8 Gennaio 2022
Stella Morra

4. Senza riposo

Commento a: Is 62, 1-12


Buon pomeriggio a tutti, molta gente collegata fuori, più o meno siamo quasi pari, tra i collegati e quelli presenti qui, che dice un po’ di questo tempo sempre più strano che stiamo vivendo. Devo dire che pensavamo che il grosso passaggio fosse stata la botta del Covid, che ci dovevamo abituare a tutta una serie di cose nuove, alla paura, ma ogni sei mesi c’è un altro passaggio in cui ci dobbiamo abituare a qualcos’altro. Tipo adesso questa sensazione intermedia tra essere abbastanza rassicurati dai vaccini, abbastanza certi che non si prenderà in modo gravissimo, però contemporaneamente mantenere prudenza, attenzione, evitare di prenderselo. Insomma, mi pare che siamo ancora in una nuova e altra fase di fatica di tutti, quindi, così oggi, ci facciamo compagnia come al solito in queste fatiche.

Allora proseguiamo il nostro percorso, ricordate, è passato un po’ di tempo, ci sono in mezzo state queste strane feste, praticamente un’operazione di slalom tra quarantene, contagiati, positivi, tamponi, tanti, troppi. E quindi ancora di più mi sembra proprio che il nostro tema: “io siamo”, questo soggetto singolare-plurale, come si articola, con quante difficoltà. Diventa ancora più significativo, da un certo punto di vista, perché sempre di più smette di essere un tema solo mentale. Diventa anche un tema molto emotivo, molto quotidiano, molto affettivo, legati alle relazioni primarie, alle preoccupazioni gli uni per gli altri o quelle per se stessi e così via. Quindi mi sembra sempre più centrale, anche rispetto a questo riflettevo in questi giorni, credo sarà capitato a tutti, come è capitato a me, di sentire mille e un racconto di amici a cui si fa la classica domanda: “ah, come sono andate le feste?” Mille e un racconto di peripezie e di difficoltà legate a delle cose, a cui, non so, io non avevo mai pensato: di poter incontrare i genitori anziani o gli zii anziani ricoverati in una casa di riposo o no, cioè tutte le cose che se non capitano a te, se non sei tu in quella condizione non ti poni neanche il problema. Ma questa cosa è totalmente pervasiva, per cui fare qualsiasi gesto diventa problematico, devi porti il problema, devi chiederti che cosa è prudente, che cosa è giusto. E, poi, ti trovi in quelle situazioni: come faccio a spiegare che non vado perché c’è uno no-vax e tutti fanno finta che va bene lo stesso, ma io veramente non vorrei prendermi il Covid, per cui devo dire a tutti che non vado, e come glielo spiego, e così via. C’è questa pervasività nelle mille storie quotidiane. Da questo punto di vista riflettevo appunto come questo percorso sulla parola di Dio che è stato anche pensato a partire da altre questioni, non solo da queste ovviamente, ma sta prendendo un colore particolare e questa idea iniziale, ricordate, del prequel, del testo sul risorto che incontra la Maddalena col “non trattenermi” e la poesia scelta, quella sull’abbraccio, per abbracciarsi si fa così, su questo tema del non trattenersi, dell’essere un noi senza trattenersi, mi sembra, come dire, che è una dura scuola quotidiana a cui stiamo cercando tutti, arrancando, di trovare una quadra.

