12 Dicembre 2009
Stella Morra

3. Il sacramento della libertà, e cioè ci salva la fede degli altri

Commento a: Mc 2, 1-12; Sal 1


La logica Sacramentale

Il testo di oggi è  tratto dal capitolo 2 del Vangelo  di Marco.

Nel nostro  percorso stiamo ragionando sul tema della “sacramentalità del Mondo e della Vita”. Esiste un’ambiguità delle cose, delle persone, delle nostre vite. Siamo spesso abituati a fare dei ragionamenti un po’ semplificati, per esempio dire che chi è credente deve trovare un senso, capire delle verità… poi spesso quello che sperimentiamo, invece, è l’esperienza di una ambiguità delle cose che per mostrare il loro senso, la loro direzione, il loro significato, il loro valore,  hanno bisogno di tempo, di distanza, hanno una loro grammatica.

La logica della sacramentalità della vita, della simbolica della vita è una delle strutture fondamentali della fede. Una delle differenze fondamentali tra chi crede e chi non crede sta in questo: non aver fede significa che ogni cosa, ogni persona, ogni evento bello o brutto è chiuso in se stesso, è un evento completo, è una faccenda che ha in sé il proprio inizio e la propria fine. Essere credente è imparare ad abitare ogni cosa sapendo che niente, né di brutto né di bello, ha in sé il proprio inizio e la propria fine, tutto è sacramento, è segno e strumento verso quello che i vangeli chiamano la vita eterna, la vita piena, verso una  completezza di noi che non è semplicemente l’aggiunta di tante cose. Non si è completi perché si ha tanto, ma è l’esperienza di una vita che si accresce, che è come il pane che lievita, che mostra la sua  benedizione. La vita per essere benedetta bisogna abitarla come un lievito, come qualcosa che non ha in sé il proprio inizio e la propria fine.

Tecnicamente in teologia questo si chiama la sacramentalità dell’esistenza. La Vita Cristiana sa questo fin dalle sue origini accanto ai concetti, alle idee, alle verità da credere, al Credo (i Concili dei primi secoli stabiliscono l’elenco delle cose da credere), fin dall’inizio ha messo l’esperienza liturgica al centro, che è proprio l’esercizio della sacramentalità, per questo si costruisce sui simboli, sulla bellezza, e questo richiede tempo e ripetizione, perché è  l’esercizio particolare a riconoscere, perché è l’esercizio in cui Dio stesso insegna.

Nei secoli ci siamo persi questa dimensione, abbiamo sempre più identificato la fede come l’assenso, l’essere d’accordo con una serie di idee, abbiamo tenuto ben chiaro l’idea del Credo, e ci siamo persi l’altra dimensione quella di abitare la vita in modo sacramentale, dunque ad essere disponibili ad abitarne l’ambiguità, il tempo, una cosa che non è mai totalmente chiara. L’esempio che faccio è sempre lo stesso: quando Gesù era sulla terra nella sua vita storica, di fronte ai suoi miracoli e i suoi insegnamenti  c’era chi credeva, ci dicono i Vangeli, ma c’era anche chi diceva “ma non è costui il figlio di Giuseppe, cosa può venire di buono da Nazareth?”, cioè neanche la presenza storica di Gesù, le sue parole e i suoi gesti visibili si sottraggono alla legge dell’ambiguità   del segno.

Grammatica del segno

Questa logica sacramentale ha un suo ritmo, un suo metodo, non segue le leggi rigorose, chiare, distinte del pensiero puramente razionale perché segue le leggi della vita. Seguire le leggi della vita significa che c’è bisogno di tempi, non tutto si mostra  immediatamente, non tutto è visibile da tutti  i punti di vista, certe volte bisogna spostarsi per riuscire a vedere delle cose, per coglierne la profondità.

