21 Ottobre 2017
Stella Morra

1. Una devozione sterile

Commento a: Tb 2, 1-3,6


All’interno della Lectio, Stella Morra fa riferimento ad un testo relativo al libro biblico di Tobia: si tratta di “La storia di Tobia: nascere vecchi e morire bambini”. 

Il libro (pubblicato dall’editrice Ave nel gennaio 2001 e ora esaurito) è la rielaborazione scritta di un percorso spirituale-esistenziale che un gruppo di giovani-adulti delle diocesi di Fossano e Mondovì seguì nel 1992 durante un campo scuola estivo. Il libretto è disponibile in PDF e si può scaricare quiLa storia di Tobia

 


Introduzione alle Lectio di quest’anno

Quando iniziamo un percorso di Lectio, come sempre, ho troppi pensieri per la testa. Ho abitato con questi testi per un po’ di tempo, ho letto un po’ di cose e quindi vorrei dire tutto, ma non è semplice. Provo quindi a descrivere scelta del tema che è in continuità con il tema del seminario di Luglio, non tanto concettuale, ma in continuità con le questioni/domande che ci girano in testa negli ultimi mesi.

Il tema su cui ci stiamo interrogando è quello del cambiamento, per chi ha partecipato quest’estate al seminario, o chi ha sentito le relazioni online, è un tema gigantesco. Il tema nasce da un disagio che ci sembra condiviso, anche se ognuno di noi poi lo articola in modi diversi: le cose, il mondo in cui viviamo, le cose come vanno, i nostri giudizi sulla vita, il dire questa cosa mi piace. Stanno cambiando i criteri di base. Ci si trova ad esprimere posizioni che dieci anni fa avremmo detto “mai la penserò così!”, o ad essere d’accordo con persone che viene da chiedersi: “come mai sono d’accordo con questo qua? Non è possibile che io sia d’accordo con lui, eppure mi sembra sensato quello che dice!”. I nostri assi d’interpretazione, non tanto le teorie, ma soprattutto quelli pre-riflessi, le grandi linee guida, sono tutte in grande cambiamento perché, come si diceva quest’estate, abitiamo un tempo in cui il cambiamento che era iniziato due, tre secoli fa è arrivato alla fine. Quello che due o tre secoli fa vedevano i filosofi o gli studiosi più attenti, hanno incominciato a vederlo tutti gli studiosi, poi è diventato vita quotidiana. Incapacità o impossibilità di usare le categorie che sono state usate per capire la realtà, la politica, il bene comune, il giusto e lo sbagliato, per farsi un’opinione per accogliere o non accogliere notizie o narrazioni. Quello che si chiama l’epoca della post-verità. Abbiamo tutti grande diffidenza verso la comunicazione, ma non è solo la comunicazione, è anche un problema nostro. Non sappiamo più a cosa affidarci per credere qualcosa. Sempre ci chiediamo se sarà vero?

Il “tema del cambiamento”, di come ci si muove in un tempo in cui non siamo capaci di avere a disposizione dei criteri interpretativi per stare nel cambiamento, questa è la cosa su cui stiamo cercando di riflettere, lo scenario. Dunque, il tema della lectio è riassunto nel titolo “Cerco un centro di gravità permanente” … del cambiare, del farsi cambiare e di un Dio che cambia. Non molto tempo fa questo titolo sarebbe stato accusato di eresia, perché l’idea di un Dio che cambia, i teologi avrebbero detto che era un’eresia assoluta: Dio è eterno e immutabile. Oggi, tutto sommato, la cosa non ci fa nemmeno tanta impressione.

Contemporaneamente, la Diocesi ha scelto per quest’anno tra le parole di Firenze, la parola “uscire” e tra uscire e cambiamento c’è una parentela abbastanza stretta. L’idea di stare rintanati in casa propria tra le cose conosciute (il mio spazio, il mio luogo dove non cambia mai niente), invece uscire è un atto di squilibrio, di spossessamento, come camminando si alza un piede e in quel momento si può cadere, perché muoversi è più squilibrato che non star piantato fermo sui piedi. Uscire è un atto di affidamento a qualcosa che non è sotto il mio governo. In questo senso Papa Francesco parla spesso di Chiesa in uscita, non tanto nel senso di uscire per andare a fare una crociata, ma di uscire dal mondo organizzato in cui ci riconosciamo, dalle logiche un po’ troppo scontate, da una serie di ragionamenti che sembrano auto-evidenti ma poi alla fine non lo sono per niente. Intorno a questa cosa, ragionando rispetto alla Parola di Dio, ho scelto alcuni assi d’interpretazione e ve li dico per spiegarvi anche il senso del percorso.

