24 Febbraio 2018
Stella Morra

5. Eppure è lecito?

Commento a: At 10, 1-29


Breve introduzione alla “Veritatis Gaudium”

È stata pubblicata la scorsa settimana una nuova Costituzione apostolica, dal titolo “Veritatis Gaudium”, che apparentemente sembra una cosa molto tecnica, però è un documento da un peso molto significativo sugli studi ecclesiastici, composto da 130 pagine di norme molto giuridiche piuttosto complicate che non ci interessano, ma con un proemio di 8 pagine importante e significativo, che da un po’ la logica, la filosofia, il punto di vista su che cosa dovrebbe essere la teologia in relazione al popolo di Dio, ai suoi scopi, ai suoi funzionamenti e ai suoi metodi.

È un proemio che avrebbe potuto scriverlo ad es. l’Atrio dei Gentili, per il suo stile e i suoi contenuti, cioè è proprio la formalizzazione dei nostri seminari nel mese di luglio, è molto bello, molto innovativo, infatti si è già scatenata una reazione del tipo: “le norme non cambiano molto, in fondo non cambia niente”, ed è vero che le norme forse non cambiano moltissimo, sebbene alcune in realtà siano cambiate, però è cambiata la cornice, la logica, e questo non è poco, perché consente ai luoghi pratici dove alcune cose si stanno muovendo da un po’, magari con una certa fatica, di dire: siamo perfettamente in linea.

Per esempio, da noi all’Università si è visto nell’arco di una settimana su alcune questioni, tra cui sull’investimento di alcune risorse di denaro e di persone, un vero cambiamento, perché la Costituzione Apostolica nella Chiesa ha un potere legislativo molto alto, dopo i pronunciamenti infallibili e dopo il Concilio, al terzo posto, ci sono le costituzioni apostoliche.

La Costituzione precedente del ‘72 si chiamava “Sapienza Cristiana” ed era stato il primo atto della fase di freno rispetto al Concilio Vaticano II, quindi era abbastanza soffocante da alcuni punti di vista. In questo premio ad esempio si dice che essere interdisciplinari è il minimo, essere interdisciplinari tra teologie e tutte le altre scienze umane, ecc. è il minimo ed è troppo debole, bisogna essere trans-disciplinari.

Se si pensa che nelle facoltà di teologia non è ancora passata l’idea dell’interdisciplinarità, figuriamoci cosa significhi andare ancora oltre, quindi questa Costituzione riposiziona anche i soggetti facendo un ragionamento su chi sono i soggetti degli studi ecclesiastici: sia chi li concepisce, sia coloro ai quali sono destinati. Per esempio dice che non bisogna più assolutamente immaginare che la teologia sia finalizzata a formare solo ai presbiteri, le persone consacrate o al massimo i laici impegnati, perché la teologia è un sapere e un potere di tutto il popolo di Dio. E quindi bisogna immaginare percorsi differenziati per i vari scopi che devono essere ripensati in una unitarietà.

Ed è notevole che sebbene molte di queste cose siano già presenti nella realtà adesso siano scritte in una Costituzione apostolica, questo fa un po’ il passaggio, è come una legge che sancisce alcune cose che nella realtà ci sono già: non dobbiamo più fare lo sforzo di viverle senza una precisa codificazione.

Se qualcuno è interessato, in una volta delle prossime Lectio possiamo fermarci mezz’ora, un’ora, per leggerlo e commentarlo. Io personalmente sono molto felice perché il tipo del mio rapporto con la teologia lungo vari decenni, viene riconosciuto come valido e finalmente posso dire: “Ah! non mi ero sbagliata.”

Ripresa del tema

Stiamo parlando del cambiamento, la prima riflessione era stata sul testo di Tobia e avevamo riflettuto sulla questione della devozione come resistenza al cambiamento, su ciò che è giusto e sul “si è sempre fatto così”, su ciò che resiste e che però diventa sterile.

La seconda Lectio su Abramo e Lot, presentava menzogne e separazione come elementi fondamentali del cambiamento, cioè il cambiamento non passa mai attraverso mani pulite, non può essere semplicemente all’insegna della correttezza, la correttezza non è un buon elemento di discernimento rispetto al cambiamento, la correttezza inevitabilmente gioca a favore del mantenimento.

