9 Febbraio 2013
Stella Morra

4. Segni drammatici e vigilanza

Commento a: Mt 24, 29-44


Premessa

Il mese scorso non ci siamo visti per via del convegno sul Concilio Vaticano II, è stata una bella esperienza anche dal punto di vista della riflessione sul tema di cui ci stiamo occupando nelle lectio di quest’anno, che è il tema della lettura dei segni dei tempi. Io credo che soprattutto in momenti come questi abbiamo sempre più bisogno di capire, di avere qualche criterio per capire o spiegarci ciò che ci accade, per essere in grado di valutarlo, perché facciamo tutti sempre più l’esperienza di non sapere bene cosa pensare, di avere nostalgia di un’opinione forte e decisa e soprattutto chiara e non riuscire invece mai a capire fino in fondo e di fare l’esperienza che le cose accadono molto al di là di noi e di non avere criteri, soprattutto  criteri che siano un po’ condivisibili, di essere in grado di spiegare ad un altro perché interpreto così un’esperienza. Il disorientamento, che questi tempi ci stanno imponendo, credo sia una delle nostre grandi fatiche a livello individuale, ma anche comune, politico, culturale, di transito della situazione in cui siamo. Come credenti, da questo punto di vista, o come gente che interroga la scrittura, ci siamo avvicinati al tema dei segni dei tempi con una convinzione profonda, che Dio parla e non smette di parlare, di come Dio ha parlato nella scrittura e che parla anche in questi tempi di transito, di confusione, di difficoltà di interpretazione, e, soprattutto, che questo suo parlare è un qualche cosa che va recepito. Escluso i casi in cui si apre il cielo ed appare una scritta  “sono Dio adesso vi parlo”, caso che recentemente non si è più dato, oppure con strane visioni individuali che ci fanno un po’ impressione, perché ci sembra sempre strano che uno abbia capito tutto, esclusi questi casi limite, l’idea che Dio continua a parlare è un’idea che chi è di fronte alla scrittura non può abbandonare. Si tratta di riconoscere i segni dei tempi esattamente come nei rapporti con le persone riconosciamo i segnali.

Da adulti, abbandonata la fase adolescenziale in cui uno crede che possa e basta dirsi le cose perché l’altro le capisca, uno sa che le parole hanno un peso, sono importanti, che bisogna cercarle e dirle, ma sa anche che bisogna scrutare dei segnali, per capire le stesse parole, perché le parole abbiano un loro contesto, una loro atmosfera, se no si rischia di essere presi alla sprovvista e non capire cosa un altro ci dice, ad esempio se ci dice che è un anno che pensa questa cosa, ma a noi era completamente sfuggito questo passaggio. Allo stesso modo Dio parla nella storia, parla attraverso dei segni e i segni vanno interpretati. Questo è lo scenario generale e il Convegno da questo punto di vista è stato molto bello perché ci ha aiutato a riparlarci di alcune questioni, di ritrovare un luogo in cui dirci delle cose, provando quasi a ritrovare un alfabeto base di un dialogo, in cui tutti rischiamo di essere inconsciamente un po’ sfiduciati e invece rimettere in moto una possibilità di un segno in un luogo dove parlare e ascoltarsi. Questo non necessariamente risolve, ma parlare ed ascoltarsi è già una possibilità di soluzione, è già parte di un percorso condiviso. Questo è stato il segno del Convegno.

Richiamo brevemente i temi delle lectio precedenti. Il primo era il testo del Siracide in cui si diceva che è nella natura delle cose essere a due a due. Solo in una relazione le cose si spiegano, una cosa da sola non sta in piedi sostanzialmente. Il punto di partenza che la scrittura ci dava in un libro come quello della Sapienza, che raccoglie il sapere umano, una sorta di filosofia di base, spicciola, una filosofia della vita quotidiana, come il libro dei proverbi e di tutti i libri sapienziali, in cui si raccoglie il buon senso elaborato del tempo. Il punto di partenza che ci viene dato è che nè le cose, nè le persone da sole si capiscono. Come dicevo prima, parlarsi è parte della soluzione, non è la soluzione, ma mettersi uno di fronte all’altro, in un atto di fiducia rispetto alla vita, è significativo. Questa struttura di relazionalità è la struttura base per capire che cosa succede, ma senza quel tessuto, senza quell’essere a due a due, non si capisce niente. Le cose si capiscono confrontandole, le persone si capiscono confrontandosi.

