16 Dicembre 2017
Stella Morra

3. Cambiare veste

Commento a: 2 Sam 12, 7-25a


Introduzione

Siamo sempre nel nostro percorso di riflessione sul cambiamento. La prima volta avevamo visto una parte della storia di Tobia che ci ha accompagnato in questi anni, che in qualche modo è un po’ un mito fondatore dell’Atrio. Una immagine che ci ha accompagnato perché ci riconosciamo nella necessità di passare dalla forma di Tobi il vecchio, buona ma sterile, verso forme diverse. Siamo ripartiti da lì. La volta scorsa abbiamo riflettuto sulla vicenda di Abramo, Lot e Sara, come un cambiamento non è mai pulito, neutrale, per bene. Non si cambia mai senza sporcarsi le mani, cambiamento di separazione e di menzogna che lascia comunque delle scorie, della fatica necessaria. Una cosa su cui riflettevo è che ci siamo tutti un po’ abituati al mito contemporaneo del cambiare sempre, del crescere sempre, della formazione permanente. La modernità come cambiamento di essere sempre giovani come se tutto questo fosse a costo zero, cioè fosse solo un guadagno, ma non è così quindi uno è frustrato da un cambiamento che non produce immediatamente, non si sa bene cosa. Il cambiamento è un processo lungo che include menzogna e separazione: cioè ha un costo reale.

Il terzo passo, quello di oggi, è come sempre all’interno dell’AT dove troviamo una descrizione più antropologica. Le nostre Lectio hanno normalmente quattro incontri tratti dall’AT dove in qualche modo cerchiamo di scoprire le dimensioni più profonde e che ci sono meno consuete dal punto di vista dell’esperienza umana e poi quattro testi del NT che sono la novità cristologica, un invito di conversione, di cambiamento.

Siamo nell’aspetto descrittivo e ovviamente negli aspetti descrittivi io privilegio gli elementi che non sono particolarmente automatici nella nostra esperienza culturale contemporanea, cioè il cambiamento con un costo che necessita di processi è un’idea poco comune e che quindi vale la pena di sottolineare. Così oggi, che ci vengono meno automatiche e che il cambiamento non è mai semplicemente un fatto interiore o privato, o mentale, o spirituale, è vero che il cambiamento si radica nel cuore. Io devo cambiare, ma la verità di un cambiamento ha dimensione di realtà, dimensione pubblica, visibile, se no è esercizio mentale, non è mai un dato individuale. Il cambiamento comprende anche le reazioni degli altri al mio cambiamento, un riposizionamento ogni volta che io mi sposto anche di altre realtà, persone, cose, che si spostano a loro volta. Non è detto che a tutti piacciano i miei cambiamenti, non è detto che tutti li comprendano, non è detto che la mia intenzione e il senso con cui mi sia mosso sia poi effettivamente agito, così magari io ho una certa intenzione poi però faccio delle cose che vanno di fatto in un’altra. Questa dimensione di realismo per la vicenda biblica è decisiva.

La storia biblica è una storia di realismo segnata da almeno 2.000 anni, gli ultimi, di cristianesimo idealista cioè di trasformazione del cristianesimo in dottrina, in una conoscenza teorica. Ma il cristianesimo non è questo, nasce dall’incarnazione, da un gesto che muta la realtà perché c’è un altro uomo sulla terra, succede una cosa reale, c’è una vita che è quella di quell’uomo e che va in una certa direzione, posiziona gli altri intorno a sé con una grande potenza, autorità. Quindi ti accorgevi che c’era ma di per sé è quel realismo originario che cambia la storia. Da questo punto di vista ho scelto il testo di oggi. È ovvio che questo è un problema che la Bibbia non ha, è un problema moderno. Gli antichi erano concreti, anche i filosofi. che si occupavano di fisica, partivano da problemi reali e in più l’assenza della tecnologia li aiutava ad essere ancor più reali perché c’erano tante cose che pensavano ma poi non potevano realizzare.