Non lo so, a me personalmente fa molto riflettere e appunto magari nell’incontro del 19 racconterò anche un po’ alcune di queste riflessioni più sparse, più mie personali, che hanno un valore relativo, ma, come quelle di tutti noi, sono la riflessione sulla propria vita anche di fede. Il nostro percorso appunto che era cominciato sotto questo tema dell’ “io siamo” come non trattenersi ha avuto due passaggi in novembre e in dicembre, il primo quel testo sul re Davide, la Sulamita, che avevamo intitolato “vite incastrate”, che era un po’ il punto di partenza. Se io dico solo “io” o se dico solo “siamo” di un gruppo, di un’appartenenza, di uno schieramento, in entrambi i casi le vite si incastrano. Lì c’era una bella visione di queste vite incastrate che credo sia un’esperienza molto condivisa in tante forme, non in quella raccontata per il re Davide, ma che per ciascuno di noi, questa fatica di tenere insieme il soggetto singolare plurale finisce per produrre incastri, situazioni apparentemente in cui uno diventa schiavo inconsapevole della propria storia, un po’ imprigionato. Io credo che questo è il grande tema faticoso o, se volete per dirla in termini più classici, è il grande peccato comune che stiamo tutti vivendo, questa percezione in questo tempo di essere incastrati, che non dipende da noi, che sì io cerco di fare del mio meglio, ma la vita è così, sai come va la vita e tutti annessi e connessi, sai come è la politica, sai come è la chiesa … Che per una parte è oggettivamente vero, la realtà è più grande di noi e non è tutta sotto il nostro dominio, per un’altra parte diventa una sottrazione di responsabilità che ci esonera e come sempre nell’esistenza bisogna trovare un equilibrio. Non c’è un bianco e un nero, un vero e un falso, ma serve imparare una dura scuola di equilibrio tra la responsabilità possibile e l’impotenza oggettiva, la non possibilità di essere Dio e di governare tutto il mondo. Dopo il primo passo delle “vite incastrate”, il secondo era il testo di Osea su, come dire, la storia dei legami, la densità dei legami e la loro ambivalenza, ambiguità, legami non semplicemente melensi. Sì, possiamo leggere quel testo per consolarci un po’, niente di male, in certe sere ci ha fatto bene, credo, leggere il capitolo 11 di Osea e metterci un po’ lì al calduccio di quel testo. Ma non è solo quello, c’è una parola più potente, ci sono legami che imprigionano e legami che liberano, appunto legami che poi costituiscono una storia incastrata o legami che costruiscono una storia liberata. E c’è una scuola da imparare dai legami, che è una scuola, contemporaneamente, anche di consapevolezza, ma non solo, anche una storia affettiva, emotiva, una storia della carne, del sangue, delle mani, dei piedi. Questo Covid ci sta mostrando quanto le mani, i piedi, il respiro, il naso, la bocca non sono un accessorio, sono qualcosa che dà o toglie, che consente o proibisce, c’è un livello del percepire se stessi, e se stessi al mondo che non è solo quello della mente ma che è anche quello appunto delle mani e dei piedi.

La lectio di oggi

Arriviamo, dunque, al terzo passo, quello di stasera, è un testo di Isaia, abbiamo sentito tanti testi di Isaia in Avvento, perché è un profeta molto usato nella liturgia di Avvento e intorno a Natale e usciamo da questa liturgia di Natale. La liturgia, anche qui, su cui è facile fare un po’ di troppo semplice poesia, ma che in realtà da sempre, no, da dopo la riforma francescana, il bambino nel presepe è rappresentato come un crocifisso, non so se ci avete mai fatto caso, la postura è quella del crocifisso, perché è molto chiaro che in quel bambino, in quel Dio che prende carne, c’è tutto ciò che ancora non si vede, e che l’attitudine cristiana è vedere quello che ancora non si vede, festeggiare quello che ancora non dice niente. Non a caso i Vangeli ci raccontano l’episodio della presentazione al tempio di Gesù con Simeone e Anna, che sono due veggenti, due visionari, che vedono quello che sarà, con due reazioni molto opposte, dal mio punto di vista molto maschile e femminile, il maschio Simeone pontifica e la donna vede il bambino e corre fuori ad annunciare la salvezza d’Israele a tutti coloro che attendevano la salvezza di Gerusalemme. Molto differenti come reazioni, ma sono due veggenti, anche Isaia fa parte della categoria, della grande famiglia, dei veggenti, quelli che vedono da lontano quello che non si vede ancora. È una categoria nella Scrittura, i profeti, loro fanno sempre un po’ delle profezie non strampalate, non sono gli oroscopi, fanno delle profezie del tipo: al ragazzino che è in seconda liceo, ha accumulato sei insufficienze sulla pagella del primo quadrimestre, la grande profezia è: “se continui così ti bocciamo”. Certo, non è una profezia da palla di vetro, è la profezia del dire: le cose come sono mostrano qualche cosa e ti avverto affinché tu possa correggere.

