12 Marzo 2022
Stella Morra

6. Di fronte a se stessi

Commento a: Lc 18, 18-30


Ci ritroviamo ancora una volta in un tempo complicato, devo dire in premessa che ho fatto particolarmente fatica, negli ultimi quindici giorni, a mettere a punto questa riflessione a partire dai materiali che avevo raccolto nell’estate, in cui una serie di elementi non erano neppure all’orizzonte, e nel tentativo di metterli insieme ho continuato a girarli e rigirarli cercando di capire come suonavano a me stessa in questo orizzonte cambiato e se avevano qualcosa da dire anche rispetto a questo tempo che stiamo vivendo, che si fa sempre più oscuro. Qualche idea mi è venuta e la condividerò con voi leggendo il testo, ma c’è un dato di fondo che mi sta pesando addosso: già durante la pandemia abbiamo fatto in parte l’esperienza che le categorie e le parole a cui eravamo abituati per dire la fatica, il dolore non ci bastavano più, non riuscivano a dire fino in fondo le cose che stavamo provando. Dal mio punto di vista, in questa situazione ancora di più, perché anche le categorie più classiche dell’analisi sociale e politica che ci aiutavano a capire che cosa succede nel mondo e i giornali ci raccontano, anche quelle categorie non sembrano più spiegare niente. Negli ultimi giorni riflettevo che sempre più si sente dire «il problema è che Putin è pazzo». Ricorriamo a categorie individuali – a proposito della nostra riflessione sul noi – come se il male fosse questione di uno che è pazzo, fuori governo. Io non ho gli elementi per capire se lo sia o meno, ma la questione non è questa: ammesso che sia pazzo, bisogna chiedersi come mai degli interi sistemi sociali, mezzo mondo, di fatto, hanno consentito – per motivi diversi, alcuni forse nobili, altri meno – che quella persona potesse avere un potere tale da mettere in scacco tutto e creare una sofferenza, un male condiviso, così grande. Nella storia è già capitato varie volte che si dicesse «vabbé, ma quello era pazzo» dei vari dittatori, i vari Bokassa dell’universo. Il problema è: perché nessuno è in grado di fermarli, prima che arrivino a quel livello di potere? Che cosa c’è nel nostro noi comune che non ci dà abbastanza garanzie rispetto alla possibilità di controllare che non sia così drammatico? È fin troppo facile dire che fino all’altro ieri molti hanno fatto affari con Putin, e lì il giudizio “magari è pazzo” non appariva così importante. Mi pare che questa situazione intercetti molto bene la riflessione che stiamo facendo sul noi, questo noi da ricostruire come un noi di responsabilità, che vuol dire che non è necessario aspettare che le cose caschino sui miei piedi per poter fare delle valutazioni più generali sulla necessità di pesi e contrappesi, di comportamenti corretti per evitare di dare tanta libertà e tanto potere a chi può scatenare mali peggiori per tutti, soprattutto per i più poveri e vulnerabili, che si ritrovano a pagare prezzi altissimi senza sapere perché.

Da questo punto di vista la nostra riflessione, che era partita dall’apparizione del Risorto alla Maddalena, il tema del non trattenere – ed era arrivata a Davide e le vite incastrate, mi sembra che la situazione in cui ci troviamo sia davvero un insieme di vite incastrate, in processi di deresponsabilizzazione, di senso di impotenza, di «io non c’entro niente» oppure «io sto dalla parte giusta».

La riflessione era passata poi al testo di Osea, la questione dei legami, della qualità ambivalente dei legami. «Io non c’entro nulla» è un’affermazione molto ambivalente perché, da una parte, è vero che nessuno di noi, se avessimo potuto scegliere, avrebbe, ma scelto la via della guerra; detto questo, non è vero che noi non c’entriamo niente, che tutto questo è ascrivibile alla pazzia di un singolo: nessuno riesce a mettere in scacco mezzo mondo senza la collaborazione di molti, o almeno il tacito assenso, il chiamarsi fuori. Abbiamo visto poi la questione del riposo e della stanchezza nel testo di Isaia. La volta scorsa siamo entrati nei temi evangelici, con un testo abbastanza lungo, il cui brano centrale era quello della tempesta sedata, con la liberazione dei demoni all’inizio e alla fine. In questo tempo mi sembra che siamo tutti tentati ad interrogarci sull’esistenza del male al di là delle nostre volontà, di un male demoniaco, la sensazione che ci sia un male che vaga per il mondo e che si concretizza: prima la pandemia, adesso la guerra… Non c’è più un telegiornale che dia i dati dei contagi, in compenso tutti ci fanno vedere immagini strazianti della guerra; ci mancano le cavallette e l’invasione delle rane e poi ci siamo fati tutte le piaghe d’Egitto. Abbiamo la sensazione di un accanimento, di un male quasi metafisico. Varrebbe la pena di riflettere una volta su che cosa si intende quando si parla di demoni, nella tradizione biblica e scritturistica.

