devi fare le altre dieci allo stesso modo, la chiesa ce lo fa fare nella liturgia, per questo si chiama logica simbolico-rituale. Quando noi sperimentiamo la liturgia facciamo la prima frase risolta, dopo di che, uscendo da lì, abbiamo tutte le frasi, quelle non risolte, in cui dobbiamo sapere come si mette il verbo.

L’altra volta abbiamo riflettuto un po’ su questa logica di chiedere un segno, del segno di Giona; oggi vorrei cominciare con un sacramento – i titoli degli incontri sono sempre il sacramento di qualcosa, ma non c’è nessuno dei sette sacramenti, nel senso che non stiamo qui parlando dei sacramenti, che sono la frase risolta per eccellenza dell’esercizio sacramentale, ma parliamo delle frasi da risolvere, dei sacramenti che ci troviamo in giro- e il sacramento che vorrei mettere a fuoco con il testo del capitolo cinque di Matteo, è il sacramento della meraviglia. Ragionandoci un po’, si poteva anche dire il sacramento dell’attenzione, cioè del modo in cui guardiamo le cose, perché il modo in cui noi le guardiamo è uno degli elementi di partenza di questa grammatica. La prima cosa è quella di aver voglia di imparare a parlare questa lingua -se non hai voglia di imparare a parlarla, neanche si comincia. Il primo sacramento in cui siamo posti, e vi siamo posti dalla tradizione, cioè da ciò che abbiamo ricevuto, da ciò che ci hanno insegnato da quando eravamo bambini, è questo sacramento della meraviglia, dell’attenzione.

Il mondo al contrario

Come al solito leggo il teso, molto conosciuto. Ne leggo alcuni versetti precedenti, che normalmente nella liturgia non ci sono; ci aiutano a sentire il racconto in un altro modo. Ovviamente questo è un testo conosciutissimo,  che avremo sentito commentare un sacco di volte; io lo leggo in questa logica sacramentale che abbiamo scelto, perché mi sembra il trattato base della grammatica, la logica del discorso, che è: il mondo è al contrario. Cioè, la logica sacramentaria crea in te permanentemente il sospetto che ciò che vedi, ciò che sembra logico, ciò che ti sembra assolutamente razionale, ciò per cui dici: si è sempre fatto così, va fatto così, così va il mondo, datti pace, … tutto questo forse va guardato al contrario. La logica sacramentaria è una logica di sospetto, nel senso positivo. Ed è interessante. Ho letto gli ultimi versetti del capitolo quattro, perché questo discorso di Gesù viene collocato, almeno da Matteo, in un momento di grande successo: Gesù va in giro, insegna, predica e cura ogni sorta di malattie; gli portano tutti gli afflitti da ogni sorta di malattie: storpi, sordi, ciechi, epilettici, paralitici, ed egli li guariva, e molte folle lo seguivano. La parola, il gesto di Gesù, è una parola di benedizione sulla vita. Quello che lui dice, e fa, è che la vita è guarita. Non c’è richiesta, non ci sono condizioni per queste guarigioni, non sono miracoli esemplari, come quelli che vengono raccontati con un dialogo, in cui Gesù chiede: ma tu credi? Qui non c’è niente, c’è un totale anonimato, c’è una vita molto molteplice, come la nostra, non tanto speciale –forse i nostri nomi non saranno ricordati dalla storia- una vita ordinaria, segnata dalle mille forme di malattia o di dolore, o di fatica che la nostra vita raccoglie. E Gesù insegna, predica, guarisce, senza condizioni, senza conseguenze. C’è questo momento di grande successo, grandi folle lo seguono. Gesù sembra uno che risolve, un buon candidato a fondare una setta! E’ chiaro!  Immediatamente dopo Matteo ci dice: non così, non una setta, c’è qualcos’altro, non è così facile la vita, non basta andare dietro a uno che benedice, ti guarisce, risolve. E ci mette questo testo, che inaugura quello che si chiama il discorso della montagna –che dura più capitoli, che vien considerato la carta costituzionale e che contiene tutti gli elementi base della vita credente, almeno secondo la versione di Matteo. E’ come se Matteo ci dicesse: tutti abbiamo dei problemi, la vita è complicata, ci sono molte malattie nelle varie forme, tutte le fatiche e i problemi che ciascuno di noi ha, e la tentazione di cercare qualcuno che guarisca e basta, è molto forte, ma il Signore nella vita cristiana sta su una montagna, secondo Matteo. C’è un’altra cosa da cercare. Non basta guarire.