La reazione al cambiamento è la paura. Lo vediamo bene intorno a noi e anche dentro di noi, di fronte al cambiamento abbiamo tutti paura! C’è un movimento di separazione, di novità, d’incertezza, di non governo, di non controllo e la reazione più costante è la paura; anche politicamente è abbastanza spaventoso come ormai la paura sta diventando un criterio politico. Tra l’altro la paura anticipa ciò che non c’è, dunque è totalmente irreale, è una pessima consigliera, ma non per motivi morali, perché fa decidere su un qualcosa che potrebbe esserci, ma non c’è ancora e quindi non hai gli elementi concreti, per cui in genere fai una stupidaggine. È molto raro che la paura porti a decisioni sapienti.

D’altra parte, nella tradizione scritturistica cristiana più autentica, il tema del cambiamento è un tema costante e preciso, si chiama con un’altra parola è il tema della conversione. Bisogna cambiare, noi lo abbiamo ridotto ad un termine morale, dove la conversione sarebbe solo un’operazione di correzione degli errori, ma di per sé la conversione è la metanoia. Nella sua origine più antica è proprio come una inversione a U, è cambiare direzione. Il che significa ricomprendere il reale intorno a te, capire cosa sta succedendo, che cosa è cambiato e verso dove andare. Quindi un tema molto scritturistico che però nella tradizione del cristianesimo vissuto più nel quotidiano, soprattutto negli ultimi due secoli, è un tema appunto sparito o meglio legato semplicemente a un tema morale. La conversione sarebbe: “tu fai una strada, hai commesso degli errori e devi correggere quegli errori”, come se la strada fosse chiara. È solo un problema della tua volontà di correzione degli errori, invece di per sé la conversione è innanzitutto un atto d’immaginazione. È inventare un’altra storia come i racconti evangelici mostrano molto bene. Tutte le volte che Gesù dice a qualcuno: “ti siano perdonati i tuoi peccati!”, la frase successiva inventa per lui un’altra storia, che sia l’atto di un miracolo, rendere vedente un cieco, che sia l’atto di un perdono, come l’adultera, qualsiasi sia l’atto inventa un altro scenario non pensabile prima. Quindi l’atto di conversione non è tanto nel dire: “io mi correggo!” ma è: “un’altra vita è possibile!”. Questo tra l’altro è un tema che sta attraversando la cultura, i filosofi, gli antropologi. Nel foglio di presentazione cito un libro che si chiama: “devi cambiare la tua vita” di Peter Sloterdijk. Perché è un appello che ci arriva da tante parti, mascherato in molti modi, e ultimamente uno dei temi più ricorrenti.

Quando delle persone adulte s’incontrano a parlare, almeno in questa parte del mondo, dopo dieci minuti parlano di cibo e dopo dodici minuti dicono che dovrebbero mangiare meglio. C’è sempre una conversione da compiere sul cibo: di meno, di più, più bio. Oggi sentivo un servizio al telegiornale dove si parlava dello smog a Torino e si diceva, dovremmo cambiare stile di vita e di mobilità. È un tema enorme, ci dice che stiamo stretti nei luoghi, nel fare le cose come siamo abituati. Devo dire, che fuori dall’ambiente religioso, il tono moralistico è ancora più forte, più insopportabile. Nell’ultimo manuale dei disturbi mentali dell’organizzazione mondiale della sanità accanto a bulimia e anoressia è comparso un terzo disturbo alimentare che si chiama: ortoressia, cioè l’ossessione di mangiare bene, giusto, bio, sano, non contaminato, equilibrato.

Questo è un tema gigantesco che si declina in molti modi, però abbiamo delle tracce sottili nella Scrittura rispetto la conversione ma dobbiamo leggerle togliendo gli occhiali della riduzione moralistica, dobbiamo partire da un altro luogo per riconoscerne le tracce di grazia. Da questo punto di vista riflettevo sull’esperienza quotidiana: ieri sono andata a comprare in un supermercato, c’era la cassiera e una signora che non conoscevo. La signora stava pagando e dopo un nanosecondo si sono messe a parlare di Derio. Tutte due ne parlavano ovviamente in tono molto lamentoso e dispiaciuto, cioè una grande celebrazione di lutto, che da una parte è molto bella, dice dei sentimenti, degli affetti, della stima, dall’altra parte dice anche qualcosa di un po’ curioso, nel senso che anche come città, come comunità cristiana, stiamo vivendo un cambiamento un’uscita e stiamo prendendo malino. Essendo cuneese, capisco che per noi ogni cambiamento è sempre una novità terribile, quasi insopportabile, però dovremmo farci due pensieri.

Allora, il tema del cambiamento mi pare azzeccato, uscendo da una logica di puro cambiamento moralistico, entrando in una logica di cosa il cambiamento dice di noi e come possiamo abitarlo. Anche perché non si tratta di una questione di breve periodo. Credo che, nonostante alcuni tra noi siano più giovani, nessuno di noi sarà più vivo, quando questo cambiamento si sarà assestato. I tempi della cultura e della storia sono lunghi, ci tocca organizzarci per abitare un cambiamento senza troppa paura e provare, senza questo senso di lutto dilagante, cercando di non viverlo solo come una perdita. In questo cerchiamo le tracce sottili della grazia facendoci guidare dalla parola di Dio.

