24 Marzo 2018
Stella Morra

6. Le cose non sono quelle che sembrano

Commento a: Gv 2, 1-12


Ripresa del tema

Intorno a questo tema del cambiamento abbiamo visto le prime quattro riflessioni dell’AT. Una riflessione – più di descrizione antropologica, Tobia, che tratta la grande questione della resistenza al cambiamento, della devozione che resiste al cambiamento; Abramo e Lot, il cambiamento come motore di separazione, di menzogna, di apparenti “cattivi sentimenti”, che poi sono passaggi necessari; la storia di Davide e del “cambiare vestito”, l’aspetto pubblico del cambiamento, il fatto che il cambiamento ha sempre una dimensione collettiva; il testo di Deuteronomio, la strada o girare in tondo.

La volta scorsa siamo entrati nel NT. Non ci siamo entrati come al solito attraverso il Vangelo, cioè centrando la questione su Gesù, perché il cambiamento è questione umana, Dio cambia in quanto ha preso carne ma di per sé non cambia, la fedeltà di Dio è il grande tema della Scrittura, perché Dio permane, è una roccia. È l’immagine simbolica della stabilità e del non cambiare.

Il cambiamento è questione “nostra”, anche nella relazione con Dio. Siamo partiti dal racconto degli Atti con la visione di Pietro nell’incontro con Cornelio: Pietro dice “è lecito” quando è interrogato esattamente sul tema religioso. Che le fedi, e il cristianesimo nella sua fattispecie concreta, siano state un motore di conservazione è molto più vero di quanto non crediamo, un motore di legittimazione dello stato esistente. Non è un caso che Papa Francesco ripeta spesso che quel ritornello “si è sempre fatto così” sia una “parolaccia”, non lo si deve più dire. Le esperienze religiose nella loro forma storica contribuiscono a formarci un quadro mentale, un modo di vedere il mondo. I quadri mentali sono molto difficili da cambiare perché sono qualcosa che noi interiorizziamo, non tanto a livello razionale, ma nel profondo, per cui poi sembra che sia naturale e auto evidente che sia così. Questo è uno dei motivi che rende difficile il dialogo tra quadri diversi e anche uno dei motivi che rende difficile il cambiamento. C’è un problema, però, Gesù Cristo, almeno da un punto di vista storico, nasce come un eretico, come un “cambiatore” della religione che riceve. Tutti siamo molto bravi a citare i versetti famosi, “il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato”, pensando che si riferiscano agli Ebrei. Il problema è se ciò abbia valore solo per gli ebrei – e smetta di valere per noi – oppure se sia frase permanente e continui a valere per noi. È chiaro che il problema non è il “sabato” ma è di andare a tirare su l’asino caduto nel pozzo di sabato, o un’altra cosa.

Il cambiare è cosa umana. La resistenza al cambiamento e la devozione fanno la potenza del religioso, considerando la resistenza come qualcosa che non dipende da noi. Questo si può mostrare in mille modi. Ad esempio, nella Teologia, negli ultimi trent’anni, tutte le volte che c’è stata una polemica da parte della struttura Vaticana con un teologo, la motivazione è sempre “non è in potere della Chiesa cambiare questo dato”, ovvero il riconoscimento di qualcosa stabilito da un potere più grande di me, questo rappresenta l’atto di devozione. Assumere una responsabilità e dire “è in mio potere cambiare” fa una paura spaventosa e ancora di più fa paura la logica cristologica, cioè dire “è in mio potere cambiare, e ho il dovere di farlo se la mia intelligenza mi porta in quella direzione”, e se Dio non sarà d’accordo me lo farà capire. Perché io faccio l’umano e Lui fa Dio. Questa è una questione decisiva, la questione di fronte a cui Papa Francesco sta cercando di portare grande chiarezza. È un atto di Fede pensare che “Dio sa fare Dio” e che noi, in buona fede, dobbiamo usare cuore e intelligenza per capire la realtà e cambiare, perché il Vangelo sia trasparente. Se Dio non sarà d’accordo ci fermerà. Se il ragionamento diventasse l’opposto sarebbe pericolosissimo e diventerebbe “demoniaco”. “Io ho capito cosa vuole Dio e sono investito da Dio di difendere questa cosa” è esattamente il contrario della fede, anche quando è fatto in nome della fede.