Il terzo elemento era la storia di Davide e la morte del figlio con la questione del volto pubblico del cambiamento, perché in qualche modo il cambiamento si vede, e quarta Lectio, la volta scorsa, in gennaio, era il testo di Dt sulla strada, sul girare intorno al monte, il cambiamento richiede strada, ma ci sono anche tempi di stasi, tempi in cui non si può fare altro che rimanere lì.

La lectio di oggi

Con la Lectio di oggi passiamo al NT. Un po’ tradizionalmente abbiamo sempre 4 Lectio sull’AT e 4 sul NT. Le 4 sull’AT sono più fenomenologiche, più di descrizione delle dinamiche umane intorno al tema, e le 4 del NT sono normalmente più cristologiche, cioè incentrate sull’apporto della buona notizia di Gesù che porta ciò che non ci possiamo dare da soli, cioè solo come esperienza della nostra comune umanità, ma che in qualche modo è una notizia che ci arriva da Dio in Gesù Cristo, come una buona notizia, come qualcosa di più rispetto a quel tema.

Quest’oggi vediamo un testo degli Atti degli Apostoli e si potrebbe obiettare: perché non partiamo da Cristo se la seconda parte è sempre un po’ cristologica? Perché partiamo da un racconto degli Atti? Perché il cambiamento è una questione nostra, perché rimane vero che “agli occhi di Dio 1000 anni sono come un giorno”, cioè rimane vero che la nostra fatica di abitare il cambiamento va presa assolutamente sul serio, non abbiamo un’altra cosa, ma dobbiamo ricordarci che riguarda il tempo della storia, cioè non farci venire neanche troppe paturnie, perché di per sé, certo io ho solo questa vita, il Signore mi ha dato questa vita per il mio tempo della salvezza, questa vita la vivo in questo tempo e devo cercare di essere nell’ascolto dello Spirito in questo tempo che cambia, detto ciò, fortunatamente, ci sarà un giorno in cui sarà irrilevante.

E quindi in qualche modo ho privilegiato la lettura delle forme ecclesiali, cioè del modo in cui gli apostoli, le prime chiese, si interrogano intorno al cambiamento che per Gesù stesso è stato rispetto ai suoi comportamenti e ai suoi discorsi, perché esattamente il cambiamento è un problema nostro.

Non sto facendo un ragionamento di tipo filosofico, del genere Dio è il motore immobile, non cambia mai, deve rimanere sempre uguale a sé stesso, non è questo il problema. La questione è che la buona notizia che in Gesù Cristo ci viene da Dio è che ciò che è assolutamente indispensabile e che è molto urgente, che cambia tutte le nostre vite, che ci attraversa la carne e il sangue, è anche contemporaneamente irrilevante.

Questo è un paradosso, non so se ricordate il testo di Christa Wolff che ho citato spessissimo, che è l’inizio e la conclusione de “Il cielo diviso” dove a un certo punto dice: “vivere senza risparmiarsi e abituarsi a dormire tranquilli”. Questa è la prima buona notizia del Cristianesimo: si può vivere senza risparmiarsi e abituarsi a dormire tranquilli. Allora dal nostro punto di vista dorme tranquillo chi non ha preoccupazioni, chi non ha pensieri, che fa tutto facile, e vive senza risparmiarsi chi è molto impegnato, chi è molto stressato. Invece no, la buona notizia del Cristianesimo è che se è possibile un vero Dio e un vero uomo, è possibile vivere senza risparmiarsi e abituarsi a dormire tranquilli, si può vivere in questo ossimoro. Il cambiamento è grave, è urgente, non ci possiamo sottrarre, ci chiede un salto mortale triplo, quindi il massimo del nostro impegno, dell’intelligenza e del cuore, ma contemporaneamente è anche irrilevante, possiamo spenderci anche per ciò che non dura. È una specie di lusso, possiamo come i bambini giocare “che io ero”, con tutta la convinzione di essere in quel momento il cowboy e un minuto dopo tornare a casa e dire: merenda? Cioè che questa cosa è totalmente inesistente da un certo punto di vista.

Io personalmente credo che questo sia uno dei cuori della traduzione possibile della buona notizia per gli esseri umani contemporanei, o almeno per me, perché mi pare che uno dei nostri temi è che ci prendiamo tremendamente sul serio, e dunque siamo permanentemente o distanti o totalmente investiti, totalmente dentro. Credo che tre quarti di noi nel loro lavoro fanno questa esperienza: o uno si distrugge nel lavoro, o non gli importa niente, il problema è che non è così, che si può investire senza distruggersi e avere una distanza senza disinteressarsi.

