20 Febbraio 2010
Stella Morra

4. Il sacramento della sconfitta, e cioè abitare una fine

Commento a: Mc 14, 1-11; Sal 130


Premessa

Il titolo del percorso di quest’anno è: “Pregare il mondo abitato: il cosmo come sacramento”. L’idea centrale è data dalla parola Sacramento, ovvero ragionare sul fatto che ciò che ci accade, le persone, le cose, il mondo abitato, è un rimando a qualcosa d’altro, ma anche lo strumento, il luogo, la materia della vita credente.

Nella prima lectio di quest’anno dicevo che spesso siamo abituati a leggere la differenza tra credenti e non credenti in termini morali, si distinguono i credenti dai non credenti perché fanno o non fanno alcune cose, poi il risultato è una gran confusione. Il tema morale non fa la differenza, non sono più bravi i credenti o più bravi i non credenti, ma la domanda rimane aperta, allora che differenza c’è tra credenti e non credenti?

Ritorna la tentazione ottocentesca per cui essere credenti si distingue da un’attitudine devota, ovvero chi è credente vive come tutti gli altri, ma va a messa la Domenica. Ci sarebbero, banalizzando, alcune azioni tipicamente religiose come l’andare a messa, pregare, che attengono solo ai credenti, azioni che stanno in una bolla che non hanno rapporto con tutto il resto della vita.

Una delle logiche proposte dal Vangelo è che non e questa la differenza. La differenza passa attraverso alcuni atteggiamenti di fondo rispetto al mondo di cui poi non sempre i credenti sono all’altezza. Uno dei punti qualificanti dell’essere credenti è porsi di fronte alla propria vita e alla vita altrui, al mondo, alle cose che accadono, in un altro modo, con alcuni punti di forza rispetto ad altri, e quelli  fanno la differenza.

La logica che tutto ciò che accade non è mai solo ciò che è, ma è un sacramento, uno strumento, una porta: non guardare mai nessuna persona, nessun avvenimento nessuna realtà come chiusa in sé stessa. Questo atteggiamento è denso di conseguenze e non sempre siamo in grado di essere all’altezza di queste conseguenze. Se qualcuno ad esempio, mi manda al diavolo, non è facile ricordarsi che non finisce lì, che c’è qualcosa che va oltre, che è un sacramento, certe volte sento solo che mi manda al diavolo e io a mia volta lo mando a quel paese.

Queste opzioni di fondo non sono di ordine religioso, ma sono opzioni rispetto alla vita, alla realtà quindi dovremmo essere riconosciuti nel nostro essere credenti dalla nostra testimonianza, che spesso viene mal interpretata in dobbiamo parlare a tutti di Dio. Il problema è che dovremmo essere riconosciuti perché chi ci incontra dovrebbe prima o poi rendersi conto che abbiamo un atteggiamento rispetto alla vita di un certo genere, che ciò che organizza il nostro modo di vivere e di esistere è poggiato in un modo piuttosto che in un altro. L’atteggiamento verso la vita mia e degli altri è come un sacramento, come segno e strumento della grazia, una finestra che si apre oltre se stessi, come strumento della grazia, benedicente verso la vita.

Gli aspetti di questa questione sono molteplici, cercheremo di ricostruire la grammatica reale di come funziona questo, perché nelle mille questioni della vita non è così automatico riconoscere questa dinamica sacramentale.

La grammatica sacramentale come funziona? Immaginiamola come una lingua straniera, non è la nostra lingua istintiva. Nella nostra lingua istintiva siamo più legati alle cose come sono, se qualcuno mi tratta male, quello che io sento è che mi tratta male e basta, non mi viene istintivo chiedermi cosa questo mi apre, che cosa mi sta dicendo. Guardare il mondo con una logica di sacramentalità è come una lingua straniera che dobbiamo apprendere, e su cui bisogna esercitarsi perché le prime volte non viene bene, per avere la prontezza della misura della vita, cioè riconoscere la sacramentalità dell’esistenza, lì dove si offre e poterla effettivamente abitare bisogna fare esercizio. Questo dell’esercizio è il motivo per cui la Chiesa ci offre una struttura liturgica ripetitiva, in particolare con alcuni periodi, come quello in cui siamo, la Quaresima, e la Chiesa sa che ne abbiamo bisogno tutti gli anni, abbiamo bisogno continuamente di essere richiamati alle strutture fondamentali di questa lingua straniera.

