Stella Morra
5. Domande che fanno sperare
Nella lectio è stato citato un testo di Bonhoeffer che è possibile leggere seguendo questo collegamento.
Buonasera a tutti. Riprendiamo il nostro percorso cominciato con il testo di Emmaus (Lc 24), un brano dal NT, diversamente dal solito. Lo abbiamo scelto per costruire una cornice interpretativa entro cui leggere tutti gli altri elementi. In sintesi, potremmo definirlo con lo slogan: “La speranza come eccedenza”, ossia la capacità di appoggiarsi su quello che non c’è ancora, non si vede ancora, non è ancora qui. Poi abbiamo seguito i tre percorsi dell’AT più “descrittivi”, cioè più sulle dimensioni antropologiche di questa esperienza, su quello che agli umani capita rispetto allo sperare o non sperare. Il capitolo 24 di Giosuè, che descrive l’assemblea di Sichem, ci ha offerto una riflessione sulla speranza che scaturisce da una legge intesa come strumento di libertà. Questo può sembrare un paradosso, poiché spesso la legge viene percepita come un principio eteronomo, qualcosa che limita la libertà. Tuttavia, il messaggio di Gs 24 suggerisce un’idea diversa: la legge non è solo un’imposizione, ma rappresenta un criterio che vale per tutti, anche per il re. Quindi la legge consente un’eccedenza, cioè apre spazi di libertà e giustizia per tutti. Poi, abbiamo visto Is 35 con la questione delle parole di speranza, poi Ger 1, la volta scorsa, con i segni di speranza e insomma il tema del passaggio dalle parole ai segni. Questa sera passiamo al NT per cominciare a spostarci dalla pura descrittività a una dimensione più eccedente che è quella cristologica.
La lectio di oggi
Il titolo della Lectio di questa sera, tratta dal capitolo 8 della Lettera ai Romani, è: “Domande che fanno sperare”. Parole, segni, domande: una successione su cui poi torneremo. Prima di tutto serve una piccola premessa al cap. 8 della Lettera ai Romani. Credo che questo capitolo sia uno dei testi in assoluto più commentati della Bibbia, sia dagli esegeti più raffinati, sia anche nei testi comuni, perché questo brano racchiude in sé due questioni. Adesso io le spiego in modo un po’ frettoloso, ma non sono affatto banali, anzi sono questioni abbastanza capitali. Prova ne sia il fatto che questo è uno dei testi intorno al quale si è consumata anche la separazione con il mondo luterano, non l’unico, ma uno dei testi chiave di differenti interpretazioni che hanno causato differenti forme di chiesa, quindi non è assolutamente marginale. Questo è un testo di Paolo e Paolo, come si sa, unisce in sé una capacità di arzigogolamento da rabbi israelita molto preparato, insieme al desiderio di dare concretezza al carisma che si sta formando. Paolo, che scrive prima dei Vangeli, non ha in testa la chiave narrativa, non ce l’ha perché, come molti rabbi, lui appartiene alla corrente dei rabbi sofisti, cioè che discutono, che argomentano, che ragionano. Quindi, ad esempio, non possiede gli strumenti della logica aristotelica dei teologi medievali, ovvero un tipo di ragionamento strutturato e coerente secondo principi logici ben definiti. Possiamo condividere o meno le loro conclusioni, ma quando leggiamo quei testi riconosciamo comunque una logica chiara e rigorosa. Paolo è precedente all’adozione di una logica aristotelica, ha una logica di argomentazione molto rabbinica e molto antica, per noi difficilmente ricostruibile, soprattutto quando fa ragionamenti serrati come in questo cap. 8 di Romani in cui ogni frase di per sé conta e quindi alle nostre orecchie, la frase che dicono tutti, Paolo è difficile. Paolo non è difficile, è oggettivamente confusionario, ma non perché era confuso nella testa, ma perché adottava un altro modo di ragionare e quindi noi fatichiamo a seguirlo.