La Lectio di oggi

Il testo è dal 2 libro di Samuele al capitolo 12 e fa parte del ciclo del re Davide, figura decisiva nella storia di Israele sia nella sua realtà sia nella sua rappresentazione simbolica, la figura del re per eccellenza. Dopo di lui ci sarà Salomone, che passerà alla storia come il saggio, il legislatore per eccellenza, non come re. Anche nel duomo di Fossano ci sono Mosè e Davide: Mosè ha le tavole della legge, Davide ha in mano una cetra. Lui è autore dei Salmi, che hanno dato voce ai sentimenti del suo popolo. Per questo è considerato il re per eccellenza. Di Salomone non si tramandano grandi peccati e per questo non è il re, ma è il sapiente. Di Davide si sono tramandate varie brutte storie sia verso il padre, sia verso i figli e gli amici. È quindi figura realista nei limiti di un testo antico.

Il nostro testo viene subito dopo l’episodio del profeta Natan. Davide, essendosi innamorato di Bersabea moglie di Uria l’ittita, manda Uria, che era un suo soldato, a combattere in una battaglia che si sapeva sarebbe stata difficile e lo fa mettere in prima fila contando sul fatto che morisse in battaglia. Allora Natan, profeta di Dio, va da Davide e gli racconta la storia di un uomo che aveva molte greggi, molte pecore. Era vicino di casa di un altro uomo che aveva solo una pecorella. Dal ricco arrivano degli ospiti e lui invece di prendere uno dei suoi animali ruba la pecorella a quello che ne aveva una sola e la fa arrosto per i suoi ospiti. Allora Davide si arrabbia per il comportamento di questo uomo e decreta che questo dovrà pagare quattro volte il valore della pecora per ciò che ha fatto. A questo punto comincia il testo di cui ci occupiamo noi oggi.

Il testo

12 7Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell’uomo! Così dice il Signore, Dio d’Israele: «Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, 8ti ho dato la casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa d’Israele e di Giuda e, se questo fosse troppo poco, io vi aggiungerei anche altro. 9Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Uria l’Ittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti. 10Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l’Ittita». 11Così dice il Signore: «Ecco, io sto per suscitare contro di te il male dalla tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un altro, che giacerà con loro alla luce di questo sole. 12Poiché tu l’hai fatto in segreto, ma io farò questo davanti a tutto Israele e alla luce del sole».

13Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore!». Natan rispose a Davide: «Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai. 14Tuttavia, poiché con quest’azione tu hai insultato il Signore, il figlio che ti è nato dovrà morire». 15Natan tornò a casa.

Il Signore dunque colpì il bambino che la moglie di Uria aveva partorito a Davide e il bambino si ammalò gravemente. 16Davide allora fece suppliche a Dio per il bambino, si mise a digiunare e, quando rientrava per passare la notte, dormiva per terra. 17Gli anziani della sua casa insistevano presso di lui perché si alzasse da terra, ma egli non volle e non prese cibo con loro. 18Ora, il settimo giorno il bambino morì e i servi di Davide temevano di annunciargli che il bambino era morto, perché dicevano: «Ecco, quando il bambino era ancora vivo, noi gli abbiamo parlato e non ha ascoltato le nostre parole; come faremo ora a dirgli che il bambino è morto? Farà di peggio!». 19Ma Davide si accorse che i suoi servi bisbigliavano fra loro, comprese che il bambino era morto e disse ai suoi servi: «È morto il bambino?». Quelli risposero: «È morto». 20Allora Davide si alzò da terra, si lavò, si unse e cambiò le vesti; poi andò nella casa del Signore e si prostrò. Rientrato in casa, chiese che gli portassero del cibo e mangiò. 21I suoi servi gli dissero: «Che cosa fai? Per il bambino ancora vivo hai digiunato e pianto e, ora che è morto, ti alzi e mangi!». 22Egli rispose: «Quando il bambino era ancora vivo, digiunavo e piangevo, perché dicevo: «Chissà? Il Signore avrà forse pietà di me e il bambino resterà vivo». 23Ma ora egli è morto: perché digiunare? Potrei forse farlo ritornare? Andrò io da lui, ma lui non tornerà da me!».

24Poi Davide consolò Betsabea sua moglie, andando da lei e giacendo con lei: così partorì un figlio, che egli chiamò Salomone. Il Signore lo amò 25e mandò il profeta Natan perché lo chiamasse Iedidià per ordine del Signore.

Commento

È un testo strano perché ci sono dentro tante dimensioni, che per noi sono molto inconsuete. Una che evidentemente salta immediatamente agli occhi è la dimensione per cui le donne sono degli oggetti. Non c’è l’idea della famiglia che abbiamo noi, le donne fanno parte della proprietà dei maschi, c’è più di una donna, non necessariamente un matrimonio monogamico, le si passano dagli uni agli altri. Non ci è molto consueta questa logica e certo non la approveremmo.