Lavorando un po’ su questa grammatica della sacramentalità abbiamo letto il testo delle Beatitudini, Il sacramento della Meraviglia dove abbiamo visto che la logica sacramentale è una logica al contrario, è una logica apparentemente illogica. Cosa significa beati i poveri? Se io sono povero non mi sento beato proprio per niente, non mi viene questo automatismo, mi sento infelice, preoccupato… La logica delle Beatitudini è la grammatica fondamentale, dice che solo se il mondo funziona al contrario la logica sacramentale è evidente.

Nella seconda lectio abbiamo visto il testo del paralitico dove la questione è la fede degli altri che salva. Il sacramento della Libertà che implica il muoversi dentro le libertà di tutti, non tanto quanto io sono libero, quanto scelgo liberamente, la nostra libertà è solo un frammento in mezzo alle libertà di molti altri.

Il testo di oggi comprende i primi undici versetti del capitolo 14 di Marco e ha questo titolo un po’ inquietante “Il Sacramento della Sconfitta”.

Il passaggio successivo alla grammatica di fondo rovesciata e alla necessità di libertà in questa grammatica è: cosa succede se sbaglio, quanto mi costa? Soprattutto questa grammatica ci funziona un po’ meno di fronte alle difficoltà della vita, quando le cose non vanno come dovrebbero, quando le cose abitano una fine, quando facciamo l’esperienza di una perdita, di un fallimento, di un lutto, di qualcosa fuori dal nostro controllo. Il nostro sogno bambino sarebbe di avere una ricetta per eliminare semplicemente questa cosa, per fare in modo che la vita funzioni, e che tutto si compi secondo i nostri desideri, il piccolo particolare è che non è così, le cose spesso vanno come vanno, per la volontà di nessuno, a volte peggio per alcune volontà malvagie, mie o altrui.

Ragioniamo su questo testo in un tempo quaresimale. Nell’ottocento si è molto premuto su una quaresima cupa e triste, c’era una preoccupazione sul peccato molto pesante, attualmente lo stile è pensare la quaresima come un tempo di gioia, di grazia, ma allora perché è chiamata tempo di conversione? E da adulti davvero pensiamo che la conversione sia a costo zero? Quando si tratta di cambiare qualcosa nella mia vita c’è sempre un costo, grande o piccolo, e che a volte sono lieto di pagare perché non c’è mai un cambiamento solo felice. Ogni buona notizia porta sempre con sé un qualcosa che un po’ scombina perché la vita è così. La quaresima, da questo punto di vista non è né un tempo terribile, truce, né una passeggiatina allegra, è un tempo che ragiona sui costi, è un tempo realista, molto adulto. La quaresima ci dice che dobbiamo fare il conto con il negativo della nostra vita, e in questo è una dimensione penitenziale, bisogna decidere cosa è invecchiato, cosa buttare, dove fare spazio. Si fa i conti con il negativo della storia con un signore che ha pagato un caro prezzo alla nostra Salvezza, e dunque non si può sorridere. Si fa i conti con il negativo delle cose, dei progetti, di tutto ciò che ha a che fare con una fine e con un fine, di tutto ciò che non è eterno.

La quaresima è un bel tempo da questo punto di vista per ragionare sul negativo, sia per fare i conti   con questo Dio che ci ha dato una misura di eternità, ma anche dal punto di vista delle nostre storie, nella nostra esperienza questa misura di eternità non c’è ancora

Il testo

1 Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo. 2 Dicevano infatti: “Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo”.
3 Gesù si trovava a Betània nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo.
4 Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro: “Perché tutto questo spreco di olio profumato? 5 Si poteva benissimo vendere quest’olio a più di trecento denari e darli ai poveri!”. Ed erano infuriati contro di lei. 6 Allora Gesù disse: “Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona; 7 i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre. 8 Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9 In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto”. 10 Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù. 11 Quelli all’udirlo si rallegrarono e promisero di dargli denaro. Ed egli cercava l’occasione opportuna per consegnarlo.