Il secondo aspetto che rende la questione più complessa e ha generato molti dibattiti sull’interpretazione di questi testi è che Paolo non solo segue una logica diversa, ma scrive anche prima della redazione dei Vangeli. Questo significa che non dispone ancora di un racconto strutturato, di una narrazione organica che diventerà poi il primo genere letterario cristiano riconoscibile grazie ai Vangeli. La narrazione, con le parabole e gli episodi della vita di Gesù, rende più immediata la comprensione del messaggio. Paolo, invece, scrive a una comunità nascente che deve sia distinguersi dall’ebraismo, sia definire la propria identità concreta attraverso regole e comportamenti specifici. In questo senso, la sua situazione è simile a quella che viviamo oggi con il Sinodo. In pratica, il ragionamento è questo: “Ok, Gesù è risorto, ci ha redento, è una notizia straordinaria! Ma adesso, concretamente, cosa dobbiamo fare?” Le domande che emergono sono molto pratiche: “Dobbiamo fare il militare oppure no? Possiamo mangiare le carni offerte agli idoli?” C’è una forte necessità di risposte immediate, c’è un’urgenza di stabilire delle regole prima ancora che la realtà si sia completamente definita. Questo porta Paolo a prendere posizioni nette su questioni fondamentali, che nel corso dei duemila anni successivi si sono rivelate di enorme importanza. All’epoca, tuttavia, queste grandi questioni venivano affrontate insieme ad altre più contingenti, come se fossero sullo stesso piano.
Faccio due esempi per capire la differenza di peso tra le questioni affrontate da Paolo. Da un lato, il dibattito sulla possibilità di mangiare la carne sacrificata agli idoli è stato rapidamente superato e oggi è completamente irrilevante per la fede cristiana. Non solo non ricordiamo esattamente come fosse posto il problema, ma neanche quale fosse la risposta di Paolo, perché nel tempo ha perso ogni impatto concreto. Dall’altro lato, la discussione a Gerusalemme sulla necessità della circoncisione ha avuto conseguenze enormi: ha portato alla nascita di un cristianesimo completamente sganciato dal mondo ebraico, anzi diventato a un certo punto antisemita. Questo dimostra che alcune questioni, apparentemente simili, hanno avuto una rilevanza storica molto diversa. Tuttavia, Paolo non poteva prevederlo, perché solo col tempo sarebbero emerse le reali conseguenze delle sue decisioni.
La storia di Rm 8 è estremamente complessa, sia per il suo contenuto che per la trasmissione del testo nel tempo. Le traduzioni e le varianti presenti nei manoscritti hanno alimentato numerosi dibattiti, spesso influenzati da letture ideologiche. Per questo, le diverse tradizioni cristiane tendono a preferire alcune interpretazioni rispetto ad altre: ad esempio, il mondo protestante privilegia certe traduzioni, mentre il mondo cattolico ne adotta altre. Questa complessità non riguarda solo la comprensione del testo, ma anche il modo in cui è stato usato per giustificare sviluppi successivi nella storia del cristianesimo. Insomma, un testo super complicato.
Testo che affronta una questione decisiva che è quella del rapporto tra legge e spirito, che è una questione che si pone immediatamente nel sorgere del cristianesimo, che nasce da un ambito in cui la legge non è semplicemente la morale, ha un peso. La legge è personificata nell’ebraismo: è la presenza di Dio. A partire da Gs 24, la legge diventa il mezzo attraverso cui Dio garantisce la libertà del suo popolo. Tuttavia, nel pensiero paolino e nella tradizione cristiana, si afferma la superiorità dello spirito rispetto alla legge, che pure non sarà cancellata nemmeno in uno iota. In altre parole, il patto stretto da Dio nella sua dimensione migliore permane, ma contemporaneamente non può essere reificato, cioè reso fermo, bloccato, pietrificato, oltre a un certo punto, perché altrimenti uccide lo spirito.
Questo è il ragionamento che Paolo cerca di sviluppare. Se lo traduciamo in termini moderni, potremmo dire: Capisco che avete domande concrete e provo a darvi qualche indicazione, ma il cristianesimo non si riduce a un elenco di ciò che si deve o non si deve fare. È qualcosa di diverso. Tuttavia, di fronte alla domanda: “D’accordo, ma in cosa consiste questa diversità?”, la risposta di Paolo non è esplicitata in modo chiaro, o almeno non in maniera immediata.
Tutte queste questioni – la salvezza per fede o per opere, il significato del pentimento, il perdono dei peccati e se esso dipenda dalla morte di Gesù o dal nostro pentimento – le abbiamo spesso affrontate a scuola o nei libri di storia in modi semplificati e a volte ridicoli. Eppure, i grandi dibattiti su questi temi, come quelli con il mondo luterano, trovano il loro fondamento proprio in Rm 8. È qui che si sviluppano, ed è qui che si possono comprendere.
