4 Maggio 2013
Stella Morra

7. Segni di una realtà

Commento a: Ap 21, 1-8;22-27


A proposito del commento di Apocalisse 21,1-8;22-27, tenuto da Stella Morra durante la Lectio del 4 maggio 2013, consigliamo di guardare il video “Naviganti” di Ivano Fossati (dall’album live “Buontempo”).


Premessa

Siamo all’ultimo passaggio di questo percorso di quest’anno, il tema da esplorare è sui Segni dei Tempi. Riguardando l’insieme, si potrebbe anche essere un po’ delusi. Forse, ci aspettavamo delle cose più concrete. L’esperienza che abbiamo fatto, percorrendo questi testi biblici, è quella di rendersi conto che non si può mai connettere tutto, perché non si può dire: “questo vuol dire quello!”, e in questo c’è anche la ricchezza della vita come essa è, e della parola di Dio come è. C’è una polisemica, uno spazio dentro per trovare il proprio luogo. Di fronte allo stesso segno, alla stessa vicenda, alla stessa esperienza personale, possiamo cogliere un passaggio ulteriore o un altro segno, un’altra dimensione. Arrendersi alla pluralità dei significati è qualcosa di molto ansiogeno perché il nostro retro pensiero è quello di un solo modo di ragionare e di una sola spiegazione; tutti gli altri sono sbagliati e così via.

La Parola di Dio, da questo punto di vista, è una grande scuola: Dio ha fantasia, ci sono molte dimore nella Casa del Padre, molte strade, molti tempi e dunque molte spiegazioni.

Il testo di oggi è dell’ultimo capitolo di Apocalisse, esso è falsamente descrittivo cioè non descrive una realtà in senso materiale, ma come un film, cerca di farci fare la stessa esperienza, in un tempo, in un luogo. In un’ora e mezza condensiamo l’intera esistenza di una persona, di un’intera famiglia!

La differenza la proviamo quando guardiamo le soap-opera che hanno un’altra struttura narrativa: ti fanno vedere che cosa succede ad un personaggio per cinque minuti, poi gli stessi minuti sono rivolti ad un altro personaggio. Cinque minuti di vita durano un’ora e mezza. L’Apocalisse è più vicina ad un film che ad una soap-opera. Come genere, condensa in 20 capitoli il senso e la struttura della storia umana, del perché c’è ancora tempo. Gesù ha detto la Parola definitiva di Dio sulla storia.

Apocalisse spiega ai Cristiani alla fine del primo secolo, con una logica filmica, che cosa deve ancora succedere, perché c’è ancora tempo. Riassume centinaia di migliaia di anni in 20 capitoli. È strutturato in due parti: la Lettera alle Sette Chiese e un racconto con effetti speciali, una grande battaglia con sangue, corpi. Queste Sette Chiese sono tutto il riassunto della polisemia dell’essere cristiano. Dunque ci sono quelli troppo preoccupati dell’etica, i tiepidi… ci sono tutti. Ogni Chiesa è caratterizzata da una questione sia in positivo che in negativo, che sarebbe la vita come è.

Oggi leggiamo una parte del capitolo 21, ho fatto la scelta di tagliarne un pezzo, poiché il testo è molto lungo e, soprattutto, poiché Apocalisse è piena di simboli, numeri, cose… si rischia di perdersi nel particolare e quindi di perdere la storia.

Il testo

1E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. 2E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:
«Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli abiterà con loro
ed essi saranno suoi popoli
ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
4E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi
e non vi sarà più la morte
né lutto né lamento né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
5E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». E soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e vere». 6E mi disse:
«Ecco, sono compiute!
Io sono l’Alfa e l’Omèga,
il Principio e la Fine.
A colui che ha sete
io darò gratuitamente da bere
alla fonte dell’acqua della vita.
7Chi sarà vincitore erediterà questi beni;
io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio.
8Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte».

