21 Aprile 2018
Stella Morra

7. Stoltezza e intelligenza

Commento a: 1 Cor 1, 20-31


Introduzione

Siamo giunti alla penultima puntata di questo percorso sul cambiamento.

Nelle prime quattro puntate abbiamo usato i testi dell’AT per descrivere dinamiche che sono proprie della struttura umana, di come siamo fatti, di come funzioniamo; per riflettere un po’ più in profondità sulle cose che ciascuno di noi vive normalmente, più o meno a seconda dei tempi, che sono antiche resistenze, in questo caso al cambiamento, che attengono a tutti, in una forma o in un’altra.

Nella prima puntata su Tobia con l’immagine del vecchio Tobi, che fa tutto secondo la legge e dunque non fa altro che seppellire cadaveri, abbiamo riflettuto sulla devozione come resistenza al cambiamento, sul tentativo sterile di continuare a fare tutto uguale, come se le cose non fossero cambiate. Nella seconda su Abramo e Lot, abbiamo ragionato su come il cambiamento richiede menzogne e separazioni, non passa mai attraverso mani pulite, ha bisogno della capacità di lasciare, staccare, dividere. Nella terza, su Davide, il tema era cambiare il vestito, cioè come il cambiamento oltre le idee, mostra un volto pubblico, un aspetto in qualche modo visibile, più o meno interpretabile. La quarta era la storia di Dt sulla strada, sul girare intorno al monte; la strada diventa un circuito e non si va più da nessuna parte, perché il cambiamento richiede strada, ma ci sono anche tempi di stasi in cui non si può fare altro che rimanere lì.

Poi, invece, il gruppo delle quattro nuove riflessioni sul NT, che in qualche modo nei nostri percorsi di Lectio sono soprattutto legate ai testi evangelici col tentativo di mostrare l’eccedenza, la logica di Gesù che introduce in ogni tema degli elementi di novità. Nel percorso di quest’anno un solo testo riguarda direttamente Gesù, gli altri tre sono tratti dagli Atti e dalle Lettere di Paolo, perché il cambiamento e la resistenza al cambiamento sono temi umani. Gesù è il cambiamento, quindi non ha problemi a cambiare in quanto a lui. Il problema è come viene percepito: la condanna per la quale Gesù è crocifisso è di esser un bestemmiatore, un innovatore, un cambiatore della religione tradizionale. Gesù ha introdotto dei cambiamenti eccezionali, quindi non è suo il tema. Il cambiamento è un tema proprio degli umani che, non essendo padroni della storia, vivono sempre alcune delle cose che succedono come qualcosa che non hanno programmato, immaginato, progettato: la questione fondamentale del cambiamento è tutta lì. Il cambiamento è un tema problematico per noi perché ci mette di fronte una realtà che non è nel nostro governo, che ci impone delle categorie diverse, dei modi diversi di capire e di spiegare.

Il primo dei secondi brani era quello degli Atti, dove Pietro mostrava l’ennesima resistenza al cambiamento, un po’ il parallelo del tema di Tobia. L’altra volta ci siamo fermati sull’unico brano che riguarda Gesù direttamente, ed era il testo delle Nozze di Cana. Interessante perché cambiare l’acqua in vino è un’operazione che chiamiamo miracolo, che sta nelle corde di Gesù, non nelle corde degli umani: solo lui può cambiare l’acqua in vino, cioè possedere la realtà. Il tema che ci sta sotto è: forzare, resistere o essere docili alla realtà? È la questione gigantesca e delicata per ciascuno di noi di trovare la misura tra quanto la realtà va forzata, cioè diretta con le nostre scelte di decidere che si può anche andare contro corrente, e quanto bisogna dalla realtà farci guidare. Non sappiamo mai in base a quali criteri quella realtà ci deve condurre e le dobbiamo essere docili e in base a quali altri criteri quella realtà va contrastata. E questo nelle Nozze di Cana si vede bene nel dialogo tra Maria e Gesù. Maria, in fondo, decide di forzare la realtà attraverso suo figlio, che ha il potere di farlo e dunque cambia l’acqua in vino. È chiaro che lì sta uno dei nodi chiave del cambiamento, soprattutto del cambiamento di assi interpretativi. Il cambiamento di paradigmi è difficilissimo da gestire là dove ciascuno di noi è tentato di aggiustarsi più che abitare il cambiamento. Forse uno dei temi su cui si dovrebbe riflettere e trovare delle parole condivise sulle quali confrontarsi, è esattamente questo: quali e quante dimensioni di questo cambiamento a cui assistiamo, vanno ricevute, come un dono, un segno dei tempi, e quali invece vanno forzate?