La lectio di oggi

Nella fatica di questi giorni, di trovare parole che non fossero astratte dal tempo che stiamo vivendo, parole che non fossero adatte a tutte le stagioni e i luoghi – perché non può essere che la Parola di Dio sia così – mi sembra che questo testo, noto come “il giovane ricco” oppure il notabile ricco”, la cui trama è nota a tutti, sia proprio utile in questo momento, perché ci porta al cuore del cuore della questione del noi e ci dice che il cuore del cuore, almeno per come la pone Gesù, sta nell’essere capaci di stare di fronte a se stessi. Questo non è affatto un esercizio di individualismo, è la radice vera di che cosa io faccio di me in un noi. Se io non so qualcosa di cosa io faccio di me, e qualcosa di specifico, come vedremo nel testo, non c’è un noi sano possibile: c’è un noi manipolatorio, un noi deresponsabilizzante. Soprattutto nel racconto di Luca, essere un io capace di stare in piedi è condizione fondamentale per qualsiasi livello di noi, ed è condizione per sapere di sé, di dove ci si mette, e di come questo può accadere. In altri passi evangelici questo è raccontato con eventi esterni, miracoli o incontri come per Zaccheo o la samaritana. In questo testo viene esplicitata la questione di fondo, un punto delicato – presente anche negli altri incontri o eventi esterni, spesso come provocazione, invece qui molto chiaro. È. la domanda di sé di fronte a sé

Il testo: Lc 18,18-30

18 18Un notabile lo interrogò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 19Gesù gli rispose: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 20Tu conosci i comandamenti: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre». 21Costui disse: «Tutte queste cose le ho osservate fin dalla giovinezza». 22Udito ciò, Gesù gli disse: «Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi!». 23Ma quello, udite queste parole, divenne assai triste perché era molto ricco.

24Quando Gesù lo vide così triste, disse: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. 25È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!». 26Quelli che ascoltavano dissero: «E chi può essere salvato?». 27Rispose: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio».

28Pietro allora disse: «Noi abbiamo lasciato i nostri beni e ti abbiamo seguito». 29Ed egli rispose: «In verità io vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, 30che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà».

Commento:

Un notabile lo interrogò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli rispose: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo».

Gesù cerca grane, fin dalla prima parola. Questo è un notabile, ci dice Luca, cioè una persona di cui si sa chi è, qual è il suo ruolo sociale e pubblico, uno che fa parte di un noi riconosciuto, tra l’altro notabile, quindi nemmeno all’ultimo grado della scala sociale, non un cieco o uno storpio, una samaritana o uno straniero: un notabile, uno la cui consistenza come persona, almeno vista dall’esterno, è significativa e positiva. Fa una domanda gentile, si rivolge educatamente, non è manipolatorio come i farisei, fa una domanda sincera “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Questo è il punto di partenza per stare di fronte a se stessi. Ci si può stare a partire dalla propria vulnerabilità. In effetti poi Gesù dirà che è più facile, se parti dalla tua vulnerabilità. Se parti da un punto di forza esprimi una posizione, come se tu proiettassi dentro di te quello che c’è all’esterno e ti dicessi di te stesso le cose che ti abbagliano da fuori. E chiama Gesù “maestro buono”. Gesù parte a gamba tesa e risponde «Perché mi chiami buono?» Solo Dio è buono. Come ti permetti di esprimere un giudizio, una valutazione? Non sei un vulnerabile che ha ricevuto un miracolo, quindi puoi dire a me che sono buono. Di per sé, solo Dio è buono. È un modo duro di entrare nel dialogo, e credo che questo sia uno degli elementi su cui riflettere in questo tempo: Dio sta continuando il suo dialogo col mondo in un modo molto duro, in questo momento. Non oso sostenerlo, né lo teorizzo, ma mi è venuto in mente: abbiamo rischiato di non capire niente rispetto alla pandemia, ora Dio ci sta davvero mostrando noi stessi, la nostra possibilità di potere e di violenza, l’incapacità di assumerci delle responsabilità, ci sta mostrando la fragilità del nostro noi in un modo che più radicale non si può. Forse è meglio che iniziamo ad ascoltare.