22In essa non vidi alcun tempio:
il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello
sono il suo tempio.
23La città non ha bisogno della luce del sole,
né della luce della luna:
la gloria di Dio la illumina
e la sua lampada è l’Agnello.
24Le nazioni cammineranno alla sua luce,
e i re della terra a lei porteranno il loro splendore.
25Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno,
perché non vi sarà più notte.
26E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.
27Non entrerà in essa nulla d’impuro,
né chi commette orrori o falsità,
ma solo quelli che sono scritti
nel libro della vita dell’Agnello.

Per lungo tempo non mi è piaciuto il genere letterario dell’Apocalisse, ora mi tocca le corde più emotive. Ci sono queste immagini grandiose da una parte e dettagliate. Ogni pezzo è un cammeo dipinto nei suoi particolari. Più volte abbiamo detto, nel corso delle lectio che la Bibbia inizia con un giardino e finisce con una città. Questa dinamica per i popoli del tempo della composizione della Bibbia era molto chiara: il giardino è la natura e la città è la cultura. Il giardino è ciò che è dato, ciò che noi riceviamo senza averne merito, e la natura sovrabbondante non matrigna, almeno (nel racconto mitologico è così, dove tutto funziona, dove la terra dà frutti senza fatica), è il ricevuto.

Dall’altra parte c’è la città; per i popoli antichi, quelli a bassa tecnologia, è il segno di una potenza, dove l’unica forza era quella fisica. La costruzione di una città implicava un investimento incredibile: i grandi re e imperatori facevano costruire la loro città come segno di potenza. All’inizio, in Genesi, il racconto della Torre di Babele è esattamente un racconto che tende a contrapporre il giardino e la città. Cade successivamente; in tutta la Scrittura i due elementi, il giardino e la città diventano sinonimi di collaborazione e non di opposizione.

Dio nella città” è un’omelia di Papa Francesco in cui lui dice che noi siamo abituati a rimpiangere un mondo più agricolo perché ci sembrava che il Cristianesimo fosse più consono ad esso e per lunghi secoli è stato sposata dallo stesso. Papa Francesco fa una considerazione: “Se Dio è Dio degli uomini e delle donne, dei viventi, starà in campagna quanto in città, se in città non lo troviamo, è il nostro sguardo che non lo sa riconoscere”. In questa omelia, egli porta dei criteri per riconoscere Dio nella città, cioè l’idea che natura e cultura e dunque, l’opera di Dio non vanno contrapposte.

Nella Scrittura ci sono due elementi: natura e cultura erano spesso contrapposti nell’Antico Testamento e con essa la polemica contro gli idoli che sarebbero idee di altri popoli legati ai cicli naturali. La Scrittura ebraico-cristiana li prende perché sono elementi chiari per la gente con cui vive e ci suggerisce che tutto è un dono; non c’è differenza tra ciò che riceviamo dalla natura e ciò che riceviamo dall’uso della intelligenza umana. Entrambe le cose vengono da Dio. Questo passaggio rompe ogni possibilità di mettere in contrapposizione degli elementi, di leggere come ad esempio, in Babele, l’opera dell’uomo come un atto di presunzione. ogni tanto il Cristianesimo è caduto in questa operazione idolatrica di contrapporre la natura, della cultura.

Il testo inizia così: “Poi vidi un cielo nuovo e una terra nuova, infatti il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare c’era più”.

Questo versetto è un esempio di falso parallelismo usato da Giovanni. In alcuni brani Giovanni usa il parallelismo logico, ad es. quando scrive: chi crede sarà salvato e, dunque, chi non crede sarà condannato. Qui invece il falso parallelismo è costruito per farci vedere la differenza affinché ci si renda conto che non è come ci aspetteremmo, ma c’è un salto logico. Usa un falso parallelismo scrivendo: “C’è un cielo nuovo e una terra nuova, il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più”.