Come al solito, percorriamo altri 3 testi dell’AT: la separazione tra Lot e Abram (Gn 12,1-13,9), Davide che si cambia la veste (2 Sam 12,7-25a) e cambiare strada come prescritto nel Dt. Sono descrizioni di dimensioni diverse dell’esperienza umana del cambiamento, dal lutto, all’accordo. Seguono poi 4 testi del NT: l’episodio di Cornelio dove Pietro è costretto a cambiare le sue convinzioni (At 10, 1-29); il miracolo di Cana (Gv 2,1-12), dove c’è un cambiamento di acqua in vino, cioè sono le cose che cambiano; (1 Cor 1,20-31) in cui si dice che Dio ha cambiato la stoltezza in intelligenza ed (Ef 4,11-32) che è il grande discorso di Paolo alla Chiesa di Efeso. Questa era una Chiesa che Paolo amava molto e con cui si arrabbia perché dice, voi siete preda di ogni evento di dottrina, possibile che non capiate la differenza tra quando dovete cambiare e quando no e dunque dà qualche criterio più positivo per il cambiamento. Ecco questo è lo scenario che cerchiamo di percorrere quest’anno.

La lectio

Oggi partiamo da un topos classico della nostra storia comune nell’Atrio, che è il libro di Tobia. Sono stata perplessa sulla scelta di questo brano perché da un lato era adatto, dall’altro è un brano che per molti di noi ha segnato l’inizio di tutto. La prima volta che lo abbiamo commentato, l’Atrio non c’era ancora, era più di 25 anni fa; e da lì è nata la questione che ci ha legato in questi anni. È stato il luogo di partenza, quindi è un testo amato, letto e riletto. Ero perplessa se aggiungere emotività, in questa fase già emotivamente instabile per la nostra Comunità, ma forse è giusto rivisitare un luogo di partenza.

La storia di Tobia la conosciamo tutti, chi non lo avesse mai letto sono solo 14 capitoli, leggetelo come una storia, non come un libro di meditazione. È una narrazione, un piccolo racconto, una favola. Una favola anche molto esplicita dove le simboliche sono plateali, una favola da bambini. La storia è carina, ben costruita, racconta la storia di un padre e un figlio, che guarda caso hanno lo stesso nome, si chiamano in italiano Tobia e Tobiolo, ma in realtà sono Tobia tutti e due. Non serve tanta psicanalisi per capire un padre e un figlio, oppure il giovane dentro ogni vecchio. Il vecchio è molto deluso e manda il giovane a compiere un viaggio, un cambiamento, perché ha lasciato presso un parente del denaro e lo manda a recuperarlo accompagnato da un documento e da un compagno di viaggio, che si scopre poi essere un angelo, ma mentitore, un po’ truffaldino, molto simpatico, per niente angelico.

In questo viaggio, Tobia va alla ricerca di un patrimonio e incontra un matrimonio, cioè incontra Sara che anche lei ha una storia di grande delusione. È molto giovane, ma tutti i suoi mariti muoiono nella prima notte di nozze prima di unirsi a lei, e già ne aveva sposati e ammazzati sette. La situazione era molto pesante, nessuno la voleva più. Tobia, invece, la sposa. Non solo non muore ma recupera anche il denaro e tutto alla fine ha un happy end. Patrimonio e matrimonio tornano all’antico Tobia ed è un inno alla vita benedetta. Questa è la storia e all’inizio c’è il capitolo 2, su cui vorrei riflettere oggi:

Tobia 2,1-3,6

2 1 Sotto il regno di Assarhàddon ritornai dunque a casa mia e mi fu restituita la compagnia della mia moglie Anna e del figlio Tobia. Per la nostra festa di Pentecoste, cioè la festa delle Settimane, avevo fatto preparare un buon pranzo e mi posi a tavola: 2la tavola era imbandita di molte vivande. Dissi al figlio Tobia: «Figlio mio, va’, e se trovi tra i nostri fratelli deportati a Ninive qualche povero, che sia però di cuore fedele, portalo a pranzo insieme con noi. Io resto ad aspettare che tu ritorni, figlio mio». 3Tobia uscì in cerca di un povero tra i nostri fratelli. Di ritorno disse: «Padre!». Gli risposi: «Ebbene, figlio mio?». «Padre – riprese – uno della nostra gente è stato ucciso e gettato nella piazza; l’hanno strangolato un momento fa». 4Io allora mi alzai, lasciando intatto il pranzo; tolsi l’uomo dalla piazza e lo posi in una camera in attesa del tramonto del sole, per poterlo seppellire. 5Ritornai, mi lavai e mangiai con tristezza, 6ricordando le parole del profeta Amos su Betel:

«Si cambieranno le vostre feste in lutto,

tutti i vostri canti in lamento».