E’ interessante perché il primo versetto dice: “Vedendo le folle Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli”. Matteo usa spesso questa contrapposizione: Gesù guarda le folle e parla ai discepoli; vede che le folle hanno fame e chiede ai discepoli: cosa gli daremo da mangiare? Come se Gesù volesse togliersi da questo ruolo di protagonista assoluto, volesse creare un collegamento diretto tra i problemi e la realtà della gente –quella che noi chiamiamo la gente- e i discepoli, quelli che lo seguono. Come se ci stesse dicendo che ci sono modi diversi di stare al suo seguito; che ci si può stare da folla, che viene guarita e basta, senza condizioni, o da discepolo, anche qui senza esagerare. Matteo crea le due realtà e forse non è necessario che tutti diventino discepoli, l’evangelo può essere accolto come una parola di umanità, una parola di sapienza, di saggezza, una buona filosofia di vita. Si può, perché no? Non è male; sarà sempre meglio che diventare ‘mafioso’; è una cosa che dà anche una regola di convivenza civile accettabile. Ma l’essere discepoli è, in qualche modo, una chiamata in più. Spesso io mi chiedo da che parte sto, se voglio essere parte della folla o discepolo. Diciamo che, in termini di privilegio, mi piace essere un discepolo, in termini di responsabilità, la folla, cioè vorrei prendere il meglio da tutte e due le parti. E’ chiaro: la folla ‘segue’ Gesù e Gesù ‘chiama’ i discepoli. Non è tanto una scelta libera; si è folla, si segue Gesù, si rimane lì intorno, poi ad un certo punto c’è una dichiarazione che ti chiama in ballo, una dichiarazione d’amore che ti chiede da che parte ti metti. Certo, uno può rifiutare, rimanere nella folla anonima, oppure può dire: ok, ci sto. Ma non è una cosa che io decida a tavolino, perché la folla decide di seguire Gesù, ma i discepoli vengono chiamati. Quello che la chiesa ci insegna è che ciascuno di noi, prima o poi nella vita, fa l’esperienza di questo momento, non necessariamente il giorno in cui abbiamo deciso che diventavamo cristiani, quando in fondo ci siamo solo messi lì intorno, a seguire Gesù, ma c’è un punto, una vicenda della nostra esistenza, una questione, un dolore o una grande gioia, un punto in cui c’è una chiamata, in cui ci viene chiesto un salto di qualità. In genere questa situazione è un po’ complicata perchè molto spesso, almeno oggi, uno si mette a seguire Gesù più o meno intorno agli anni dell’adolescenza, se bene o male rimane un po’ implicato in situazioni parrocchiali che hanno anche tutta una componente affettiva, amicale, psicologica, e va benissimo; e uno comincia a girare, come la folla; Gesù moltiplica il pane e uno, cercando il pane, dice: niente male, andiamogli dietro. Va bene, Gesù benedice questa folla, non maledice; però poi, quando da adulti abbiamo una certa ruotine, ci diciamo cristiani, abbastanza praticanti, più o meno impegnati, a seconda delle fasi dell’esistenza, c’è un punto in cui l’appello è forte ed è deflagrante anche rispetto al nostro stesso essere cristiani, perché ci chiama a diventare discepoli e lì è abbastanza facile fare finta di niente e rimanere nella folla. Sia chiaro: per tutto l’evangelo la folla non viene mai maledetta, non c’è niente di male a rimanere lì, però certo è accettare o rifiutare una proposta.

