17 Novembre 2012
Stella Morra

2. L’unico segno atteso

Commento a: Is 7, 10-17


Premessa

Riprendiamo il nostro percorso sui “Segni dei tempi”, che è stato inserito sotto il versetto di Matteo: “Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i Segni dei Tempi.

Un passo dopo l’altro riusciamo a coglierne la complessità, insieme alla ricchezza. Noi abbiamo l’idea che un segno per essere tale debba essere chiaro. Esso è legato all’idea di segnale. Quello che invece vedremo è, che l’esperienza dell’interpretare i “Segni dei Tempi”, all’interno della storia di Dio con gli umani, è, come tutte le esperienze relazionali, un’esperienza carica di pluralità di significati. I segni in una relazione non sono mai dei segnali: sono il passaggio in una storia e come tali sono utilizzabili in maniera diversa e comprensibili a livelli diversi.

Il primo testo su cui abbiamo ragionato la volta scorsa, era quello di Siracide 42,15-25. La riflessione concentrata nell’ultimo versetto diceva: “Tutte le cose stanno a due a due, una di fronte all’altra”.

Il principio della relazionalità pensa che la vita, le storie, le persone siano un’esperienza profonda di relazione: si legge, si decide, si sceglie, si orienta, si governa soltanto nella misura in cui li si vive come una relazione. Non c’è niente nella vita comune che sia solo mio, che inizia e finisce in me. Credo che sia una delle questioni più difficili da comprendere, perché va contro la nostra logica istintiva, che è quella basata sul principio del dire “Io”. Da bambini lo esprimiamo in modo plateale: “Tutto è mio e gli altri non esistono!”.

Un esempio pertinente è il rapporto con i figli. Essi sono completamente autonomi e i genitori non hanno nessuna garanzia che ciò che fanno per aiutarli e indirizzarli, dia loro dei risultati certi. I figli hanno una loro libertà e contemporaneamente non sarebbero quello che sono senza i genitori, che a loro volta non sarebbero quello che sono senza i figli. Un esercizio difficile è vedere un figlio per quello che è, poiché è difficile distinguere i segni e, in genere nei passaggi difficili, i genitori si accorgono per ultimi dell’avvenuto cambiamento.

Questo è il punto di partenza. Per i credenti non è indifferente, perché significa che Dio ci ha creati. Siamo creature, ciò indica che la nostra struttura è relazionale, che non è autosufficiente. Vuol dire che se non dentro una relazione, io non capisco nulla di me. Quello che i medioevali ci hanno detto quando affermavano che “Dio è Creatore e noi siamo creature. L’unico che sa e agisce per sé in sé, è Dio! Tutti gli altri, essendo creature, sono una parte. Non sono il tutto. Dunque possono solo vivere in un tessuto di relazioni. Dio Creatore è tutto, ma ha voluto sottoporre se stesso alla nostra medesima legge, per cui è un Dio uno e trino. È un Dio in cui la relazione è dentro al suo essere uno, e per ciò abbiamo sempre detto che Gesù è la parola. È questo il segno che Dio lancia fuori di sé verso di noi che siamo il suo esterno, perché così possiamo entrare in dialogo con lui. È questa la grande cornice della logica dei segni.

Se noi tenessimo davvero in conto che “Io” è un’esperienza relazionale non avremmo tutte le colpe, le responsabilità del mondo e non sentiremmo tutti i doveri del mondo. Queste sono cose che spettano a Dio e noi ne avremo una parte.

Il testo di oggi, così come quello della prossima volta, sono testi tratti dal libro di Isaia che ci introducono nell’esperienza dei segni, perché Isaia è un profeta. I profeti nella cultura del Primo Testamento, del mondo ebraico, non sono quelli che guardano nella sfera di cristallo e ci dicono del futuro. Sono gli interpreti dei segni e in questo senso sono visionari.