Allora anche Isaia fa parte di questi che vedono quello che non c’è ancora e che per disattenzione, per ignavia, il soggetto collettivo del popolo non vede ancora.  E in genere perché si racconta che i profeti fanno sempre una brutta fine, sono sempre maltrattati, pestati, non riconosciuti, perché si pigliano la responsabilità di dire: io siamo, perché si prendono la responsabilità di porre davanti le conseguenze di realtà non piacevole da quello che si vede e, dunque, generalmente non fanno una bella fine. Il libro di Isaia ha una storia molto complicata come testo, ve la risparmio, non ci serve tanto per questo capitolo che fa parte del terzo Isaia. Il libro di Isaia sarebbe in realtà costituito da tre libri unificati, il terzo Isaia sarebbe quello più consolatorio, più duro ma anche più consolatorio. Quello su cui ci soffermiamo oggi è il capitolo 62, dice così:

Il testo: Isaia 62, 1-12

62 1Il Per amore di Sion non tacerò,

per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo,

finché non sorga come aurora la sua giustizia

e la sua salvezza non risplenda come lampada.

2Allora le genti vedranno la tua giustizia,

tutti i re la tua gloria;

sarai chiamata con un nome nuovo,

che la bocca del Signore indicherà.

3Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,

un diadema regale nella palma del tuo Dio.

4Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,

né la tua terra sarà più detta Devastata,

ma sarai chiamata Mia Gioia

e la tua terra Sposata,

perché il Signore troverà in te la sua delizia

e la tua terra avrà uno sposo.

5Sì, come un giovane sposa una vergine,

così ti sposeranno i tuoi figli;

come gioisce lo sposo per la sposa,

così il tuo Dio gioirà per te.

6Sulle tue mura, Gerusalemme,

ho posto sentinelle;

per tutto il giorno e tutta la notte

non taceranno mai.

Voi, che risvegliate il ricordo del Signore,

non concedetevi riposo

7né a lui date riposo,

finché non abbia ristabilito Gerusalemme

e ne abbia fatto oggetto di lode sulla terra.

8Il Signore ha giurato con la sua destra

e con il suo braccio potente:

«Mai più darò il tuo grano in cibo ai tuoi nemici,

mai più gli stranieri berranno il vino

per il quale tu hai faticato.

9No! Coloro che avranno raccolto il grano,

lo mangeranno e canteranno inni al Signore,

coloro che avranno vendemmiato

berranno il vino nei cortili del mio santuario.

10Passate, passate per le porte,

sgombrate la via al popolo,

spianate, spianate la strada,

liberatela dalle pietre,

innalzate un vessillo per i popoli».

11Ecco ciò che il Signore fa sentire

all’estremità della terra:

«Dite alla figlia di Sion:

“Ecco, arriva il tuo salvatore”;

ecco, egli ha con sé il premio

e la sua ricompensa lo precede».

12Li chiameranno “Popolo santo”,

“Redenti del Signore”.

E tu sarai chiamata Ricercata,

“Città non abbandonata”».

Commento

Non lo leggo tutto, lo leggo un pezzo alla volta, perché, come spesso i testi profetici, non è una narrazione di un episodio, sono un po’ versetti di contenuto accostati e rischiamo di dimenticarci i primi quando siamo arrivati in fondo

62 1Per amore di Sion non tacerò,

per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo,

Ma quanto siamo stanchi? Personalmente credo che dovremmo riflettere su questa stanchezza, che ci sta abitando tutti, non so, sta diventando una malattia sociale, ognuno di noi poi ha la propria storia, i propri motivi, per cui dice: se non avessi questo, se non avessi questi guai, se non avessi la nonna che sta male, se non avessi questo. In realtà, è vero, siamo tutti stanchi come al solito per le nostre biografie, perché la vita non è una passeggiata, ma siamo tutti tanto stanchi e il nostro pensiero è costantemente cercare riposo, che in genere non vuol dire solo dormire, vuol dire distrazione, antistress, giusto, una forma di autoprotezione necessaria. Nelle forme meno riflettute, più quotidiane, più di chiunque, vuol dire che tutti sappiamo che in queste vacanze era meglio non muoversi, fare un po’ attenzione, però poi è più forte di noi, qualcosa lo devi fare, perché se no diventi matto e qualcosa può essere anche solo una cena con gli amici, per non parlare con la stessa persona, le stesse 2/3 persone, per parlare d’altro, per sentire qualcun’altroche racconta delle altre cose, per svagarti.

non mi concederò riposo

è una frase abbastanza impegnativa se la pensiamo rispetto a noi oggi, a quanto siamo stanchi e ha, prima e dopo, due colonne che reggono questo non darsi riposo, perché è chiaro che avere riposo è fondamentale, e come si regge non concedersi riposo? Con queste due colonne:

Per amore di Sion non tacerò

Da una parte la prima colonna e dall’altra

finché non sorga come aurora la sua giustizia

  e la sua salvezza non risplenda come lampada.