Allora il tema è, sulla soglia del NT, ancora una volta la resistenza che nasce dalla devozione, e mi sono chiesta: l’hai già detto nel testo di Tb, vale la pena di rimettere un testo così? Sì, perché c’è poco da fare, almeno in Occidente la potenza del religioso, tranne che per un brevissimo periodo tra gli anni ’60 e gli anni ‘70, dove si è intravista la potenza rivoluzionaria del religioso, la potenza del religioso è una potenza conservatrice.

E questa cosa rimane tale, rimane dentro le nostre anime, cioè abbiamo tutti un po’ bisogno di sentire che Dio è dalla nostra parte, in qualsiasi cosa facciamo abbiamo ragione perché Dio è con noi, mentre Dio è sempre altrove. Anche questo papa ci dice spesso che il problema non è annunciare Dio, perché Dio è già là, è là dove noi non siamo. E quando io dico il Vangelo è sempre davanti a noi, non è dietro di noi, siamo sempre sulla soglia del Vangelo, vuol dire che c’è una potenza profetica, critica, di cambiamento che è permanente.

Il testo è l’inizio dell’episodio dell’incontro tra Pietro e Cornelio contenuto in At 10, ho preso una parte di questo lunghissimo racconto. Il racconto è abbastanza conosciuto, se non lo conoscete leggetelo tutto, normalmente il testo, sia nella liturgia che nei commenti, viene citato nella seconda parte, quando si discute della questione del battesimo dei pagani, raramente viene citato nella prima parte, che invece secondo me è molto interessante, perché è quella che poi consente il cambiamento di Pietro. Se si legge soltanto la seconda parte sembra che Pietro fosse un po’ tonto e incontra questi personaggi che gli sono simpatici e che gli sembrano bravi e cambia idea, cioè sembra che semplicemente cambi idea. Mentre la prima parte mostra bene quali sono le dinamiche ed è assolutamente costruita ad istruzione della comunità futura, cioè è proprio istruita come nel Vangelo di Matteo nel dibattito tra Gesù e i farisei: perché la comunità sappia che c’è un’idolatria possibile del religioso. E quindi che ci sarà anche un’idolatria possibile interna anche al cristianesimo.

Il testo

10 1 Vi era in Cesarea un uomo di nome Cornelio, centurione della coorte detta «Italica». 2Quest’uomo era pio e timorato di Dio con tutta la sua famiglia, faceva molte elemosine al popolo e pregava Dio assiduamente.

3Egli vide chiaramente in visione, verso l’ora nona del giorno, un angelo di Dio che entrò da lui e gli disse: «Cornelio!» 4Egli, guardandolo fisso e preso da spavento, rispose: «Che c’è, Signore?» E l’angelo gli disse: «Le tue preghiere e le tue elemosine sono salite, come una ricordanza, davanti a Dio. 5E ora manda degli uomini a Ioppe, e fa’ venire un certo Simone, detto anche Pietro. 6Egli è ospite di un tal Simone, conciatore di pelli, la cui casa è vicino al mare».

7Appena l’angelo che gli parlava se ne fu andato, Cornelio chiamò due dei suoi domestici, e un pio soldato fra i suoi attendenti 8e, dopo aver raccontato loro ogni cosa, li mandò a Ioppe.

9Il giorno seguente, mentre quelli erano in viaggio e si avvicinavano alla città, Pietro salì sulla terrazza, verso l’ora sesta, per pregare. 10Ebbe però fame e desiderava prender cibo. Ma mentre glielo preparavano, fu rapito in estasi. 11Vide il cielo aperto, e scenderne un oggetto simile a una gran tovaglia, che, tenuta per i quattro angoli, veniva calata a terra. 12In essa c’era ogni sorta di quadrupedi, rettili della terra e uccelli del cielo. 13E una voce gli disse: «Àlzati, Pietro; ammazza e mangia». 14Ma Pietro rispose: «No assolutamente, Signore, perché io non ho mai mangiato nulla di impuro e di contaminato». 15E la voce parlò una seconda volta: «Le cose che Dio ha purificate, non farle tu impure». 16Questo avvenne per tre volte; poi d’un tratto quell’oggetto fu ritirato in cielo.

17Mentre Pietro, dentro di sé, si domandava che cosa significasse la visione, ecco gli uomini mandati da Cornelio, i quali, avendo domandato della casa di Simone, si fermarono alla porta. 18Avendo chiamato, chiesero se Simone, detto anche Pietro, alloggiasse lì.