Ma il racconto riguarda gli usi culturali di quel tempo, è un’idea assolutamente tribale di una società in cui, e qui è interessante tenerlo in conto, i figli, cioè la posterità, erano l’unica garanzia sul futuro per la propria eventuale vita anziana, poiché la mortalità infantile era altissima. È chiaro che ci andavano molte donne per fare molti figli e tra questi qualcuno sopravvive per questioni di calcolo delle probabilità. Quindi è una un’idea legata ad un’altra logica di vita, ma che ci dice già qualcosa sul valore dei figli oltre a quello delle mogli.

Allora il racconto inizia con Nathan che dice questa frase che personalmente trovo dovremmo scriverci da qualche parte, una di quelle frasi fondamentali:

7Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell’uomo!

Questo è il punto di presa, di movimento di un possibile cambiamento, sapere chi sono io, sapere davvero dove sono, che cosa è che mi appartiene, che mi imprigiona, che mi definisce. Uno dei meccanismi fondamentali che ci impedisce di cambiare è che pensiamo sempre che dipenda da altro, che la nostra fatica dipende dalle condizioni, magari non siamo così beceri da pensare che dipenda dal denaro ma è sempre colpa di qualcun altro, di qualcos’altro. Il punto di partenza di ogni cambiamento è l’assunzione di un nome proprio, “Tu sei quell’uomo”. È lo stesso punto di cambiamento di Tobi e Tobia, cioè hanno lo stesso nome e per cambiare bisogna sapere qual è il proprio nome e decidersi o per l’uomo vecchio, o per l’uomo nuovo, chi è proiettato sul futuro, chi è proiettato sul passato. Come abbiamo più volte detto, guardare il futuro è già un bel passo ma poi bisogna guardarlo senza paura, perché la paura anticipa quello che non c’è, e dunque ci fa sbagliare bersaglio. Il punto di partenza è questa frase potentissima.

Qui avviene esattamente come spesso avviene nella vita, in modo indiretto: prendere coscienza di sé non è quasi mai un’operazione che si può fare in modo diretto, senza mediazioni. Bisogna essere in alcuni passaggi che a volte succedono nella vita, ma sono molto pesanti, molto faticosi. Di fronte a un grande dolore, uno si guarda allo specchio, si dice due cose su di sé. Quando uno ha compiuto più di 15 anni, non è più un ragazzino, ma un adulto, e bisogna un po’ pigliarla storta, bisogna narrare la storia di un uomo con la pecorella e di un altro uomo ricco e arrabbiarci con qualcos’altro, ma non per fermarci nell’arrabbiatura, ma perché un profeta ci dica “Tu sei quell’uomo”. Questo la tradizione cristiana, tutte le tradizioni religiose, l’hanno sempre interpretata molto fortemente con la figura del direttore spirituale, del maestro spirituale o con altri nomi. Ci vuole un altro, la voce di un altro, che ti dica “Tu sei quell’uomo” dopo averti condotto lì. Quando leggo questo passaggio, cioè la fine della storia di Natan con l’arrabbiatura di Davide, e poi questa frase, che è potentissima: “Tu sei quell’uomo”, mi viene in mente una delle pagine iniziali della conferenza sulla Leggerezza di Calvino in “Lezioni Americane”. Mentre questo è un racconto antico, quello di Calvino usa un linguaggio moderno e dunque lo capiamo immediatamente. Siamo alle soglie del duemila: Calvino tenta di spiegare quali sono le cose, che secondo lui, ci si dovrebbe portare nel nuovo millennio: la prima è la leggerezza. Per spiegarlo si richiama al mito di Perseo e di Medusa, una semi divinità con serpenti come capelli che aveva il superpotere di impietrire in statue le persone guardandole, cioè impedire ogni cambiamento e trasformarti in pietra solo guardandoti. Ti congela nel luogo dove sei, non sei più un vivente, sei una statua. Perseo, e tutti i altri eroi cercano di ucciderla ma non riescono, perché almeno al momento di colpire la devono guardare e vengono trasformati in pietra, rimangono paralizzati nell’atto finale. Perseo riesce invece a tagliare la testa a Medusa perché usa il proprio scudo come uno specchio e non guarda lei ma guarda nello scudo la sua immagine rispecchiata. In questo modo riesce a tagliarle la testa prima che lei lo possa guardare, prima che i loro sguardi si incrocino. Calvino commenta dicendo: “Non c’è niente da fare, gli umani sono complicati, lo sono sempre stati ma alle soglie del duemila lo sono di più. Abbiamo bisogno di non guardare le cose direttamente in faccia, abbiamo bisogno di specchi che riflettano, che ci consentano, con una certa leggerezza, di non finire impietriti”.