Discepolo e folla

“Vedendo le folle Gesù salì sulla montagna e messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli” Gesù responsabilizza sempre i discepoli quanto alla folla. La prima questione che viene posta ai discepoli è che devono farsi carico degli altri, che non possono più pensare alla propria soluzione, non possono più pensare alla vita, alla loro esperienza, a ciò che gli accade, al sacramento del mondo, solo immaginando ciò che va bene per loro. In qualche modo la folla diventa il problema dei discepoli. E anche qui, nella storia del cristianesimo, queste cose sono state abbastanza male interpretate, perché a forza di voler fare del bene, si è uccisa la gente per fargli  del bene, che era un po’ difficile da capire. Cioè, l’eccesso di zelo non aiuta. Ma è vero che i discepoli devono decidere al plurale, non possono più decidere al singolare.

“E allora, prendendo la parola, li ammaestrava dicendo: ‘Beati i poveri in spirito…” ecc. Qui vorrei far notare due cose. La prima è che queste otto beatitudini sono in un’inclusione; la prima e l’ultima sono al presente, le altre sono tutte al futuro. “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. E così “Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. In mezzo, che sarebbero quelle che ci piacciono, sono al futuro. “Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra”… Come dire: i risultati si vedranno poi. Quello che si vede adesso sono la povertà e la persecuzione a causa della giustizia. Il criterio di questa logica al contrario è che non dà buoni frutti, nemmeno nella versione un po’ soft in cui oggi siamo abituati a dire, di realizzazione di sé, di soddisfazione di una vita dotata di senso Di per sé una logica al contrario è proprio al contrario, sei contro mano, alla fine ci si scontra sempre; quindi pensare che essere miti sia una beatitudine, in un mondo come quello contemporaneo, è andare contromano, perché di per sé, nessuno pensa che essere miti sia un valore, e spesso neanche noi! Ci sono queste due condizioni non scelte, date al presente, mentre le altre sono abbastanza scelte: essere poveri o essere perseguitati è una condizione subita. Certo, uno sa che se si batte per la giustizia, tanto bene non finisce. Però, di per sé, potrebbe anche sperare che gli altri non lo perseguitino ed il fatto di essere perseguitato non è scelto, è solo una conseguenza. Così per l’essere povero. Gesù non chiede a nessuno di scegliere di essere povero, ma è come se ci dicesse che senza la povertà non c’è alternativa, non c’è condizione di discepolato, che chi ha troppa sicurezza nelle cose, nella propria capacità di garantirsi l’esistenza, che chi pone la sua sicurezza nei carri del faraone o nei depositi di grano, non è più in grado di riporre la sua sicurezza in Dio.

Il presente, la realtà in cui siamo, sta all’inizio e alla fine. Noi siamo lì, siamo poveri, o dobbiamo essere poveri, siamo perseguitati a causa dell’operare giustizia. In questa logica rovesciata, dove è augurabile essere poveri e perseguitati a causa della giustizia, allora gli afflitti saranno consolati, i miti erediteranno la terra, chi ha fame e sete di giustizia sarà saziato, chi è misericordioso troverà misericordia, chi è puro di cuore vedrà Dio, gli operatori di pace saranno chiamati figli di Dio. Se c’è la forza di stare in una logica rovesciata, dove la povertà mostra la vera ricchezza, allora le cose accadono al contrario.

In questo le beatitudini seguono veramente l’ambiguità e la difficoltà della logica del segno, per cui quando si commenta questo testo ci sono sempre delle arrampicature  mentali per tentare di far quadrare i conti, ma questo testo non quadra, non è dotato di senso. Gli afflitti spesso non sono consolati, i misericordiosi spesso non trovano misericordia, i miti, quasi sempre, non ereditano la terra, gli operatori di pace, raramente, vengono chiamati figli di Dio. Il mondo non funziona così; questa cosa non ha una logica. Ma da una parte ci viene detto: ricercate questo segno; dove trovate dei poveri, dei miti, dei misericordiosi, lì c’è una presenza di Dio. Questi beati sono un segno. Dall’altra parte ci viene detto: là dove trovate dei poveri, degli afflitti, dei misericordiosi, dei miti, lì c’è una presenza inquietante, lì c’è qualcosa che rimanda a un di più, a un altrove; c’è una forma che rimanda a un mistero.