Poi Gesù prosegue: Tu conosci i comandamenti: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre». Goi ripropone la Legge, quello che fa del popolo ebraico un noi, il decalogo in cui loro si riconoscono. Gli dice: «questo lo sai, è ciò che vi è dato per vivere, perché lo chiedi a me?» Costui disse: «Tutte queste cose le ho osservate fin dalla giovinezza». È curioso come Gesù, col suo ingresso polemico nel dialogo, provi a “spostare” la comprensione di sé che questo notabile ha, e lui sta assolutamente fermo nell’approvazione di sé. Lui si sente notabile, non è solo un notabile per la società, per il luogo in cui vive. Lui dice «tutto questo l’ho fatto, sono buono». Gesù prova a spostarlo e lui sta fermo nella sua bontà, non è in grado di mettersi di fronte a sé da un altro punto di vista, da un punto di vista che non sia quello che ha interiorizzato come l’immagine che gli altri hanno di lui e che quindi lui si è assunta come positiva.

Udito ciò, Gesù gli disse: «Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi!». Gesù entra a gamba tesa ancora una volta: «se non capisci, ti dico chiaramente come ti devi spostare» e sono quattro verbi: vendi, distribuisci, vieni, seguimi. Sono verbi in una successione concatenata rispetto al mettersi di fronte a se stessi. Paolo direbbe che bisogna abbandonare l’uomo vecchio, vendere tutto ciò che abbiamo interiorizzato come il sapere di noi stessi, e non è mai un’operazione piacevole né facile, perché si tratta di spezzare il legame, umanamente normale, che costruiamo in una vita, tra ciò che recepiamo di noi negli occhi degli altri e ciò che diventa il nostro vero noi. Tutti sappiamo che crescendo impariamo ciò che siamo dallo sguardo degli altri, e in questo c’è una componente sana. Ma qui ci viene detto: «se questo è tutto, ti manca qualcosa, devi avere il coraggio di distanziarti, di vendere e distribuire, cioè di mettere in gioco con generosità, per il bene degli altri, l’immagine buona che ti hanno rimandato, di farla circolare, di non farla diventare un capitale in un granaio. Il tuo essere notabile può essere venduto e distribuito, se tu guardi veramente a te stesso». È come il gesto di san Francesco, che si spoglia, restituisce i propri abiti al padre e sceglie la povertà: non è un gesto semplicemente provocatorio, è vendere la sua immagine precedente, distribuirla e poi un duplice movimento: «vieni! Seguimi!». Mettersi in cammino per ri-interrogare se stessi. Quasi tutti i racconti agiografici sui santi fondatori hanno alla loro origine un passaggio di questo genere. Sant’Ignazio, per esempio, voleva essere il miglior cavaliere del regno. Si rompe una gamba in una battaglia, rimane a lungo malato – perché nel 1500 rompersi una gamba era un problema non da poco, si rischiava la vita – e soprattutto rimane zoppo, dunque non potrà più essere il miglior cavaliere del regno. Decide allora che sarà il miglior santo del regno. Bella presunzione, ma va bene così. C’è all’origine, un gesto di rottura rispetto a ciò che gli altri vedono di me e che io ho interiorizzato, e la capacità di creare una distanza tra sé e sé, mettersi di fronte a se stessi e cominciare a chiedersi non quanto sono buono, ma quanto la mia vulnerabilità può essere condivisa, diventare la radice di un noi. C’è un verso di Arminio, poeta che cito spesso, che dice «abbi cura della tua innocenza, più che della tua bravura», verso che mi pare particolarmente adatto a questa riflessione.