È interessante, perché c’è un terzo elemento. Cielo e terra diventano nuovi, il mare che sparisce non c’è più. Il mare, in tutto l’Antico Testamento, è il posto dei mostri, dove accadono le peggiori cose. Il popolo ebraico è un popolo del deserto e non è mai stato un popolo di navigatori; a differenza di alcuni vicini di casa, gli Ebrei avevano la necessità di avere la terra sotto i piedi. Le tragedie raccontate nella Scrittura dall’inizio fino alla fine descrivono questo tormento. Il naufragio di Paolo, del libro degli Atti, hanno sempre a che fare col mare, l’acqua troppo grande: il mare è il male. In Apocalisse il tema del mare è ripreso: il grande drago esce dal mare, esce il demonio, cioè il mare è il male.

Il cielo e la terra che sono i luoghi dove gli uomini abitano, erano vecchi, diventano nuovi. Il mare non c’è più. Oggi diremmo, non esisterà più il male. È necessario discernere, bisogna perciò leggere i segni. Il male e il bene sono sempre molto mescolati, nel Vangelo ci viene detto che nella rete ci sono pesci buoni, pesci cattivi e grano e zizzania crescono insieme. Una delle fatiche più grandi di tutta la vita è sempre quella di togliere i semi del male, cercando di crescere la pianticella del bene, cioè c’è un’ambiguità insita nella nostra storia perché anche voler bene, fa male. Ha dei costi, chiede delle fatiche.

Nel testo di oggi si dice che quando la storia finisce, il mare non c’è più. Cielo e terra, cioè l’esperienza non è più mescolata ma rimane solo il bene.

E vidi anche la Città Santa, la Gerusalemme nuova scendere dal cielo, da Dio”.

La cosa interessante è che, per tutto il primo pezzo, ciò che è nuovo sono le cose, anche nella Gerusalemme nuova non si parla degli umani, uomini e donne rimangono quelli di prima, quelli vecchi? Se l’avessimo scritto ora, diremmo che siamo noi che cambiamo, perché una volta che siamo diventati buoni, che capiamo tutto, funziona tutto.

Apocalisse, da questo punto di vista, ci dice: la vostra fatica è vivere, dunque discernere, capire i segni. Ascoltare questo compete a voi. Quello che compete a Dio è cambiare l’oggettività delle cose, non la loro interpretazione. Il male non ci sarà più, non perché non lo si vede; non ci sarà più perché non ci sarà più! Da questo punto di vista, la conclusione è molto consolante. Siamo abituati a dire che ognuno di noi fa del suo meglio e quando finisce il nostro tempo, Dio ci mette il resto! Come se fosse una questione di quantità. Invece la logica è contrappositiva: voi potete lavorare sul vostro cuore ma sull’oggettività del reale lavora solo Dio. Noi abitiamo un mondo di segni anche rispetto al fare il bene e il male, è Dio che abita un mondo di realtà. Noi lavoriamo quasi sempre sull’involucro esterno.

La Gerusalemme nuova scende, cioè, come dicevo prima, è fatta e donata. È insieme una città opera dell’uomo e contemporaneamente essa scende dal cielo, e dunque opera di Dio.

Udii allora una voce potente che veniva dal trono e diceva: ecco la tenda di Dio”.

La Gerusalemme che scende dal cielo è un segno, e la voce spiega questo. È sicuramente un altro tema molto caro a Giovanni, ne abbiamo parlato commentando il testo della Samaritana che diceva di adorare il Padre in spirito di verità. Questo doppio passaggio, essere e spiegare, essere e dire, è un’altra delle nostre questioni complicate. Non riusciamo mai a dire esattamente quello che siamo e non riusciamo mai a capire esattamente quello che gli altri sono. C’è sempre una distanza tra l’essere e il dire, un’insopprimibile differenza tra realtà e linguaggio dicono i filosofi.

La prima cosa che ci viene data qui, insieme alla Gerusalemme celeste, è una voce che spiega, cioè non c’è più da sforzarsi per capire. Una voce potente, ci dice.

Ecco la tenda di Dio con gli uomini, Egli abiterà con loro ed essi saranno il suo popolo ed Egli sarà il Dio con loro. Il loro Dio asciugherà ogni lacrima, non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate”.