19Mentre Pietro stava ripensando alla visione, lo Spirito gli disse: «Ecco tre uomini che ti cercano. 20Àlzati dunque, scendi e va’ con loro, senza fartene scrupolo, perché li ho mandati io». 21Pietro, sceso verso quegli uomini, disse loro: «Eccomi, sono io quello che cercate; qual è il motivo per cui siete qui?» 22Essi risposero: «Il centurione Cornelio, uomo giusto e timorato di Dio, del quale rende buona testimonianza tutto il popolo dei Giudei, è stato divinamente avvertito da un santo angelo, di farti chiamare in casa sua e di ascoltare quello che avrai da dirgli». 23Pietro allora li fece entrare e li ospitò. Il giorno seguente andò con loro; e alcuni fratelli di Ioppe l’accompagnarono.

24L’indomani arrivarono a Cesarea. Cornelio li stava aspettando e aveva chiamato i suoi parenti e i suoi amici intimi. 25Mentre Pietro entrava, Cornelio, andandogli incontro, si gettò ai suoi piedi per adorarlo. 26Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Àlzati, anch’io sono uomo!» 27Conversando con lui, entrò e, trovate molte persone lì riunite, 28disse loro: «Voi sapete come non sia lecito a un Giudeo aver relazioni con uno straniero o entrare in casa sua; ma Dio mi ha mostrato che nessun uomo deve essere ritenuto impuro o contaminato. 29Perciò, essendo stato chiamato, sono venuto senza fare obiezioni. Ora vi chiedo: qual è il motivo per cui mi avete mandato a chiamare?».

Il commento

Qui comincia il dialogo, poi ci sarà la discesa dello Spirito su Cornelio e la sua famiglia. Chiedono il battesimo e Pietro dice: “come posso negare il battesimo se è già sceso lo Spirito”, che tradotto in linguaggio corrente sarebbe: hanno fatto la cresima tanto vale fargli anche il battesimo. E quindi c’è tutto il dibattito sulla questione del rapporto tra battesimo e pagani, all’interno del dibattito sul rapporto tra giudaismo e cristianesimo.

A me sembra molto interessante questa prima parte, che si concentra un po’ di più su alcuni altri aspetti. Il primo aspetto è questo, ci sono due scene: la prima scena è Cornelio, la seconda è Pietro, e sembrano apparentemente, in una lettura veloce, abbastanza parallele, invece lo sono meno di quanto sembri. Innanzitutto, la scena di Cornelio:

10 1 Vi era in Cesarea un uomo di nome Cornelio, centurione della coorte detta «Italica». 2Quest’uomo era pio e timorato di Dio con tutta la sua famiglia, faceva molte elemosine al popolo e pregava Dio assiduamente.

Di quest’uomo si hanno tutti i dati, di dove era, come si chiamava, a quale coorte apparteneva, tutti questi dati per la cultura antica erano una carta d’identità completa. Cioè si dice che c’è una collocazione precisa. Quindi la domanda, l’appello al cambiamento, la questione del discernimento non accade mai nei luoghi generici, se non sappiamo chi siamo, dove siamo, e se non abitiamo il nostro luogo non succede niente. In questo luogo si dice:

2Quest’uomo era pio e timorato di Dio con tutta la sua famiglia, faceva molte elemosine al popolo e pregava Dio assiduamente.

3Egli vide chiaramente in visione, verso l’ora nona del giorno, un angelo di Dio che entrò da lui e gli disse: «Cornelio!»

In tempo di Quaresima quello che ci viene chiesto è l’elemosina, la preghiera e il digiuno e questo è un uomo che fa una sua quaresima, che aspetta una Pasqua, dunque, che nella sua vita ordinaria, senza nemmeno saperlo, sta già aspettando una Pasqua. E questa Pasqua arriva, vede in visione. Attenzione qui c’è una mancanza di parallelismo, prega in visione e vede un angelo. Tutti abbiamo letto in qualche introduzione della Scrittura che l’angelo è il messaggero, l’intermediario ecc., ecc.,

4Egli, guardandolo fisso e preso da spavento, rispose: «Che c’è, Signore?»

E qui mi colpisce sempre questo elemento che è molto classico: di tutti gli incontri con Dio. È un classico che noi rimuoviamo sempre, e cioè uno è buono, è disponibile, si muove anche, fa del suo meglio, Dio interviene e il risultato qual è? Il timore e una domanda.