Perché scegliere un testo così complesso per un ragionamento sulla speranza? Perché almeno secondo la mia lettura – che non è solo mia, ma in cui mi ritrovo – questo testo va oltre un semplice discorso antropologico su parole e segni di speranza. Rm 8, infatti, introduce domande di speranza, ed è proprio questo l’aspetto sorprendente: di solito, le domande non generano speranza, semmai la esprimono, la cercano. Le domande, per loro natura, restano sospese, nascono dall’assenza di una risposta. Eppure, secondo la logica di Rm 8, sono proprio le domande a diventare un fondamento della speranza.
Questa è, in un certo senso, la mia tesi: fino a parole e segni di speranza possiamo arrivarci tutti, perché fanno parte dell’esperienza umana. Ci sono parole che altri ci rivolgono e che ci danno speranza, segni, eventi o esperienze che ci consolano e ci fanno pensare: Forse, in fondo, c’è ancora qualcosa di buono nell’umanità. Questo è un livello di speranza abbastanza immediato. Ma come possono essere proprio le domande a nutrire la speranza? Come può il mantenere uno sguardo interrogativo sulla vita diventare un modo per alimentarla? È qui che la logica di Rm 8 si fa più complessa e profonda.
Ho scelto di partire dal versetto 18 perché l’intero capitolo sarebbe troppo lungo, ma riprenderò comunque alcuni punti della parte precedente.
Il testo: Rm 8,18-35
8 18Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. 19L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. 20La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza 21che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. 23Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. 24Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? 25Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.
26Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; 27e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.
28Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.
31Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 32Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? 33Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! 34Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!
35Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?
Commento:
8 18Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi.
Proprio per il discorso che facevo prima sulla diversa logica di Paolo, è fondamentale restare ancorati al testo, senza trarre troppe conclusioni fuori dal testo. “Le sofferenze del tempo presente” – fin qui, questa è una delle poche affermazioni chiarissime: ogni vita conosce sofferenze, grandi o piccole, costanti o saltuarie, passate, presenti o future. Non sappiamo quando o quali, ma sappiamo che le sofferenze fanno parte della condizione umana. La questione, però, non è trovare una soluzione. Il nostro istinto ci porta a pensare: se c’è sofferenza, c’è un problema; se c’è un problema, bisogna risolverlo. Ma Paolo non dice questo. Dice invece che “le sofferenze del tempo presente non sono nemmeno paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi”, rivelata, cioè manifestata, resa visibile, resa sperimentabile, resa riconoscibile. Qui emergono due parole chiave: paragonabili e rivelata. Quello che la speranza fa non è risolvere, ma rivelare. Rivela una gloria futura che, proprio perché futura, ancora non c’è. Paolo stesso lo sottolineerà più avanti. E il punto non è se la sofferenza viene eliminata – essa rimane, come una cicatrice, come la fatica vissuta. Nulla viene cancellato, ma semplicemente non c’è paragone tra la sofferenza e ciò che verrà. A questo punto, la vera domanda diventa: ti interessa? Sei disposto a pagare un prezzo alto per qualcosa di prezioso? Perché la questione non è se il cristianesimo risolve i tuoi problemi, ma se sei disposto a investire in qualcosa di inestimabile valore. Se vuoi diamanti, hanno un costo elevato. Se ti accontenti di pietre fasulle o di bigiotteria, certo, costa meno. Questo è il punto di partenza. E poi è stranissimo, nel versetto successivo Paolo non rimane su questo punto, che è un punto umano, della persona, del sentire della persona e del suo vivere. Secondo una logica aristotelica ci si aspetterebbe che sviluppasse questa cosa, la motivasse. Invece sembra cambiare completamente argomento spostando il discorso su un altro piano e dice…
19L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.
Paolo allarga l’orizzonte e afferma che quei diamanti, cioè la rivelazione della gloria in te, non solo non sono paragonabili al prezzo che viene pagato, ma sono attesi dall’intera creazione. Non sei solo tu ad aspettarli: tutto il mondo, in quanto creatura come te, è coinvolto in questa attesa. La creazione è solidale con te, ti riguarda, è il luogo in cui vivi, il dono che hai ricevuto. Ma affinché ciò che è nei figli di Dio venga rivelato, è necessario che tu sia disposto a pagare quel prezzo. Tutta la creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.