In ebraico sono coloro che vedono, sono quelli che riconoscono. Le loro profezie sono “simpatiche”; come i professori con gli studenti, che al mese di marzo hanno molti quattro e li avvisano: “Se continuate così sarete bocciati!”. Non è una profezia: è prendere atto della situazione in rapporto alle attese che ci sono sul loro studio, riguarda il futuro come un’interpretazione del presente. Un insegnante è un veggente nella misura in cui vede e possiede gli elementi: voti, conosce il consiglio di classe, sa fino a che punto quell’alunno può tirare la corda. Un genitore, parla con gli insegnanti, perché non ha tutti gli elementi: non lo vede che dal di fuori e non sa quantificare quanto è richiesto a quel ragazzo etc.

Oggi, abbiamo la mania di investire tutti della stessa responsabilità. La scuola si aspetta che la famiglia si faccia carico di tutto, ma non è in grado di farsi carico di ciò che la scuola dovrebbe fare. Lo stesso vale per il catechismo: l’educazione cristiana dei figli spetta alla famiglia, quindi devono impegnarsi i genitori rispetto ad esso. C’è il mito del coinvolgimento di tutti su tutto. I cittadini devono controllare la politica? No! La politica è nata per controllare l’andamento della “cosa comune”. Se noi, come cittadini, dobbiamo controllare la politica, facciamo a meno della politica stessa. Evitiamo un passaggio: torniamo alla democrazia diretta, si decide per centurie, e quelli che sbagliano li impicchiamo! Di per sé, la politica, nasce perché i cittadini possano delegare qualcosa, poiché è impossibile controllare tutto! Se mi chiedono come funziona il bilancio dello stato io non lo so!

È sottesa, una logica della colpa, riferita a coloro che non sono coinvolti abbastanza. Essa è figlia della logica del non riconoscersi come creature. Non abbiamo più profeti, perché non siamo più disponibili a riconoscere a qualcuno la capacità di vedere quello che gli altri non sanno vedere. Nella scrittura della storia di Israele accade periodicamente. Ci sono testi che dicono “la parola era scarsa in quei giorni e la profezia era muta”. Nessuno di noi, né per sé, né per gli altri è capace di vedere.

Isaia è un profeta in un momento di confusione come il nostro. É un tempo per Israele difficilissimo e il libro di Isaia riporta che Isaia è diventato così importante che sotto il suo nome sono stati raggruppati tre libri diversi dei segni dei tempi.

Nella Bibbia di Gerusalemme, dal I al II Isaia, si parla che sotto questo nome potente sono state raccolte fasi diverse di riletture della storia e, in generale, per comprendere i testi dei profeti, bisogna capire qual è la storia che abbiamo di fronte e in che momento siamo.

In particolare, oggi ci occupiamo del capitolo 7 di Isaia che fa parte del I Isaia e di un gruppo di capitoli chiamati Il libro dell’Emmanuele.

Qual è la questione storica? L’ambientazione del testo che leggiamo è del 730 a.C., un momento difficilissimo per la storia di Israele. Prima della discesa in Egitto, non esisteva come popolo. Le tribù storicamente si uniscono uscendo dall’Egitto in varie ondate intorno ad una questione sostanzialmente religiosa che è l’alleanza del Sinai. Si riconoscono come un popolo intorno ai dieci comandamenti. Entrano nella terra di Canaan, terra dove scorre “latte e miele”. Fanno l’esperienza di uscire dalla schiavitù, arrivando in una terra che altri hanno coltivato. Uccidono e cacciano gli abitanti locali e raccolgono i frutti di ciò che non hanno seminato, si stabilizzano e, come accade solitamente, si lasciano andare, perché è finito il tempo del deserto e della fatica, anche storicamente. L’organizzazione, che hanno all’inizio è quella dei giudici, diretta per tribù. Nasce poi la monarchia e infine ci sono le due grandi figure di Davide e Salomone; re sapienti, saggi, giusti, buoni e onesti. Come noi, dopo Davide e Salomone, vengono “Fiorito” e tutti gli altri, cioè quelli un po’ meno saggi, un po’ meno buoni, un po’ “tangentari”. Finiscono i semi-dei ed inizia la normalità.

