2 Ottobre 2021
Stella Morra

1. Non mi trattenere

Commento a: Gv 20, 11-18


Il percorso di quest’anno

Il percorso che avevo pensato, di cui la lectio di stasera è l’episodio zero, si intitola “Io siamo – tra responsabilità e storia comune”. Dopo l’incontro di oggi aggiungerei al sottotitolo “tra responsabilità desiderio, gioco e storia comune”. Perché mi pare che la questione centrale sia questa: siamo adulti, nella vita e nella fede, quindi abbiamo delle responsabilità. Ma leggere tutto in termini di responsabilità individuali ci sta ammazzando. Per questo è necessario ricostruire un comune, senza sottrarci alle responsabilità proprie, ma imparando a mettere in campo le nostre responsabilità più da una “cassetta dei giochi” che non nell’illusione di una “scatola degli attrezzi”, come se avere gli attrezzi giusti risolvesse tutti i problemi del mondo.
Dio è un ossimoro, in quanto Dio e Uomo, e questo i mistici e i teologi lo sanno da tempo. Ma la pandemia ci ha mostrato che tutti noi – in quanto immagine di Dio – siamo degli ossimori: per esempio, abbiamo voglia di essere responsabili e autonomi, ma nello stesso tempo ci sentiamo anche bisognosi di supporto e di cura. A partire da questa consapevolezza, è necessario trovare una strada per far sì che questi opposti stiano insieme e la loro diversità ci consenta di fare un passo in avanti, sbilanciarci per mettere un piede davanti all’altro.

Il testo di oggi: Gv 20, 11-18

Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro»». Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

Mi sembra che in questo periodo della vita, di ciascuno e di tutti, ci sia un elemento di identificazione, non solo sentimentale e non solo individuale, con questo brano: “Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva”. C’è un lutto, un vuoto irreparabile. Secondo la tradizione, Maria era una peccatrice, un’esclusa. Ma la sua vita è cambiata a causa di Gesù, è stata reintegrata in un gruppo, un noi. Questa è anche un po’ la nostra storia: in questo tempo sono successe anche delle cose belle, abbiamo fatto della strada, ma siamo arrivati ad un punto in cui questo non basta più, e non dipende solo da noi ma da ciò che succede intorno: le vicende biografiche, quelle che riguardano le nostre chiese, in cui non troviamo più appoggio e supporto, la società civile, che non riusciamo nemmeno più a sognare che possa essere diversa – pensate ai romani che devono andare a votare in questi giorni… Tutti viviamo in un lutto, in un vuoto. E Maria sta, fuori, vicino al sepolcro e piange: tre caratteristiche fondamentali.

Prima di tutto: sta. Non se ne va, regge questo tempo di lutto, non fugge a chiudersi – come i discepoli – in un luogo conosciuto e sicuro, il cenacolo.

Maria sta lì, all’esterno – seconda caratteristica – cioè sotto lo sguardo di chiunque passi, si rende visibile, non privatizza il suo lutto.

Infine, Maria piange: come dicono molte leggende antiche, piangere è far uscire l’anima dagli occhi.

Siamo chiamati ad avere il coraggio di questo lutto, che non è solo un fatto emotivo, è la fine dell’illusione della modernità; è necessario rendersi conto che anche se facciamo bene tutti i compiti, non sempre prendiamo dieci, non sempre la vita funziona come vorremmo. Come dico spesso ai miei studenti, il racconto del peccato originale nella sua forma letteraria è un mito, ma il suo contenuto è il più storico che esista al mondo, perché di una cosa facciamo tutti l’esperienza: il mondo non funziona. Ognuno fa del suo meglio, succedono anche delle cose belle, ma l’ottimo risultato è che restiamo esposti agli sguardi degli altri, piangenti, perché stiamo di fronte ad un lutto.

Eppure questo è solo il punto di partenza, il titolo: “Maria si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?”. Il primo passaggio è questo: nel lutto compaiono angeli. Non sono Gesù risorto, l’amato, non sono il ritrovamento di una fonte affettiva solida, ma sono già due angeli, una parola passante, una domanda. Credo che qui ci sia una grande sfida: essere angeli gli uni per gli altri. E questa è la grande intuizione che sta dentro l’Atrio dei Gentili: facciamoci compagnia. Nessuno ha da insegnare agli altri, ma possiamo farci compagnia, essere angeli gli uni per gli altri. Nel capitolo 13 della lettera agli Ebrei, Paolo esorta così: “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli” (Eb 13, 2). Da 25 anni cerchiamo di ospitarci reciprocamente, sperando di ospitare angeli, che guardino le nostre lacrime e ci chiedano «Perché piangi?». Ci siamo chiesti tante volte, gli uni gli altri «qual è la tua fatica?» «di che cosa hai bisogno, qual è il tuo desiderio?» Gli angeli, poi, non risolvono niente, nel racconto spariscono senza rispondere alla domanda di Maria, non se ne sa più nulla. Anche noi, forse, non sappiamo essere abbastanza efficienti di fronte al bisogno dell’altro, ma possiamo essere una parola passante, una domanda sul desiderio dell’altro.