Abbiamo ragionato sulle regole fondamentali di questa grammatica leggendo il testo delle “Beatitudini” parlando del “Sacramento della Meraviglia” tra attenzione e meraviglia, il mondo che funziona al contrario. La prima regola della grammatica della sacramentalità è non fidarsi mai di ciò che sembra troppo logico, conseguente, immediato, chiedersi sempre se non potrebbe essere rovesciato dall’altra parte.

Il sacramento della Libertà

In questo percorso ora arriviamo al testo di oggi che io in questo anno ho amato moltissimo e che nel nostro percorso abbiamo intitolato il sacramento della Libertà e cioè ci salva la Fede degli altri.C’è infatti una seconda regola della vita sacramentale: la regola della Libertà.

Il sacramento si mostra solo nella libertà. Libertà con caratteri particolari, non è la libertà che ci verrebbe da pensare come vuoto, come non presenza di condizionamenti, la libertà come punto di partenza in cui io parto e sono libero se nessuno mi obbliga a qualcosa.

Questo è un concetto importante nella vita degli uomini e delle donne, è da perseguire, è una conquista per le leggi, l’idea che gli uomini e le donne devono essere liberi di scegliere, non costretti dal bisogno, dalla miseria, dalla violenza, non è poco, se fosse più diffusa un numero grande di persone nel mondo non sarebbero costrette a fare cose che in fondo non desiderano. Questa è però un’idea di libertà che rispetto alla grammatica dei sacramenti dice poco.

La libertà di cui abbiamo bisogno per entrare in una logica sacramentaria è una libertà che è alla fine e non all’inizio, è una libertà che è un risultato e non una condizione di partenza ed è la libertà di trovare il proprio luogo, avere la  distanza e la vicinanza  giusta dalle cose, dalle persone, dagli eventi. Avere la libertà che Sant’Ignazio chiama l’Indifferenza, non nel senso negativo di fregarsene, ma una distanza corretta dalle cose. Questo tipo di libertà si conquista, si costruisce, non è un dato di partenza, nessuno ce la può dare e dunque nessuno ce la può togliere, è una libertà assoluta, non nasce da fuori di noi, ma solo da dentro di noi. Ricordate i versetti evangelici dove Gesù  dice a proposito di puro e impuro  “non è da fuori dell’uomo che viene il puro o l’impuro, ma dal suo cuore”, non è un fatto morale, non è dalle condizioni che ci circondano che viene questo tipo di libertà, ma questo tipo di libertà  è indispensabile per essere credenti, o almeno lavorare per questo tipo di libertà.

Questo tipo di libertà nasce dall’esperienza costante che non sono le scelte che facciamo che ci salvano, ma che siamo salvati dalla capacità di ricevere. La più grande forma di libertà da questo punto di vista è quella di chi accoglie il mondo, la vita, le persone, come la salvezza per lui e questo è il punto finale di questa grammatica sacramentale della libertà.

Il testo: Mc  2, 1-12

1Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa 2e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola.

3Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. 4Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. 5Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati».

6Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: 7«Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?».

8Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? 9Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? 10Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, 11ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua». 12Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

La casa interiore

Questo testo è molto presente nella liturgia e quindi lo abbiamo sentito tante volte. A una prima lettura fa l’effetto di un testo semplice, come spesso avviene leggendo il Vangelo di Marco, è un vangelo molto lineare, racconta fatti, ha pochi discorsi, poche annotazioni strane, spesso è usato per i bambini perché racconta le storie. E’ un testo piano, ma insieme non bisogna farsi troppo ingannare da questa apparente linearità perché come tutti i vangeli è molto costruito, non sono testi buttati di getto,  sono testi che nascono dalla storia di comunità che poi vengono molto aggiustati. In particolare questo testo inizia e finisce con la citazione di una casa, questa cosa mi ha molto colpito in questi tempi che mi sto occupando di traslochi e di case, ma perché l’immagine di una casa è anche molto potente dal punto di vista simbolico, tutti abbiamo dentro una casa, l’idea di una casa, il volere e non volere tornare a casa.