Il secondo tema con i due brani di Isaia, da una parte le promesse messianiche e dall’altra la questione dell’unico segno, dell’attesa: “la vergine concepirà un figlio”. Questi due brani in qualche modo ci dicevano il bello e il buono possibile, ovvero che spesso siamo tentati di dire che in fondo è importante saper imparare anche dalle cose più faticose, sperare, riconoscere il buono in tutto ciò che accade. A me fa venire in mente la storia della volpe e l’uva, una sorta di piccola alienazione che ci giochiamo tutti, ed indispensabile per vivere, che ci fa dire “mi sono pestato un piede, però se non mi prestavo un piede non mi sarei fermato e pensa cosa sarebbe successo…” E invece no, se non mi prestavo il piede stavo meglio. È vero che la vita è fatta di bene e di male. Ci sono tempi belli e tempi brutti, esperienze piacevoli ed esperienze tristi, e un adulto sa che in qualche modo deve stare in piedi sia nelle esperienze belle, sia nelle esperienze brutte, il più che gli riesce. Inoltre, se capita che impari qualcosa, va meglio. Tutto ciò mi sembra una teoria un po’ strampalata e quindi, dopo aver visto lo scenario delle cose belle, quando ho fatto il programma, mi sono messa in una difficoltà, leggere ora un testo che parla di cose brutte, bruttissime, perché tratto dai due capitoli 24-25 del Vangelo di Matteo, che sono i due brani apocalittici, sulla fine del mondo, spesso citati dei testimoni di Geova o da altre sette di vario tipo. L’altro giorno ho incontrato una persona di una setta che non sapevo neppure esistesse, si chiamano i Gedeoni, e mi ha fatto tutta una lunga spiegazione su questi due capitoli ed ho pensato che veniva di aiuto, perché è chiaro che tutte le strutture settarie vanno a nozze con questi capitoli apocalittici.

Perché dico che mi metto da sola su una cosa difficile? Perché una delle tendenze attuali è far finta che questi capitoli non ci siano, facciamo fatica a spiegarli, le immagini sono truculente, però ritengo che dobbiamo guardarle, metterci di fronte e non far finta di niente, avere il coraggio di guardare i segni negativi. Proprio in un tempo storico come quello che stiamo vivendo, forse. è il momento di imparare a riconoscere di che cosa è segno il negativo. Un esempio che faccio spesso è che quando pensiamo a Gesù risorto pensiamo che sia una specie di soluzione “Gesù risorto ha vinto la morte”, e allora andiamo a cercare i segni di Gesù risorto come la carità, però di per sé il primo grande segno che Vangeli incontrano alla resurrezione è una tomba vuota, che non è una soluzione, ma un problema in più. Quello che gli apostoli sperimentano è “chi è che si è preso il corpo di Gesù”, poi ci sono gli angeli che dicono che “non è qui  è risorto ”, ed essi non capiscono che cosa sta succedendo. Forse nella nostra vita il segno della resurrezione è la confusione, quando non capisco bene cosa sta succedendo. Dobbiamo quindi entrare in una logica in cui non dobbiamo identificare il bene, il buono, il bello, con la soluzione, che è la questione della nostra cultura: per noi è buono e bello ciò che risolve, ed è male e brutto ciò che è un problema, un percorso faticoso. Questo modo di pensare crea molti problemi al Cristianesimo, perché il Cristianesimo non è tecnologico, il suo problema non sono le soluzioni, ma i percorsi. La questione non è cosa divento, ma come faccio a diventarlo, perché cosa divento per i credenti è nelle mani di Dio. Cosa divento? Figlio di Dio, lo sono già. Il risultato già dato, ma come faccio a diventarlo, questo fa la differenza nella mia vita. I segni negativi da questo punto di vista bisogna anche guardarli in faccia, provare a capire che cosa ci dicono. Vi raccomanderei, se la lectio di oggi vi intriga, di leggere per intero, quando avete un attimo di pazienza, i capitoli 24 e 25 di Matteo. Noi oggi ci occuperemo di pochi versetti, il capitolo 24 dal versetto 29 al 44, ma questi due capitoli chiamati il discorso escatologico sono un tutt’uno, con una chiave di lettura poi, si possono leggere tutti di fila e si possono sentire anche altre cose.