“Tu sei quell’uomo” è la voce di un altro che abbia autorità, che sia riconosciuto da noi come uno specchio veritiero, con tutto quello che questo può significare nella nostra vita di adulti. Da ragazzi si hanno molti specchi, buoni, cattivi, che deformano, che conformano, più si diventa adulti più si diventa solitari, si rischia di diventarlo e di fare della vita una vita ristretta a due o tre specchi minimi che alla fine deformano, a uno o due rapporti che deformano. I maestri spirituali sono la tradizione antica perché sono lo scudo che ha consentito a generazioni e generazioni di guardare indirettamente e di ricevere una narrazione di sé che alla fine con parola autorevole diceva: “Tu sei quell’uomo” e questo non un miglioramento di ordine morale, questa è la versione ottocentesca, stretta, soffocante, “saprò ben da solo cosa devo fare!” Certo che sì, il problema non è questo ma che non si può finire impietriti, che per cambiare bisogna che qualcuno mi dica: “Tu sei quell’uomo” perché altrimenti diventiamo tutti di pietra anche con le migliori intenzioni, anche nel bene. Diventiamo rigidi, aggrappati a quelle due o tre cose che in un mondo complicato abbiamo capito e convinti che quelle siano la verità che diventa assoluta, perché diventa una statua, un idolo per l’appunto.

Natan si erge e sfida il re che sa che poteva anche passarlo per le armi, e gli dice “Tu sei quell’uomo” con la libertà del Profeta. Io credo che un po’ delle nostre energie dovrebbero essere dedicate a trovare nella nostra vita qualche interlocutore da conservare con molta cura, che possa alzarsi in piedi di fronte a noi dire: “Tu sei quell’uomo” perché senza questo è veramente quasi impossibile non diventare statue.

Natan prosegue:

Così dice il Signore, Dio d’Israele: «Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, 8ti ho dato la casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa d’Israele e di Giuda e, se questo fosse troppo poco, io vi aggiungerei anche altro.

Qui c’è il secondo passaggio necessario al cambiamento. Il primo è sapere il proprio nome e non lo si sa mai da soli, bisogna avere uno scudo che ci dia un rimando, che ci dica “Tu sei quell’uomo”. Ma poi, il secondo atto del cambiamento è un atto di gratitudine, il riconoscimento che non è vero il mito americano del “self-made man”, che nessuno si fa da solo, che non ci è disponibile la nostra origine, che non siamo venuti al mondo per nostra decisione e forse in certi passaggi della nostra vita ci può anche non sembrare una grande idea quella di essere messi al mondo. Di per sé buona o cattiva che sia stata, c’è una gratitudine verso l’origine. Trovo che da questo punto di vista ad esempio, questo sarebbe uno dei temi su cui bisognerebbe avviare una riflessione seria soprattutto tra credenti sulle questioni di genere, cioè la gratitudine verso la propria origine per gli uomini e per le donne almeno in questa cultura è molto diversa. I maschi hanno un tema di onnipotenza che faticano proprio nella pratica a ritrovare la gratitudine verso le proprie origini, con tutte le eccezioni, però mediamente la cultura maschile non è particolarmente educata a riconoscere il dato del proprio essere fondati fuori di sé, perché appunto c’è un’autonomia da riaffermare. man mano che questa cosa non è più evidentemente sostenibile. Questo è uno degli elementi della fragilità della figura maschile nella nostra cultura che non è affatto la liberazione delle donne come qualcuno tenta di ripetere, dato che le donne sono diventate così operativa i maschi si sentono infragiliti, quindi hanno sbagliato le donne che dovevano stare a casa così i maschi non vedevano discussa la loro identità. No, il problema è che cambiati gli elementi culturali generali tra cui anche il cambiamento delle donne da un punto di vista culturale è davvero molto difficile misurare se stessi senza fare i conti con la gratitudine verso la propria origine e il riconoscere il proprio fondamento come fuori di se ma non per motivi teologici, ma proprio antropologicamente molto normalmente.