La casa ha un valore enorme e non solo la casa fisica, ma anche la casa delle persone che la abitano o che non la abitano, ed è anche la nostra casa interiore. In questi anni, spesso, ci siamo detti che l’esperienza della vita è che tutti in qualche modo nasciamo dotati da Dio di due camere e cucina, il minimo per campare, e che sarebbe bello riuscire a morire con dentro una villa, con venti stanze per gli ospiti, con giardino e piscina, con uno spazio interiore che consenta molto. E’ chiaro che se uno dentro ha solo due camere e cucina, accogliere  qualcuno nel proprio cuore è dura perché nello stretto si scatena l’aggressività, ma se tu hai una villa di ottanta stanze  puoi ospitare molti senza che tu infastidisca loro o esserne infastidito,  hai tanti luoghi, una biblioteca per le idee della mente,  una piscina per il corpo, tanti luoghi dove uno può essere molte cose e con una certa pace.

L’immagine della casa è forse una delle immagini più belle rispetto alla questione della libertà, uno dei testi iniziali di Marco dice che i Discepoli chiedono a Gesù “Maestro dove abiti?” e lui risponde “il Figlio dell’uomo non ha una pietra dove posare il capo”.

  In questo testo  invece si dice che “Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa” ma Gesù è nato a Betlemme, è di Nazareth,  ha casa in un sacco di posti, ma dov’è casa sua?

Cafarnao è la città di Pietro ed Andrea, secondo la tradizione di Giovanni  la casa di Gesù era Betania, la casa di Marta, Maria e Lazzaro. Secondo la tradizione di Marco la casa di Gesù è Cafarnao, sono case di amici, anche questo è interessante,  non sono case ereditate per sangue, è una casa costruita, voluta, coltivata.

Gesù entra a Cafarnao e si sa che lui è lì. “…e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta” è l’attenzione e la meraviglia, di fronte a questo sacramento che è Gesù tante persone vanno lì, sono curiose di vedere i segni e ascoltare le parole. Il tema della curiosità e della meraviglia rispetto a Gesù è spesso messo nel Vangelo come la condizione che mette in movimento, che fa sì che uno si muova da casa propria. Sono molto rari i casi in cui Gesù va a casa di qualcuno, in genere si tratta di grandi peccatori, in genere sono gli altri, la folla che si muove da casa propria e che va a cercare Gesù.

La parola vivente

Sono davanti alla porta e non c’è più posto per nessuno ”…ed egli annunziava loro la parola”. Noi diremmo faceva dei discorsi, diceva delle cose, la nostra attenzione sarebbe sul contenuto.  Il linguaggio di Marco invece ce lo mette come un assoluto, annunciava loro la parola, non delle parole o dei contenuti, come se la parola fosse un oggetto, fosse essa stessa un contenuto.

Nella logica sacramentale la parola è un sacramento, non è un contenuto o un insegnamento, è la parola che cura, che guarisce, che consola, che fa crescere, che interpella, è la parola vivente. Spesso diciamo Gesù è la parola vivente di Dio, è un’espressione che dopo Vaticano II si usa molto, spesso non sapendo esattamente cosa si dice. Tutti noi abbiamo un’esperienza concreta di quali sono le parole viventi e di quali sono le parole non viventi. La lettura di un verbale giudiziario spesso non ci dice niente, ci preoccupa se abbiamo delle questioni pendenti ma non è una parola che ci muove, la frase più scontata dell’universo, che tutti hanno ripetuto che è sempre uguale e non ha nessuna originalità e cioè “Ti amo” è invece una parola che ci tira fuori, che ci fa immediatamente pensare e io cosa dico? Ma è vero?

E’ una parola che ti rimette in movimento. Gesù parola vivente di Dio non dice che è un maestro, che insegna, ma che le parole che dice mettono in movimento, opera una circolazione, fa camminare i paralitici, vedere i ciechi, parlare i muti,  muove le vite.

Questi due versetti riassumono bene i nostri tre incontri precedenti, l’attenzione e la meraviglia, il mondo al contrario per cui  le parole sono più pesanti, più vitali e più reali delle cose.