Introduzione al testo

Prima di leggere il testo voglio fare una piccola introduzione sul Vangelo di Matteo: come sapete, la comunità di provenienza di Matteo è di origine ebraica, mentre ad esempio Luca scrive per una comunità di provenienza pagana. La comunità di Matteo, essendo di origine ebraica, ha una buona conoscenza della Legge, dei profeti, di tutto ciò che è stato prima, per cui spesso Matteo confronta con la legge antica, ad esempio: “vi è stato detto, ma io vi dico …”, perché ha degli interlocutori che hanno ben presente la legge antica e si chiedono se Gesù dica un’altra cosa, si chiedono se devono credere a una cosa diversa, oppure è la stessa cosa detta in un altro modo? Per questo Matteo assume i generi tipici della scrittura di spiegare gli esempi, lo stile linguistico tipico del mondo ebraico. Negli anni a cavallo della vita di Gesù e della stesura dei Vangeli il genere letterario dominante, era il genere apocalittico perché vivevano in un grande tempo di transizione. Questo genere di scrittura era della serie “adesso arrivano i nostri”, esattamente come nei telefilm americani la battaglia tra indiani e cowboy, ormai i cowboy stanno perdendo, non hanno neanche più pallottole, ma ecco che arrivano i nostri, arriva il VII cavalleggeri che risolve tutto. Questa più o meno è l’idea del genere apocalittico.

Apocalisse vuol dire rivelazione, manifestazione, non in senso esoterico di rivelare un segreto, ma proprio nel senso di “arrivano i nostri”, ovvero si vede chi vince. Non ho fatto a caso l’esempio del telefilm perché il genere apocalittico, soprattutto nel medioevo, è stato male interpretato. Oggi per noi è molto chiaro perché funziona come nei film, voglio dire che il problema non è ogni singolo pezzo, ma l’effetto generale, nessuno di noi, che non faccia di mestiere il regista, è in grado di descrivere di una scena di un film ogni singolo particolare, come l’inquadratura, il tipo di luce, il tipo di ripresa, eccetera. Se non siamo del mestiere non lo sappiamo, ma ognuno di noi capisce al primo colpo se la scena è romantica oppure è un horror, riconosciamo immediatamente l’effetto, ovvero se quella scena deve farmi paura oppure se mi coinvolge e tocca le mie corde sentimentali. Un tecnico vi direbbe che per fare una scena sentimentale bisogna usare un certo tipo di luce, un certo tipo di ripresa, mentre per fare un horror bisogna fare altre cose. Noi non lo sappiamo ma guardando un film non c’interessa sapere il tipo di inquadratura, il tipo di luce, quello che noi ci gustiamo del film è l’effetto generale. Cosa succede nel genere letterario apocalittico? La nostra tentazione è quella di analizzare il tipo di luce, l’inquadratura, ad esempio c’è scritto che cadranno un terzo delle stelle, cosa significa? Perché c’è scritto un terzo e non tutte? Facciamo un’analisi tecnica e ci perdiamo l’effetto generale. Matteo non aveva nessun interesse nel darci delle notazioni tecniche, stava costruendo una scena, come i bambini quando dicono facciamo finta che io ero… e cominciano un racconto di gioco e tu hai due possibilità: o rimani fuori e dici ma i cowboy non portano l’orologio, e rovini il gioco, oppure ci caschi dentro e ci possono essere delle imperfezioni, personaggi che non hanno senso, ma chi se ne frega, perché caschi nell’atmosfera. Il genere apocalittico mira alla costruzione di un’atmosfera, mettersi ad analizzare le singole parti vuol dire trasformare un film in una collezione di fotogrammi, utili per un tecnico, ma assolutamente inutili per uno spettatore. Cercare la spiegazione di ogni singola immagine è una follia, uccide il tono, il tema, l’atmosfera. Tutto ciò non vuol dire che il genere apocalittico è finto, ma dice una verità fondamentale: che con la creazione di quell’atmosfera ci dice che ogni cambiamento ha un costo, che ogni cambiamento è una battaglia. Gli esegeti, infatti, chiamano il genere apocalittico, genere agonico, da agone battaglia, il genere della battaglia. Il genere apocalittico ci dice che non si sa se soffrire fa crescere, ma è sicuro che crescere fa soffrire. La storia che cambia, i tempi di transizione, il mutamento ha un costo e il costo è una battaglia, è sempre qualcosa in cui ti devi mettere in gioco, e non solo, è una battaglia in cui tu non hai tutte le carte in mano, cioè non dipende totalmente da te. Nei racconti apocalittici c’è sempre un giudizio molto chiaro, quali sono i cattivi e quali sono quelli che si salvano, ma poi ci sono degli eventi cosiddetti cosmici, terremoti, maremoti, stelle che cadono, cieli che si squarciano. Per i popoli antichi le potenze della natura erano l’indominabile per eccellenza, la cosa su cui io non ci posso far niente, non ho nessun modo per difendermi, in un mondo antico. È chiaro quindi che l’apocalisse ci dice che c’è tutta una parte di mutazione che non dipende dalle nostre scelte, che non possiamo governare: c’è una mutazione che ha le sue leggi, c’è un mondo che cambia, c’è un tempo che cambia. Noi, da questo punto di vista, siamo nella condizione ideale per leggere il genere apocalittico, cioè siamo di fronte ad una grande mutazione, di cui abbiamo la sensazione che l’85% non dipende da noi e in cui siamo tentati di esprimere un giudizio e di dire chi sono i buoni, chi sono i cattivi, salvo cambiare idea subito dopo e chiedere che qualcuno ci dica chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Non si sa se soffrire fa crescere, ma sicuramente crescere fa soffrire, dunque in ogni mutazione, c’è un prezzo da pagare, una battaglia da compiere: se qualcuno mi dice quali sono gli eserciti e che battaglia si sta combattendo, posso anche partecipare, però qualcuno me lo dica.