Natan richiama Davide alla gratitudine, al proprio fondamento, a qualcosa che non si è dato da solo, non ti sei fatto da solo. Non solo, ma ti ho fatto anche ricco, ti ho dato tanto e se fosse stato necessario ti avrei dato di più. Non sei in un meccanismo di penuria. Anche qui questo è l’altro elemento decisivo per il cambiamento non si può cambiare se ci si percepisce mendicanti. I mendicanti non hanno alternative. Per cambiare bisogna sapere che si ha e si ha molto sempre, che non esiste nessuno che non abbia molto.

9Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi?

Come ti permetti di non riconoscere che questa gratitudine verso l’origine è stata infranta da un atto di onnipotenza, dal decidere che quello che tu volevi, lo dovevi avere subito e a qualsiasi costo? Anche qui per dirla in termini più contemporanei, il passaggio successivo è che la gratitudine rispetto all’origine fuori di noi richiede una valutazione del desiderio, cioè dobbiamo chiederci: ciò verso cui stiamo andando, il desiderio che ci muove al cambiamento, quanto ci va a realizzarlo, che costi ha? E qui si introduce un’altra bella figura tipica del linguaggio antico che è la figura della spada:

Tu hai colpito di spada Uria l’Ittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti. 10Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l’Ittita».

C’è questa immagine della spada, è una figura molto potente del linguaggio antico, perché la spada divide, anche in Isaia si dice la Parola di Dio è come una spada che penetra fino al punto di congiunzione della carne e le ossa, divide, separa, taglia, è uno strumento di battaglia, di difesa. Nel regno di Dio le spade saranno forgiate in aratri. Nel racconto dell’arresto di Gesù al Getsemani, Pietro sguaina la spada e taglia l’orecchio al servo e c’è la famosa frase che è diventato un proverbio: “Chi di spada ferisce, di spada perisce”. La spada è una figura potente, soprattutto in una cultura che era uscita da poco dell’età del ferro, cioè era al massimo della tecnologia, cioè era il massimo del moderno, era prezioso ed era qualche cosa di raro che si tramandava perché l’uso dei metalli soprattutto per armi, era un uso ancora da ricchi, solo i re possedevano molte spade. Il Signore dice per bocca di Natan “tu hai colpito di spada la spada non si allontanerà dalla tua casa” la divisione che anche però è divisione fatta di qualcosa di prezioso, che puoi lasciare in eredità, c’è una divisione, una separazione, che non si allontanerà più e questa separazione, questo tagliare è necessario per cambiare.

11Così dice il Signore: «Ecco, io sto per suscitare contro di te il male dalla tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un altro, che giacerà con loro alla luce di questo sole.

Ciò che ti è stato dato, che io ti ho dato, le tue donne non te le toglierò, la questione si pone tra noi e noi. Non è che mi capita qualcosa, è il costruire la mia esistenza secondo la spada che produce spada, cioè che fa sì che la mia esistenza prima o poi mi si rivolta contro, diventa l’esperienza uguale e contraria. Ma con una differenza e qui entra già uno dei temi su cui riflettiamo:

12Poiché tu l’hai fatto in segreto, ma io farò questo davanti a tutto Israele e alla luce del sole».

L’agire di Dio è un agire pubblico. Si vede perché crea realtà, perché spezza il racconto, senza femarsi alle nostre abilità da vizi privati a pubbliche virtù, cioè nel salvare la faccia, non si deve sapere. Ma è vero che abbiamo un po’ sempre la sensazione che alcuni passaggi riguardano solo noi, che non vogliamo dover rendere conto a nessuno. Il problema è che non è vero. Tutto ciò che facciamo, anche l’azione più segreta, ci riposiziona e quindi è un atto pubblico, perché riposiziona noi stessi, perché destina delle nostre energie a qualche cosa invece che a qualcos’altro, perché trasforma la narrazione che abbiamo di noi, anche se non lo sa nessuno. Trasforma il racconto che noi diciamo a noi stessi quando ci diciamo “Tu sei quell’uomo”. Da questo punto di vista non esistono azioni private. Una delle cose su cui sto molto riflettendo e anche un po’ lavorando teologicamente, è che ci siamo persi un pezzo, siamo cascati nella logica un po’ borghese che i correlativi siano pubblico e privato, cioè che c’è un privato, un interiore invisibile del bene e del male e poi c’è un pubblico. Pensate come si applicano queste due cose alle discussioni sulla politica pubblico-privato.