7E piansi. Quando poi calò il sole, andai a scavare una fossa e ve lo seppellii. 8I miei vicini mi deridevano dicendo: «Non ha più paura! Proprio per questo motivo lo hanno già ricercato per ucciderlo. È dovuto fuggire e ora eccolo di nuovo a seppellire i morti». 9Quella notte, dopo aver seppellito il morto, mi lavai, entrai nel mio cortile e mi addormentai sotto il muro del cortile. Per il caldo che c’era tenevo la faccia scoperta, 10ignorando che sopra di me, nel muro, stavano dei passeri. Caddero sui miei occhi i loro escrementi ancora caldi, che mi produssero macchie bianche, e dovetti andare dai medici per la cura. Più essi però mi applicavano farmaci, più mi si oscuravano gli occhi, a causa delle macchie bianche, finché divenni cieco del tutto. Per quattro anni rimasi cieco e ne soffrirono tutti i miei fratelli. Achikàr, nei due anni che precedettero la sua partenza per l’Elimàide, provvide al mio sostentamento.

11In quel tempo mia moglie Anna lavorava a domicilio, 12tessendo la lana che rimandava poi ai padroni, ricevendone la paga. Ora nel settimo giorno del mese di Distro, quando tagliò il pezzo che aveva tessuto e lo mandò ai padroni, essi, oltre la mercede completa, le fecero dono di un capretto da mangiare. 13Quando il capretto entrò in casa mia, si mise a belare. Chiamai allora mia moglie e le dissi: «Da dove viene questo capretto? Non sarà stato rubato? Restituiscilo ai padroni, poiché non abbiamo nessun diritto di mangiare una cosa rubata». 14Ella mi disse: «Mi è stato dato in più del salario». Ma io non le credevo e le ripetevo di restituirlo ai padroni e per questo mi vergognavo di lei. Allora per tutta risposta mi disse: «Dove sono le tue elemosine? Dove sono le tue buone opere? Ecco, lo si vede bene da come sei ridotto!».

3 1Con l’animo affranto dal dolore, sospirai e piansi. Poi iniziai questa preghiera di lamento: 2«Tu sei giusto, Signore, e giuste sono tutte le tue opere. Ogni tua via è misericordia e verità. Tu sei il giudice del mondo. 3Ora, Signore, ricòrdati di me e guardami. Non punirmi per i miei peccati e per gli errori miei e dei miei padri. 4Violando i tuoi comandamenti, abbiamo peccato davanti a te. Ci hai consegnato al saccheggio; ci hai abbandonato alla prigionia, alla morte e ad essere la favola, lo scherno, il disprezzo di tutte le genti, tra le quali ci hai dispersi. 5Ora, quando mi tratti secondo le colpe mie e dei miei padri, veri sono tutti i tuoi giudizi, perché non abbiamo osservato i tuoi comandamenti, camminando davanti a te nella verità. 6Agisci pure ora come meglio ti piace; da’ ordine che venga presa la mia vita, in modo che io sia tolto dalla terra e divenga terra, poiché per me è preferibile la morte alla vita. Gli insulti bugiardi che mi tocca sentire destano in me grande dolore. Signore, comanda che sia liberato da questa prova; fa’ che io parta verso la dimora eterna. Signore, non distogliere da me il tuo volto. Per me infatti è meglio morire che vedermi davanti questa grande angoscia, e così non sentirmi più insultare!».

Ho scelto questo testo perché mi sembra il cuore del cuore di quello che ho messo nel titolo: una devozione sterile. Tobia e la sua famiglia sono ebrei osservanti ma in esilio a Babilonia. Quindi non c’è più il Tempio ed è molto complicato rispettare le Leggi della purezza. Per esempio, non frequentare i pagani è quasi impossibile, come lo è compiere tutte le opere che un buon ebreo deve. Tobia già una volta è stato accusato per avere seppellito dei morti, un’opera di misericordia, che permane anche nel cristianesimo. Egli è fuggito e dopo la morte di chi lo aveva condannato,

1 Sotto il regno di Assarhàddon ritornai dunque a casa mia e mi fu restituita la compagnia della mia moglie Anna e del figlio Tobia.

È interessante, perché in tutto il primo capitolo quando si dice casa si pensa ad Israele, ma qui lui torna a casa sua in Babilonia, dove viveva con la moglie ed il figlio. Un cambiamento è già avvenuto. Lui non è più in Israele, è in un’altra terra in mezzo ai pagani, ma chiama quel luogo casa, perché ci sono sua moglie e suo figlio. C’è un doppio cambiamento: l’esilio e la fuga perché accusato. Al primo ritorno è comunque un ritorno a casa propria. Qui è già interessante: l’esilio è una condizione soggettiva? Davvero esistono esili? Dipende da come ce la raccontiamo? Se siamo capaci a raccontarci che non è cambiato niente, non è davvero cambiato niente? Possiamo chiamare casa qualsiasi cosa? La questione è interessante, perché la negazione del cambiamento è un atteggiamento diffuso. In molte parti della nostra vita facciamo finta che non sia cambiato niente. È una strategia plausibile, ha un senso, una direzione, però subito cambia:

Per la nostra festa di Pentecoste, cioè la festa delle Settimane, avevo fatto preparare un buon pranzo e mi posi a tavola: 2la tavola era imbandita di molte vivande.