La logica della meraviglia

E tutta la logica sacramentale sta in quei ‘perché’: beati i poveri, perché… beati i miti, perché … In quei perché c’è la logica della meraviglia, c’è il sacramento di un segno che va cercato nella direzione opposta. Quando raramente accade che un mite erediti la terra, quando raramente accade che un afflitto sia consolato, quando raramente accade che un operatore di pace sia chiamato figlio di Dio, allora possiamo meravigliarci che il mondo funzioni; non il contrario. Non quando non accade ci meravigliamo: ma come? Dovremmo essere tutti miti. No, è esattamente il contrario. Il sacramento ha una logica minoritaria: laddove accade possiamo gioire, essere beati, perché il regno di Dio si sta manifestando. Infatti è raro, anche nelle nostre vite, ci riesce poche volte, ma quando ci riesce possiamo gioire, meravigliarci e mostrare attenzione, ricercare questo segno piccolino. Un mio professore di esegesi diceva sempre che noi dimentichiamo qual è la proporzione: su tre anni di vita pubblica Gesù è stato sul Tabor poche ore. La percentuale del tempo di grazia e visibilità rispetto all’ambiguità e all’invisibilità è poche ore a tre anni. Qualche ora ogni tre anni vediamo. Mi sembra che già sarebbe una buona idea. Qualche ora ogni tre anni un afflitto è consolato.

C’è poi il finale del piccolo testo delle beatitudini, i versetti undici e dodici che, almeno in questo tipo di lettura, sono il corrispondente ai versetti che ho letto della fine del capitolo quattro.

“Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti che furono prima di voi”. E’ il corrispondente al successo di Gesù. Gesù insegna, opera guarigioni e la folla lo segue. Noi non possiamo operare guarigioni, quindi non abbiamo questa possibilità di fare un effetto grande, e di essere seguiti e adorati, quindi quando diciamo solo la logica al contrario, senza le guarigioni prima, veniamo perseguitati e viene detto ogni sorta di male contro di noi –sottolineo, mentendo! E’ una condizione fondamentale, perché se dicono la verità, non c’è nessuna beatitudine. Qui si dice: se, mentendo, dicono ogni sorta di male contro di voi, rallegratevi, perché così hanno trattato i profeti. E qui c’è una grandiosa botta al nostro orgoglio, perché si dice: nessun discepolo è più grande del suo maestro. Noi non siamo Dio! Quando ci arrabbiamo tanto dicendo: non so come spiegare quella cosa; se la spiegassi li convincerei, abbiamo in genere un piccolo delirio di onnipotenza, perché Gesù, che sapeva spiegare, non solo, ma poteva anche guarire, mostrare la benedizione nei fatti, è morto in croce. Dunque, perché a noi, che non sappiamo tanto spiegare, ma non possiamo nemmeno guarire, possiamo solo annunciare il mondo al contrario, senza operarlo per forza nostra, perché non siamo Dio, dovrebbe andare meglio? Per quale motivo? Perché dovremmo avere più successo? Qui si dice chiaramente: così hanno trattato i profeti. Se uno si mette a fare il profeta sa che vende una merce non sua, non ha diritto d’autore, non sarà mai all’altezza di quello che insegna, gli toccherà sempre dire che lui è più piccolo di ciò che sta mostrando, non avrà mai il diritto di proprietà, sarà sempre quello che indica qualcos’altro, non se stesso. Perché essere discepolo e profeta vuol dire appunto farsi carico davanti a Dio delle folle e davanti alle folle di Dio, essendo a quel punto straniero a Dio e alle folle. E non è una bella posizione; c’è una certa estraneità che viene fuori.