La lectio di oggi

Con il testo di oggi torniamo a testi che non riguardano Gesù ma noi nel NT, perché il problema del cambiamento è sempre un problema di forma, non di sostanza contenutistica. La domanda è “come?” non “cosa?”. Quando arriviamo al cosa in genere è già chiaro. Se io ho davanti un’alternativa, vuol dire che non c’è un problema di difficoltà di cambiamento, ci sono delle opzioni, delle scelte possibili, che sono chiare, ci sono i pro o i contro di ogni scelta, posso decidere. Quando fatico a decidere vuol dire che mi trovo in una situazione che mi pone dei temi o termini di cambiamento che non riesco a interpretare e la domanda è sul come. Non è raro che quando uno non riesce a decidere è il punto di vista di un altro che può aiutare nella decisione, non perché lui abbia la soluzione, ma perché un altro in genere guarda da un’altra prospettiva, mi fa vedere quello che non vedevo essere in gioco.

Vorrei usare il testo di oggi per sottolineare che cosa vuol dire che il cambiamento è un problema nostro, questione che ho annunciato fin dagli inizi. Nostro, degli umani appunto, perché fino qui il rischio è di pensare che il cambiamento sia un problema di scelte, di comprensione, di avere una soluzione, di capire meglio, di decidere. Cioè, sostanzialmente, di rimanere in una logica individuale, inchiodati a quella parte di noi che possediamo, governiamo, capiamo e pensare che tutta la nostra vita sia lì, che non ci sia nient’altro. Invece quello che i temi evangelici ci mostrano con molta chiarezza è che non si tratta di capire meglio e applicare dei dati, ma di cambiare logica: in effetti cambiare è sempre un problema relazionale, cioè ogni cambiamento è definito dalla relazione che ho con la realtà, con le cose, gli altri, gli eventi e, nel caso dell’Evangelo, anche con Dio e la sua logica in Gesù Cristo. Il Vangelo, la Scrittura in generale, non ci dirà mai che cosa vuol dire il cambiamento in cui viviamo oggi, esso è completamente estraneo ai testi evangelici, ma quello che ci viene detto nell’Evangelo è appunto la qualità della relazione. È una domanda, un interrogativo sulla qualità della relazione alla realtà: resistere, forzare, o essere docili?

Il criterio di discernimento è una interazione, una domanda relazionale sulla questione della logica di Dio. La logica di Dio si presenta come una logica altra, diversa, proprio perché (non a caso i medioevali, usando un’altra filosofia, dicevano in Dio non c’è cambiamento) Dio è l’unico che in qualche modo non è mai sorpreso dalla realtà perché non c’è un pezzo di realtà che sfugge alla sua signoria e dunque non c’è cambiamento, ma non vuol dire che sta lì immobile come una statua, vuol dire che non c’è qualcosa che possa arrivare da altro che non sia lui. Allora, da questo punto di vista, la sua logica è quella di colui che in qualche modo sa già come va a finire, non nel senso che tutto è meccanico, ma ha la misura globale, non nel senso che “se ne frega” di ciascuno di noi, ma è come se fosse in un punto di vista che comprende tutti i punti di vista e quindi non può essere sorpreso dal cambiamento.