La lectio di oggi

Siamo arrivati fino qui entrando nel NT per la porta della ricezione di Pietro, non per la figura di Gesù. Siccome oggi è anche l’ultimo incontro alla vigilia della Settimana Santa siamo confrontati liturgicamente con l’evento della Pasqua e dedicheremo un momento alla figura di Gesù. Gli ultimi due testi delle prossime Lectio di aprile e maggio saranno su “la ricezione degli umani”, perché questo è il problema. Però non possiamo non misurarci con l’atteggiamento di docilità, responsabilità e intelligenza del reale che è proprio del modello di incarnazione di Gesù, di come Gesù assume l’umanità.

Il Testo su cui ragioniamo è l’inizio del Cap. 2 del Vangelo di Giovanni. Come sapete amo molto questo Vangelo per tanti motivi, per il genere letterario e per come è costruito. Ho una specie di “incontinenza”, ovvero non riesco mai a isolare un brano, perché Giovanni era un intellettuale che costruiva delle architetture, come delle grandi mostre da cui è un peccato staccare un singolo quadro. Giovanni era molto abile nella costruzione retorica e di cornici gigantesche. Il Vangelo di Marco invece è più narrativo, per certi versi più semplice perché racconta una storia con degli episodi. Il Vangelo di Matteo è ricco di citazioni dell’AT e collegamenti e spiega. Il Vangelo di Giovanni è visionario, non a caso nella tradizione gli viene attribuita l’Apocalisse. Se Giovanni fosse stato un contemporaneo sarebbe stato un regista di film, capace di costruire una storia con un’architettura infinita, in cui se ti concentri troppo su particolare, su una battuta, perdi il gusto del film, che ha una sua sonorità globale. Quindi fatico sempre un po’ ad isolare i testi. Il testo di oggi è conosciutissimo, “Le nozze di Cana”, viene letto anche nella Liturgia, così tagliato, è un episodio ben delimitato con un inizio e una fine che funzione

Il testo di oggi è una inclusione tra due altre unità. È come la colonnina in mezzo ad una bifora, tra i testi prima e dopo. Tra i tre testi c’è una corrispondenza letteraria di parole, di uso e di ritmo nel testo Greco. Il primo è quello che noi definiamo “la chiamata”. I sinottici riportano questa parte dicendo che Gesù incontrò i discepoli sulla spiaggia mentre stavano pescando e gli disse “vi farò pescatori di uomini”. Ha per modello l’AT, è come se dicesse che gli uomini erano intenti a fare delle loro cose, quando arriva Dio che li strappa da ciò che stavano facendo. Si risolve così. Il racconto di Giovanni invece è bellissimo, perché le “chiamate” sono “incasinate”, sono formate a strati, di parola in parola, di persona in persona e di visioni in visione. I discepoli di Battista lo sentono che commenta il passaggio di Gesù, allora vanno a vedere e chiedono a Gesù dove abiti. Lui dice: «Venite e vedrete». Il tema del vedere e del rimando al reale è da segnare ai margini, lo riprenderemo. Prosegue con i due discepoli che vanno con lui, poi uno dei due va da suo fratello e gli dice “abbiamo trovato il Messia”, e vanno insieme a vederlo. Gesù fissa lo sguardo su di lui e gli dice: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro. Come cambiamento non è poco.

Il giorno dopo Gesù se ne va, parte per la Galilea con Andrea, Simon Pietro, e poi con Filippo e anche Natanaele a cui Gesù risponde «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi» e poi «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».