E poi Gesù, ancora una volta, come aveva fatto già nel brano che abbiamo letto la volta scorsa, conclude il discorso sui segni, usando una metafora, un segno. L’altra volta diceva ai discepoli: guardatevi dal lievito dei farisei, e i discepoli non avevano capito, si chiedevano cosa c’entrasse il pane. E qui di nuovo, c’è un discorso in chiaro: beati …, e  anche bello duro: rallegratevi quando vi perseguiteranno, viene concluso, ancora una volta, con una logica simbolica, in qualche modo ambigua, -infatti la storia dell’esegesi di questi versetti che seguono, è molto oscillante. Si dice: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, …”. Non è un caso che nel corso della storia dei commenti scritturistici questo versetto subisce una accentuazione netta: in alcuni secoli si commenta la luce, in altri il sale; raramente vengono commentati insieme; si dice sempre che ci sono tutti e due, ma si insiste sull’uno o sull’altro, perché hanno uno stile diverso, perché, ancora una volta, hanno due potenze evocative diverse, sono due segni ambigui. Il sale si disperde, non trasforma la minestra in sale, perché se così fosse, moriremmo di fame; il sale non possiamo mangiarlo; il sale si perde nella minestra, che rimane ciò che è, la rende saporita e ci si può nutrire della minestra; il sale ha bassa identità e prefigura l’immagine dei discepoli, dei profeti che si disperdono, che fanno le veci della folla di fronte a Dio e di Dio di fronte alle folle, quasi senza un’identità forte, quasi sparendo sullo sfondo, come puri mediatori, come coloro che mettono due in contatto, ma con grande discrezione. La luce invece ha il tono dell’evidenza, della gloria; la luce è la città sul monte, la luce posta in alto, che è, invece, un simbolo a forte identità: non si può non vedere una luce e non si può non chiedersi da dove arriva, da chi è prodotta. Tutti i secoli in cui il cristianesimo ha avuto il tema di una forte identità, di una chiesa gloriosa, visibile, riconoscibile, etichettabile –i cristiani diversi dagli altri – si commentava soprattutto la luce. Tutti i secoli in cui la chiesa ha privilegiato di più l’idea di una mediazione sommessa, si privilegiava il sale, perché è vero che questa immagine che Gesù usa è esattamente un’immagine ambigua, cioè consente tanto l’una quanto l’altra lettura. Oggi abbiamo nella chiesa chi sostiene l’idea che dobbiamo essere luce, dobbiamo essere socialmente rilevanti, andare in televisione, avere una visibilità politica; dice di non vergognarsi di dire che questa posizione è cristiana, perché la luce delle buone idee, dei valori deve vedersi e dall’altra parte, nella stessa chiesa, abbiamo chi sceglie la via di essere un po’ più sale, cioè di dire: la potenza delle cose, la benedizione della vita che viene dall’evangelo, si vede dai frutti, da ciò che produce, da una vita migliore per tutti, non ha bisogno di essere etichettata, possiamo anche disperderci. Anche se non sanno di me, che io sono un cristiano, per esempio chi lavora con me deve vedere che lavoro bene, che sono competente, che sono onesto nel mio lavoro, che mi preoccupo che il mio lavoro serva a quelli a cui deve servire … se vede quello basta! E’ chiaro che, alla fine di questo piccolo ragionamento, in cui si dice che la logica è un mondo che gira al contrario e che bisogna rallegrarsi quando siamo perseguitati perché così è stato per i profeti, dunque si stabilisce molto bene che il discepolo è in una posizione intermedia, senza la potenza di Dio e senza la possibilità di essere innocentemente superficiale come le folle, ma gli tocca di essere pensieroso come Dio e impotente come le folle –quindi sta in una posizione scomoda- stabilito questo si dice: siete sale e siete luce; a volte bisogna disperdersi, a volte bisogna essere visibili. Quando? Questo è affare vostro. Cioè, l’attenzione e la meraviglia dicono la calibratura di questi due segni, con un criterio che viene dato nell’ultimo versetto, il sedici: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”.  Dice: guardate che il criterio è il rovescio del famoso detto: quando il saggio indica la luna, lo stupido guarda il dito. Dice: se siete dei profeti dovete indicare un’altra cosa, ma non farvi guardare il dito; chi vede le vostre buone opere non deve dire: ma che bravo sei, ma lodare il Padre. Il criterio che vale sia per il sale che per la luce è: voi indicate qualcosa su cui non avete il possesso e su cui non dovete attendere di ricevere lode, perché la lode è al Padre che è nei cieli.