È una festa che li distingue dal posto in cui vivono, quindi ritorna la sofferenza del cambiamento, dell’esilio. La festa di Pentecoste ha il nome che poi i Cristiani piglieranno per la nostra festa, ma era originariamente legate ai cicli della natura, cioè al tempo della prima mietitura e poi viene trasformata nella festa del dono della Legge per tutta una serie di passaggi abbastanza complicati.

Allora, lui ritorna a questa casa, che dobbiamo far finta che sia una casa. C’è una festa che gli ricorda la Legge: un banchetto, una figura escatologica del Regno di Dio nella Scrittura. Cioè Tobia prova a rimettere al proprio posto le cose fondamentali: la Legge e il banchetto, il desiderio della pienezza. Questa è l’operazione che tutti facciamo di fronte al cambiamento. Facciamo finta di niente e rimettiamo apposto le cose fondamentali, per il resto facciamo come possiamo. Di per sé non credo che potremmo dire che questo atteggiamento è sbagliato, ma c’è un piccolo particolare: quello che ne esce è un po’ poco, ma ci arriviamo. L’operazione è chiara, non solo c’è addirittura una sovrabbondanza:

Dissi al figlio Tobia: «Figlio mio, va’, e se trovi tra i nostri fratelli deportati a Ninive qualche povero, che sia però di cuore fedele, portalo a pranzo insieme con noi. Io resto ad aspettare che tu ritorni, figlio mio».

Cioè non è solo la Legge, nel senso di rispettare tutte le norme, è il desiderio del banchetto, la simbolica della pienezza. Va bene, facciamo partecipare qualche povero. Potete pensare male di un uomo così? No, è bravo, ma c’è un inciso che ci mette sul sospetto: “se trovi tra i nostri fratelli deportati a Ninive qualche povero, che sia però di cuore fedele”. Il moralismo è il grande nemico di un cambiamento fecondo. Dai commenti di Papa Francesco all’enciclica Amoris Laetitia: il grande nemico di ogni cambiamento fecondo è la bocca che si storce un pochino a dire: “no, si capisco”, ma con un giudizio che è preso in base ad una pretesa logica morale, che sarebbe immobile. Cosa vuol dire “che sia però di cuore fedele”?

3Tobia uscì in cerca di un povero tra i nostri fratelli. Di ritorno disse: «Padre!». Gli risposi: «Ebbene, figlio mio?». «Padre – riprese – uno della nostra gente è stato ucciso e gettato nella piazza; l’hanno strangolato un momento fa».

Il figlio esce e non porta a casa un povero, ma l’annuncio che c’è un morto e qui c’è il grande passaggio. Se si guardano i cambiamenti con questi occhi, l’unica cosa che si vede sono cadaveri. Lo stesso vale per la partenza di Derio: non si può vedere altro, non si trovano i viventi. Questo è, il vero problema di fronte a cui siamo come Chiese, come individui, come cultura: vediamo solo cadaveri. Non riusciamo a vedere i viventi. Non è che non ci sono, noi ci siamo, tante cose belle succedono, tanta gente vive, cresce. Ci sono momenti di gioia, di fatiche condivise che hanno in sé una bellezza. C’è una strada che si compie, ma non vediamo i viventi. Perché siamo sotto logica del tenere fermo: la Legge, il banchetto e cercare i cuori fedeli, i viventi non ci stanno. Perché la vita non è così.

4Io allora mi alzai, lasciando intatto il pranzo; tolsi l’uomo dalla piazza e lo posi in una camera in attesa del tramonto del sole, per poterlo seppellire. 5Ritornai, mi lavai e mangiai con tristezza, 6ricordando le parole del profeta Amos su Betel:

«Si cambieranno le vostre feste in lutto,

tutti i vostri canti in lamento».

7E piansi. Quando poi calò il sole, andai a scavare una fossa e ve lo seppellii.

Il racconto successivo è la conseguenza, Tobia fa la cosa giusta rispetto ad un cadavere, perché è quello che ha visto, piange, abbandona il desiderio del banchetto e rimane solo sulla Legge, cioè, abbandona la parte festiva di ciò che teneva fermo e tiene la parte funerea. Rimane sulla Legge: per seppellire aspetta la sera e piange. Poi distorce la citazione di Amos, cioè le fa dire “Si cambieranno le vostre feste in lutto”. Peccato che quel testo di Amos dice che il Signore cambierà le vostre gioie in lutto, perché voi ve ne fregate di tutti, siete contenti e basta. Allora lui verrà e vi darà tante di quelle botte. Era la logica del tempo: voi invece di essere contenti del vostro raccolto, della vostra ricchezza, sarete costretti a piangere, ma Tobia dice: “cambieranno le vostre feste in lutto”, perché io, che avevo preparato un banchetto e ho visto un morto, sono costretto a piangere per devozione. È diverso.