Come vedete il testo di Giovanni non racconta di quelli che pescavano e che Dio li ha strappati di lì, ma narra di un passaparola umano, un intreccio tra ciò che spetta a noi – le notizie che passano, il Battista che dice “non sono io, guardate là, non guardate me”, quelli che vanno e la notizia che passa da uno all’altro –  e tutto ciò che fa Gesù, che è vedere o dire di vedere e guardare, ovvero il rimando al reale: “aprite gli occhi!” Vedere è già lì, non c’è niente da cercare, niente da spiegare, si vede, è già lì.

Questo è l’inizio a cui segue il testo delle “Nozze di Cana” e il terzo – quello che viene dopo – è il meraviglioso pezzo finale del Cap. 2 in cui Gesù va al Tempio e se la prende con i mercanti, e dice loro: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto lo zelo per la tua casa mi divorerà. Quello che gli dicono non è “che cavolo fai, perché butti via le robe, non protestano ma gli dicono: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?», che è la domanda più “stupida” del mondo. Ci siamo abituati a sentirlo ma secondo voi se qualcuno arrivasse qui e rovesciasse tutte le sedie la nostra domanda sarebbe “perché?” e non sarebbe “quale segno mi dai? o mi fai vedere?”. Se ci pensate è una domanda insensata dal punto di vista logico. E Gesù dice loro: il segno sono io, “distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”, mentre quelli rispondono: «il tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?».

Poi il Capitolo si conclude così: «molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo». Il tema del vedere e della realtà è il tema di questo capitolo. Noi abbiamo bisogno che qualcuno ci inviti e ci dia segni, ci indichi cosa guardare. Gesù conosce quello che c’è nell’uomo: vede.

Il testo di Cana sta in mezzo a questi due passaggi.

Il testo

2 1Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea, e c’era la madre di Gesù. 2E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze. 3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 4Gesù le disse: «Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta». 5Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quel che vi dirà». 6C’erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. 7Gesù disse loro: «Riempite d’acqua i recipienti». Ed essi li riempirono fino all’orlo. 8Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. 9Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: 10«Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora».

11Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.

12Dopo questo, scese a Cafarnao egli con sua madre, con i suoi fratelli e i suoi discepoli, e rimasero là alcuni giorni.

Commento

2 1Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea, e c’era la madre di Gesù. 2E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze.

Il terzo giorno: Giovanni fa dei calcoli di giorni che sono meravigliosi, se voi leggete il Vangelo di Giovanni tutto di fila, e se provate a segnare i giorni non tornerà niente. A Giovanni dobbiamo il triduo Pasquale, che è di un giorno e mezzo… se ti metti con il racconto e provi ad inquadrare i giorni scopri che i conti non quadrano. Giovanni cercava di far quadrare i conti in un altro senso, c’erano i tre giorni di Giona nella balena e quindi tutto doveva misurarsi su quei tre giorni, perché quello era il segno di Giona.

Se partiamo dal capitolo precedente della “chiamata” e contiamo i giorni quando dice “il giorno dopo”, che implica che ci sia un giorno prima e quindi dovremmo essere già al secondo giorno. Poi dice il giorno dopo trovò Filippo, e farebbe il terzo giorno. Qui inizia con il terzo giorno, che però dovrebbe essere il quarto, quindi non torna. I conti non tornano, perché? Perché le cose non sono quello che sembrano. I conti non devono necessariamente tornare dal punto di vista razionalistico, ma devono tornare per ciò di cui sono il segno, ed è questo il tema del vedere. Non vuol dire inventare la realtà, ma è vero che tu vedi con i tuoi occhi. È molto moderno in questo Giovanni, è ermeneutico: tu non puoi vedere in modo neutro, tu vedi coi tuoi occhi, vedi e trovi solo quello che cerchi.