In questi anni c’è una questione che sta a cuore a Israele: quella della discendenza di Davide. Poiché egli è il re buono per eccellenza, giusto e fedele a Dio (anche se la Bibbia ci racconta che un po’ di sbagli li ha commessi pure lui), è importante che sia garantita la sua discendenza. Nella profezie di Natale si dice che “un germoglio spunterà dal tronco di Jesse”, il quale era il padre di Davide. A lui si attribuisce la discendenza davidica. Quando si legge la genealogia si scopre che non c’è questa discendenza, poiché essa viene descritta in maniera patrilineare.

Giuseppe, il cui DNA non ha nessuna parentela con quello di Gesù, e Maria avendo concepito Gesù per lo Spirito Santo e, non essendo di discendenza davidica; si riesce ad arrivare comunque, attraverso Giuseppe alla discendenza di Davide, per poter dire che Gesù è l’ultimo di una catena di re giusti.

Che cosa sta accadendo in questo periodo (cfr. 2Re 16 e 2Cr 28) in cui si ambienta il testo e in cui il re Acaz è discendente di Davide?

C’è una congiura nella quale una meravigliosa regina, decide di far uccidere tutti i maschi della famiglia, compresi i suoi figli (una personcina dabbene!), per eliminare la discendenza davidica e passare il regno alla sua famiglia di origine, che era di un’altra tribù. Il più piccolo viene nascosto come Giuseppe e viene messo sul trono da bambino. In questo caos Acaz vuol accordarsi con gli Assiri, un popolo pagano, per farsi difendere contro la congiura interna. Ha già deciso di rivolgersi all’esterno per farsi difendere.

In tale orizzonte Isaia fa una profezia semplice: “Se fate così, finirete in mano alle potenze più grandi di voi che vi circondano”. Per il profeta è molto chiaro: è un regno piccolo, se si divide al suo interno e chiede aiuto ai vicini, fornisce a questi l’opportunità di venire a conquistarli; che è ciò che accadrà. Il regno si spezzerà in due, gli Assiri chiamati da Acaz non arriveranno a causa di Acaz. Sotto i colpi degli Assiri cadrà Samaria, capitale del Regno del Nord, e così via.

Questo quadro è simile al nostro tempo: anche oggi la confusione regna sovrana.

Il testo

10Il Signore parlò ancora ad Acaz: 11«Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto». 12Ma Acaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». 13Allora Isaia disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? 14Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele. 15Egli mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene. 16Poiché prima ancora che il bimbo impari a rigettare il male e a scegliere il bene, sarà abbandonata la terra di cui temi i due re. 17Il Signore manderà su di te, sul tuo popolo e sulla casa di tuo padre giorni quali non vennero da quando Èfraim si staccò da Giuda: manderà il re d’Assiria».

Il testo è strano perché in una situazione così confusa non si comprende chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Il nostro sogno permanente è che la storia sia una “lotta tra cowboy e indiani” in cui possibilmente i primi siano belli, bravi e simpatici; mentre si capisca fin dalla prima inquadratura che gli indiani sono brutti, antipatici e destinati a perdere. Una riduzione della storia in ricette chiare non esiste.

Questo è un testo che mi fa compagnia, perché ci sono dei dialoghi assurdi; in cui tentiamo di ricostruire dei segni e dove ognuno si aggrappa ad un pezzo dell’interpretazione, che gli sembra positiva.

Ci sono espressioni ambigue: “Il Signore parlò ancora ad Acaz, chiedi per te ancora un segno dal Signore tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto”.