Ora di per sé il nostro ragionamento è: uno è buono, fa del suo meglio, Dio interviene e il risultato è tutto è risolto. Invece trovate in tutta la Scrittura, soprattutto il NT, sempre questo schema: I Magi interpretano giustamente i segni, partono, arrivano e quando arrivano domandano:” Dov’è il re dei Giudei?” Il risultato di tutta questa faticata è una domanda, è il timore, non è la soluzione.

Questo è uno dei problemi, credo, più seri che noi abbiamo, lo traduco in termini più teologici: quando ci guardiamo intorno quali sono i segni della Pasqua che cerchiamo? Perché se i segni della Risurrezione del Signore sono la soluzione dei problemi, che le cose vadano bene, che tutti siano contenti, poco ha funzionato la Risurrezione del Signore. Ma di per sé anche nel racconto evangelico il grande segno, quello che si vede della Risurrezione, non è la Risurrezione, poi si vedrà il risorto dopo, ma quello che si vede è una tomba vuota, cioè che non ci si può mettere una pietra sopra: ricorderete il vangelo delle donne e della pietra del sepolcro, e non ci si può mettere una pietra sopra proprio nel senso che più comunemente usiamo questa parola. Il vero segno della Risurrezione è che non si può chiudere il discorso, che non si può fare un funerale, che il discorso resta aperto, sospeso, che ci sono ancora domande da farsi.

Questo punto mi sembra un punto veramente centrale, tra l’altro mi piaceva molto che questo punto ci accompagnasse in quaresima, se lo vogliamo, perché è proprio: dovunque in me e intorno a me io vedo qualcosa che non è chiuso e c’è ancora qualcuno che ha voglia, fiato, energia per dire: “però potremmo, dovremmo, faremmo”, di fare una domanda, di farsi venire un’idea, di fare una cosa, lì passa la risurrezione. E questo è il sostrato necessario per poter vivere il cambiamento come indispensabile ma irrilevante da un certo punto di vista. Chi meglio dei cristiani, che credono in questo modo nella risurrezione, può capire che non si cambia per cambiare, ma si cambia per segnalare la risurrezione.

Perché niente è mai chiuso, perché c’è sempre un’altra domanda: che c’è Signore? Perché finché c’è tempo, c’è ancora una domanda da fare.

E l’angelo gli disse: «Le tue preghiere e le tue elemosine sono salite, come una ricordanza, davanti a Dio. 5E ora manda degli uomini a Ioppe, e fa’ venire un certo Simone, detto anche Pietro. 6Egli è ospite di un tal Simone, conciatore di pelli, la cui casa è vicino al mare».

Cioè non è che gli dice: fai questa domanda perché hai pregato male, non hai fatto abbastanza elemosine, che sarebbe la nostra logica: dato che non hai fatto tutto bene la magia non funziona, invece gli dice: no, poiché hai fatto tutto bene, funziona e il fatto che funzioni è: fai venire Simone detto Pietro, cioè metti in moto un altro pezzo di storia. Non gli dice per parlare di che, per fare cosa, non gli dice niente, gli dice: avvia un altro pezzo del processo, metti in moto un’altra relazione.

7Appena l’angelo che gli parlava se ne fu andato, Cornelio chiamò due dei suoi domestici, e un pio soldato fra i suoi attendenti 8e, dopo aver raccontato loro ogni cosa, li mandò a Ioppe.

Si crea un’assenza, esattamente il segno della Resurrezione è una tomba vuota, non c’è un cadavere e quindi è sotto il segno di un’assenza, non di una presenza. Quando l’angelo se ne va si può rimettere in moto la storia. E questa è la prima scena.

9Il giorno seguente, mentre quelli erano in viaggio e si avvicinavano alla città, Pietro salì sulla terrazza, verso l’ora sesta, per pregare. 10Ebbe però fame e desiderava prender cibo. Ma mentre glielo preparavano, fu rapito in estasi. 11Vide il cielo aperto, e scenderne un oggetto simile a una gran tovaglia, che, tenuta per i quattro angoli, veniva calata a terra.

Poi c’è la seconda scena: il giorno dopo quelli sono in cammino e c’è Pietro. Pietro va sulla terrazza a pregare e sembra il parallelo e ha una visione? No, non ha una visione, ma ha fame, gli succede una cosa normale, è mezzogiorno e gli viene fame e quand’è che il Signore si manifesta? Nella fame, mentre gli preparavano da mangiare fu rapito in estasi, non vede un angelo, è lui che viene spostato altrove.