Poi il versetto 23, una lama che trancia il cuore: «Ma quello, udite queste parole, divenne assai triste perché era molto ricco». Ascolta Gesù, evidentemente capisce molto bene che cosa gli è chiesto e, in una frazione di secondo, decide da che parte mettersi. «Era molto ricco», dunque diventa triste. Il legame tra tristezza e ricchezza – non tanto materiale, ma anche quella conta – è gigantesco. Il legame tra l’impossibilità di mettersi di fronte a se stesso e la tristezza, che prende mille forme, ad esempio l’insoddisfazione, mi sembra molto chiaro, qualcosa che tutti abbiamo sperimentato, almeno in alcuni passaggi. Senza per lo più sapere come uscirne, a volte addirittura riconoscendo che non abbiamo motivo di essere tristi, nondimeno sentendoci radicalmente tristi. Per me la tristezza è quasi la peggior cosa che riesco ad immaginare, e mi chiedo quante volte nella mia vita, senza quasi accorgermene, divento triste perché sono molto ricca. Di fronte a una provocazione radicale di spostamento che a volte nemmeno riconosco.

Quando Gesù lo vide così triste, disse: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. È più facile, infatti, per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!». Al di là dell’iperbole della cruna dell’ago e del cammello, diventata molto famosa, e nonostante il possibile errore di traduzione – perché forse non era un cammello ma una corda, paragone che avrebbe anche più senso – in entrambe le versioni, comunque, il significato non cambia, perché entrambi non passano per la cruna dell’ago. La questione è quanto sia difficile per coloro che hanno ricchezze. Soprattutto in tempi come questo dovremmo riflettere molto su questa questione. La prima ricchezza che ciascuno di noi possiede è l’immagine di sé, ciò che ciascuno presume di sapere in modo definitivo su se stesso, ciò che ha costruito e che determina i suoi impegni, desideri, lotte e che però circoscrive il confine della sua responsabilità – che cosa c’entro io con questa guerra? Non dipende mica da me! La prima ricchezza è quella dell’autosufficienza che non ci fa imparare ad avere uno sguardo politico sul mondo, nel senso più serio di questa parola, cioè di ciò che è comune, che riguarda tutti e impegna tutti e che è fatta di sé capaci di avere una distanza da sé. Un’altra cosa che mi colpisce moltissimo è che in questa fase di calo pandemico in cui ci stiamo tutti rilassando un po’, stanno diventando visibili gli effetti di questi ultimi due anni. Ad esempio, c’è una diffusione di atteggiamenti paranoici su cui ovviamente la guerra va a nozze. Atteggiamenti per cui tutto dipende dagli altri, dietro ad ogni cosa si vede un complotto, c’è sempre un cattivo che ce l’ha con me… Se una persona depressa prima o poi arriva da uno psicologo o uno psichiatra, succede invece che un paranoico… fa carriera, perché si protegge talmente tanto da tutto e tutti che alla fine rimane in piedi solo lui in mezzo alla stanchezza del mondo. È un malessere più difficilmente curabile perché è funzionale alla difesa di se stessi e al diventare sempre più isolati, anche se non felici. Il «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio» prima che un problema morale sia un problema di identità psichiche, l’assunzione della propria ricchezza come certezza della propria immagine come ciò che basta a se stessi, quella che la Bibbia definisce idolatria, fidarsi dei carri del Faraone. Per questo è così difficile, per questo siamo molto fortunati, perché in un tempo come questo siamo in una condizione di grande vulnerabilità. Ognuno ha le sue fragilità, ma non è questo il problema: siamo tutti adulti, con un’identità già ben definita, ma la storia ci sta mettendo in una condizione di vulnerabilità, cioè siamo raggiungibili da una ferita, ancora qualcosa ci può raggiungere e ferire. La condizione peggiore è quando si sta – come questo notabile – in una corazza che rende non più vulnerabili. Ogni ferita, alla fine, diventerà motivo di gratitudine, anche se non è divertente nel momento in cui accade.

Quelli che ascoltavano dissero: «E chi può essere salvato?». È la resistenza al cambiamento: se è così difficile non si può fare. Qui c’è un versetto bellissimo:

Rispose: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio». È la quintessenza della fede: quando la vulnerabilità è espressa con la richiesta di un miracolo, ciò che è impossibile diventa possibile. Il cieco vede, il muto parla, lo storpio cammina, perché l’impossibilità viene fisicamente trasformata in possibilità. Qui c’è qualcosa di più profondo, perché l’impossibilità richiede la partecipazione del soggetto, richiede che noi ci lasciamo spostare, che non resistiamo a questa fatica, a questa vulnerabilità. Richiede che collaboriamo alla possibilità di Dio. Questo testo esplicita l’atteggiamento che Gesù ha avuto in tutta la sua vita. Anche il cieco che vuole vedere deve almeno gridare, chiedere, e non è poco. Certo, per uno che è cieco, avere anche solo una possibilità su un milione di essere guarito, diventa un po’ più facile chiedere. Lo è meno accettare di essere spostati dalla propria identità di sé.