8I miei vicini mi deridevano dicendo: «Non ha più paura! Proprio per questo motivo lo hanno già ricercato per ucciderlo. È dovuto fuggire e ora eccolo di nuovo a seppellire i morti».

Anche qui c’è una bella storia, i vicini deridono e a noi già stanno antipatici, un po’ perché abbiamo tutti un’identificazione con Tobia, cioè bravi e incompresi, mentre tutti quegli altri che se la spassano e non si tengono fermi alla Legge e il desiderio del banchetto, poi perché a noi dà un po’ fastidio la derisione. Di per sé questi che deridono sono dei realisti, gli dicono: “ma come ti sei già beccato una condanna e continui a farlo lo stesso?” Noi oggi diremmo una coazione a ripetere, ragazzo curati, se non ti curi farai sempre lo stesso errore. È interessante però, che lui lo narra in prima persona, lo narra come una derisione, non come un realismo. Quello che sta succedendo e che lui rifà la stessa cosa che già una volta non ha dato nessun frutto, ma non gli viene un’altra idea se non di rifare la stessa cosa.

9Quella notte, dopo aver seppellito il morto, mi lavai, entrai nel mio cortile e mi addormentai sotto il muro del cortile. Per il caldo che c’era tenevo la faccia scoperta,

Tobia rimane nella sua solitudine. È un’immagine tristissima, non è nel letto con sua moglie che ha finalmente ritrovato e vicino al figlio, ma sotto il muro del cortile, in esilio dalla propria casa. È da solo, non perché gli amici lo deridono, ma perché ci si è messo da solo. Anche qui non serve una spiegazione psicoanalitica molto difficile per capire il significato di quello che succede è che diventa cieco. Più chiaro di così non so come ce lo doveva dire la Scrittura, cioè non può farsi carico di quello che è il reale (vedere), può solo rimanere uguale a sé stesso nella propria devozione. Da una parte la scelta è il dormire da solo, per noi è molto difficile comprendere, perché il nostro dormire è il dormire in un letto, nella casa, ma, nella condizione di vita degli antichi, non era possibile chiudersi in casa. Tranne i grandi palazzi, niente aveva le porte. C’erano le porte della città ma poi le case non avevano porte. L’uso dei gradini per entrare in casa nasce per essere una piccola protezione contro l’ingresso delle bestie. Nel mondo antico dormire è una piccola morte, è mollare la vigilanza, deve esserci sempre una sentinella, qualcuno che rimanga sveglio. Questo permane nella nostra memoria antica, fisica, biologica, per cui tutti noi se siamo un po’ agitati, non riusciamo ad addormentarci. Non riusciamo a cedere il controllo e a metterci in una condizione in cui puoi essere preda di qualsiasi cosa. Per questo gli antichi hanno racconti di sogni. Dio parla nei sogni, cioè nel momento in cui si molla il controllo, finalmente gli si dà spazio perché possa dire qualcosa. Allora la scelta di Tobia è di mettersi a dormire da solo, fuori e poi ci si mette la creatività dell’imprevisto. La realtà che fa la sua storia: ci sono dei passeri e che lui non aveva calcolato:

10ignorando che sopra di me, nel muro, stavano dei passeri. Caddero sui miei occhi i loro escrementi ancora caldi, che mi produssero macchie bianche, e dovetti andare dai medici per la cura. Più essi però mi applicavano farmaci, più mi si oscuravano gli occhi, a causa delle macchie bianche, finché divenni cieco del tutto.

È la somma di quello che succede nel cambiamento, la nostra scelta sbagliata, la scelta di ritirarsi, di non esserci, provoca regolarmente che la realtà ci diventa nemica, ci fa del male. Quindi abbiamo ancora più ragione a dire “vedi era meglio come era prima, perché se cambi quello che succede ci fa male”. Poi c’è quella frase interessante:

Per quattro anni rimasi cieco e ne soffrirono tutti i miei fratelli. Achikàr, nei due anni che precedettero la sua partenza per l’Elimàide, provvide al mio sostentamento. 11In quel tempo mia moglie Anna lavorava a domicilio, 12tessendo la lana che rimandava poi ai padroni, ricevendone la paga.

Subito dopo dice che la moglie lavorava, cioè non si capisce bene chi lo sostenta. In una cultura antica non era possibile, era troppo ignominioso, farsi mantenere dalla propria moglie. C’è una vita quotidiana dura, fino al punto che è la moglie che deve mantenere la famiglia.