Maria ha il coraggio di rispondere, si mette in gioco: “hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”. Maria dice il suo desiderio, e questo apre al passaggio successivo. “Detto questo, si voltò”. Nel vangelo di Giovanni questo verbo è usato sempre come segno di conversione. In questo brano Gesù e Maria continuano a voltarsi, come se le domande di Maria convertissero anche Gesù. Entrambi vengono spostati, non con un movimento lineare, progressivo, ma circolare, un continuo girarsi e convertirsi.

“Si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù”. Gesù è già lì, Maria ce l’ha davanti agli occhi, ma non sa che è lui – e se non lo sa è come se non ci fosse. Non dobbiamo sopravvalutare il fatto di sapere. È importante, invece riconoscere – che non è uguale a sapere – o almeno nominare, avere un nome, come vedremo più avanti.

Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». È interessante notare che la domanda di Gesù

è solo apparentemente uguale a quella degli angeli: tra noi possiamo farci compagnia, ma Dio nei nostri confronti ha una marcia in più, e qui si gioca il rischio della fede. Gesù ci fa compagnia – donna, perché piangi? – ma poi fa la domanda precisa: chi cerchi? – non che cosa cerchi. Gesù rende personale, sposta verso il nome, porta Maria verso la consapevolezza che ciò che può aver cura del nostro passaggio sono solo le persone, non le cose.

“Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo»”. Qui c’è tutto il mettersi in gioco di Maria: «tu dimmi, indicami una strada, poi faccio io…» In questi ultimi mesi, la mia preghiera è questa: non importa quanta fatica devo fare, ma ho bisogno di vedere una direzione, una strada da percorrere. Altrimenti resto seduta al bordo della strada, stanca e bisognosa di ricarica affettiva ed emotiva. Si dice che Goethe, prima di morire, abbia pronunciato la frase « mehr Licht» che significa «più luce». Nessuno saprà mai se si riferiva all’oscurità nella stanza oppure a questioni più metafisiche, ma da mesi questa frase mi accompagna.

“Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!»” Gesù pronuncia il suo nome assoluto, lei risponde con un nome che indica una relazione – maestro. Questo dice l’asimmetria tra gli angeli e Gesù, tra noi e il Creatore: solo Dio ci darà dei nomi assoluti, per tutte le situazioni in cui siamo. A noi va già molto bene se siamo in grado di riconoscere nomi “relativi”, perché non abbiamo la possibilità di uno sguardo assoluto, le nostre teorie, spiegazioni razionali sono sempre relative, relazionali dunque.

Poi un versetto che suona come una coltellata: “Gesù le disse: «Non mi trattenere»”. Maria è rimasta lì, esposta e piangente, ha espresso il suo desiderio, voleva soltanto stare lì… Stiamo lì, stiamo celebrando il nostro lutto, alla fine, faticosamente, vediamo una lucina, accettiamo anche la limitazione di poterla nominare solo in modo relativo, e quando finalmente ce la facciamo, la realtà davanti a noi dice «non mi trattenere!» Anche no, fateci riprendere fiato!

Eppure in questo «non mi trattenere» c’è una dinamica molto profonda e seria: non c’è nessuna relazione al mondo che si possa possedere, non c’è nessun desiderio che possa essere esaudito da un possesso. Un desiderio nutre, è sano – anche affettivamente sano – nella misura in cui non si esaurisce in se stesso, non trattiene ma attraversa, fa esattamente come i due angeli, fa compagnia ad altri che piangono vicino ad altre tombe. Stringere distrugge, imprigiona.

Maria riceve, insieme al suo desiderio, una responsabilità: “va’ dai miei fratelli e di’ loro…” Maria va e dice «Ho visto il Signore!» e riferisce ciò che Gesù le ha detto, cioè assume insieme desiderio e responsabilità e li offre come un tessuto perché i discepoli possano dire «noi» e uscire insieme dal cenacolo. Secondo i racconti evangelici le donne dovranno insistere un bel po’, poi Gesù stesso dovrà intervenire più volte per tirarli fuori. Non è così banale, instaurare questo “noi” – fondare la Chiesa, tradizionalmente – perché è un noi che deve mettere insieme responsabilità e desiderio in una realtà comune.

Questo è il nucleo del Risorto: il suo precederci in Galilea, cioè l’assicurarci che non lo troviamo soltanto vicino ad una tomba, ma in ogni terra straniera, in ogni Galilea delle genti in cui andiamo, lui è già là e da lui possiamo ricevere il nostro nome, relazionarci a lui e riceverne una responsabilità e un desiderio.

Fossano, 2 ottobre 2021
Testo non rivisto dall’autore

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