Il cambiamento ci dice che siamo parziali, che quello che avevamo capito fino a quel momento, magari con fatica, in cui avevamo esercitato una disciplina, non basta più! Per questo il cambiamento è strutturalmente così difficile e faticoso per l’uomo che, automaticamente, innesca una reazione di difesa psicologica da esso. Per quanto brutta sia la realtà in cui viviamo, se la conosciamo sappiamo già come metterci; e il cambiamento mezz’ora d’ansia ce la fa venire. Poi, magari è un cambiamento positivo, va anche meglio, ma è inevitabile il passaggio attraverso un momento di smarrimento, di perdita dei punti di riferimento, che crea angoscia, reazioni di chiusura, resistenza. In questo senso, il cambiamento non è un problema di Dio, perché appunto Dio ha un punto di vista globale. La cosa estremamente interessante è che Dio in Gesù Cristo, in termini filosofici, si sottomette al cambiamento. Dio nasce bambino, cresce, muore, quindi si sottomette alla logica del cambiamento, ma introducendo questa logica da un altro punto di vista rispetto al cambiamento, cioè mantenendo la sua logica paradossale: si sottomette alle nostre logiche, contemporaneamente il suo annuncio, il motivo per cui Gesù è salvezza per noi è che ci dice che c’è un’altra logica possibile, che è quella dell’affidamento a chi vede da un altro punto di vista.

Dunque, la relazione con questo altro punto di vista, che è una relazione di fede, di fidarsi, e la relazione con la realtà che è sottoposta alla domanda: fino a che punto la realtà va presa per buona, fino a che punto va invece forzata? Ecco queste due relazioni sono la struttura relazionale del cambiamento, che come abbiamo detto prima è una domanda sulla qualità di relazione alla realtà.

Arriviamo così al testo di oggi, il testo di inizio della lettera ai Corinzi.

Il testo

1 20Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo? 21Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. 22I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, 23ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; 24ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; 25poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.

26Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; 27ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; 28Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, 29perché nessuno si vanti di fronte a Dio. 30Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione; 31affinché, com’è scritto:

«Chi si vanta, si vanti nel Signore».

Commento

Questo testo è abbastanza arduo, non nel senso della comprensione delle parole perché si capisce il ragionamento, ma arduo come testo di Scrittura. Quindi prima di andare nel dettaglio dei versetti è bene fare una piccola premessa, analizzando due elementi generali.

Primo elemento generale

Paolo in questo testo spiega che cosa vuol dire dare centralità alla crocifissione nel contesto della comunità di Corinto. Lo avrete già sentito, ma lo ripeto, le lettere di Paolo sono proprio delle lettere, quindi implicano un destinatario, dunque che la lettera è scritta anche secondo il destinatario. Ovviamente Paolo non scriveva pensando che duemila anni dopo noi le avremmo lette, scriveva a quella concreta comunità di cristiani che stavano a Corinto. Corinto, nel panorama delle città antiche, era la città cosmopolita -un po’ Londra, un po’ New York- la città dove tutti prima o poi finivano per passare. Centro di commerci, con molti stranieri e molte abitudini diverse rispetto al mondo antico, che comunque era un mondo molto più statico del nostro, e tutte le città come Corinto, che avevano un porto, erano città un po’ strane, perché ci arrivavano stranieri, che non era cosa così consueta in quei tempi.

Allora a Corinto, città cosmopolita, nella quale più o meno cinque anni prima di questa lettera Paolo era passato, si era costituita una piccola comunità cristiana, che aveva raccolto soprattutto nella parte più semplice della popolazione, più povera, meno istruita, non nelle classi ricche. Quindi è interessante sottolineare che era una comunità prevalentemente di poveri, con la caratteristica di essere particolarmente agitata, un po’ perché in un contesto molto vario, con molti influssi, con molti che passavano di lì, quindi si può dedurre che si verificasse costantemente una circolazione di idee diverse; ma poi forse non erano troppo pacifici di natura, con qualche personalità un po’ fumantina e quindi era una comunità piuttosto litigiosa. Paolo scrive questa lettera in seguito al fatto che gli è stato riferito che stanno discutendo su una serie di cose. Siamo nel 55/56 d.C., quindi una ventina d’anni dopo la morte di Gesù, quindi in una fase iniziale, in cui tutta la materia è ancora molto fluida, effervescente, cioè non c’è ancora niente di istituzionale. Paolo era passato di lì, aveva spiegato un po’ di cose e poi se ne era andato. Quindi, poi, la comunità che si è creata si aggiusta, decide, fa e non è detto che tutto rimanga proprio chiaro. Allora Paolo scrive queste due lunghe lettere, 1Cor e 2Cor, che sono lettere un po’ frammentate perché sono molto concrete, in cui lui gioca la sua autorità nel dare ai Corinzi una drizzata riguardo a questioni e problemi che si sono via via manifestati.