Ora nel settimo giorno del mese di Distro, quando tagliò il pezzo che aveva tessuto e lo mandò ai padroni, essi, oltre la mercede completa, le fecero dono di un capretto da mangiare. 13Quando il capretto entrò in casa mia, si mise a belare.

Ora, il piccolo episodio del capretto, la realtà è un dono, ci arriva un regalo inatteso. Questo di più Tobia non lo può controllare con gli occhi, ma gli arriva dalle orecchie: si mette a belare. Anche qui i Cristiani dovrebbero drizzare le antenne, perché la duplice figura degli occhi e delle orecchie è importante in tutta la Scrittura e anche nella Liturgia. Oggi noi diciamo che la parola di Dio è proclamata e va ascoltata, poi tutti leggiamo il foglietto. L’orecchio riceve, ma l’occhio controlla. Noi pensiamo: “Dio parla, ma io controllo che dica giusto, datemi un punto d’appoggio”. Se non seguo, quello magari legge male, perdo una parola. E allora? Che cosa succede se perdo una parola?

È un dono e lui cosa fa?

Chiamai allora mia moglie e le dissi: «Da dove viene questo capretto? Non sarà stato rubato? Restituiscilo ai padroni, poiché non abbiamo nessun diritto di mangiare una cosa rubata». 14Ella mi disse: «Mi è stato dato in più del salario». Ma io non le credevo e le ripetevo di restituirlo ai padroni e per questo mi vergognavo di lei. Allora per tutta risposta mi disse: «Dove sono le tue elemosine? Dove sono le tue buone opere? Ecco, lo si vede bene da come sei ridotto!».

Non sarà stato rubato?”, perché la realtà ci fa male e di fronte alla moglie che gli dice ti spiego “Mi è stato dato in più del salario”, lui dice: “Ma io non le credevo”.

Il dono che il cambiamento porta, arriva per vie traverse, ce lo aspettiamo per gli occhi, ma arriva per le orecchie. Il dono del cambiamento è un dono di leggerezza direbbe Calvino, come Perseo che uccide la Medusa perché è capace di guardare nello scudo l’immagine riflessa. Il dono del cambiamento viene da altrove e non da un’altrove poetico, da altrove proprio nel senso che normalmente non lo riconosciamo come un dono. C’è sempre un capretto da qualche parte, bisogna sentirlo belare ma il rischio grandissimo è che se lo senti belare dici: “è rubato!”. La diffidenza è cugina prima della paura, cioè non mi fido del cambiamento, non mi fido dei miei occhi, delle mie orecchie. Allora, la risposta della moglie è molto interessante:

Allora per tutta risposta mi disse: «Dove sono le tue elemosine? Dove sono le tue buone opere? Ecco, lo si vede bene da come sei ridotto!».

Ovviamente la domanda è volutamente ambigua, nel testo originale è ancora di più, sopporta molte interpretazioni. Può voler dire: “hai fatto del bene e ti viene restituito il male!”, ma non è vero. Gli era stato regalato un capretto, sono stati buoni i padroni che hanno dato più del salario. Oppure, può voler dire: “ti pensi tanto buono e sei ridotto ad essere diffidente con tutti, anche con me!”. Ci sono molti significati in questa frase, perché è vero, gli altri nel cambiamento sono ambigui. Il carattere del cambiamento è l’ambiguità. Questo è uno dei motivi fondamentali per cui Papa Francesco insiste tanto che in questo tempo la virtù dei Cristiani è il discernimento, non il giudizio. La capacità di sentire il belato e capire, immaginare, vedere.

Gli altri nel cambiamento sono ambigui, credo che varrebbe la pena di riflettere un po’, perché tutti ne facciamo l’esperienza. Quando una persona cambia, quando io cambio in alcuni snodi della vita, gli altri continuano a trattarmi come se io fossi quella di sempre. Perché è difficile per chi mi vuole bene e mi conosce da tanto tempo, trattarmi in un altro modo. Notate che la cosa è anche inversa, se altri cambiano, io continuo ad aspettarmi da loro che siano dov’erano prima. L’ambiguità è il carattere forte del cambiamento!

Dove sfocia tutta questa devozione sterile? In un atto di super devozione sterile, in una preghiera di lamento:

3 1Con l’animo affranto dal dolore, sospirai e piansi. Poi iniziai questa preghiera di lamento: 2«Tu sei giusto, Signore, e giuste sono tutte le tue opere. Ogni tua via è misericordia e verità. Tu sei il giudice del mondo. 3Ora, Signore, ricòrdati di me e guardami. Non punirmi per i miei peccati e per gli errori miei e dei miei padri. 4Violando i tuoi comandamenti, abbiamo peccato davanti a te. Ci hai consegnato al saccheggio; ci hai abbandonato alla prigionia, alla morte e ad essere la favola, lo scherno, il disprezzo di tutte le genti, tra le quali ci hai dispersi. 5Ora, quando mi tratti secondo le colpe mie e dei miei padri, veri sono tutti i tuoi giudizi, perché non abbiamo osservato i tuoi comandamenti, camminando davanti a te nella verità. 6Agisci pure ora come meglio ti piace; da’ ordine che venga presa la mia vita, in modo che io sia tolto dalla terra e divenga terra, poiché per me è preferibile la morte alla vita. Gli insulti bugiardi che mi tocca sentire destano in me grande dolore. Signore, comanda che sia liberato da questa prova; fa’ che io parta verso la dimora eterna. Signore, non distogliere da me il tuo volto. Per me infatti è meglio morire che vedermi davanti questa grande angoscia, e così non sentirmi più insultare!».