Guardate che è molto diverso dal racconto di prima, prima c’è l’altro buono che prega e mentre prega ha una visione, e fino qui sarebbe abbastanza classico. Pietro invece che ha già incontrato Gesù, che è già cambiato, che è già altrove, che non è semplicemente religioso, ma rischia di ricadere nell’idolatria della religione, e che è già altrove, nella vita normale, nella fame, viene rapito in estasi e non ha bisogno di intermediari, è Dio stesso che parla, e parla attraverso delle cose, la vita, gli fa scendere una tovaglia con degli animali.

Riesco a farvi vedere la differenza del tono del racconto?

12In essa c’era ogni sorta di quadrupedi, rettili della terra e uccelli del cielo. 13E una voce gli disse: «Àlzati, Pietro; ammazza e mangia». 14Ma Pietro rispose: «No assolutamente, Signore, perché io non ho mai mangiato nulla di impuro e di contaminato».

Gli dice di fare un gesto normale per una società antica, dove per mangiare l’agnello bisognava prima tagliargli la gola e poi mangiarlo, bisognava occuparsi direttamente … non si andava al supermercato e quindi gli dice: “hai fame? Qui c’è da mangiare”. E la reazione di Pietro è fantastica: “non sia mai, Signore, perché io non ho mai mangiato nulla di profano o di impuro”.

Pietro è posto di fronte a qualcosa che lui percepisce come una tentazione: proprio quando ho fame vedo gli animali, i rettili, vengo stuzzicato a mangiare qualcosa di impuro. No.

15E la voce parlò una seconda volta: «Le cose che Dio ha purificate, non farle tu impure». 16Questo avvenne per tre volte; poi d’un tratto quell’oggetto fu ritirato in cielo.

La questione della purezza, che era la questione di un buon ebreo, è che Dio ha purificato tutto, Dio in Cristo si è fatto uomo. Non c’è più niente della nostra vita che possa essere chiamato profano, cioè la questione della purezza è fuorigioco, non c’è più, è cambiata. Mettetevi nei panni di Pietro, è come se si dicesse: la questione dell’andare a Messa la domenica non c’è più, è passata. E poi dice: sì, però poi alla fine è meglio andare a Messa.

Lui dice no, qui c’è proprio un altro piano su cui ci si deve muovere, è la vita com’è. E questa cosa succede tre volte, ovviamente il tre è il numero perfetto. Il fatto che succede tre volte ci dice tutte le cose, ma ci dice anche che Pietro ci mette quell’attimo, cioè che non è una cosa proprio come la leggiamo noi a duemila anni di distanza, che ci vantiamo di non avere più regole di purezza spirituale sul cibo, quelle riguardavano gli ebrei mica noi, però noi potremmo sostituire la questione con altre questioni e sono uguali. La cosa interessante è questa: qui non si dice che è legittimo, non è legittimo, qui si dice: “ciò che Dio ha purificato tu non chiamarlo profano”, poi puoi pure decidere che non mangi comunque quella carne, per mille motivi, compreso quello per rispetto di una tradizione antica, ma ricordati che Dio l’ha già purificata. Non è una questione di purezza, è una questione che gli altri non capirebbero, serve a me fare questo esercizio, va benissimo, tutte le nostre norme religiose servono a noi. Bene, facciamole, ma non è in gioco il Vangelo, è diverso, perché Dio ha purificato quella questione, poi certo se la norma mi aiuta va bene. Come quando si va in palestra o in piscina ci si dà delle regole, dei tempi, delle successioni, perché aiutano ad arrivare in fondo all’esercizio, a tenere un certo ritmo, a raggiungere un certo obiettivo, e questo va benissimo, ma non sarà mica quella la questione.

17Mentre Pietro, dentro di sé, si domandava che cosa significasse la visione, ecco gli uomini mandati da Cornelio, i quali, avendo domandato della casa di Simone, si fermarono alla porta. 18Avendo chiamato, chiesero se Simone, detto anche Pietro, alloggiasse lì.

Qui c’è il passaggio interessante: le due scene si congiungono, ma non solo, le due perplessità si congiungono, e c’è un altro dei criteri fondamentali: il discernimento non si fa da soli. Dalla nostra perplessità non usciremo mai se non guardando fuori di noi, non dentro di noi.