Il problema è che anche come cristiani ragioniamo così, per esempio tutta la pratica che da 1000 anni ci accompagna di confessione sacramentale privata, sotto il segreto confessionale, che nasce a garanzia del penitente cioè nasce perché non sia usato ciò che tu dici per il tuo male, ma non è un caso che contrasti con la pratica della penitenza che è pubblica ed ha trasformato anche la percezione del Peccato. Il Peccato è diventato una faccenda di scrupoli interiori, di pensieri, di intenzione invisibili che solo tu sai confessare mentre per secoli è stato molto chiaro che il peccato era un’azione che nasceva da un cuore distorto, ma poiché è un’azione che tutti avevano visto, tutti dovevano vedere. Per noi il concetto di pubblico peccatore, ormai ha un’unica connotazione che riguarda la sfera della sessualità, come se per esempio non pagare le tasse sistematicamente, inquinare non fosse una forma di pubblico peccatore, ma non ci viene mai in mente. Tutti consideriamo che per essere pubblico peccatore bisogna fare cose molto gravi, poi le cose che riguardano anche noi sono peccati segreti.

Tutta questa deformazione ci ha fatto entrare in questa posizione pubblico-privato. Invece i cristiani hanno sempre lavorato su una triade: c’è un privato, che non si chiamava privato, ma interiore, c’è un pubblico che non si chiamava pubblico, ma reale, e poi c’è un comune; ciò che è comune non è necessariamente pubblico in senso istituzionale, ma non è nemmeno privato. Questo termine per esempio è tornato recentemente in tutto il dibattito sull’acqua, col referendum sulla privatizzazione. Si possono privatizzare i beni comuni? Cosa vuol dire che un bene è comune? Pensate ad esempio alla tradizione delle rotazioni per l’irrigazione in campagna. Era una gestione sapiente di un bene comune che non era di proprietà di qualcuno e non era nemmeno pubblico nel senso di “ognuno quando vuole se lo piglia”, perché era un bene che riguardava il bene di tutti e quindi doveva essere in un certo modo regolamentato e non sprecato, ma contemporaneamente a disposizione di tutti.

Allora da questo punto di vista il Signore dice: quello che tu hai fatto in segreto, io lo farò davanti a tutto Israele, lo metterò in piazza” perché il Re è un bene comune e perché dobbiamo renderci conto che il cambiamento nel bene o nel male ha sempre un volto visibile, pubblico, che sbilancia la dimensione comune.

13Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore!».

Davide prende consapevolezza e prende coscienza trasformando in parole il suo sentimento, cioè rende pubblico trasformandolo in parole, compie un atto pubblico di ammissione di fronte al Profeta. “Ho peccato contro di te”.

E allora Signore lo perdona. È particolarmente strano perché il Signore perdona il suo peccato ma:

Natan rispose a Davide: «Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai. 14Tuttavia, poiché con quest’azione tu hai insultato il Signore, il figlio che ti è nato dovrà morire». 15Natan tornò a casa.

In questo modo il Signore non è più arrabbiato con te, abbiamo fatto la pace, ma tu hai creato una realtà e quindi si crea una contro realtà. Il figlio a cui ci si riferisce è il figlio nato dall’unione con Bersabea, la moglie di Uria l’ittita, è il futuro di Uria che è stato derubato rubandogli la moglie. Davide non può avere un futuro che gli è garantito dal furto di un futuro di un altro e questo bimbo morirà. Ancora una volta a noi fa impressione perché è come considerare i figli o le mogli una proprietà e basta. Noi non accettiamo che per farla pagare a Davide Dio faccia morire il figlio perché il nostro è un ragionamento moderno. Nel mondo antico, in una logica così, il figlio che Uria non ha avuto perché tu l’hai fatto morire, non l’avrai nemmeno tu. Non c’è un futuro che può nascere da Bersabea perché è un bene conteso, non c’è un futuro per questa vicenda perché la realtà che hai creato è una realtà pubblica, reale, materiale e come tale materialmente non può andare avanti.