Da una parte c’è la parola e dall’altra la luce, non stare zitti e avere luce. Noi siamo costretti a concederci riposo perché siamo davvero tanto stanchi, ma anche perché non abbiamo le parole per dirlo, non abbiamo tutte le parole che Dio ha, che può permettersi di dire non tacerò come una realtà. Io posso anche dire non tacerò ma poi in certe situazioni non so proprio cosa dire, a me stessa innanzitutto quindi tanto meno agli altri, e dall’altra parte perché Dio ha una luce, una salvezza che sorge, un giorno, vede lontano, vede la strada, ha una macrothymia, una capacità di guardare a cosa succederà, sa già cosa succederà, non come un sapere intellettuale, ma è determinato nello scopo finale della storia e ha il potere di realizzarla. Però forse possiamo trovare una traccia, per poter reggere la fatica bisogna trovare le parole per dirlo e cercare una luce, illuminare con uno spot la stanchezza. Mi chiedevo riflettendo su questo inizio, su questo primo versetto, quanto per me ad esempio la stanchezza di questi mesi, che è molta per tanti motivi, dal ginocchio ma poi perché è la stanchezza di tutti, è diventata un luogo spirituale, non lo è diventata, al massimo è diventata un luogo etico: devo avere un po’ di pazienza, devo migliorare, farmi venire la pazienza che non ho, cercare di riposarmi. Ma forse questo è un tempo in cui la nostra stanchezza, il non poterci concedere riposo è partecipazione all’opera di Dio che non si concede riposo, e quindi può diventare un luogo spirituale, cercando parole per dirlo e luce per intravedere il futuro, proprio a partire dalla nostra stanchezza. Prosegue così:

2Allora le genti vedranno la tua giustizia,

tutti i re la tua gloria;

sarai chiamata con un nome nuovo,

che la bocca del Signore indicherà.

Anche qui c’è l’altro passaggio, Dio ha potere sulla realtà, parla, non si concede riposo e ce la fa, non crolla, ha luce, e quindi quello che succede non è: va tutto bene, è tutto risolto, ma che noi siamo chiamati con un nome nuovo da altri:

   le genti vedranno la tua giustizia

sarai chiamata con un nome nuovo,

che la bocca del Signore indicherà.

Il passaggio in questa stanchezza chiede un nome nuovo, chiama un nome nuovo, perché gli altri vedano:

3Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,

un diadema regale nella palma del tuo Dio.

Leggendo questo versetto mi chiedevo, continuando il filo di questo ragionamento, quanto questo versetto è una promessa salvifica o una minaccia, perché essere in mano a un altro, l’immagine è proprio:

Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,

un diadema regale nella palma del tuo Dio.

Cioè un oggetto, prezioso, preziosissimo, ma in possesso di un altro e nella sua mano, e a noi questa roba ci fa un po’ impressione, non siamo del tutto sicuri che sia una buona idea, essere totalmente nella mano di un altro non è proprio la cosa che ci viene più spontanea come pensiero di star bene, di sicurezza. Eppure è l’atteggiamento richiesto quando ci viene detto di ritornare come bambini, di fronte a Dio, non di fronte a nessun altro. Solo Dio può permettersi di tenerci nella sua mano senza trattenerci e credo che qui c’è, almeno per me, uno dei nostri grandi temi di fede, che cosa vuol dire assumere la propria responsabilità, accettare di essere chiamati con un nome nuovo dagli altri. Quindi vuol dire essere visibilmente altro, mostrare la propria trasformazione e contemporaneamente essere completamente affidati a un’altra mano che ti regge, è veramente “io siamo”, un equilibrio molto delicato tra la responsabilità di sé e l’affidamento radicale.

4Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,

né la tua terra sarà più detta Devastata,

ma sarai chiamata Mia Gioia

e la tua terra Sposata,

perché il Signore troverà in te la sua delizia

e la tua terra avrà uno sposo.