Mette queste due lettere sotto una cornice, che è questa che abbiamo letto. Questo primo capitolo fa da cornice a entrambe le lettere ed è la cornice contenutistica di tutte queste risposte e questioni concrete che si trovano via via nel testo della lettera. Fa un po’ da quadro, che è la centralità della crocifissione di Cristo. Per dei nuovi cristiani, cioè delle persone in un ambiente in cui il cristianesimo non si è ancora strutturato, Paolo suggerisce di nuovo il criterio di fondo, la centralità della crocifissione. Ecco una prima cosa da notare, non la risurrezione ma la crocifissione di Cristo. È importante ricollocarci sempre e di nuovo nello scenario storico in cui Paolo dice questo ed è chiaro che non lo dice come il nostro parroco alla domenica, che non è nel 55 d.C. ma nel 2018, per cui oggi quel linguaggio risuona usurato. Quel linguaggio, invece, per chi Paolo aveva di fronte, era paradossale, molto forte, perché l’unica cosa che veniva in mente alla parola crocifisso ai contemporanei era l’abiezione della pena che veniva inflitta ai peggiori, cioè ladri, schiavi fuggiti, sovversivi, stranieri. Quindi, quando Paolo pone l’accento sulla centralità alla crocifissione di Cristo, arriva un messaggio molto forte alle orecchie dei Corinzi, che risuona in loro più o meno così: “Come sarebbe? Il centro di tutto quello che noi crediamo è che questo Gesù era uno pessimo e l’hanno crocifisso?”.

Secondo elemento generale

Questo testo è stato usato nei secoli non solo da tantissimi predicatori della domenica, ma anche da predicatori i cui libri rimangono, come una specie di esaltazione della stupidità. È stato usato come un agire contro l’intelligenza, non bisogna cercare troppe spiegazioni, ancora i nostri nonni usavano questo per dire che credere è un mistero che non si può capire e se cerchi di capirlo perdi la fede. No! Questo è un uso ideologico! Invece qui quello che è in discussione non è che bisogna essere stupidi, non farsi delle domande, non cercare delle risposte, bensì la contrapposizione tra un’intelligenza che intende dominare e una stoltezza che introduce un rovesciamento radicale, che è quello della crocifissione appunto, far diventare il massimo del pessimo il centro di tutto. Il gioco è la contrapposizione: che cosa succede alla tua intelligenza se ti dico che quello che tu consideravi la schifezza della schifezza è il centro di tutto? Che cosa deve fare la tua intelligenza per accettare questa notizia? Questa è l’operazione e Paolo dedicherà tutta la lettera a spiegare quale conseguenza deve trarre l’intelligenza dei Corinzi dal fatto che il centro di tutto è quello che loro considerano la cosa più oscena del mondo (di questa operazione fa parte anche il famosissimo ‘Inno alla Carità’). Per dire che se uno prende sul serio, con la propria intelligenza, che il centro di tutto è il contrario di quello che pensa, opera un cambiamento radicale.

Commento ai versetti

20Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo?