Ci sono qui almeno due questioni che non tornano:

1) se il Signore parla, e parla chiaro, che bisogno c’è di un segno? Il segno aumenta solo la confusione. Noi ragioniamo sempre dicendo: “Cerco un segno per capire cosa Dio vuole”;

2) “dal profondo degli inferi oppure dall’alto”. L’alto è buono, luogo di Dio; gli inferi sono spregevoli, luogo del Demonio. Come sarebbe che un segno mi proviene dagli inferi? Già solo queste due ambiguità sono pesanti. Che rapporto c’è fra segno e parola? Noi ci aspettiamo che la parola sia sempre univoca e il segno ambiguo. Ritenere il segno ambiguo, suppone pensare che l’unicità sia un guadagno e l’ambiguità una perdita. La logica della storia di Dio è il contrario: l’ambiguità è un guadagno e l’univocità è una perdita perché divide. L’ambiguità crea storia da tempo, perché se ti dico: “O bianco o nero”, hai solo due possibilità di espressione e non si può cambiare idea.

Nei tempi di transizione l’ambiguità è un guadagno, ma spesso abbiamo nostalgia di dire se una cosa è giusta o sbagliata su noi o su gli altri. Certe volte le cose non sono né giuste né sbagliate, o meglio: non si sa se sono giuste o sbagliate, poiché le cose sono appena iniziate e non ci sono tutti gli elementi possibili. I tratti del carattere di un figlio non sono né giusti né sbagliati, ma bisogna vedere come procedono, che cosa diventano. Spesso in ciascuno di noi, il nostro peggior difetto è anche la nostra miglio virtù. Essere testardi è un brutto difetto, ma è anche la possibilità di lottare per ciò che si ama e non accettare di mollare alla prima difficoltà.

Da questo punto di vista l’ambiguità del segno da chiedere, in un tempo di transizione, è fondamentale. Bisogna chiedere segni con chiarezza! Invocare direzioni, tempo. La cosa che chiedo nella preghiera è tempo e non solo per me, ma il tempo di capire dove collocarmi. Il tempo di lasciare che alcuni desideri crescano, per sapere se sono veri oppure no. Il segno è ambiguo, non posso sapere se viene da Dio o da altrove; se viene per il bene o per il male.

Fino a che il segno non ha mostrato la sua storia, Acaz dice: “Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore”. Questa è la risposta di Acaz, del quale non si sa bene se è santo o no, nel senso che lui, nel frattempo, si era riparato le spalle chiedendo aiuto all’Assiria, e può permettersi di “fare il furbo” con Isaia.

Questa posizione, apparentemente devota, è molto atea, poiché è di colui che si garantisce da sé. Ci siamo passati tutti in quell’esperienza: ci sono cose che non vogliamo sapere e di cui non chiediamo segni. A volte è pesante chiedere un segno: significa aprire una storia, interpretazione, tempo da investire; e dall’altra, significa non garantirmi, ma mettermi nelle tue mani.

E allora Isaia dice: “Non vi basta stancare gli uomini perché vogliate ora stancare anche il mio Dio”. È interessante perché la categoria corrispondente a questo tempo di transizione, di confusione e di esercizio delicato rispetto ai segni, è la stanchezza. I segni stancano, l’ambiguità è un valore. Per questo abbiamo tutti nostalgia di chiarezza. Spesso l’antico testamento attribuisce a Dio capacità e limiti totalmente umani. La commozione, l’ira, la gelosia anche la stanchezza; anche Dio si stanca.

Di Gesù Cristo sappiamo che non si è stancato del mondo, ma che anche Dio si stanca. Mi consola perché forse intuisce quanto sono stanca io.

Poi viene il famoso versetto: “Pertanto il Signore stesso vi darà un segno; ecco la vergine concepirà, partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele.

Matteo quando parla di Gesù va a prendere nella Scrittura il versetto e lo mette attorno a Gesù. La logica non è quella della previsione magica.

Il termine “vergine”, in ebraico è “giovane donna” ed è il termine che ha lo stesso significato di madamin in piemontese, cioè per indicare le signore non ancora sposate o appena sposate. Il matrimonio non era il discrimine dell’esistenza, ma i dialetti e le lingue antiche avevano una parola per indicare una certa fascia di età e di esperienza rispetto allo stare al mondo. C’era un’altra fascia di età, legata alla nascita dei figli che non era più “giovane signora”.