Salmo 127

In connessione a questo testo, come da quest’anno abbiamo deciso di fare, c’è la proposta di un salmo, che in questo caso è il 127. Dico due parole, perché credo che, lasciato così, non si veda bene come sia collegato con tutto quello che si è detto oggi, si rischia che non sia così immediato il passaggio.

Ho scelto questo salmo perché mi pare che qui ci sia veramente questa logica del mondo all’incontrario. Tutta questa successione di ‘invano’; ‘Se il Signore non costruisce la città, invano …’ e quella frase che a me piace tanto –forse perché ho sempre del sonno arretrato- “Invano vi affaticate e mangiate pane di sudore. Il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno”.  Tutta la prima parte, con questi ’invano’, è un po’ il corrispettivo delle beatitudini, detto in termini più esistenziali, più personali. Si dice: guardate che non basta, non funziona, che uno si dà un gran da fare e i risultati arrivano, o che uno fa, programma, organizza … non funziona così. Il mondo funziona al contrario. Dio è signorilmente ingiusto colma di beni, nel sonno, chi non lavora, dà stipendio pieno all’operaio dell’ultima ora, se ne frega assai delle logiche troppo efficientiste.

E la seconda parte centrata sull’idea della progenitura, tipica della cultura ebraica antica in cui i figli sono molto importanti; dice: dono del Signore sono i figli…, in una società dove la mortalità infantile era altissima, dove si facevano molti figli perché ne sopravvivessero tre, e così via, quindi una società che ha questa figura al suo centro, ma nella lettura al di là dell’espressione culturale, la seconda metà dice che c’è qualcosa che è la nostra vera ricchezza ed è ciò che noi siamo capaci di generare, cioè di mettere sulle strade del mondo perché vada con le proprie gambe. Non ciò che siamo capaci di possedere. La prima metà dice: tutti i possessi, costruire la città, la casa, faticare –il nostro possesso, le cose- quelle sono tutte ‘invano’, perché il Signore ne colmerà i suoi amici nel sonno. Invece quello che è la vera ricchezza, che ci rende non confusi quando verremo a trattare alla porta con i nostri nemici –nel momento del confronto- è ciò che saremo stati capaci di generare come si genera un figlio, cioè di far nascere e di mettere sulle strade del mondo perché vada, perché abbia la sua autonomia, perché non sia più mio, perché abbia una vita propria. E tutta la vita che saremo stati capaci di generare, che è l’altro modo di dire il sale e la luce. Tutta la benedizione della vita che saremo stati capaci di mettere in circolazione senza un diritto d’autore.

Forse questo salmo ci può accompagnare in questo mese. Se un giorno qualcuno mi dirà che effetto gli fa il salmo mi fa una cortesia. Se questa idea di avere un salmo che ci accompagna da un mese all’altro vi sembra utile e no…

Fossano, 14 novembre 2009

(testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2009/2010

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Stella Morra
6. Il sacramento delle cose, e cioè possibile o impossibile?
Mc 10, 17-31; Sal 23
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13 Marzo 2010
Stella Morra
5. Il sacramento della passività, e cioè invecchiare aspettando
Lc 2, 22-38; Sal 42
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20 Febbraio 2010
Stella Morra
4. Il sacramento della sconfitta, e cioè abitare una fine
Mc 14, 1-11; Sal 130
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12 Dicembre 2009
Stella Morra
3. Il sacramento della libertà, e cioè ci salva la fede degli altri
Mc 2, 1-12; Sal 1
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17 Ottobre 2009
Stella Morra
1. Mondo come sacramento, e cioè abbiamo risposte o domande?
Mt 16, 1-12; Sal 126
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