La fede degli altri ci salverà

Poi inizia la piccola storia che Marco ci vuole raccontare.

“Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone”. C’è una contrapposizione linguistica, che si vede bene soprattutto nel testo greco,  tra le due figure, al versetto tre dice “si recarono da lui con un paralitico  quattro persone”, al versetto  sei dice “seduti là erano alcuni scribi”. In Greco viene usato lo stesso verbo al positivo e al negativo. Il movimento che si  dice è: fermi! Ci sono proprio queste due figure: i quattro che si tirano su il paralitico.

Possiamo immaginare molte cose: chi erano questi quattro, perché gli stava a cuore questo paralitico, erano suoi amici, era gente costretta ad averne cura e sperava in una guarigione… mille sono le spiegazioni, il testo non da informazioni, ma c’è un fatto, questi quattro prendono su il paralitico, non solo, non si fermano alla difficoltà che non  c‘è spazio per girare con una barella. “Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico”.

La dinamica descritta è bella: non vogliono arrivare loro quattro davanti a Gesù, ma vogliono che ci arrivi il paralitico.Non sappiamo i motivi che   spingono i quattro a fare questo, per buoni o cattivi che siano, non si fermano, lottano contro la folla, passano da sopra, in un mondo al contrario si entra dal tetto. Noi se avessimo dovuto fare il film avremmo fatto arrivare Gesù, la luce, gli angeli dall’alto e non dal basso, mentre il paralitico è sdraiato, è proprio l’immagine del legato alla terra. Al contrario Gesù è legato ad una casa e questa fede che salverà arriva dall’alto.

“Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati»”.

In questo versetto c’è tutta l’essenza della Salvezza, della Chiesa e della Fede Cristiana. Vista la testardaggine, l’ostinazione, le fede dei quattro Gesù dice al paralitico non “alzati e cammina” ma “Ti sono rimessi i tuoi peccati”.

Questo versetto è incredibile: a causa di qualcosa che il paralitico non ha scelto, non ha potuto governare, a causa della fede degli altri, Gesù parla con lui ma quello che gli dice non è quello che lui sperava di sentirsi dire. Finita questa frase uno pensa, e allora? Come va a finire? Per stare in un mondo sacramentale dovremmo reimparare che è la fede degli altri che ci salva. Gesù parla con noi a causa della fede di coloro che ci portano, non a causa delle nostre scelte, del nostro impegno, del nostro rigore. Noi abbiamo un problema solo, portare qualcun altro, noi siamo portati e a nostra volta ci tocca portare qualcuno. Tutti devono portarsi gli uni gli altri. A causa della nostra fede Dio salverà coloro che portiamo, a causa della fede di chi mi porta Dio mi salverà. Detto così sembra banale, perché il problema non sono tutte quelle questioni o di tipo devozionale (essere pii)  o di tipo moralistico (essere giusti), qui la questione fondamentale è portare gli uni gli altri, per buoni o cattivi motivi, non interessa, farsi carico. Chiunque è un po’ adulto sa che farsi carico di qualcuno non è affatto banale e non ha niente di teorico, non è un vago sentimento generico, significa. tempo, preoccupazioni, gastrite, impazienza, comprensione, incomprensione, non so cosa fare, non so cosa dire, non ti capisco. Significa una serie di passaggi e soprattutto una fedeltà giocata nel tempo, di fronte a tutte le folle che oscurano le porte. Significa che uno non molla quello lì, non dice “adesso basta!”.

Questa è l’essenza del Cristianesimo, perché il Signore vedendo la fede di coloro che portano guarisce chi è portato. Ciascuno di noi nell’ultimo giorno manderà avanti  a sé tutti coloro che ha portato sperando che intrufolandosi dietro a loro uno riesca a passare. Passeremo per la fede degli altri.