Questo versetto, per me, è sempre stato una di quelle questioni che mi spaccano la testa. Forse proprio da qui nasce uno dei temi più personali della mia vita, uno di quelli che sento più miei nella costruzione della mia identità. Voi mi conoscete da tempo, in modi diversi, e avete un’idea di come sia andata e stia andando la mia esistenza. Se c’è una cosa che mi sta davvero a cuore, è sempre stata l’impresa comune: non combattere solo per me stessa. Ancora oggi vivo questo paradosso, per esempio a livello professionale. Sto attraversando un momento di grande successo personale, ma nello stesso tempo vedo faticare e spegnersi molte delle imprese comuni in cui ho investito tantissimo. E vi assicuro: il mio successo personale mi interessa, certo, sarebbe falso dire il contrario. Ma non mi basta. Perché non è il mio successo individuale a tenermi in piedi: è l’impresa comune che mi dà l’allegria per di andare avanti. E allora arriva questo versetto: “L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.” Quando decidete se siete disposti a sostenere le sofferenze del tempo presente affinché in voi sia rivelata la gloria futura – e il prezzo è alto – ricordate che questa non è solo una scelta personale. È l’attesa di tutta la creazione. È il Regno di Dio che il mondo attende. Mi sembra così chiaro che il mondo lo attende di questi tempi e non sa proprio dove sbattere la testa! E poi prosegue, non sul personale ma sulla creazione e dice:
20La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza 21che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.
Qui c’è la parola chiave per Paolo, in questo testo, che è la correlazione tra speranza e libertà. Per Paolo il percorso del cristianesimo è un percorso di libertà; l’obiettivo di un cristiano non è non peccare, ma morire un po’ più libero di quando è nato. La gloria di Dio che si manifesta in noi è l’aumento della nostra libertà, la possibilità cioè di avere più spazio, più capacità di tenere insieme molte cose, più possibilità interiore di farci carico del dolore degli altri, della loro fatica, della mia fatica, del mio dolore. Perché questo è uno dei drammi; uno dei drammi è l’incapacità, o la non volontà in alcuni casi, di farsi carico.
Una cosa che mi colpisce sempre è quando qualcuno sta male e un altro dice: “No, non vado a trovarlo in ospedale perché proprio non lo sopporto. L’odore, l’atmosfera… mi fanno stare male.” E tu pensi: “Ok, capisco, è una cosa che ti pesa… ma l’altro sta male, no?” Magari una tua visita di mezz’ora potrebbe distrarlo, fargli piacere. E poi, che discorso è “Non sopporto gli ospedali”? Ti sembra che qualcuno ci vada per divertirsi? C’è qualcuno che ha bisogno o no? Visitare gli ammalati è ancora un’opera di misericordia o l’abbiamo archiviata? Il punto non è cosa ci piace o meno, ma cosa vale la pena fare. Non è solo una questione di buona volontà. A furia di ripetere “No, non posso proprio, non lo sopporto”, finiamo per crederci davvero, per convincerci di essere incapaci. Ci imprigioniamo da soli in questa convinzione, no? E il punto è che, se uno pensa solo a sé stesso, finisce per restringere sempre di più il proprio spazio interiore. Più si chiude, meno cose riesce a fare. E questo lo sappiamo tutti, perché ormai siamo ben oltre i 15 anni. Fino a quell’età è comprensibile non averlo ancora capito, ma poi diventa chiaro: possiamo fare solo ciò che, passo dopo passo, impariamo a poter fare.
22Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi.
Questa è una delle frasi di Rm molto citate, per cui ce l’abbiamo nelle orecchie.
23Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.
Allora vedete che comincia a sembrare un pochino più lineare il testo di Paolo? Noi siamo chiamati a lasciare rivelare in noi la gloria di Dio, questa è una questione che riguarda tutta la creazione, ma non solo, anche noi. E qual è la cosa in mezzo? Gemiamo e soffriamo. E non è un caso che Paolo, come dinamica di fondo, lo paragoni alle doglie del parto. È una nascita. Non è un incidente, non è la storia dell’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico, viene assalito dai briganti e ridotto in fin di vita. Non è qualcuno di malvagio che ti ha ferito, danneggiato o distrutto. No, sono le doglie del parto. E cosa sono le doglie del parto? Un processo che, di per sé, non è piacevole. Certo, con il tempo abbiamo imparato a renderlo meno rischioso—almeno nei paesi ricchi, dove il pericolo di morire di parto si è drasticamente ridotto. E va bene così, se si può migliorare ancora, tanto meglio, anche nei paesi più poveri. Ma il punto è un altro: il travaglio non è una malattia. È un processo della vita.