Anche qui c’è tutta una logica un po’ ottocentesca, molto religiosa, che ha identificato la religiosità con una sorta di interiorità, col guardarsi dentro, e poi è andata a conflitto dopo la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 con il tema psicologico, psichiatrico, quasi con la paura che una scienza dell’interiorità ci derubasse di quello che era il nostro proprio, che era l’interiorità. Ma l’interiorità cristiana non è dentro, quello si chiama narcisismo, l’interiorità cristiana è una pelle, è il luogo dove ciò che sono io incontra tutto ciò che è non io, e quindi il mondo, la storia, gli altri, la creazione. L’interiorità dei cristiani è quel luogo dove si articola il mio desiderio, la mia comprensione di me, ciò che io vivo, credo, amo e spero come persona, il mio star bene con tutto il resto, e i cristiani devono essere capaci di discernere in questo la relazione tra io e tutto il resto che è non io, Dio compreso.

La nostra interiorità è un incontro, come in questo caso: il discernimento è sempre plurale, se si vuole uscire dalla perplessità bisogna entrare nella pluralità.

19Mentre Pietro stava ripensando alla visione,

Pietro continua, è lì che rimugina, ma giustamente, è posto di fronte ad una questione che per lui è molto forte, e non capisce bene, sa di essere entrato in un processo di novità, ma contemporaneamente dice: fino a che punto? Dove? Come? Cosa?

lo Spirito gli disse: «Ecco tre uomini che ti cercano. 20Àlzati dunque, scendi e va’ con loro, senza fartene scrupolo, perché li ho mandati io». 21Pietro, sceso verso quegli uomini, disse loro: «Eccomi, sono io quello che cercate; qual è il motivo per cui siete qui?»

Fa sorridere quando si dice: Dio mi ha chiamato, e chiedo: “cosa vuol dire che Dio ti ha chiamato”? E la risposta è “ho sentito dentro di me”, e io: “sapessi le cose che sento dentro di me! Certe volte io sento che ti ammazzerei”. Viene da Dio anche quello? Sentiamo tante cose ma il problema non è quello, Dio ci chiama attraverso gli altri che ci chiamano.

Questa dinamica la chiesa delle origini ce l’aveva chiarissima, anche nel tema specifico della vocazione nessuno sceglieva la propria vocazione, nella chiesa antica era sempre la comunità che chiedeva a qualcuno di fare qualcosa ed in genere era esattamente come succede oggi nelle nostre associazioni, vedasi la qui presente presidente, la risposta di cui ci si può fidare è quando dicono: “se proprio non avete trovato un altro, mi dispiace dirvi di no, però …”, ma non lo dico come modo di dire, lo dico molto seriamente, perché la vocazione è esattamente una cosa impegnativa, se io mi sento di dover fare quella cosa e mi ci sento portato questo non si chiama vocazione, si chiama tendenza, che va benissimo, non c’è niente di colpevole, io lo faccio, ma non c’è bisogno di chiamare in causa Dio.

Allora da questo punto di vista i tre uomini che lo cercano sono la chiamata da parte di Dio per Pietro. E anche per Pietro la chiamata da parte di Dio produce una domanda: qual è il motivo? Perché siete venuti? Le chiamate serie producono sempre domande, non risposte: che volete? Qual è il motivo?

22Essi risposero: «Il centurione Cornelio, uomo giusto e timorato di Dio, del quale rende buona testimonianza tutto il popolo dei Giudei, è stato divinamente avvertito da un santo angelo, di farti chiamare in casa sua e di ascoltare quello che avrai da dirgli». 23Pietro allora li fece entrare e li ospitò. Il giorno seguente andò con loro; e alcuni fratelli di Ioppe l’accompagnarono.

E così loro gli raccontano la storia, ed è interessante, perché c’è la successione di tre verbi che è geniale: raccontano la storia del Centurione Cornelio, uomo giusto ecc., ecc., che ha ricevuto dall’angelo l’ordine di farti chiamare per ascoltare ciò che tu hai da dirgli.

Che è come dire: facciamo a capirci, cioè lui chiama me e io non so perché mi chiami, lui si aspetta che io abbia delle cose da dirgli ma io non so quali sono queste cose da dirgli, cioè è un po’ un gioco strampalato. Ma il tema chiave è ascoltare, Cornelio è nella disposizione di ascoltare e la prima azione, il primo verbo dopo che viene detto per ascoltare è “li ospitò”. Perché la prima reazione che ci vuole ad ascoltare è ospitarlo, non parlare.