Questo è un episodio strano, come già più volte detto in altro occasioni, c’è il versetto “In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto” ci dice benissimo qual è la potenza della rimozione di una religione tutta pensata al maschile perché è l’unico versetto dove si dice esplicitamente che c’è una memoria viva di una persona che è una donna ed è uno dei versetti meno citati e meno conosciuti. Uno dei primi testi di teologia femminista si intitola “In memoria di lei” e parte appunto dal commento di questo versetto dicendo non hanno potuto cancellarlo, ma la memoria di costei non è così potente.

Questo testo racconta un episodio chiaro e lineare. Gesù è minacciato, sta a casa di uno, c’è una donna che fa questo gesto strano, simbolico e Gesù prende l’occasione per dare un insegnamento. L’episodio è chiaro ma come al solito però il testo è molto costruito, richiede un’attenzione particolare per vedere la dinamica fino in fondo. La prima cosa che vorrei evidenziare è proprio la scansione. Il primo e il secondo versetto dicono che gli scribi e i farisei vogliono impadronirsi di Gesù. E’ utilizzato il verbo impadronirsi che è strano, anche nel testo greco, è un verbo che si usa per le cose, prendere nel senso di possedere. Vogliono impadronirsi di Gesù e attendono delle circostanze. Il testo poi si chiude con un versetto in cui si dice che Giuda voleva consegnare loro Gesù e cerca l’occasione. All’inizio e alla fine sono posti due elementi di possesso e di consegna e entrambe le volte connessi ad un tema di occasione, di circostanza, di momento favorevole, evidentemente questi due elementi ci dicono qualcosa su ciò che sta in mezzo. Al versetto 6, proprio al centro, Gesù parlando con i discepoli della donna dice “lasciatela stare”, in realtà nel testo originale è “lasciatela andare” l’esatto opposto di impadronirsi e consegnare. Questi elementi linguistici ci dicono che c’è un elemento di possesso, di governo, di relazione alle circostanze, alle occasioni, alla storia, al tempo, e in mezzo c’è un insegnamento che dice lascia andare.

Ora proviamo a ragionare versetto per versetto.

1Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi spesso il Vangelo inizia dei racconti collocandoli temporalmente in cui si dice che siamo nell’immediata vicinanza della grande festa della Pasqua per gli Ebrei. Il racconto evangelico colloca la morte di Gesù e la sua resurrezione nella Pasqua. I cadaveri non possono restare sulle croci per la Festa, ed è chiaro che c’è tutto un tema teologico: Gesù come nuovo agnello, come l’agnello che gli ebrei avevano sacrificato nella notte dell’Esodo, c’è anche il tema che Gesù è la Vera Pasqua, ovvero l’idea che questo passaggio che vuol dire Pasqua, non è più il passaggio materiale attraverso il Mar Rosso verso la Terra Promessa, ma rimane un passaggio.

La Festa della Resurrezione di Gesù anche noi la chiamiamo Pasqua, e che passaggio è? La risposta da catechismo è passaggio dalla morte alla vita di Gesù, ma così è la sua Pasqua e non la nostra. Dunque che passaggio è? Siamo nell’imminenza di un passaggio, e c’è un desiderio dei sacerdoti e degli scribi, un loro progetto, una loro volontà: “e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui”. Come tutte le volontà legate alle cose non sacramentali è una volontà di possesso, di padronanza, di governo: se le cose sono quelle che sono, basta volgerle a proprio favore, basta decidere, perché non hanno una vita propria, non hanno una cosa da dirmi, sono solo io che le uso.

Ogni lettura piatta dell’esistenza porta con sé, che si sappia o no, una volontà di governo. Ogni volta che ci piglia  l’ansia perché le cose ci sfuggono di mano stiamo vivendo un atteggiamento non sacramentale rispetto l’esistenza, cioè ogni volta che la nostra necessità di governare tutto quello che accade, di tenerlo sotto controllo è talmente forte che ci viene l’ansia vuol dire che stiamo cercando di impadronirci di un mondo che invece, noi lo crediamo, ha una parola da dirci ma per potercela dire va lasciato, non può essere totalmente governato, se no ci dirà solo quello che noi vogliamo sentirci dire.

con inganno, per ucciderlo. 2Dicevano infatti: “Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo”.