La remissione dei peccati

Quello che il paralitico e i quattro si aspettavano era una guarigione e invece avviene una remissione dei peccati. Che c’entra? In fondo è facile per noi criticare gli scribi seduti che dicono: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?». Gli ebrei erano un popolo religioso e avevano un problema serio su chi aveva il diritto di …Noi che siamo un popolo secolarizzato potremmo dire: tanta fatica per sentirsi dire che ti sono rimessi i peccati…Lascia perdere non era questo il problema.

Gesù fa una domanda che noi spesso scartiamo ma che è anche la nostra domanda: “Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina?”.

Noi pensiamo tutti che in fondo è più facile dire ti sono perdonati i tuoi peccati. Alzati e cammina si vede, è verificabile se funziona o non funziona; ti sono rimessi i tuoi peccati non si vede,  chiunque lo può dire, non è verificabile, non ha rapporto con la realtà.

Nella logica sacramentale non mi salvo perché scelgo di credere, ma mi salvo perché sono portato da altri che hanno fede, in questa logica di un mondo al contrario dove un paralitico scende dall’alto è più facile dire alzati e cammina, perché dire ad uno i tuoi peccati ti sono perdonati vuol dire che non è condannato a rimanere nelle due camere e cucina in cui è nato, che nessuno di noi è condannato ad essere solo se stesso, è rendergli possibile che può diventare libero, che può diventare il meglio di sé di cui non è all’altezza.

Il mio professore di morale definiva il peccato “non essere all’altezza della propria felicità possibile”. Se usciamo dal peccato come logica di trasgressione ad una norma, il peccato è qualcosa che riguarda la relazione con Cristo sta dalla parte delle ferite che si fanno alle relazioni, non nel senso che Gesù si offende se non facciamo delle cose, ma esattamente se io non sono felice  così come potrei essere dentro la relazione con   colui che mi ama, colui che mi ama ne è impoverito, si arrabbia e mi dice “Allora il mio amore non ti basta? Perché sei così infelice? Questo è un dramma in tutte le relazioni perché nella nostra storia umana nessuno di noi può essere la garanzia della felicità di un altro. Rispetto a Gesù, invece, funziona che la buona notizia è che Dio può dirci in modo potente in Gesù che i nostri peccati sono perdonati, cioè che noi possiamo essere all’altezza della nostra felicità possibile, e non può solo dirlo, può farlo.

Noi possiamo allargare la nostra casa interiore, avere più spazio, portare  più gente, essere portati, ed essere in ciò la libertà di noi stessi, non il peso che ciascuno di noi si porta addosso, ma il meglio  che noi stessi possiamo produrre. Per questo motivo è terribilmente difficile dire ti sono perdonati i tuoi peccati, è terribilmente difficile dire e poi fare per qualcuno che noi portiamo la possibilità del suo essere più di se stesso: ci vuole dedizione, coraggio, fedeltà, pazienza, ci vanno moltissime virtù per reggere un altro perché possa essere più di ciò che lui stesso crede di essere.

Noi ci portiamo gli uni e gli altri e Gesù sulla croce ci porta tutti e nella sua fede siamo salvati: questa è la remissione dei peccati. Il discorso fatto fino  adesso, seppur con linguaggio più secolarizzato,  non è il contrario di quanto ci hanno sempre insegnato, poiché quando diciamo “Gesù con la sua morte in croce ci ha salvato” diciamo che Gesù è l’unico che nella nostra paralisi ci porta tutti e perché è l’unico che può dirci efficacemente che ci sono perdonati i peccati.

Gesù continua, dopo la domanda che cosa è più facile,  e dice: “Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati (cioè perché possiate vedere in una logica sacramentale che davvero il paralitico è portato e come tale è più libero di sé), «Ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua»”. Ciò che teneva legato il paralitico era il suo peso, il suo letto e questo diventa il suo possesso: “prendilo e portatelo via”.