24L’indomani arrivarono a Cesarea. Cornelio li stava aspettando e aveva chiamato i suoi parenti e i suoi amici intimi.

E il verbo immediatamente successivo è “Cornelio stava ad aspettarli”. Allora c’è questa successione che è meravigliosa, la disponibilità ad ascoltare con la reazione di ospitare, e chi voleva ascoltare sa aspettare. Guardate che questo è anche quello che succede tra noi e Dio, se ci mettiamo ad ascoltare Dio, Dio ci ospita e ci tocca aspettare: funziona così.

Cornelio sta ad aspettare e c’è questa specie di gioco:

25Mentre Pietro entrava, Cornelio, andandogli incontro, si gettò ai suoi piedi per adorarlo.

È ancora una volta un gesto delle religioni pagane, Pietro viene salutato come fosse un semi dio, e Pietro, che è consapevole di questo, dice:

26Ma Pietro lo rialzò,

Da questo versetto potrebbe partire una lunga e ampia riflessione sul ruolo della chiesa, perché qui Pietro è sempre Pietro, la barca di Pietro, il vicario di Pietro, su questa pietra, ecc. Pietro non è uno qualsiasi, di per sé negli At la figura di colui che parla ai pagani è Paolo. Non è un caso che questo incontro con la famiglia di Cornelio venga fatto da Pietro.

Tra l’altro gli At sono il passaggio della barca di Pietro alla barca di Paolo, è proprio il segno della congiunzione dei due istituzionalmente, perché? Perché nell’Evangelo Paolo non c’era e il mandato è dato a Pietro, poi negli At c’è la connessione tra Pietro e Paolo, per dire: non è un altro, un secessionista, sono della stessa famiglia. Ma qui siamo ancora all’inizio degli At, poi cominceranno i capitoli su Paolo, con la sua conversione ecc., questo capitolo è il passaggio tra i due segnato dalla presenza dei pagani, ma qui di Pietro si tratta.

dicendo: «Àlzati, anch’io sono uomo!»

Alzati! Questa è la parola che la chiesa dovrebbe dire a chiunque: Alzati! Stiamo sulla stessa barca.

27Conversando con lui, entrò e, trovate molte persone lì riunite, 28disse loro: «Voi sapete come non sia lecito a un Giudeo aver relazioni con uno straniero o entrare in casa sua;

Eppure è lecito, ed è finita la perplessità di Pietro, perplessità nata dentro la vita e risolta in un dialogo reale, con delle persone e delle situazioni, nella vita, non è questione religiosa, è proprio spostata di territorio.

ma Dio mi ha mostrato che nessun uomo deve essere ritenuto impuro o contaminato. 29Perciò, essendo stato chiamato, sono venuto senza fare obiezioni. Ora vi chiedo: qual è il motivo per cui mi avete mandato a chiamare?»

Ancora una volta tutto questo processo: Pietro già ha fatto una faticata, era perplesso, pensava, ecc., è cambiato, si è molto aperto e come finisce questo brano? Per quale ragione mi avete mandato a chiamare?

C’è di nuovo una domanda e Pietro avrà lo stesso problema di nuovo di fronte alla questione posta dal battesimo, perché si chiederà: circoncisione sì, circoncisione no, poi ci sarà la discussione con Paolo, ecc. Non è una passeggiata, non è che ha capito che non sono impuri quindi d’ora in avanti non ci sarà più problema. Ha capito che non sono impuri, ma poi deve continuare a costruire ogni passaggio del discernimento di questo cambiamento.

Mi sembra che lo scenario di questo testo ci aiuti ad entrare bene nella logica evangelica: c’è un appello, un segno della risurrezione, che è sempre il segno cristologico, che è questo segno però, in senso buono, ambiguo, che non vuol dire falso, che vuol dire un segno che può essere interpretato in molti modi: una tomba vuota su cui non c’è più una pietra che la chiude. È un po’ il contraltare di Tobia, nella storia di Tobia si scavano tombe perché ci sono troppi cadaveri e troppe poche tombe.

Qui c’è una tomba e non c’è più un cadavere, è proprio l’altra metà della storia: non c’è più un cadavere, non c’è niente da seppellire, quindi questa storia non si può chiudere, la sterilità di Tobia può diventare la fecondità cristologica a patto che non ricadiamo nella stessa logica, per cui è più importante ciò che è lecito rispetto alla risurrezione.

Fossano, 24 febbraio 2018

(Testo non rivisto dall’autore)

Anno pastorale: 2017/2018

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