Gli ultimi tre versetti hanno il gusto della misericordia: Pietro fa uno di quei ragionamenti che meriterebbero come risposta «ma allora non stai proprio a sentire». Gesù invece lo incoraggia, è il tono della misericordia dopo questo discorso molto duro.

Pietro allora disse: «Noi abbiamo lasciato i nostri beni e ti abbiamo seguito». «Quei quattro verbi li abbiamo svolti, abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito… il risultato? Siamo qui a fare gli straccioni dietro un rabbi itinerante…» Ma hanno costituito un noi, il noi dei discepoli, talmente potente che dura ancora oggi è il noi della Chiesa.

Ed egli rispose: «In verità io vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà».

Da una parte Gesù lo tranquillizza, gli dice che nulla va perduto, nemmeno la nostra goffaggine. Avere accettato di spostarsi non va perduto. La povertà – nel senso in cui ne abbiamo parlato, quella non solo di denaro, ma anche di denaro – è la condizione del noi, e lo sappiamo bene, perché tutte le volte che ci capita di parlare con qualcuno molto convinto di sé, quelli che sanno sempre che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, abbiamo la sensazione che non ci ascolti e che sia inutile parlare e confrontarsi con uno che non si sposta mai. Questo vale per ciascuno di noi. Possiamo essere più educati, evitare di dire apertamente che sappiamo già tutto, ma c’è un tema profondo di mettersi davanti a se stessi e partire dalla propria vulnerabilità e povertà. Ciò che ci fa un noi secondo Gesù è la propria vulnerabilità, così come lui si è fatto uno di noi nella sua morte, nella vulnerabilità radicale. Il nostro Dio non costruisce il noi sulla potenza condivisa, ma sulla vulnerabilità condivisa. Da questo fa miracoli: tre pani e due pesci diventano cibo per una folla, una somma di vulnerabilità misteriosamente diventa una generosità condivisa.

La logica di questo capitolo del vangelo di Luca è molto interessante: sembra un’accozzaglia di episodi, ma non è così. Inizia con l’episodio del giudice iniquo e della vedova importuna. «Se non sarete esauditi per la vostra giustizia, sarete esauditi per la vostra insistenza», dice Gesù. Di fronte alla questione radicale di mettersi di fronte a se stessi, nessuno è all’altezza, solo Dio è buono. Ma abbiamo un’arma infallibile, che è insistere, come i bambini che fanno una domanda e non danno tregua finché non arriva una risposta. Il secondo episodio è quello del fariseo e del pubblicano, e comincia a delinearsi la questione dell’autopercezione, dell’immagine di sé e del modo in cui ciascuno dei due vive se stesso, entrambi sinceramente. Per tradizione ci sta antipatico il fariseo, ma lui non aveva alcun motivo per pensarla diversamente: era davvero uno che rispettava le leggi, pagava le decime, faceva i digiuni, proprio come il notabile che dice «tutte queste cose le ho rispettate fin dalla giovinezza».

Subito dopo c’è l’episodio di Gesù con i bambini «se non ritornerete come bambini…» il bambino non ha ancora un’immagine di sé. Consapevole o no, dipende totalmente dai genitori o da chi si prende cura di lui per la sua sopravvivenza. Poi c’è questo testo, il brano del notabile ricco, e poi il terzo annuncio della passione, che è un po’ il sottotitolo del brano di oggi: Gesù per primo accetta di partire dalla sua vulnerabilità, non da una vittoria ma apparentemente da una sconfitta.

Infine, il cieco di Gerico, la trasposizione in miracolo della stessa questione: il cieco è insistente, i discepoli cercano di calmarlo, ma lui strilla finché ottiene di essere accompagnato da Gesù e ottiene la vista. Non è un caso che il miracolo sia la guarigione dalla cecità.  Il grande problema dell’immagine di noi, nella stragrande maggioranza dei casi, non è essere cattivi, manipolatori, ma essere ciechi, non vedere, avere costruito una sicurezza tale da aver dimenticato la propria vulnerabilità e non vederla più.

Fossano, 12 marzo 2022

Testo non rivisto dal relatore

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