Qui si dice di quale nome nuovo, si passa da nomi tristissimi (abbandonata, devastata) a nomi allegri (mia gioia, sposata), però – attenzione – sono tutti nomi di relazione, non sono nomi assoluti, è esattamente come abbiamo visto nel testo di Giovanni con la Maddalena, Gesù chiama Maria: Maria e lei lo chiama: Maestro. Gesù chiama la donna con il suo nome assoluto, Maria è il nome di quella donna comunque dovunque, lei lo chiama con un nome relativo, c’è un Maestro dove c’è un discepolo, come c’è un padre dove c’è un figlio, così via, è un nome di relazione. In questi nomi di relazione sta, mi pare, non so se riesco a trasmettervelo con la potenza che vorrei, sta il trucco dell’equilibrio, di quell’equilibrio di cui cercavo di dire, sta lo switch, il cambiamento da legami che imprigionano a legami che liberano. Riconoscere se stessi in un nome di relazione sapendo che da Dio ci viene un nome assoluto e in questo noi possiamo giocare i nostri nomi di relazione, senza azzerarci come nome assoluto. E questo è il problema in qualche modo, è il punto e contemporaneamente questa è un’altra faccia, dice che solo Dio ha la potenza dei nomi assoluti. Nessuna relazione sulla terra, neanche il più grande degli amori, mi dà il mio nome assoluto e quindi mi libera da ogni dipendenza possibile, poi più o meno faticosamente. Ma in ogni relazione, è un nome relazionale che è dato sulla terra, non c’è mai tutto di me, c’è solo un pezzo, magari un pezzo grandissimo, importantissimo, fondamentale, ma il nostro nome assoluto è solo in mano a Dio, e viceversa anche per noi, nessuno di noi può dare il nome assoluto ad un altro. I cristiani hanno sempre insegnato che il nome, quando nasce un figlio, si dà nel battesimo, cioè sotto il segno della grazia di Dio, è Dio che dà un nome, nemmeno un genitore ha potere assoluto sul proprio figlio, gli dà un nome per procura, perché Dio gli ha affidato quella vita. Non so se riesco a spiegarmi con la potenza che vorrei, perché credo che è esattamente la questione che dicevo prima: essere schiavi condizionati della propria storia o prigionieri condizionati della propria storia nasce da qui. La nostra tendenza è a invertire la questione, ad avere un nome relazionale con Dio e un nome assoluto nel mondo per noi stessi, in relazione agli altri, e questo crea legami che imprigionano. E poi un’altra cosa c’è in questo versetto>

sarai chiamata Mia Gioia

e la tua terra Sposata

non perché tu sia contento o perché tu sia felice e pieno di belle giornate, ma perché il Signore troverà in te la sua delizia. La gioia che è in gioco è quella di Dio, questa cosa è un po’ impressionante se la notiamo, è impressionante ancora una volta per due motivi, perché ci dà questo privilegio altissimo di essere noi la causa della gioia di Dio, che non è mica faccenda da poco, ma contemporaneamente perché quello che è in gioco qui non è la mia gioia ma quella di Dio. Un Dio che ride fa sorridere il mondo e troverà il modo di farlo sorridere anche attraverso fatiche e dolori, decentra il nostro sguardo, appunto ci fa trovare riconoscenti nella palma di Dio, un Dio contento che mi tiene nella sua mano non schiaccerà, non chiuderà la mano. Poi c’è un versetto complicato, ho anche scartabellato un po’ per capire se c’erano problemi di traduzione di manoscritti, non ne sono venuta a capo, devo dire non ho fatto proprio una ricerca di quelle che mia avrebbero richiesto un mese di biblioteca, perché ovviamente non avevo il tempo di farlo; quindi, può darsi che qualcuno più bravo di me trovi le questioni testuali, ma è un versetto molto strano almeno ai nostri orecchi:

5Sì, come un giovane sposa una vergine,

così ti sposeranno i tuoi figli;

come gioisce lo sposo per la sposa,

così il tuo Dio gioirà per te.