Giovanni XXIII, da questo punto di vista, aprendo il Concilio, dice: “basta profeti di sventura” (cioè quelli che guardano al mondo e dicono che tutto va male, che tutto fa schifo), ed è in sintonia, non in contrasto, con il genere apocalittico, perché non è un genere piagnucoloso e lamentoso, ma ci dice che o la va o la spacca: c’è poco da lamentarsi, bisogna mettersi da una parte e combattere la battaglia, cercare di capire qual è la parte dei buoni, sapendo che non tutto dipende da me.

I discepoli guardano le opere di costruzione del tempio e fanno delle considerazioni con Gesu; quest’ultimo fa delle considerazioni un po’ pesanti e dice: “non resterà pietra su pietra”, i discepoli ci rimangono un po’ male perché erano tutti contenti che il Tempio stesse venendo su bello potente, e chiedono “quando accadrà tutto questo, che deve succedere?”. E inizia questo discorso in cui Gesù dice delle cose tremende.

Il testo – Mt 24, 29-44

29 Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte
30 Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria. 31 Egli manderà i suoi angeli con una grande tromba ed essi raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro del cielo.
32 Da una pianta di fico poi imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. 33 Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è vicino, è alle porte. 34 In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 35 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 36 Quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno lo sa, né gli angeli del cielo né il Figlio, ma solo il Padre.
37 Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. 38 Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, 39 e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell’uomo. 40 Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. 41 Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
42 Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. 43 Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 44 Perciò anche voi tenetevi pronti, perché nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.

Il testo prosegue anche peggio, letto di fila non suona familiare, perché nella liturgia la scelta è di leggerne solo una parte nelle ultime due domeniche dell’anno liturgico, quindi riconosciamo solo alcuni versetti, ma il discorso generale è cupo e triste. Proviamo a ripercorrerlo tenendo presente quello che dicevo, cioè che noi possiamo anche rimuovere il male, far finta che non ci sia, ma il male, la fatica, il negativo, il costo, fanno parte dell’esperienza della vita, che noi lo pensiamo o no.

29 Subito dopo la tribolazione di quei giorni il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce,le stelle cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte.

Ho scelto di iniziare dal versetto 29 perché subito dopo la tribolazione, succede di peggio, è uno dice: “come ancora?” C’è un antico proverbio popolare che dice: “il peggio non è mai morto”. Il termine tribolazione nella scrittura è una parola molto dura. I 40.000 eletti che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’agnello nell’Apocalisse, che sono i redenti, i salvati, sono coloro che sono passati per la grande tribolazione, cioè proprio nella fatica di una mutazione.