Cosa c’è in questo “terzo giorno”, che dopo ci verrà preannunciato che è il giorno della Resurrezione? C’è una festa di nozze, qualcosa di fantastico, il banchetto escatologico, tutti saliranno al Monte di Gerusalemme, cibo, festa e le immagini del banchetto. I sinottici che sono già stati scritti dicono il banchetto, la festa… Il terzo giorno non è semplicemente la Resurrezione di Gesù, nel senso di una cosa che è avvenuta duemila anni fa e che noi crediamo per fede che sia avvenuta. Il terzo giorno è il compimento, è la festa e il banchetto, le nozze dello sposo con la sposa, le nozze dell’Agnello, metteteci dentro tutte le immagini che vi vengono in mente a partire dalla struttura biblica liturgica. È proprio quando finalmente sono finiti i preparativi: nei giorni prima di Pasqua in tutte le case si susseguono le telefonate su come ci organizziamo e cominciano a crescere l’ansia e le tensioni delle famiglie intorno alla festa. Man mano c’è un crescendo, fino ai tre giorni prima, in cui bisogna fare la spesa, i negozi sono pieni e ci metti il doppio, vuoi cucinare qualcosa di buono ecc. Poi c’è un punto finale in cui tutti insieme ci si mette a tavola, ma in genere quel punto di arrivo è intorno al secondo, perché prima le donne di casa devono ancora dare il pasto e finalmente, quando il secondo è servito, tutto è andato per il suo verso giusto. Ormai c’è poi solo più da tagliare il dolce, ma il grosso è andato! In quel momento si è tutti lì e ci si gode un po’ la compagnia reciproca o si litiga, che sarebbe il “giudizio finale”. Quindi, o si litiga un po’ o si fanno finalmente due parole con calma.

C’è la festa e c’è la madre di Gesù. Fu inviato alle nozze anche Gesù con i discepoli. Gesù ormai appartiene qui ad un’altra famiglia, ovvero la famiglia dei discepoli, perché c’è già stata la “chiamata”. Giovanni ci dirà più avanti “chi è mia madre, chi sono i miei fratelli”. Ma questa madre ha a che fare con Gesù, anche se c’è già stata una separazione. Abramo e Lot si separano, fine. Qui Gesù fa una operazione più delicata. Si può separarsi e contemporaneamente rimanere insieme? Nella grande tradizione cristiana si, le nostre nonne erano molto convinte che bisognasse pregare Maria per ottenere una grazia da Gesù, sulla scorta di questo Vangelo. C’è un mistero di una separazione che mantiene un legame, che supera la separazione di Abramo e Lot. Nell’esperienza umana cambiare separa. Da tale esperienza abbiamo ricavato l’idea che non bisognerebbe separarsi mai, per essere buoni cristiani bisogna stare sempre lì, dentro la Parrocchia, il gruppo. Gesù invece separa e mantiene. Difficile? Si, ma bisogna capire che cosa mantiene.

3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 4Gesù le disse: «Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta». 5Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quel che vi dirà».

Come sapete l’esegesi antifemminista si è allargata su questi versetti. Si fanno ragionamenti e considerazioni. Ma qui è il segno di quale separazione il cambiamento impone e quale legame rimane. È il legame del richiamo alla realtà, non è l’emozione, l’affetto, il collassamento di vario genere. Maria dice non hanno più vino, e a chi lo deve dire se non a colui di cui ha fiducia, in cui la fiducia permane anche nella distanza. Gli manda un richiamo alla realtà, un dato di fatto. Ad esempio, il nostro legame ecclesiale adesso è di questo tipo, è richiamo alla responsabilità reciproca.

Gesù risponde duramente, che vuoi da me? in questo caso la resistenza al cambiamento è quella di Gesù, ci dimostra che è così umano, che fa fatica a cambiare. La realtà lo interpella e la sua tentazione è di dire: un momento, non è l’ora, il Padre non aveva pensato questo, non era ciò per cui ero venuto. La potenza di Maria è che non si mette a discutere con Gesù, dice ai servi fate, è incollata alla realtà, per questo ci è Madre e ci può aiutare. Non si mette a discutere, è attaccata alla realtà, discute con la realtà, non con Dio, dice ai servi: fate, tranquilli fate.