15Natan tornò a casa. Il Signore dunque colpì il bambino che la moglie di Uria aveva partorito a Davide e il bambino si ammalò gravemente.

E poi Natan se ne va con questa sentenza. Incomincia dunque un altro pezzo della storia che è la storia di Davide e del suo cambiamento, cioè create tutte queste condizioni di cui abbiamo parlato fino adesso, quello che succede che il bambino si ammala gravemente, cioè la realtà è realtà. E Davide, questa volta prova a mettersi, a posizionarsi rispetto alla realtà, in un modo diverso, non prendendosi il proprio desiderio, cioè non facendo come ha fatto con Bersabea ma riconoscendo il suo debito all’origine.

16Davide allora fece suppliche a Dio per il bambino, si mise a digiunare e, quando rientrava per passare la notte, dormiva per terra.

Ci si interroga, come faranno i servi: perché? Per il dolore? per cui poi erano preoccupati di dirgli che era morto visto che già era così addolorato quando era malato.

17Gli anziani della sua casa insistevano presso di lui perché si alzasse da terra, ma egli non volle e non prese cibo con loro.

Ma lui non lo fa per il dolore ma per posizionarsi in un altro modo rispetto all’origine, per creare un’altra realtà. Il racconto ci dice che alla fine ce la farà perché il finisce dicendo: Poi Davide consolò Betsabea sua moglie, andando da lei e giacendo con lei: così partorì un figlio”.

Chiaro che per noi moderni l’idea che un figlio morto si sostituisce con un altro figlio che nasce ci fa venire i brividi. Cioè ci sembra tutto sbagliato ma stiamo parlando di un altro contesto di un altro tipo di racconto.

18Ora, il settimo giorno il bambino morì e i servi di Davide temevano di annunciargli che il bambino era morto, perché dicevano: «Ecco, quando il bambino era ancora vivo, noi gli abbiamo parlato e non ha ascoltato le nostre parole; come faremo ora a dirgli che il bambino è morto? Farà di peggio!».

Il settimo giorno il bambino morì. E tutti quelli che insistevano perché lui non si buttasse giù così, pensando di consolarlo e non capendo il suo cambiamento continuano a non capire, sono impauriti all’idea di dirgli del bambino morto, dicendo adesso cosa farà si butta da qualche parte.

19Ma Davide si accorse che i suoi servi bisbigliavano fra loro, comprese che il bambino era morto e disse ai suoi servi: «È morto il bambino?». Quelli risposero: «È morto».

Ma Davide, che capisce da solo che è morto, esattamente come di fronte a “Tu sei quell’uomo” ha fatto due più due, vede i servi che bisbigliano e in questo specchio capisce la realtà.

20Allora Davide si alzò da terra, si lavò, si unse e cambiò le vesti; poi andò nella casa del Signore e si prostrò. Rientrato in casa, chiese che gli portassero del cibo e mangiò.

Questo è il segno del cambiamento che diventa cambiamento pubblico. Il vestito è proprio la nostra immagine al mondo. Qui non si racconta di un dolore privato di Davide o della sua capacità di reagire al dolore di una morte. Qui si dice ha provato a posizionarsi in un altro modo rispetto alla gratitudine, alla sua origine, questo non ha avuto l’esito sperato. Il suo desiderio non se l’è preso da solo e non gli è stato concesso, e di fronte a questa frustrazione del desiderio cambia le proprie vesti, si mette rispetto al mondo in un altro modo, misura la propria impotenza. Io trovo che questo racconto sia simbolicamente, archetipicamente, potentissimo. Questo lavarsi, ungersi, vestirsi. Anche qui la scrittura è molto bella perché può essere veramente letta come la tessitura di richiami. All’inizio della storia dell’umanità secondo la Bibbia una delle prime reazioni all’atto che chiamiamo peccato originale è che si accorsero che erano nudi e l’ultimo versetto del capitolo che non si legge mai nella liturgia ma che è bellissimo dice: “poi Dio si mise a cucire per loro delle vesti”. Ha pietà del loro stare al mondo nudi, indifesi, di essere costretti a stare di fronte al pubblico, della loro vita senza un volto offribile e c’è questa immagine di Dio che si mette a cucire le vesti che è bellissima e ci regala i vestiti per stare al mondo. Allora Davide si cambia le vesti.  Le vesti di Gesù sono tirate a sorte per non essere tagliate e ci sono tanti altri passaggi in cui c’è questo tema del vestito perché chiaramente è un tema archetipico.
E poi va nella casa del Signore si prostra e mangia:

21I suoi servi gli dissero: «Che cosa fai? Per il bambino ancora vivo hai digiunato e pianto e, ora che è morto, ti alzi e mangi!». 22Egli rispose: «Quando il bambino era ancora vivo, digiunavo e piangevo, perché dicevo: «Chissà? Il Signore avrà forse pietà di me e il bambino resterà vivo». 23Ma ora egli è morto: perché digiunare? Potrei forse farlo ritornare? Andrò io da lui, ma lui non tornerà da me!».

Gli altri gli dicono ma che fai? Cosa stai facendo? Qui è una cosa bellissima, il suo cambiamento non è interpretato, gli altri hanno un pregiudizio, pensano che lui si disperava per il dolore dunque non capiscono perché non si dispera più ma lui trova le parole, e questo è l’altro passaggio decisivo, per spiegare il suo cambiamento:

22Egli rispose: «Quando il bambino era ancora vivo, digiunavo e piangevo, perché dicevo: «Chissà? Il Signore avrà forse pietà di me e il bambino resterà vivo». 23Ma ora egli è morto: perché digiunare? Potrei forse farlo ritornare? Andrò io da lui, ma lui non tornerà da me!»

È un pensiero realista dentro una relazione con la propria origine che è il Signore a cui uno dice ok, finché c’è tempo di storia si può chiedere il proprio desiderio, quando non c’è più questo tempo di storia il proprio desiderio può essere lasciato andare. Al massimo sarò io che:

Andrò io da lui, ma lui non tornerà da me!»

Non solo la sua origine ma neanche quella del figlio, per un antico questa è un’ammissione veramente pesante, non sono io l’origine. Ed infine la conclusione:

24Poi Davide consolò Betsabea sua moglie, andando da lei e giacendo con lei: così partorì un figlio, che egli chiamò Salomone. Il Signore lo amò 25e mandò il profeta Natan perché lo chiamasse Iedidià per ordine del Signore.

Nasce un’altra storia, non c’è un compimento di quel desiderio, c’è qualche cosa che supera ogni desiderio perché Salomone diventerà, almeno nel racconto, un futuro completamente inimmaginabile al tempo di Davide.

Il Signore lo amò 25e mandò il profeta Natan perché lo chiamasse Iedidià per ordine del Signore.

Natan ha questo ruolo ancora una volta, fa lo specchio, quello l’hanno già chiamato Salomone ma lui va lì e dice questo è l’amico di Dio, è colui che rimarrà in questa nuova posizione, in questa nuovo futuro che Davide ha messo in moto, di cui Davide stesso non vedrà i frutti fino in fondo. Mi sembra che da questo punto di vista questo testo ci fornisce non tanto idee ma immagini molto ricche. Una appunto ci funziona da narrazione è Natan il Profeta che ci sta raccontando una storia in cui ciascuno di noi forse può chiedersi se è vestito e come, qual è il principio di realtà che sta segnalando, che uomo, che donna è, qual è il futuro che desidera, qual è il cambiamento di riposizionamento necessario, se digiunare o mangiare, se cambiare vesti o non cambiare vesti. È una domanda sulla possibilità del desiderio del cambiamento.

Commento finale

Secondo la tradizione più popolare e in molti canti di Natale, Gesù nasce povero, nasce non atteso, è un cambiamento che sposta, che spiazza tutti, si dice spesso che non aveva nemmeno panni e c’è tutta una retorica nei nostri presepi nel bambinello sempre nudo con una piccola fascia. L’unico che regge la nudità è il Signore Gesù: è il crocifisso rappresentato sempre nudo con una piccola fascia; tutti gli umani invece hanno bisogno di vestirsi per reggere un’immagine pubblica. Avvicinandosi il Natale si vedono in giro nei presepi i bambinelli nudi e questa immagine del bambinello spogliato mi ha fatto tanto riflettere: c’è solo uno che può reggere di stare al mondo totalmente senza difesa, a disposizione di tutti ed è il Signore Gesù.

Fossano, 16 dicembre 2017

(Testo non rivisto dall’autore)

Anno pastorale: 2017/2018

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