Il calcolo è realista. Le grandi occasioni di folla sono sempre pericolose, possono succedere strane cose, dunque non durante la Festa.   Lo faranno invece durante la Festa, ma la loro idea sarebbe cerchiamo l’occasione favorevole, perché anche quando cerchiamo di governare tutto non possiamo dimenticare che le circostanze esistono. Vedremo immediatamente dopo che questi due atteggiamenti, il governo e la ricerca dell’occasione favorevole, sono le due cose che la donna non fa, e che Gesù rimanda ai suoi discepoli come le due cose da non fare: bisogna sbagliare l’occasione e non governare.

Gesù si trovava a Betània”, nel Vangelo di Marco Betania è il luogo dell’amicizia “nella casa di Simone il lebbroso” quindi un luogo totalmente impuro“Mentre stava a mensa, giunse una donna” impura perché donna. I vangeli ci dicono che Gesù è in un luogo totalmente impuro ed è in una situazione pericolosa, lo vogliono uccidere, quindi non si posiziona in nessun luogo favorevole, sulla soglia della fine sta in un luogo di fine, i lebbrosi e le donne erano per gli ebrei, in modo diverso, degli esclusi.

“Con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore.” Il contenuto è di gran valore, ma anche il contenitore è di valore, la cosa più lussuosa che si potesse immaginare per quel contesto di margine, totalmente fuori posto. In bocca a questa donna non viene messa una parola, questa donna fa un gesto, non dice niente.

“Ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo”.

La reazione dei presenti è di sdegno, perché tutto questo spreco?
“Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro: «Perché tutto questo spreco di olio profumato?»”
Lo spreco è esattamente il contrario dell’impadronirsi. E’ un esercizio di lusso, non sappiamo se questa donna fosse ricca, ma è chiara che l’esperienza che fanno i discepoli è uno spreco, è un’esagerazione inutile, che è proprio il segno senza parole, senza spiegazioni, esattamente opposto dell’impadronirsi, del consegnare, del capitalizzare.

“Si poteva benissimo vendere quest’olio a più di trecento denari e darli ai poveri!”.

In questo darlo ai poveri c’è tutta l’ironia del Vangelo di Marco, chi sono i più religiosi i discepoli che si sdegnano o la donna? I discepoli non dicono che si poteva vendere per guadagnare denaro, hanno un motivo nobile, hanno ragione dal punto di vista della logica, si poteva fare con questo molto di bene, perché questo spreco?

6 Allora Gesù disse: “Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona;
8 Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura”.

In questo testo i discepoli vengono messi di fronte ad una fine e al fatto che la donna ha fatto quanto era in suo potere, addirittura ha anticipato la fine. Come si abita una fine? Non fuggendola, anticipandola e sprecando. Abitando il di più che non c’è, il lusso. Anche noi anticipiamo sempre le fini, con la paura, che non è data dalla realtà, ma da ciò che noi immaginiamo che potrebbe accadere.

La paura è un’anticipazione, quando siamo di fronte alla realtà possiamo avere dolore, fare fatica, essere arrabbiati, ma non avere paura, a quel punto siamo lì, quello si affronta.

Anticipare le fini con la paura è una logica di “impadronimento”, anticipiamo e abbiamo paura che questa fine ci espropri, ci costi troppo, ci faccia soffrire. Questa donna anticipa la fine di Gesù nella logica di uno spreco, di un lusso, addirittura rompe anche il vasetto, che non sia mai più usato, l’unguento è tutto versato, non ha paura, compie questo gesto simbolico di esagerazione. Ci sarebbe molto da chiedersi come e che cosa si può esagerare nella propria esperienza di negativo? Tutte le volte che stiamo male, per motivi reali o per motivi interiori, l’esperienza che facciamo è quella della chiusura a riccio, dell’appiattirsi sulla causa del dolore,del senso di sconfitta,di fallimento e di diventare sempre più schiacciati e identificati da questo. Qui ci viene detto che la sconfitta e il sacramento dello spreco e del lusso, di ciò che non è necessario, è il sacramento che apre una finestra sulla possibilità di vivere da ricchi e non da poveri, di spendere ciò che non si ha, quando veniamo privati di qualche cosa rilanciare più in alto. Traducendo questo in modo più concreto quando tutti i santi dicono che di fronte a chi ci fa del male dovremmo rispondere con il bene applicano questa logica: sono privato del bene che l’altro mi dovrebbe, e dunque offro il bene che non ho e che non ho ricevuto. L’esperienza di fine mi priva di essere capito e dunque io capisco il doppio. E’ molto semplice paradossalmente, tutta la storia nella santità nella chiesa mostra questo, diamo solo ciò di cui siamo stati privati, per questo noi diciamo non c’è resurrezione , vita piena senza morte di croce, non diamo ciò che possediamo, perché se facciamo così siamo dei farisei, siamo quelli che diamo il sovrappiù, diamo solo se siamo capaci di sprecare ciò di cui ci sentiamo privati. Gesù che dà la sua vita riceve dunque una vita nuova, accetta la sconfitta di una privazione rilancia moltiplicando con uno spreco.