Subito dopo la tribolazione” succedono delle cose che sono tutte di ordine naturale, qualcosa che con le scelte degli umani non c’entra niente: il sole, le stelle, i cieli. È come se ci venisse detto che ci sono due livelli: un primo livello è quello della tribolazione. Io sono molto affezionata a questa espressione per motivi personali e spirituali, perché mi sembra che ci siano molti passaggi nella nostra vita in cui uno si guarda e dice: “bene anche questa volta ho passato la grande tribolazione”. Tanti passaggi del Mar Rosso che ci lasciano profondamente diversi, tante persone a cui vogliamo bene che vediamo attraversare dei tempi oscuri, in cui l’unica cosa che puoi fare non è risolvere, trovare una soluzione, ma puoi accompagnare il passaggio della grande tribolazione sperando che il cuore e il coraggio bastino. Capisco anche che questa espressione può non essere chiara e immediata a tutti. Il primo aspetto è accettare che la vita porta delle grandi tribolazioni, la vita è una faccenda seria, non esiste grazia a buon mercato, ma non perché l’ha stabilito Dio, ma perché gli umani non diventano adulti, autonomi, un po’ più liberi, se non a caro prezzo. Capisco che questa è una cosa poco popolare da dire, siamo tutti abituati a immaginare tutto per facilitarci l’esistenza. Va benissimo, fin dove ci riusciamo, la tecnologia ci aiuta, ma poi c’è sempre un pezzo della nostra vita che fugge a questa legge della comodità, in una forma o in un’altra, psicologica, materiale, nella salute, nel corpo, nella mente, c’è un’eccedenza che non è governabile in termini di comodità, che impone una tribolazione. Riflettere su ciò per non cascare in vecchi stereotipi, ovvero il male come prova, Dio che permette il male. Tutti questi ragionamenti non hanno né un capo, né una coda, ma è la dinamica della nostra natura umana che impone dei costi, che come tutte le cose preziose te le fa in qualche modo guadagnare, una libertà che si guadagna a prezzo di sofferenza.

Questo però è solo il primo aspetto, uno si dice che è stato bravo, ma subito dopo, passata la tribolazione, si scatena ciò che è al di fuori del suo controllo. Chi ha più di 15 anni non può negare che succeda sempre così, che quando ti pare che hai fatto del tuo meglio, che hai cercato di fare le scelte giuste, anche se ti costavano, ed hai pagato un caro prezzo, e ce l’hai più o meno fatta, ne sei venuto fuori, si scatena quello che non può più controllare, perché se non è così, si scatena il delirio di onnipotenza. Il versetto dopo è molto potente:

30 Allora comparirà in cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria. 31 Egli manderà i suoi angeli con una grande tromba ed essi raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro dei cieli.

C’è questa visione del genere letterario apocalittico, compare in cielo prima il segno, poi il Figlio dell’uomo. Quando compare il segno tutti si battono il petto, il segno provoca senso di colpa. Quando compare Figlio dell’uomo arrivano gli angeli che chiamano gli eletti. Faccio notare che non si parla di dannati. Nelle nostre teste scatta immediatamente la simmetria, se ci sono degli eletti, c’è qualcuno che resta fuori, però nel testo non se ne parla, non ci sono, perché il genere apocalittico non è un genere giuridico, o simmetrico. È un dittico, un quadro in due pannelli: un pannello è il segno del Figlio dell’uomo e tutti hanno sensi di colpa, poi c’è proprio lui nell’altro pannello, arrivano gli angeli che chiamano gli eletti. Che cosa ci dice questa figura bella e roboante? Prima c’è la tribolazione, poi c’è quello che non dipende da noi e dopo c’è il segno del Figlio dell’uomo. Tradizionalmente si dice che il segno è la croce, il segno della contraddizione, tutto vero, ma quello che mi pare qui ci stia dicendo è che ci sono dei punti in cui dopo che tu hai fatto del tuo meglio, e dopo che comunque la vita è più grande di te, e funziona per i cavoli suoi al di là delle tue scelte: o fa i conti con Dio, o non ne vieni fuori. La traduzione è un po’ bieca.

Non è tutto uguale, non è un optional, dire credente o non credente, dire che la fede è un’opinione, qualcuno ce l’ha, qualcuno non ce l’ha, tutti quei ragionamenti che facciamo. Ci sono momenti della vita in cui l’unico interlocutore possibile è un Dio: ipotetico, che ci credo, che non ci credo, che spero che esista, che non sono sicuro che esista ma mi auguro che ci sia. Non sto dicendo la forma della fede cristiana cattolica secondo il catechismo. C’è un punto della vita dove la vita ti dimostra la sua misura, che non è a misura delle nostre scelte, in cui l’unico interlocutore possibile è un Dio. Di fronte a questo interlocutore possibile tu puoi o sentirti in colpa o essere un eletto, vedi tu? Questa è la battaglia! E scusate, è più facile sentirsi in colpa, funziona meglio, perché almeno io so chi è buono e chi è cattivo, cos’ho fatto cosa non ha fatto, non devo dir grazie nessuno, ho fatto le mie scelte, ho fatto la mia vita. Riconduco l’onnipotenza dell’esistenza, la misura della vita che è più grande di me, che io non posso governare scegliendo giusto, la riconduco a una logica morale “giusto o sbagliato”. Dall’altra parte c’è un altro modo di fare i conti con Dio, che se fai i conti con lui proprio, non con un suo segno, ci si ritrova, e non si sa bene perché, chiamati da degli angeli tra il numero degli eletti.