Che cosa vuol dire che uno è sposato dai propri figli? Nel senso che la cosa che viene in mente è l’incesto, cioè non è una bella idea, e appunto, onestamente, semplicemente non so se c’è un problema testuale, un problema di manoscritti, questa roba qui non l’ho verificata fino in fondo, per quel po’ che ho guardato non l’ho trovato, ma insomma può essere. Ma in una logica di lettura spirituale mi sembra comunque un dato molto interessante perché, certo, una lettura puramente materiale ci lascia un po’ perplessi, ma una lettura spirituale ci dice un po’ la stessa cosa che ci dice il capitolo 20 dell’Apocalisse, dove c’è la visione in cielo della donna che partorisce, e di cui tante volte abbiamo detto: è l’immagine dell’umanità e per questo è stata identificata con Maria, è l’immagine dell’umanità che partorisce se stessa, la propria vita. I figli sono la generatività, sono la vita futura, la vita che va avanti, che non finisce con noi, la vita eccedente e quindi sotto il segno divino esattamente, di quella eccedenza dell’esistenza che non ha figura solo nei figli, ha tante figure possibili, ma è chiaro che quello più immediato è la figura dei figli, come ciò che è generato e che avrà un suo futuro e che tanto è legato per sempre. Uno non smette mai di essere né genitore né figlio, nemmeno quando i genitori muoiono, rimani figlio di quella famiglia lì, ma contemporaneamente è legato per un legame almeno idealmente liberante, per un legame che ti mette sulla strada, ti genera al mondo, cioè ti dà un vita che un po’ alla volta diventa tua, con il bene e il male che ti viene dato, perché nessuno di noi nasce senza segni, positivi o negativi dell’amore ricevuto, delle nevrosi ereditate o delle fissazioni della propria famiglia, e così via. Chiaro, non siamo neutri nemmeno nel momento in cui nasciamo, ma ci viene dato questo fagottino con cui cominciare ed essere accompagnati ad affrontare un futuro possibile e ormai tutti noi ci mettiamo un po’ di anni della nostra esistenza a cercare di riconoscere le ferite, quelle ricevute, quelle di cui posso liberarmi, quelle che mi tocca tenermi, quelle che mi sono inflitta da sola senza nemmeno bisogno di ereditarle perché ci ho pensato da me, e così via e cerchiamo di individuare la nostra vita, di ricevere un nome dalla nostra vita.

  come gioisce lo sposo per la sposa,

così il tuo Dio gioirà per te.

è il tuo Dio che gioisce, “io siamo” comincia da un decentramento fondamentale, dal riconoscere la gioia di un altro

6Sulle tue mura, Gerusalemme,

ho posto sentinelle;

per tutto il giorno e tutta la notte

non taceranno mai.

Voi, che risvegliate il ricordo del Signore,

non concedetevi riposo

7né a lui date riposo,

finché non abbia ristabilito Gerusalemme

e ne abbia fatto oggetto di lode sulla terra.

Questo è il versetto che io amo tantissimo di questo testo, il versetto 6, che, non so, mi sembra personalmente il programma di una vita cristiana a 360, gradi con un realismo, una bellezza e anche una potenza di immagine inenarrabili, la prima parola è:

Sulle tue mura

ho posto sentinelle

il che suppone che uno abbia delle mura, e che non sono guardate male queste mura, ci va un posto, uno spazio per sé, una stanza tutta per sé, per dirla con Virginia Woolf, un luogo dove uno sia nella propria città. Non si dice tutto il decentramento fa sì che tu devi essere come nudo nel deserto, alle intemperie, no, ci sono delle mura ma queste mura devono avere delle sentinelle, in altro testo di Isaia si dice sentinella quanto manca della notte. Il ruolo delle sentinelle ovviamente in una civiltà antica era molto quotidiano, conosciuto da tutti, si chiudevano la sera le porte della città, c’era un problema di sorveglianza. Le nostre sentinelle sono le chiavi, le porte blindate, ci siamo disabituati al ruolo di una sentinella umana, della sentinella abbiamo ereditato solo il tener fuori, ma secondo l’antica regola funziona come per la clausura monastica, la clausura monastica non serve a tener fuori gli altri, serve a tener dentro i monaci, è diverso. Non esclude qualcuno, ma rende vigile chi è dentro, la sentinella non è solo chi chiude le porte, è anche chi le apre e chi è in grado di dirti quanto manca alla luce del giorno e chi sa vedere lontano. Ci vanno delle sentinelle sulle nostre mura, abbiamo diritto a delle mura, come abbiamo diritto a sbagliare, ma non in qualsiasi modo, con delle sentinelle, abbiamo diritto alla stanchezza, è legittimo, e anche al riposo, ma con delle sentinelle, che stanno sveglie la notte:

per tutto il giorno e tutta la notte

non taceranno mai.