Non c’è più il segno, perché c’è la presenza. Quando c’è la realtà, non c’è più bisogno di un segno. la tenda di Dio con gli uomini. Il sogno dell’origine è ricostituito, tutte le cose che in Genesi vengono dette come condanna per il peccato originale – il dolore, la morte, l’affanno del lavoro – qui, non ci sono più.

Nel secondo racconto di Genesi ci sono alcuni cambiamenti interessanti, per esempio, “Egli abiterà con loro ed essi saranno i suoi popoli” e si usa il plurale. In tutto l’AT c’è il Popolo di Dio che è il Popolo eletto. Qui c’è una pluralità. C’è l’idea della tenda di Dio che riprende il prologo di Giovanni. E questo ci viene detto con un segno, la città santa. Dovendo parlare di Dio nella storia, si dice con un segno che non ci saranno più segni.

Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»”. L’assunzione definitiva di responsabilità da parte di Dio. “E soggiunse: «Scrivi perché queste parole sono certe e vere»”.

Torna poi l’immagine dell’acqua. Il mare non c’è più, ma per un popolo di gente che vive nel deserto, l’acqua da bere, quella dolce, è fondamentale e quindi si dice a colui che ha sete: io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita. Non c’è più il mare, ma c’è da bere.

“Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte”.

Gli umani compaiono a questo punto del racconto dopo che si è instaurato questa nuova logica. Si dice chi sarà vincitore, chi erediterà questi beni. Non chi sarà santo, ma chi sarà vincitore. È di nuovo un falso parallelismo. Ma chi ha perso? I vili, gli abbietti, gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e i mentitori: per loro c’è un’altra storia, c’è la seconda morte definitiva. È interessante perché gli elenchi dei peccati non sono mai casuali, e ci sono tanti altri peccati che qui non sono citati.

Il profilo è chiaro. Quello che si tende a mettere a fuoco è la mancanza di fede. Ma non di fede come noi la intendiamo oggi, cioè credere in Gesù Cristo e in una serie di dottrine e perciò, quelli che non credono, andranno all’inferno. Questo tipo di lettura è stata fatta, ma qui non è la questione centrale. Qui, è la mancanza di fede nella vita: i vili, gli increduli, gli abbietti, gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri, e i mentitori sono tutte forme – lo dico con le parole contemporanee che non sono il testo di Giovanni – di mancanza di correttezza nei confronti della propria e dell’altrui vita. Tutte le varie categoria sono sette, e poi si aggiunge ancora “e per tutti i mentitori”. Apocalisse è piena del numero sette (le sette chiese, i sette angeli, le sette coppe…), perché qui ha messo otto peccati? Anche qui c’è il sette, ma poi c’è un aggiunta nella struttura del testo originale a farci comprendere che tutte queste sette categorie di peccati sono forme di menzogna nei confronti della propria e dell’altrui vita.

I vili: raccontarsi delle storie, mentire rispetto alla propria e l’altrui vita, cioè non fare i conti con la verità profonda nostra e altrui; non provarci nemmeno per paura di fare i conti con la verità di noi stessi. Gli increduli: perché non si fa i conti con la verità, perché pensiamo che alla fine i conti non tornano, non abbiamo fiducia nel fatto che la verità frutti. Gli abbietti: per cattiveria: Gli omicidi: per negare la vita altrui. Gli immorali: si può non fare i conti con la verità per propria comodità perché si deve giustificare cosa si fa, e per dire che comunque io ho ragione. I maghi: non si fanno i conti con la verità quando si attribuisce la colpa a qualcosa di esterno cioè non dipendente dalla verità di me. Gli idolatri: l’attesa che qualcun altro porti da fuori qualcosa che sia il denaro, è la cosa più semplice che possa darmi una verità. Lo si ribadirà al versetto 27: “Non entrerà in essa nulla d’impuro,
né chi commette orrori o falsità,
ma solo quelli che sono scritti
nel libro della vita dell’Agnello”.