Che cosa vuol dire che Dio ha dimostrato stolta la sapienza del mondo? Non l’ha dimostrato: è una partenza che si dà per scontata. Paolo dice che nella crocifissione di Cristo e nella sua risurrezione si dimostra che non basta prevedere, calcolare, decidere tutto, fare come si è sempre fatto perché c’è da fare i conti con l’irruzione della novità che viene da Dio. In questo senso Dio dimostra stolta la sapienza che viene dal mondo. Paolo che operazione fa? Sposta già sull’altro piano. Noi oggi con il nostro linguaggio non parleremmo di stoltezza e di sapienza, ma diremmo che Dio ha dimostrato l’inutilità di assicurarsi contro qualsiasi male. Perché per noi il problema è il dominio che l’intelligenza fornisce, non la sapienza di tipo filosofico. È il capire tutto, il controllo, avere una risposta per tutto. Uso questa espressione, avere una risposta per tutto perché è la tipica questione che molti cristiani si fanno, cioè avere delle risposte, per esempio contro quelli che ti dicono che non credono oppure per i bambini del catechismo e così via. Di per sé questa sarebbe la sapienza del mondo, pensare che la fede degli altri, dei nostri figli e dei bambini possa essere gestita a partire dalle risposte che io ho. È chiaro che questa faccenda crea qualche problema anche per noi, anche all’interno della logica della fede. Ma di per sé alla fine del brano la questione è che i cristiani hanno gli stessi dubbi che hanno tutti quegli altri. Cioè, dal punto di vista dell’intelligenza, possiamo essere più o meno intelligenti, sapere o no delle cose, ma il problema è come ci rapportiamo a tutto quello che non sappiamo: questa è la questione, non quante risposte in più abbiamo. Questo brano tradotto in un linguaggio banale si potrebbe dire così: il problema dei cristiani non è se hanno più risposte degli altri e più giuste, ma è come si rapportano a quello che non sanno.

21Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione.

L’unico che gioca con tutte le carte in mano, che sa le cose, che ha tutte le risposte è Dio. Ora, il metodo di Dio non è di sbatterci in faccia le risposte o tantomeno di farci l’esame per vedere se sappiamo le risposte o no, peggio ancora. In questo versetto ci sono tre parole chiave: salvare stoltezza e predicazione. Salvare, cioè benedire le vite di coloro che si fidano, tanto dell’intelligenza quanto della stoltezza. E soprattutto che si fidano della stoltezza che sta nella predicazione, cioè che non chiedono alla predicazione, alla fede e all’Evangelo, le risposte ma le domande! Si fidano del fatto di rapportarsi a quello che non sanno, non a ciò che sanno. In fondo per ciascuno di noi l’esperienza della fede, nei suoi momenti migliori, non è affatto un’esperienza di risposta, è, biograficamente, l’esperienza di quando qualcuno o qualcosa, una certa situazione o momento, ci danno fiducia che c’è tempo e spazio per vivere la domanda che abbiamo, che ci si può provare, che c’è qualcosa da fare e c’è un pezzo di strada che si può compiere, che c’è qualcosa che può succedere e che può essere bello. Questa è la stoltezza della predicazione.

22I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, 23ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia;