La preghiera di lamento ha una grande dignità, nella Scrittura è molto presente. Lamento, maledizione, imprecazione sono forme di preghiera e questo va benissimo. In certe situazioni ognuno recita un Salmo deprecatorio, e dice: “Ecco possa, tu Babilonia la grande, possa finire schiacciato sulla roccia”, almeno questo. La Bibbia non è moralista, sa bene che abbiamo bisogno di lamentarci e anche di imprecare, ne conosce la potenza. È anche la potenza di riduzione della violenza che ha la possibilità di lamentarci e di imprecare. Contemporaneamente, la preghiera di solo lamento non porta da nessuna parte, non produce niente: la preghiera di lamento è efficace, ma sterile.

La preghiera di Tobia, se poi ve la rileggete con cinque minuti di calma, è stupenda dal punto di vista della costruzione di una preghiera di lamento. È totalmente moralistica, dice: “No, hai ragione Signore, hai fatto bene a trattarci così male perché noi siamo peccatori”. La reazione che ci verrebbe è dire: “Chi se ne frega! Va bene, e allora? Che scoperta!”. È da Gn 3 che è chiaro che noi siamo peccatori, lo sappiamo da tanti libri della Scrittura. Non è questa la notizia interessante, perché fino all’ultimo giorno, fino alla Parusia, saremo peccatori. Però, tra qui e la Parusia ci tocca vivere, vivere insieme ad altri, vivere su questa terra e costruendo una storia da peccatori! Eh, certo, che scoperta! Infatti, la conclusione della preghiera di Tobia è una conclusione di disperazione che spesso in alcune situazioni dell’AT compare, e dice: “Per me infatti è meglio morire che vedermi davanti questa grande angoscia, e così non sentirmi più insultare!”

È vero in questa logica è meglio morire che vivere, perché la logica è: “siamo sbagliati, la realtà ci odia, nessuno ci capisce, gli altri sono ambigui, cosa ci sto a fare qua? Non c’è un belato che mi raggiunge, né un dono, un capretto, che diventi una festa, un piccolo banchetto. Non il banchetto definitivo, lo faremo l’ultimo giorno, ma un piccolo banchetto, la gioia di un pasto. All’inizio lui prepara un banchetto, poi arriva il capretto e non lo vuole. Questo è il quadro.

Il rischio è una devozione sterile. Il cambiamento ci interroga innanzitutto sullo smascheramento, di qual è la nostra Legge e di quale banchetto desideriamo. Ci chiede di interrogarci sugli esiti, su che cosa stiamo producendo, cadaveri o viventi? Mi pare che da qui bisogna partire e che il rischio di vedere solo cadaveri, non sia solo dei conservatori e dei tradizionalisti. È un rischio molto comune, non a caso all’inizio ho fatto l’esempio su Derio, perché ognuno di noi ha le sue esperienze di cambiamento, poi ogni tanto come succede in una comunità credente, detto qui senza retorica, ma un gruppo di gente molto diversa con legami diversi, non necessariamente istituzionali, ma che si ritrova in un tessuto reale. Credo tutti abbiamo fatto questa esperienza l’altra domenica, di dire questo è un pezzo di popolo, scassato, più o meno disorganizzato, su cui se cominciassimo a discutere sulle cose concrete, litighiamo subito, però questo è un pezzo di popolo che ha qualcosa in comune.

Qual’ è il rischio? Di pensare che l’unica cosa che avevamo in comune era Derio e non ce n’eravamo neanche accorti prima. Ce ne siamo accorti quando rischia di non esserci più, e questo è proprio un ragionamento da Tobia, non è vero. Noi siamo un popolo, e lo siamo molto più che altre realtà, lo siamo molto più di quanto sappiamo, ma dobbiamo chiederci se l’unica cosa che siamo in grado di produrre è un lamento. Dobbiamo chiederci che cosa viviamo.

Perché questo, in questa situazione storica comune ci interpella per una parola pronunciata anche tra noi, non solo perché ognuno si commuova per conto suo. Se ognuno di noi si mette da solo sotto il muro, finiremo tutti ciechi. Bisogna che scambiamo una parola non tanto sulla cosa in sé, ma su qual è il belato che ci raggiunge? E quale capretto ci è stato donato?

Fossano, 21 ottobre 2017

(Testo non rivisto dall’autore)

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