E’ la sua ferita che lo guarisce, ciò che era per lui la sua condanna, un condizionamento che lo rendeva non libero, diventa la sua ricchezza. Per questo è importante che in questo testo Gesù non solo dice alzati e cammina, ma prendi il tuo lettuccio. Questo è il cammino della libertà che allarga la nostra casa, è la libertà per cui arriva un giorno in cui benediciamo le nostre ferite, in cui il nostro vero possesso è quel lettuccio  che ci teneva condannati, in cui scopriamo che se non fossimo stati così paralitici nessuno avrebbe potuto portarci.

“Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!»”.

E’ la potenza di attenzione e di meraviglia del sacramento, ma che cosa non hanno mai visto? Nulla di simile? Il paralitico che cammina? Le parole che Gesù ha messo su questo gesto? Il perdono dei peccati ? Tutto rimane  sotto il segno dell’ambiguità.

Il salmo che ho scelto come legame a questo testo può sembrare strano, in effetti l’ho scelto per “differenza di immagine”, per contrasto.

Salmo 1

1Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi,

non indugia nella via dei peccatori

e non siede in compagnia degli stolti;

2ma si compiace della legge del Signore,

la sua legge medita giorno e notte.

3Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua,

che darà frutto a suo tempo

e le sue foglie non cadranno mai;

riusciranno tutte le sue opere.

4Non così, non così gli empi:

ma come pula che il vento disperde;

5perciò non reggeranno gli empi nel giudizio,

né i peccatori nell’assemblea dei giusti.

6Il Signore veglia sul cammino dei giusti,

ma la via degli empi andrà in rovina.

Ho scelto questo salmo per l’immagine dell’albero piantato. Ci sono molti modi di stare fermi, si può essere fermi come un paralitico, oppure come un albero piantato lungo il fiume che non crolla mai, che porta frutto e le cui foglie non cadono. Il contrasto di questi due stare fermi mi sembrava bello, mostra bene come tutto ciò è sacramento. Quando stiamo fermi  nella nostra vita possiamo stare fermi come un paralitico o come un albero che porta molto frutto; quando camminiamo possiamo essere come coloro che portano la barella del paralitico oppure essere come gli empi su una via che va verso la rovina. Bisogna essere molto attenti e molto meravigliati. Molto capaci di una grammatica sacramentale per acquistare libertà rispetto allo stare fermi o al muoversi.

Vorrei concludere riprendendo l’immagine della casa. Molti anni fa il primo spettacolo dell’Atrio aveva tutto il capitolo iniziale intitolato “La casa”. Questo è un tema che ci accompagna da tanti anni, e voglio riprendere due poesie di Patrizia Cavalli scelte allora che traducono in linguaggio molto contemporaneo il tema della libertà.

La casa interiore

La casa. Beato chi è padrone della casa,
non dico della casa catastale, ma della casa,
della casa reale. Per quindici anni
io sono stata ospite della mia casa,
un’ospite indesiderata. Buio,
più lampadine metto e più fa buio.
Beato chi non vede le curve, gli spigoli,
le ombre, beato chi, vero proprietario,
usa e abusa di quello che gli è dato.
Io sono in soggezione dei rigidi cuscini,
dei libri aperti, dei corridoi inutili
e feroci, dei quadri appesi, dei cimiteri
di camicie e sciarpe che in ogni stanza
io stessa ho seminato.

 

Ah, smetti sedia

Ah, smetti sedia di esser così sedia!
E voi, libri, non siate così libri!
Come le metti stanno, le giacche abbandonate.
Troppa materia, troppa identità.
Tutti padroni della propria forma.
Sono. Sono quel che sono. Solitari.
E io li vedo a uno a uno separati
e ferma anch’io faccio da piazzetta
a questi oggetti fermi, soli, raggelati.
Ci vuole molta ariosa tenerezza,
una fretta pietosa che muova e che confonda
queste forme padrone sempre uguali, perché
non è vero che si torna, non si ritorna
al ventre, si parte solamente,
si diventa singolari.

Fossano, 3 Dicembre 2009

(testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2009/2010

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