Questa è una di quelle cose dell’esperienza cristiana che è talmente banale e semplice che non ci entra nella testa, che la capiscono per intuito i poveri, i bambini, i santi, la sconfitta è il sacramento di una logica esattamente contraria a quella che ci verrebbe istintiva, ciò di cui sono privato diventa la mia grande ricchezza e solo così si capisce il versetto 7

7 “I poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre”. In una logica terra, terra sembra una logica quasi egoistica, ma ciò che dice è che ogni fine va celebrata, perché noi siamo poveri, perché noi siamo sconfitti, non perché noi siamo ricchi, perché ci sarà sempre qualcuno che ci priva di qualcosa, perché la vita sempre ci porrà di fronte a un fallimento, a una sconfitta, ad una privazione e l’unico modo di abitare questa sconfitta è il lusso e lo spreco.

9 “In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto”.

Si capisce ancora un po’ meglio che non è solo per motivi femministi o antifemministi che la memoria di questa donna è dura da mantenere, perché senza una parola, che non consente strani ragionamenti, è una memoria molto semplice del gesto del lusso nella sconfitta, di chi sta per perdere il proprio maestro e dunque spreca, di Gesù che sta per offrire la propria vita, e dunque esagera, una logica al contrario dell’impadronirsi, e dell’usare le circostanze, ma è fuori tempo, non aspetta l’occasione, non si impadronisce, ma spende.

La conclusione è un po’ triste: 10 “Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù.

Di fronte alla durezza e alla radicalità di questo modo di abitare la sconfitta Giuda prende  la decisione, facciamone un martire tanto questo non cambia idea.

Giuda si pone nella logica iniziale, consegnare e aspettare l’occasione, mentre al centro sta il senso di anticipare l’occasione e non consegnare, ma spendere.

Potrebbe essere una buona riflessione per la Quaresima quella di chiedersi come abitiamo le nostre sconfitte, quale è lo spreco che potremo attuare, quale rialzo, quale capacità di offrire ciò di cui siamo privati.

Affianco a questo testo la proposta di leggere un salmo conosciutissimo che non a caso si legge durante la liturgia delle esequie, il De Profundis, che dice con il linguaggio proprio dei salmi la stessa questione:

SALMO 129 (130)

Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia preghiera.

Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi potrà sussistere?
Ma presso di te è il perdono:
e avremo il tuo timore.
Io spero nel Signore,
l’anima mia spera nella sua parola.

L’anima mia attende il Signore
più che le sentinelle l’aurora.
Israele attenda il Signore,
perché presso il Signore è la misericordia
e grande presso di lui la redenzione.
Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.

Il salmista ci dice che da questo luogo di sconfitta, dal profondo, il minimo rilancio che si può fare,  quando non si può fare altro,  è il rilancio della speranza, non perdere la speranza, e che questa sia ascoltata, rivolta agli orecchi attenti del Signore, l’anima mia attende il Signore più che le sentinelle il mattino. Questa è la forma primaria della situazione, ciò che prima di tutto ogni dolore, ogni fatica, ogni sconfitta ci priva è la capacità di progettare ancora, di sperare, se non altro di pensare prima o poi finirà. In questo senso la speranza è il primo rilancio possibile, essere sicuri che ci sarà un’aurora, che ogni dolore finisce, che ogni sconfitta finisce. La fiducia in questo è il livello su cui cominciare a imparare la grammatica di abitare ogni sconfitta rilanciando ciò di cui esattamente sono stato privato

Fossano, 20 Febbraio 2010

(testo non rivisto dal relatore)

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