Una vita, inevitabilmente, porta con sé un po’ di dolore. Aveva ragione la mia nipotina – oggi mia nipote -Sofìa, che a sei o sette anni disse: “Ho capito cos’è il paradiso: è un posto dove volersi bene non farà più male.” Trovo che sia una definizione perfetta, perché, finché siamo dentro la storia, volersi bene comporta sempre un po’ di sofferenza. Perché tutta la creazione geme e soffre le doglie di un parto. Perché per fare spazio dentro di noi, per amare davvero, è inevitabile attraversare qualche trauma, abbattere qualche parete, sconquassare qualche pregiudizio, rinunciare a qualche sicurezza che credevamo intoccabile. Fa parte della natura delle cose. E poi c’è questo versetto per me clamoroso:
24Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo?
E questo è il grande dramma della speranza, che è qualcosa che riguarda il passato. Nella speranza siamo stati salvati, è già accaduto, contemporaneamente è accaduto in un modo che non si vede, perché se lo vedo non posso più sperarlo. Anche qui mi sembra che si vada a toccare una delle questioni più critiche dell’Occidente, almeno, e soprattutto di questi secoli. Il tema della realtà. Che cos’è davvero reale? Nell’Ottocento si era immaginato con l’empirismo di avere finalmente capito cos’era la realtà. La realtà, ciò che è reale, è quello che si misura, si pesa, si vede, che risponde alla percezione dei nostri sensi. Il che ci ha portato fino a dire: “No, ma l’ho visto in televisione, quindi è vero!” Adesso poi con l’intelligenza artificiale siamo tutti consapevoli che quello che si vede non necessariamente è vero o è reale. Ma che cosa vuol dire che nella speranza siamo giàstati salvati, ma questo non si vede? Perché ci è data una durata? Perché abbiamo ancora tempo? In fondo, se ci pensate bene, è una delle grandi domande dei cristiani dei primi secoli: Perché ritarda la parusia?
Chi ha studiato teologia il problema del ritardo della parusia l’ha studiato a fondo. Il problema è molto serio: “Se tutto ciò di importante che doveva accadere nella storia è già accaduto, il figlio di Dio si è fatto carne, ci ha salvati con la sua morte e risurrezione, Dio ha già sancito e sigillato la salvezza del mondo, che il mondo non sarà perduto, perché c’è ancora la storia?” E voi sapete quanto Paolo ce l’avesse con quelli che non lavoravano, non si sposavano, non facevano nulla perché tanto il mondo stava per finire. Ma lui dice chiaramente: “Va bene, finirà quando dovrà finire, ma fino all’ultimo minuto chi vuole mangiare deve lavorare!” Non si può gettare via questa creazione che geme e soffre. Ma allora, perché abbiamo ancora tempo, se questo tempo è fatto delle sofferenze del presente? Perché la speranza nella quale siamo già stati salvati resta ancora invisibile? La risposta arriva subito dopo, nel versetto successivo, che dice:
25Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.
È un tema a cui abbiamo accennato già in un’altra lectio di questa sezione, ma che qui diventa molto più visibile, che è il tema della durata. Sono le tre coppie di Lc 24 di cui avevamo parlato: vedere/non vedere, spiegare/restare, guarire/curare. La durata è nella capacità di abitare una tensione nel tempo. In fondo il tempo è l’unica cosa che noi abbiamo e Dio no, è ciò che noi abbiamo in più di Dio, perché Dio non ha tempo, ha tutto il tempo, quindi non ha tempo, è compresente a se stesso. Noi, gli umani, abbiamo una sola cosa che davvero possiamo offrire, mettere in gioco, pagare di tasca nostra, è il tempo. E la durata, o il tema, se volete detto in modo più spirituale, della fedeltà che nella scrittura ricorre sempre, è l’unica questione che appartiene veramente alle nostre mani. Attendere con perseveranza. Mi piacerebbe molto fermarmi su questa questione perché queste poche parole sono enormi, grandi, colorate. Le nostre vite come attese che si vivono nella perseveranza, nel non lasciar cadere l’impresa comune, nel continuare a perseguire l’eccedenza, nel continuare a nutrire e curare anche contro una guarigione che non c’è. Ognuno di noi può declinarlo come vuole, questo attendiamo nella perseveranza, ma secondo me c’è da divertirsi molto. Infatti, una delle cose che io personalmente, preparando questa lectio, ho deciso è che questo sarà il versetto della mia quaresima di quest’anno, adatto a colorare l’attesa della Pasqua in modo forte.