Mi sembra che se non ci facciamo impantanare del linguaggio roboante questo andamento di fondo è tutt’altro che un andamento negativo, dice una cosa seria sull’esistenza. Noi siamo chiamati a fare del nostro meglio, reggere la tribolazione che compete a qualsiasi umano dotato di buon senso; seconda istanza la vita è più grande di noi e fa un po’ quello che le pare, e dunque tu puoi fare tutte le scelte giuste e il risultato può essere sbagliato o puoi fare anche molte scelte sbagliate il risultato può essere giusto, perché la vita ha una sua legge che non puoi governare. Mettiamoci l’animo in pace, la nostra vita è più grande di noi. Terzo passaggio: preso atto di ciò o fa i conti con un Dio o non hai più un interlocutore possibile. Un Dio in tanti modi con tanti nomi qui non stiamo ancora parlando di un Dio nella sua forma cristiana, o fa i conti con qualcosa che è al di là della tua possibilità di scelta, di desiderio, di governo. Si può fare i conti usando lo stesso metodo e allora sei colpevole oppure si accetta di entrare in un’altra logica, allora l’altra logica è eletti “chiamati dagli angeli”.

32 Da una pianta di fico poi imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. 33 Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è vicino, alle porte.

L’interpretazione classica è che quando il sole viene giù, si spaccano i cieli, ci sono i terremoti, vuol dire che la fine del mondo è vicina, Gesù viene  e il mondo finisce. Io sono di quelli che a inizio anno adotta gli auguri tipici della Chiesa orientale: speriamo che quest’anno il mondo finisca. Trovo che vivere sia talmente faticoso che dal mio punto di vista sarebbe un’ottima idea che finisca ‘sta fatica. Ma siamo sicuri che questo è l’unico senso di questo brano? A me sembra che ce ne sia un altro che non è temporale, ovvero il sole non è ancora caduto, oggi è ancora una bella giornata, forse il mondo non sta per finire. Quindi c’è un tema largo oltre che lungo ovvero tutte le volte che noi sperimentiamo delle piccole fine del mondo, ogni volta che passiamo la tribolazione, scopriamo che la vita è più grande di noi e il Signore lì, non bisogna andarlo a cercare da un’altra parte, è vicino. Dov’èDio? Lì.

C’è un libro di Mauriac che racconta un episodio riferito ai campi di concentramento. È il racconto di una testimonianza di un ebreo che assiste all’impiccagione di alcuni bambini, i prigionieri sono obbligati ad assistere a questo strazio e una voce tra loro grida: “ma dov’è Dio?”. Un’altra voce tra i prigionieri dice: “non lo vedi è lì, impiccato davanti a te”.

Forse l’epoca moderna ci sta insegnando a caro prezzo che non bisogna cercare Dio in un altro luogo, ma forse la sua vicinanza non è un vicino temporale, ma essere lì dove c’è una tribolazione. Forse se cominciassimo tutti a vivere cercando come segni del Signore queste tribolazioni, riconoscendo nelle tribolazioni di ognuno il volto della vicinanza di Dio, forse cambierebbero alcune cose. In questo senso dico che non è solo un tempo che si accorcia, nel senso della lunghezza, ma anche della larghezza, della larghezza del nostro cuore. Ogni volta che c’è una tribolazione, nostra o altrui, il Signore è vicino, e lì, dove lo cerchi? Noi cerchiamo Dio come una soluzione, nella potenza, nella forza, nella dimostrazione di soluzione.

34 In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 35 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

Su questo versetto ci sono orge di interpretazioni, intere biblioteche, viene anche ri-citato dentro il Vangelo dopo la morte resurrezione di Gesù, innesca la nascita delle leggende circa l’apostolo Giovanni che sarebbe vissuto fino al ritorno del Signore, infatti è l’unico che diventa molto vecchio, poi però muore anche lui, nel frattempo Gesù non è tornato. C’è tutto un tema anche molto problematico per la comunità dei primi secoli che prende molto alla lettera la citazione che: “non passerà questa generazione prima che tutto avvenga”. Una delle prime eresie è quella di coloro che ancora viventi gli apostoli dicevano che non bisognava sposarsi non bisognava fare figli non bisognava fare nulla perché tanto il mondo sarebbe finito con la loro generazione, quindi tutti nel deserto a pregare nell’attesa della fine del mondo. Immediatamente, ancora gli apostoli viventi, si dice no non è questa l’interpretazione. Bisogna lavorare, sposarsi, fare figli, investire sul futuro, fino a un minuto prima che finisca il mondo, bisogna farsi trovare vivi dalla morte. Anche se il mondo finisce con questa generazione questo non importa questo non ci esclude di fare ciò che ci compete. Cosa vuol dire? Io diffido sempre delle interpretazioni letterali, anche la Chiesa Cattolica dice che sono pericolose, la Scrittura si può interpretare in tanti modi, ma l’unica che un cattolico non può usare è quella di natura fondamentalista, letterale. Cosa significa non passerà questa generazione prima che tutto avvenga? Il tempo non è infinito, il versetto dopo dice quanto al giorno allora non lo sa nessuno, ovvero il problema non è stabilire quale è il giorno.