A spiegazione di quanto ha detto prima, Paolo dice che mentre da una parte c’è qualcuno che vuole segni e prove -dimostrazioni- dall’altra c’è qualcuno che vuole risposte -la sapienza-. Paolo ha sotto gli occhi due categorie che erano comuni al suo tempo, i Giudei e i Greci. Noi potremmo definirli razionalisti e moralisti piuttosto che neopelagiani e neognostici (due sottili nemici della santità, come li ha definiti Papa Francesco nella sua terza Esortazione apostolica Gaudete et Exultate – GE). Sono i due atteggiamenti che possiamo chiamare in tanti modi: segni o sapienza. Noi oscilliamo sempre tra queste due cose “se non me lo sai spiegare almeno fammelo vedere nella tua vita!”. L’alternativa sta nella proposta di Paolo, di fidarsi della stoltezza della predicazione. “noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani”. Significa che il metodo di Dio è un altro, che non è darci una risposta ma farci una domanda, perché Gesù sulla croce è una domanda. Non è un caso che nei racconti della crocifissione, prima della risurrezione, ci sono vari personaggi, a seconda dei vangeli, che dicono qualcosa come se rispondessero a una domanda, il centurione dice “Veramente costui era il Figlio di Dio!”. C’è una domanda che viene posta, è una memoria inquieta, direbbe J.B. Metz (che è un teologo tedesco), ci rimane lì come una questione aperta. Che cos’è la stoltezza del Cristo crocifisso? E il credere e il non credere si misura sull’accettazione della domanda. Noi siamo abituati per tanti motivi, per la critica dell’ottocento sull’impossibilità della risurrezione, a fare ragionamenti sulla credibilità della risurrezione perché ci sembra che la crocifissione sia più facile da credere. Che storicamente abbiano preso uno, l’abbiano inchiodato in croce, purtroppo accade ancora oggi, quello o altre torture, quindi brutto ma credibile. E ci sembra che per essere dei bravi credenti bisogna credere nell’incredibile, che sarebbe la risurrezione. Chiaro che in un certo senso questo ragionamento è vero, ma qui Paolo pone la questione sul fatto che il problema non è ciò che è o non è credibile, ma è come ti metti rispetto a ciò che non sai, cioè che relazione hai con il fatto che il metodo di Dio è fare una domanda e non dare una risposta. È creare un problema. I due di Emmaus discutevano tra di loro su cosa era accaduto e quando il Risorto si avvicina e chiede loro di che cosa stavano parlando, rispondono: ”Noi speravamo”. Sono di fronte a una domanda, sono chiamati da questo fallimento a fidarsi ancora o no di questa domanda e giustamente Gesù li rimprovera, spiega loro che “l’uomo non doveva forse morire?”. Tutto il testo del vangelo di Emmaus è costruito così, si aprono i loro occhi, cioè vedono quando lui sparisce. Esattamente è questa la logica, finché c’è non lo vedono, quando sparisce lo vedono. Tra il segno e la sapienza, noi annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani, cambiamento di strategia scandaloso, da cui si deduce che essere cristiani è la capacità di reggere domande scandalose e di essere una domanda scandalosa.

24ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio;

Questa domanda è la vera potenza e sapienza, questo è il grande cambiamento tra Dio e gli uomini, è l’affidamento l’atteggiamento di potenza, non il dominio ed è proprio la figura del crocifisso. Tutte le figure di orante, le rappresentazioni di orante nella chiesa antica, i gesti liturgici poi, mostrano questa postura, che è quella del crocifisso, ma che è anche la postura dell’apertura e affidamento radicale, della non difesa, cioè a braccia aperte sei un bersaglio pieno.

25poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.

La potenza e la forza stanno nella domanda sul reale e non nella risposta, per questo in ogni cambiamento possiamo stare in pace. Bonhoeffer scrive che siamo custoditi da forze benigne, siamo nelle mani di Dio, non può succedere niente di grave mai, perché se uno mette la forza non nel fatto di dominare il reale ma nel fatto della domanda sul reale, il cambiamento è addirittura meglio, cioè più domande, più tranquilli. Nel senso che siamo vaccinati dal cambiamento contro l’unico vero pericolo che è Tobia, la fede che si fa strumento di sterilità, la grande idolatria, cioè fare del religioso ciò che è contrario alla fecondità. Perché lì che cosa c’è in gioco? Se la storia è nelle mani di Dio non può che finire bene, può essere faticosissima, ma non può che finire bene. Il buono non può che portare del buono, magari in modi molto contorti. L’atto della fede è proprio l’affidamento al fatto che la storia è in buone mani, perché non sono le mie, sono quelle di Dio.

“ma per quelli che sono chiamati” Anche qui questo termine che poi è diventato un termine tecnico ‘vocazione’ e a lungo è stato tradotto così anche qui, poi invece finalmente siamo tornati a chiamata che è già un po’ meglio, ma rimane comunque per noi nell’ambito semantico che da qui in poi ha avuto duemila anni di storia e ci si è messo dentro un sacco di ciarpame, che non c’era quando Paolo scriveva ai Corinzi. Per i Corinzi chiamata non è un termine tecnico, non è direttamente vocazione, chiamata di Dio, una roba spirituale, individuale. Chiamata vuol dire chiamata, che cosa mi è successo? Il fischio che avete ricevuto per cui vi siete trovati a far parte della stessa comunità cristiana e magari manco vi conoscevate. Considerate quello che vi è successo dovremmo dire.