E continua così, arrivando ai versetti più belli. Belli nel senso che ci mostrano come sia possibile attendere con perseveranza, come trovare la forza di resistere. È un po’ come quando un bambino chiede: “Posso farcela?” e la risposta è: “Sì, ce la puoi fare.” E infatti il testo prosegue dicendo…
26Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente…
E viene da pensare: “Va bene, Paolo, ma datti un’organizzata, il tuo pensiero sembra un po’ sconclusionato!” Ma in realtà il punto è proprio questo. Se gemiamo interiormente per la nostra speranza e per la speranza della creazione, e se questo richiede perseveranza, allora dobbiamo riconoscere che non ce la possiamo fare senza preghiera. Non per motivi bigotti, per pagare un prezzo. È come un bambino che a un certo punto grida: “Aiutami!” perché sa che da solo non può farcela, ha bisogno che qualcuno intervenga, che metta del suo, perché le sue forze non bastano. Ed è qui che trovo di una tenerezza infinita i versetti che seguono…
…ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; 27e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.
Trovo questi versetti di una bellezza straordinaria. Ci mostrano come sia possibile perseverare, e la risposta è qualcosa di antico come il mondo rispetto alla vita e agli amori degli umani: che l’altro ci capisca, quasi senza bisogno di spiegare, e che possiamo sperare di essere compresi. Questa è una delle aspirazioni più profonde che ciascuno di noi ha nella vita: essere riconosciuti. Che qualcuno ci guardi e colga chi siamo davvero, fino in fondo. Ma non solo: che, riconoscendoci, scelga di stare dalla nostra parte. Non per dirci “hai ragione” o “hai torto”, “questo è giusto, questo è sbagliato”, ma semplicemente per esserci, per sostenerci. Ed è esattamente questo che Paolo dice che lo Spirito fa. Qui siamo ben oltre la legge: lo Spirito genera un’eccedenza. Ci rende riconosciuti da Dio, sta dalla nostra parte e rende possibile un’eccedenza.
28Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.
Noi, con parole diverse, potremmo dire così: Dio ci riconosce, ci vede nella nostra autenticità, nella nostra profondità. Ci riconosce per quello che siamo davvero, ognuno con la propria unicità, con i propri desideri, fragilità e gioie. E nel conoscerci – anzi, nel ri-conoscerci, potremmo dire – ci ha predestinati a essere conformi all’immagine di suo Figlio. Questo significa che Dio si pone nei nostri confronti come colui che vede, sul volto di ognuno di noi, il volto del Figlio crocifisso. E proprio per questo, lo risuscita.
Quando dicevo che tutto ciò che speriamo è di essere riconosciuti senza dover spiegare, intendevo proprio questo: che qualcuno ci veda per quello che siamo e, nel riconoscerci, scelga di stare dalla nostra parte. Non perché debba giudicarci o dirci: “Oddio, che disastro sei! Certo, dovresti migliorare un po’”. Quello lo sappiamo già da soli. Ma perché, riconoscendoci, possa dire: “Sto dalla tua parte. Faccio il tifo per la tua vita, perché possa crescere e fiorire nel modo migliore possibile. Perché tu, proprio così come sei, possa arrivare alla tua pienezza.”
Dunque “li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” e “quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati”. Non si è limitato a fare il tifo per la loro vita in modo astratto, ma ha detto loro: ‘Ti accompagno, se vieni con me questa cosa funzionerà’. “quelli che ha chiamato li ha anche giustificati”, non ti preoccupare sono ammessi molti errori. Infine “quelli che ha giustificato li ha anche glorificati”.
31Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 32Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? 33Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica!
34Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!
35Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?
“Chi ci separerà dall’amore di Cristo?” È una frase molto citata sulle immaginette, però presuppone tutto il discorso precedente, non è un fatto puramente sentimentale. È vero, Dio ci ama comunque, ma la questione è: se volete i diamanti siete disponibili a pagarli cari?
Spero di essere riuscita a trasmettervi in parte la profondità di questo testo, che può accompagnarci nell’inizio di quaresima, aiutandoci a riflettere e a cogliere il senso di questo passaggio. Quello che Paolo ci pone davanti non sono né parole né segni in sé di speranza, ma domande. La domanda da cui siamo partiti: la sofferenza del tempo presente non è paragonabile alla gloria dei figli che sarà rivelata. Dunque, ripeto, se volete diamanti, costano e questa è la linea non commerciale della speranza.
Intervento. La questione della predestinazione. Non siamo tutti predestinati? Se solo chi è chiamato è predestinato, gli altri sono già perduti in partenza?