36 Quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno lo sa, nè gli angeli del cielo nè il Figlio, ma solo il Padre.

Il problema non è dire quanto tempo avete, ma è sapere che il tempo non è infinito. A noi questo ci manda di matto. Perché siamo esattamente nella logica opposta. Ho poco tempo, va bene, dimmi quanto tempo ho e io mi organizzo.

Quello che ci viene detto qui è proprio l’opposto: non sai quanto tempo hai, ma ricorda che non è infinito. Siccome noi non sappiamo quanto tempo ognuno di noi ha, né quanto il mondo ha come tempo, per noi è infinito. Qui si dice una verità fondamentale: il tempo è una risorsa finita. Questa questione va messa insieme all’altra questione: cosa significa riconoscere che il signore è vicino dove c’è una tribolazione e cosa significa fare l’esercizio di fede che il tempo è una risorsa finita? Io credo che questa può essere una buona riflessione per tutta la quaresima. Che cosa significa vivere sapendo che il tempo mio e del mondo è una risorsa finita?

Poi c’è questa soluzione che trovo geniale:

37 Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo.

Noi avremmo fatto questo esempio, come sul Titanic: ballavano, suonavano, intanto la nave affondava. Mangiavano, bevevano, prendevano moglie e intanto cominciava a piovere.

38 Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, 39 e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell’uomo. 40 Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. 41 Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
42 Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. 43 Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 44 Perciò anche voi tenetevi pronti, perché nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.

Ci viene dato un criterio fondamentale: tenetevi pronti. Passare la tribolazione, accettare l’impotenza, sapere che Dio è l’interlocutore, un Dio vicino, là dove c’è tribolazioni c’è Dio, sapendo che il tempo una risorsa limitata, e allora cosa dobbiamo fare: vegliare. Subito dopo c’è la parabola delle dieci vergini, poi c’è la parabola dei talenti: più chiaro di così. Vegliare, rimanere vigilanti, l’esatto contrario da quello che ci verrebbe dai primi versetti: cosa ci posso fare se il mondo finisce? Niente! L’alternativa possibile al cinismo del non ci posso fare niente è vegliare, tenersi pronti, vigilanti, ad occhi aperti. Capaci di cogliere il momento perché il tempo è una risorsa limitata. Noi ragioniamo tutti in modo strategico e invece i cristiani dovrebbero ragionare in modo tattico. Qual è la differenza? La strategia è quella di chi ha un possesso, un tempo, un territorio, un esercito, dei cannoni, e deve difendere il possesso, costruire mura, organizzare le battaglie, fare i suoi calcoli, e dunque, tutto è basato sullo spazio e sul possesso. La tattica, invece, per capirci è quella dei terroristi, di chi non ha un territorio proprio, non ha niente da perdere, ed è basata sul tempo, ovvero bisogna cogliere esattamente il momento in cui “il nemico” è scoperto, è debole, non si sta difendendo. Colpisci te ne vai. Non ti dà nessun possesso. Non conquisti territori, non difendi, ma ti dà l’abitare il tempo, cogliere l’attimo, quello che i cristiani chiamano il kairos. L’esempio, capisco, che non è dei migliori è dell’arte della guerra, però l’esempio ci dice bene perché i cristiani sono poveri, non hanno possesso, e colgono il kairos. Quello che succede nel nostro mondo è che i terroristi rischiano di averla vinta sulle singole azioni su grandi potenze, perché colgono l’attimo favorevole ed è impossibile difendersi sempre tutti e tutto, più l’impero è grande, più spazio da difendere, meno ce la fa a difendere tutto. Vigilate, il tempo è una risorsa limitata, bisogna cogliere il tempo: la tribolazione altrui, la vicinanza di Dio, il momento della consolazione, l’intuizione di un progetto, la possibilità della speranza, una possibilità di comunicazione, un momento di gioia profonda, un momento di gratitudine, una fatica che dà un risultato, bisogna cogliere il momento.