26non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; 27ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; 28Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono

Per spiegare queste cose basta richiamare il pensiero di Papa Francesco, quando dice che “si capisce meglio dai margini” e “che i poveri ci evangelizzano”. Proprio perché la questione che Dio pone è l’affidamento all’impensato, l’affidamento a ciò che io non governo, allora i poveri sono maestri.  È ovvio che è sempre l’elemento più marginale, il povero, lo stolto, il debole che fa problema perché tutto il resto complessivamente viene inquadrato, ma c’è sul bordo della pagina quello lì che non entra tanto dentro e tu dici “ma magari lui non è neanche una brava persona”. Sì ma questo non è il problema, non è che il povero sia santo, che il povero mi evangelizza perché accetta la sua povertà. No, il povero mi evangelizza così come è perché semplicemente sfugge, per come è, all’organizzazione dove tutto funziona e tu sai che se fai A, B e C e succede D. Il povero pone una domanda, ma pone una domanda non perché lui la pone, ma perché esiste, perché lui è lì, è l’elemento disturbante del quadro, in cui tu dici “ok abbiamo sistemato tutto”, no quello lì rimane non sistemato. Questa cosa si vede benissimo nelle nostre città, dove noi tendiamo a raggrupparci in quartieri omogenei, dove tu non vedi, non hai tutti i giorni sotto gli occhi ciò che disturba il quadro, perché il quartiere è omogeneo. Questo è proprio il principio “ciò che è stolto confonde i sapienti, ciò che è debole confonde i forti”. Non è una roba super intellettuale, è ciò che disturba il quadro “e voi siete in fondo rispetto a Corinto, città organizzata, cosmopolita, di ricchi, di gente che fa, compra, ha rapporti con gente da altre parti del mondo, organizza il porto e voi siete un disturbo perché siete quelli che non rientrano nel quadro. E Dio attraverso di voi mette il germe di novità”. Se dovessimo tradurlo con le figure odierne potremmo dire che in qualche modo l’operazione che Dio fa con il crocifisso è immettere un worm nel sistema. C’è un sistema che ha creato, che ha anche una sua bella autonomia, funziona, però poi lui si diverte troppo, è un po’ hacker come spirito, quindi gli mette dentro un worm che comincia a squadernare lo stesso sistema e tu devi in qualche modo, di volta in volta, organizzarti per agire in relazione a questo disturbatore, inquietatore.

28Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, 29perché nessuno si vanti di fronte a Dio.

Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, sembrerebbe una vocazione nichilista di Dio che proprio schiaccia, ma è perché  nessuno possa vantarsi di fronte a Dio, perché c’è una sola questione che non può cambiare, che è la differenza radicale tra noi e Dio ed è che appunto lui non ha cambiamento, perché è di fronte alla totalità delle cose e questo è il motivo per cui il cambiamento ci infastidisce molto: il cambiamento annuncia la nostra parzialità “questo non l’avevo pensato, questo non l’ho ancora capito, a questo non sono preparato” e quindi è profondamente inquietante per noi.

30Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione; 31affinché, com’è scritto: «Chi si vanta, si vanti nel Signore».

Ed è interessante, nessuno può vantarsi ma chi si vanta si vanti nel Signore. Possiamo vantarci, sì, ma in relazione al crocifisso. C’è qualcosa di cui ci possiamo vantarci: del modo in cui ci rapportiamo a ciò che non sappiamo. La croce appunto, la domanda scandalosa, il rapportarmi continuamente a ciò che non conosco. Questo deve essere il nostro vanto, di come siamo capaci di reggere la nostra stessa parzialità o se volete, tradotto ancora, di come siamo bravi a non essere Dio.

Fossano, 21 aprile 2018

(Testo non rivisto dall’autore)

Anno pastorale: 2017/2018

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