Sì e no. Cercare di applicare la logica aristotelica al testo di Paolo non funziona. La questione della predestinazione, che non a caso ha diviso l’Occidente credente, è una domanda estranea a questo testo: se tutto è già deciso, allora le nostre azioni non contano? Per questo ho insistito tanto su un altro punto: la vera domanda che Paolo pone è questa: ‘Sei disposto a pagare un prezzo alto per i diamanti?’ Da qui in poi tutto cambia. Non è più solo questione di quanto paghi o di cosa sei capace di fare. Da quel momento in poi, in un certo senso, sei predestinato. Ma c’è una condizione: devi essere pronto a rischiare tutto, anche solo i due spiccioli della vedova. Perché per te, quel prezzo deve essere davvero alto.
La questione è porre una questione in chiave aristotelica su un ragionamento che non è aristotelico, per cui presupporrebbe la successione delle cause. Invece la domanda è una domanda a bivio, rabbinica, quella iniziale: vuoi paragonare o no le sofferenze del tempo presente con la gloria che deve essere rivelata? Quanto sei disposto a pagare? Una volta che tu ti metti da una strada o dall’altra sei tu l’artefice di questo primo bivio iniziale, ma quello che Paolo dice è: occhio perché è un bivio serio, non è un bivio qualsiasi, è il bivio che poi determina e ti fa entrare in questa logica in cui poi la grazia di Dio compie tutto quello che è da compiere. Diciamo che Paolo qui è più vicino alla logica luterana della sola grazia che non a quella cattolica. Però è vero che la distinzione che la crisi moderna pone, è una distinzione che non è nell’orizzonte di Paolo, è una distinzione che abbiamo dopo e quindi che non trova un equilibrio qui, in questo testo. Poi invece, se vuoi e questo però è un altro discorso, non a partire dal testo di Paolo, ma di tutta la riflessione che la teologia ha fatto, si potrebbe fare un incontro su grazia e libertà, perché questa secondo me è una questione su cui abbiamo molte domande e abbastanza inevase, ma non vanno fondate le risposte sul testo di Paolo.
Intervento. La sequenza degli ultimi tre incontri, parole, segni, domande, ovviamente non è casuale. Vanno tenute tutte e tre insieme? C’è una sequenza, ma bisogna cominciare dal testo di oggi e poi fare i segni e poi le parole? Sono tre elementi dell’esistenza…
Sì e no, nel senso che, nel mio metodo di leggere la scrittura e di condividerla con voi, tendo sempre a partire dall’antropologico per arrivare all’eccedenza cristologica, che è molto meno dimostrabile dell’esperienza antropologica. Parole e segni potrebbero essere invertite, segni e parole, ma sono la dimensione antropologica. Quando qualche amico ci dice che è proprio disperato, noi proviamo a trovare le parole giuste, se ci riesce, e poi a fare qualcosa per aiutarlo. Parole e segni sono la moneta per la speranza, quella che gli umani cercano di scambiare, come anche nei Vangeli. Le domande sono invece il passaggio successivo, un passaggio cristologico che non poteva stare prima; non abbiamo domande se non abbiamo già sperimentato, almeno umanamente, una dinamica di parole e segni, se non abbiamo una sensibilità sulla speranza. Perché le domande stanno dalla parte di un appello, di una eccedenza, chiedono un di più di te, di farti carico di qualcosa che viene da un altro e non da te. Le domande sono veramente un’eccedenza, perché aprono, non chiudono. In fondo, quando Paolo dice ‘Chi ci separerà dall’amore di Cristo?’, non lo afferma perché è dimostrato dalla risurrezione o da qualche altra prova. Piuttosto, il suo messaggio è un altro: se vuoi i diamanti, devi essere disposto a pagarli a caro prezzo. E solo allora li troverai.
Intervento. Questa idea che Dio ci lasci sbagliare mi colpisce. Ora non ricordo il passaggio esatto nel brano, ma c’è quel versetto che dice: ‘tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio.’ E in quel ‘tutto’ mi sembra di poter leggere anche l’intera nostra storia: non solo i momenti positivi, ma anche gli errori, i passi falsi, i lunghi giri che facciamo prima di arrivare alla meta, la parte fallimentare della storia. Invece di andare direttamente da un punto all’altro, spesso ci perdiamo per strada. Ti chiedo: è una lettura corretta?