Le sentinelle servivano anche a ritmare l’orario della giornata, davano gli annunci di cosa stava succedendo, eccetera:

   per tutto il giorno e tutta la notte

non taceranno mai.

Chi ho come sentinella sulle mura della mia città? E tace o parla? E di cosa parla? E poi questa bellissima seconda parte

Voi, che risvegliate il ricordo del Signore,

non concedetevi riposo

La sentinella non parla solo per me, non è solo una questione morale, la sentinella rompe le scatole a Dio, non si deve fermare mai dal tenere viva in Dio la memoria delle sue promesse e della storia vissuta con noi

7né a lui date riposo,

Non solo non bisogna riposarsi noi ma proprio non lasciarlo dormire, non lasciare che.. dorme forse il custode d’Israele? O l’ironia di Elia che quando sfida i sacerdoti dei Baal dice: no, ma forse il vostro Dio sta dormendo, è distratto, non sente le vostre preghiere. Questa idea di non dare riposo a Dio mi sembra un’idea bellissima.

7né a lui date riposo,

finché non abbia ristabilito Gerusalemme

e ne abbia fatto oggetto di lode sulla terra.

Finché non sia compiuta la gioia di Dio per tutti, e quindi tutti possano guardare Gerusalemme e chiamarla mia gioia, terra sposata, non più devastata né abbandonata, possano riconoscere il nome nuovo.

Dal versetto 8 comincia un po’ un’altra metà, si gira il capitolo, fino qui Dio è stato il protagonista, ha detto non tace e ha detto un po’ le sue regole. In questo passaggio cerniera, in questi versetti 6 e 7 che collegano le due parti del brano e le mettono in movimento ci viene detto che abbiamo diritto a mura ma dovere di sentinelle e che la stanchezza, il non prendersi riposo, non concedere riposo, non è un optional, è qualcosa di cui fare un territorio spirituale. Nella parte successiva si dice cosa succede a noi, tutta la prima parte ha come soggetto Dio e la sua gioia e poi invece cosa succede a noi e dice così:

8Il Signore ha giurato con la sua destra

e con il suo braccio potente:

«Mai più darò il tuo grano in cibo ai tuoi nemici,

mai più gli stranieri berranno il vino

per il quale tu hai faticato.

Non c’è scritto che non faremo più fatica, ma c’è scritto che la nostra fatica non ci sarà più espropriata, tocca coltivare per avere grano e vino, quindi tocca far fatica, pensare che forse c’è la grandine, la siccità, organizzarsi, cioè quello che ci tocca ci tocca, ma non saremo espropriati dei nostri frutti. È la citazione ripresa nel NT, il centuplo quaggiù e l’eternità. C’è un centuplo che ci è dato, perché i frutti non saranno più espropriati. Se pensate al primo testo, quello con le vite incastrate, è esattamente il contrario, lì c’era una grande confusione sui frutti, troppi figli di Davide, non si capiva quale doveva ereditare il regno, tutti tramavano contro tutti, qui si dice: il grano che tu hai coltivato lo mangerai tu, il vino che tu hai coltivato lo berrai tu, ciò che è tuo sarà tuo.

9No! Coloro che avranno raccolto il grano,

lo mangeranno e canteranno inni al Signore,

coloro che avranno vendemmiato

berranno il vino nei cortili del mio santuario.