Noi abbiamo più linee diritte: prima del matrimonio legale, ci sono le signorine e dopo le signore. Esistono delle leggi che raggruppano tutte le donne come signore, ma perdiamo il senso di una distinzione più vitale.

In ebraico abbiamo una parola che indica la condizione di una giovane donna, la quale può essere sposata o no, cioè in una condizione giovane rispetto all’esistenza.

Quando la Bibbia viene tradotta dai settanta in greco, i greci si trovano a dover cercare una parola corrispondente. La traducono con “vergine”, che sarebbe prima del matrimonio. Questa parola ha assunto molto valore nel corso della storia, legata strettamente all’atto sessuale e successivamente, connessa alla profezia su Gesù, è diventata la Vergine. Su questo tema c’è una polemica infinita di coloro, dai protestanti in poi, che dibattono sulla figura di Maria Vergine e si rifanno ad un errore di traduzione.

Il Signore stesso vi darà un segno”.

È la donna che ha ancora un rapporto iniziale con l’esistenza e deve concepire e partorire un figlio, ovvero deve vivere il passaggio dal rapporto iniziale con l’esistenza ad uno più adulto.

E lo chiamerà Emmanuele, Dio con noi.

Il Signore smette di parlare e dà un segno. Di fronte alla stanchezza rialza il livello di ambiguità: anche Dio si stanca ed è meno chiaro. Forse l’oscurità e l’ambiguità nella quale viviamo, è dovuta al fatto che Dio ha alzato la posta e ci sta offrendo di più e meglio. Nel tempo dell’ambiguità, l’unico segno davvero atteso, il luogo dove Dio ha rialzato la posta, fino al luogo più alto, è nel darci suo Figlio.

“La Vergine concepirà e partorirà un figlio”, cioè il Signore che dà la vita attraverso gli umani, non è un segno della natura. Ad esempio: “Il vulcano sparerà lapilli” o nei racconti dei Chassidim: “Questi alberi si sradicheranno, si pianteranno da soli quattrocento piedi più in su”, “Il fiume comincerà a scorrere al contrario”.

Il segno che viene dato è una vita che immatura si compie. Le nostre vite immature si compiono laddove sono il segno in cui Dio rialza la posta.

L’interpretazione cristologica ci indica che, Maria, in quanto madre di Gesù, è figura di tutti i credenti. La sua vita incompiuta rispetto all’esistenza con il Signore e Dio, si compie nel gioco di relazione con Dio. Maria, non fa altro che fare ciò che ad ogni credente è richiesto: generare Dio per il mondo.

Infine, partorire un figlio e dargli un nome è un segno grande; mette in opera un’altra relazione, un’altra libertà di fronte a sé, che è parte di lei. Nasce da lei che, non è sé se non da lei, ma contemporaneamente possiede la sua autonomia.

La grande opera che compie la vita è creare una relazione nella sua libertà e dunque essa ha un nome: “Dio con noi. C’è il tocco creativo di Dio, che consente tale libertà. È il grande segno, l’unico segno atteso: è il segno della libertà dell’altro generata.

“Egli mangerà panna e miele”. Dal deserto, si arriva nel paese dove si mangia latte e miele. Sono cibi dei nomadi, non è solo il segno del dolce e del buono, ma di chi non coltiva, perché non ha una propria terra come il nomade. Sono cibi non raccolti: della strada, non del possesso. Prima che si distingua il bene e il male, questa libertà generata sarà però abbandonata.

“L’unico segno atteso” (che dà il titolo di questa Lectio), è Gesù, e ben lo comprende Matteo. Nella mia vita, cosa mi dice che il segno è Gesù? “L’unico segno atteso”, è questa capacità di concepire le nostre vite immature, generando la libertà altrui, che è ciò che Dio fa per primo per noi. Questa è l’unica cosa da vedere. Non chi è giusto, chi è sbagliato, cosa devo fare, cosa non devo fare; ma come la mia vita incompiuta può compiersi: non nel coltivare se stessa, ma nel generare la libertà degli altri.

Fossano, 17 novembre 2012

(testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2012/2013

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