Assolutamente sì. Quando Gesù dice: ‘Sono venuto per i malati e non per i sani’, o quando polemizza con i farisei, non sta semplicemente affermando che i peccatori e le prostitute li precederanno nel Regno di Dio. E non dice nemmeno: ‘Sono venuto per i malati, ma solo se prima guariscono’ o ‘Vi precederanno, ma solo se si convertono.’ Gesù non pone condizioni. Non è ‘nonostante’ i nostri peccati che tutto concorre al bene, ma ‘a causa’ di essi. È proprio nella nostra debolezza e fragilità che Dio opera. Nella logica di Paolo, il meglio di noi emerge proprio passando attraverso i nostri errori. Se entriamo in questa prospettiva, ci accorgiamo che ciò che conta è riuscire, almeno a un certo punto, a fermarsi e dire: ‘No, non era questo che volevo. Non è questa la verità di me. Sì, l’ho fatto. L’ho fatto anche convinto. Non avevo capito, non l’ho capito in tempo. Oppure lo sapevo, ma non avevo l’energia, la lucidità, la volontà.’ È un ragionamento normale, che probabilmente facciamo tutti venti volte al giorno. Ed è proprio a causa di tutto questo che si rivela la gloria dei figli di Dio, non nonostante questo. Altrimenti, Gesù sarebbe venuto per i sani e non per i malati, e peccatori e prostitute non ci precederebbero nel Regno dei Cieli, se non dopo essersi pentiti.
Io capisco che fa un po’ arrabbiare, perché un sacco di gente poi ti dice, con reazione molto istintiva: ‘Ma come, quelli si sono divertiti tutta la vita, io ho fatto una gran fatica per essere buono e quelli mi passano anche davanti?’ È peggio per te se non ti sei divertito, c’è qualcosa che non funziona se la bontà non ci diverte, la speranza non ci diverte. Vuol dire che abbiamo una strana idea di bontà o di rapporto col buon Dio, ma anche di rapporto con gli altri. Ce l’hanno inculcata così? È vero che ce l’hanno inculcata così, però il problema è che, ad esempio, farmi carico di un altro, del suo dolore, è faticoso, ma io voglio sapere se non è la gioia più grande di un genitore farsi carico dei propri figli, anche quando li ammazzerebbe in alcuni passaggi, da piccoli perché sono piccoli, da grandi perché sono grandi, ce n’è sempre una. Ma se un figlio mi dicesse: ‘Io sono morto per te, tu non devi più pensare a me in nessun modo, mi faccio i fatti miei e non ti chiederò mai più niente’, è una cosa di un dolore, credo, inimmaginabile, perché poi alla fine uno si fa carico, paga caro, ma ha un diamante, cioè ha una cosa bella nella sua vita, che è quel rapporto lì, quella generatività, quel vedere un figlio che cresce, che fa i suoi errori, provare a medicargli le ginocchia sbucciate quando è piccolo e l’anima sbucciata quando è più grande.
Enrico diceva che gli ricorda la parabola dei talenti. Esattamente, è la logica evangelica che abbiamo tentato di spegnere in tutti i modi negli ultimi duemila anni, ma è la logica evangelica di una paradossalità, senza ombra di dubbio, che non possiamo spegnere solo con una logica della legge in senso stretto. Carlo citava la parabola del padre misericordioso, ma la questione è proprio quella, siamo dei cristiani noiosi, siamo dei cristiani che pensiamo che per essere cristiani bisogna non divertirsi ad ogni costo, questo non è attraente per nessuno, questo è evidente.
Intervento. Marco ha fatto una sottolineatura molto interessante dicendo che una cosa che lo colpisce molto è che non ha ancora trovato una rappresentazione artistica della parabola del padre misericordioso che corrisponda al racconto, perché sono tutte al contrario, c’è sempre il figlio che si butta in ginocchio dal padre, ma di per sé nella parabola ciò che viene detto è che è il padre che si butta ai piedi del figlio e di per sé sarebbe interessante ragionare su questa cosa. Inoltre sottolineava la correlazione tra la riflessione di oggi e la lettera di Bonhoeffer a Bethge, dopo il fallito attentato Hitler, in cui Bonhoeffer dice che si diventa veramente credenti nella misura in cui si smette di voler essere un bravo credente e si smette di pensare alle proprie sofferenze, ma si comincia a pensare alle sofferenze di Dio rispetto al mondo. Io penso che questo sia il punto, il punto almeno della riflessione di oggi. Ha ragione Marco, è molto denso, forse questa è un’altra lettura buona per la quaresima [NdR La lettera è consultabile seguendo questo collegamento]. Grazie a tutti!
Fossano, 15 febbraio 2025
Testo non rivisto dall’autore
Lectio 2024/2025
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