C’è una differenza, si cantano inni al Signore e si sta nel santuario, come sapete è terreno sacro nella logica del Primo Testamento, dove anche il mangiare e il bere è molto ritualizzato, legato ai sacrifici, eccetera. I discepoli di Gesù saranno criticati per aver preso il pane offerto sull’altare ed essersi nutriti di quello in giorno di fame, in giorno di sabato, non si può mangiare, bere, cantare nel santuario del Signore così, come se non fosse niente. Quello che ci viene detto è che non saremo più espropriati delle nostre vite, perché le nostre vite vengono gettate oltre, in un altro spazio, questo è l’idea di sacro del Primo Testamento, in un altro spazio perché la nostra città sfonda le sue mura, perché la nostra vita sovrabbonda laddove non abbiamo coltivato. E tanto è vera questa cosa che gli ultimi due versetti sono dedicati a uno spazio aperto

10Passate, passate per le porte,

sgombrate la via al popolo,

spianate, spianate la strada,

Isaia aveva questa ossessione dello spianare, si vede che non gli piacevano le montagne, però io sono d’accordo al momento, ma questa idea di un Regno di Dio tutto piatto fa tanto pianura padana, non mi viene, però va bene:

spianate la strada,

liberatela dalle pietre,

innalzate un vessillo per i popoli».

Dal santuario si passa improvvisamente a una strada, non si sta nello spazio sacro per rimanere lì, per stare dentro questo spazio altrove come i giusti che si differenziano dai cattivi, ma è perché è il movimento che spiana la strada al popolo, al popolo, il soggetto da singolare è diventato radicalmente plurale, c’è un popolo, gli ultimi due versetti: un popolo in mezzo ai popoli.

11Ecco ciò che il Signore fa sentire

all’estremità della terra:

«Dite alla figlia di Sion:

“Ecco, arriva il tuo salvatore”;

ecco, egli ha con sé il premio

e la sua ricompensa lo precede».

C’è ancora questo gioco dei nomi

12Li chiameranno “Popolo santo”,

“Redenti del Signore”.

E tu sarai chiamata Ricercata,

“Città non abbandonata”».

Non si rimane più dentro le mura, non ma non perché le mura del nostro riposo interiore, del nostro aver cura di noi stessi diventino una città abbandonata o non più ricercata, no, quello permane ma ciò che cammina per la strada è un popolo santo, redenti dal Signore, è un soggetto plurale, è un noi siamo.

Più o meno io mi fermerei qua, mi sembra che questo testo, almeno dal mio punto di vista sia molto intenso, non sono affatto certa di essere riuscita a trasmettere l’intensità. Mi piacerebbe molto, lo dico anche un po’ in vista del 19, confrontarmi su questo tema del riposo e della stanchezza, che mi sembra un tema, una delle parole che non abbiamo, che rischiamo di tacere perché, sì tutti un po’ ci lamentiamo, nell’ordine della lamentazione più o meno accettabile e quotidiana, e poi diciamo eh vabbè, è così, il tempo è questo, bisogna farsene una ragione, che è anche vero. Bisogna pur farsene una ragione in qualche modo, cercare di fare del proprio meglio, ovvio, ma c’è un tema spirituale qui sotto, di non dare riposo, di non concedersi riposo, e dunque di capire come la stanchezza può essere un luogo dello spirito, dove incontrare Dio e dove forse trovare luce e qualche parola in più da dire. Che cosa possiamo dirci gli uni gli altri sulla nostra stanchezza, come credenti, evitando possibilmente le cose moralistiche del tipo: ma no, devi avere fede, ma no, devi essere generoso, quelle robe lì, ma che cosa possiamo offrirci come un percorso, laddove la realtà si mostra, apparentemente almeno, bloccata, incastrata e dove siamo alla ricerca di legami che liberino e non che aumentino l’essere imprigionati. Ecco questo tema, personalmente a me sta molto a cuore e mi piacerebbe se il 19, se qualcuno ha voglia, ci si confronta un po’, perché trovo che è un grande tema.

Fossano, 8 gennaio 2022

Testo non rivisto dall’autore

Anno pastorale: 2021/2022

DataTitoloCommento a:
21 Maggio 2022
Stella Morra
8. Spazio da abitare
Gv 20, 1-30
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9 Aprile 2022
Stella Morra
7. Desiderando
Mt 13, 24-52
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12 Marzo 2022
Stella Morra
6. Di fronte a se stessi
Lc 18, 18-30
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12 Febbraio 2022
Stella Morra
5. Di malattie, di tempesta, di sequele e di demoni
Mt 8, 14-34
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4 Dicembre 2021
Stella Morra
3. Essere amati
Os 11, 1-9
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13 Novembre 2021
Stella Morra
2. Vite “incastrate”
1 Re 1, 1-18
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2 Ottobre 2021
Stella Morra
1. Non mi trattenere
Gv 20, 11-18
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