In connessione al tema della vigilanza, mi viene sempre in mente come nel racconto della moltiplicazione dei pani, in Matteo appunto, Gesù dopo aver fatto distribuire i pani dice che si raccolgano i pezzi, perché non vadano perduti. Mi sembra che la virtù della vigilanza sia raccogliere i pezzi. Di tre pani che potevano nutrire a malapena una persona si sono nutriti in 5000, per il miracolo compiuto da Dio, ma poi è compito dei discepoli di raccogliere i pezzi perché non vadano perduti: cogliere il tempo. Oggi ho una speranza che basta per oggi. In questo senso torno alla frase di prima: “due uomini saranno nel campo, uno verrà portato via l’altro lasciato… Due donne macineranno la mola una verrà portata via l’altra lasciata…”. Sembra un inno al cinismo, sembra che ci venga detto che tutti fanno la stessa cosa, non fa nessuna differenza, ad uno va bene all’altro va male, sembra che nulla conti, che tutto sia uguale, tutto dipende dalla fortuna. Siamo tentati di leggerlo sull’irrilevanza delle nostre scelte, perché è vero che le nostre scelte sono irrilevanti, non possiamo dominare tutto, ma qui ci viene detta un’altra cosa: non basta fare le stesse cose, bisogna vigilare, cogliere l’attimo. Bisogna assumersi la responsabilità di interpretare, di giudicare, di sapere se è il momento di entrare nell’arca o di stare nel campo, sapere qual è il momento di decidere, non di scegliere. Perché decidere è diverso da scegliere.

La domanda che mi sorge e che vi lascio per quest’inizio di quaresima è: tenersi pronti a che? Tenersi pronti per i nostri antenati era chiaro: tenersi pronti al giudizio finale, ovvero che potresti morire, comparire davanti a Dio adesso. Avevano tutto un apparato di vita cristiana legato a questo. La vita era molto fragile, legata ai capricci del destino, si moriva giovani, la vita era breve, spesso morivano i bambini, c’era un’impossibilità di cura, ammalarsi gravemente significava morire in tempi brevi, dunque una vita molto diversa dalla nostra. Tenersi pronti alla morte, dunque, e al giudizio di Dio che questa morte comportava. Allora le preghiere per la buona morte, gli scrupoli morali, tutta una serie di ragionamenti su come tenersi pronti alla morte. Noi non comprendiamo più questo testo così, perché viviamo un altro tipo di vita, spesso per noi la vita si prolunga oltre ogni logica, si fa fatica a morire, si fa fatica a vivere, ad avere soldi a sufficienza, affetti a sufficienza. Noi abbiamo un problema di largo non di lungo, le nostre giornate non sono abbastanza larghe per contenere tutto quello che ci vogliamo mettere dentro, sul lungo non abbiamo grandi problemi. Cambia allora la prospettiva: a cosa bisogna tenersi pronti? Alla morte o alla vita? Al futuro? Al giudizio di Dio? O al presente? Per i nostri avi bisognava tenersi pronti alla morte e al futuro, per noi bisogna invece tenersi pronti alla vita e al presente. Dunque per i nostri avi il grande nemico era lo scrupolo, la paura di accumulare peccati che nel momento del giudizio finale gli avrebbero fregati, per noi non è lo scrupolo ma la paura. La paura è uno strano esercizio, la paura anticipa quello che non è ancora accaduto, perché poi quando c’è uno fa fatica, è addolorato, è arrabbiato, uno ha molti sentimenti ma non c’è più la paura. La paura è sempre una forma di anticipazione di un futuro che non c’è ancora: ho paura che se faccio così poi succederà quello. Ho paura di qualcosa che non è ancora accaduto, è una strana  bestia la paura perché è esattamente il modo per non essere pronti alla vita e al presente, perché ti distrae, ti fa lottare con un fantasma del futuro, che poi spesso manco si verifica. Il contrario di tenersi pronti è avere paura.

Mi fermo qui e vi invito in questa quaresima a rileggere questi due capitoli con questa chiave, cioè a non farvi risucchiare dal tono truculento di queste immagini, ma provare a riconoscere questo percorso che mi sembra molto adatto a questo tempo di transizione, di fatica e a non sapere da che parte mettersi, ad esprinere una decisione e non una scelta. Una decisione di abitare non nella paura, ma nella vita.

Fossano, 9 febbraio 2013

(testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2012/2013

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