In essa non vidi alcun tempio”. Giovanni è come se ci dicesse: guardate che finisce il regime dei segni, anche dei segni religiosi. Per un ebreo dire che non c’era il Tempio significava due cose: o l’esilio in Babilonia, cioè il Tempio raso al suolo; o Dio non c’è. E qui si dice: Dio è Dio con loro. Non c’è più alcun Tempio, è un sovvertimento radicale. Tutti i segni non ci sono più, quando c’è Dio non avremo bisogno di Sacramenti. Già San Tommaso lo spiegava: quando c’è la presenza di Dio non ci serve il Sacramento, perché Dio è già lì.

“…il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello
sono il suo tempio”.

È quella cosa antica che abbiamo pensato e detto tutti da ragazzini: “Ma perché ho bisogno della mediazione della Chiesa, dei Sacramenti? Non posso avere un rapporto diretto con Dio?”. Sì, in Paradiso! Adesso no! Fin dall’AT ci viene detto che non si può guardare Dio faccia a faccia, nessuno che vede Dio direttamente sopravvive.

Gli adulti sanno che il regime dei segni non è un optional, che noi siamo per noi stessi un segno. È il nostro corpo che è il segno di noi stessi e infatti non siamo totalmente padroni di lui; lo manipoliamo, facciamo diete, scegliamo come vestirci, ci tagliamo i capelli, passiamo una vita a contrattare con il nostro corpo perché dica verso l’esterno, renda visibile il segno della mia verità. Ci vuole una vita per compiere quest’operazione e dunque anche rispetto a Dio, la questione è che senza segni moriamo. Ma ci sarà un momento nel quale non sarà più così faticoso!

La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna, la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello”.

La luce significa che non c’è più bisogno di capire. I doni dello Spirito Santo sono tutti doni di illuminazione.

Ecco la città non ha più bisogno della luce del sole, nemmeno della luce della luna e non solo le nazioni cammineranno alla sua luce. I re della terra, a lei porteranno il loro splendore, le sue porte non si socchiuderanno mai, perché non vi sarà più notte. E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni”.

Il giorno che non ha tramonto, si conclude allora con questa frase: “…solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello”. La storia del libro della vita ha dato agio a molte interpretazioni simboliche fondamentalistiche, come quelle dei Mormoni, dei Testimoni di Geova. È sicuramente più semplice dirlo a parole, ma è tutt’altro che semplice connettere il livello della vita con il libro della vita.

Nella Bibbia c’è posto per tutti, ci sono bambini e anziani, uomini e donne, santi che sono peccatori e peccatori che ogni tanto sono anche un po’ santi; quelli che hanno detto di sì, quelli che hanno detto di no, quelli che hanno capito subito, quelli che hanno capito dopo, eccetera. L’elenco potrebbe continuare. Forse c’è grande spazio nella Gerusalemme celeste. Se immaginiamo di trovarci almeno un giorno della nostra esistenza in un versetto di un Salmo, allora il nostro nome sarà scritto lì e dunque c’è possibilità di esserci.

Per una strana associazione con il libro della vita, mi è venuto in mente il verso finale di una canzone di Ivano Fossati, che si intitola “Naviganti”: “Adesso è venuto il tempo di lasciar cadere il libro che ci ha aiutato a capire”. È una canzone molto bella, può essere letta, come spesso capita, a diversi livelli, e mi è sembrato la degna conclusione di questo percorso di lectio. Sono andata a cercare una versione su Youtube ed ho scoperto che qualcun altro aveva già pensato questa associazione con il libro della vita prima di me; c’è un piccolo filmato in cui la canzone di Fossati è accompagnata da immagini molto belle. Una lettura contemporanea della Gerusalemme celeste. Sono tutte immagini che mescolano città e natura (alberi che escono dalle finestre…): un filmato da vedere!

Fossano, 4 maggio 2013

(testo non rivisto dal relatore)

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