6C’erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure.

Gesù cambia, non è giunta la mia ora: ma è giunta. Vi erano sei anfore per la purificazione, è un piccolo particolare che Giovanni costruisce. Sono particolari microscopici che puoi ignorare, e che nel filo del racconto non cambiano niente, perché puoi capire lo stesso il senso profondo. Ma se li cogli ti danno lo spessore, anche un po’ ironico, di tutta questa faccenda. Che cos’è che viene cambiato in vino? Non semplicemente l’acqua, ma l’acqua della purificazione rituale, quella per cui Pietro dirà la purezza: “Non è lecito che io mangi coi pagani mangi cibi impuri”. Non una cosa qualsiasi, si cambia in vino l’acqua dell’acquasantiera non quella del rubinetto. Il segno religioso per eccellenza della vita quotidiana, che non solo non ha più un uso religioso ma diventa profano, viene addirittura bevuto per sbronzarsi. Questa è l’ironia di Giovanni.

7Gesù disse loro: «Riempite d’acqua i recipienti». Ed essi li riempirono fino all’orlo. 8Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono.

Questo passaggio è totalmente senza parole. Il cuore di questa faccenda, la trasformazione dell’acqua non ha una parola. Appena assaggiano l’acqua diventa vino, ma non ce l’hanno detto che è diventata vino, perché giustamente funzionerà come la Resurrezione: il momento della Resurrezione non è raccontato, si vede la tomba vuota, dicono che è risorto, apparirà il risorto, dopo, ma il momento della Resurrezione non c’è, perché il problema è la realtà, non la magia.

Allora il problema non è di scrivere come l’acqua diventa vino. Il problema è: questa cosa era acqua e, dopo, quello che sperimentiamo è vino. Fine. “Cosa vedete, cosa gustate?”. C’è questa cosa carinissima, secondo me proprio bella, che non si sapeva da dove venisse ma lo sapevano i servi. Questo versetto mi pare si potrebbe mettere a titolo di tutti i richiami di Francesco quando dice che i poveri ci evangelizzano.

I maestri della tavola non sanno mai la verità della realtà. Solo i servi che si sporcano le mani, che vanno in cucina, che faticano, sanno. Per questo i poveri ci evangelizzano. Noi siamo tutti maestri della tavola, gente che ha a che fare con la realtà con molte reti di salvataggio, con molti margini di assicurazione, per quando cerchiamo di vivere sobriamente, per quanto la vita ci abbia dato fatiche, tutti abbiamo avuto le nostre, più o meno grandi, per quanto pensiamo di aver sofferto, siamo sempre maestri della tavola, perché abbiamo sempre un piccolo spazio dove possiamo rifugiarci per raccontarcela un po’.

I servi non hanno parole, non parlano mai, non hanno niente, non partecipano al banchetto, fanno solo fatica, eseguono ordini, si sentono dire da una donna: “Fate tutto quello che vi dirà”, poi, da questo Rabbi strampalato che aveva litigato con la donna poco prima, si sentono dire: “Riempite quella roba d’acqua e poi portatela al maestro di cerimonia”. Essi fanno e dunque sanno, perché sono attaccati al reale, non hanno spazio di fuga. Le cose sono come sono. Per questo un cristiano deve essere povero. Non si dà Cristo che non sia povero, non è un dato morale, masochistico. L’unico modo di non avere vie di fuga, di non avere uno spazio intermedio, è di rimanere attaccati alla realtà.

9Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: 10«Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora».

Vi siete mai chiesti perché Giovanni ci dà questa connotazione? Il parroco medio, soprattutto piemontese, spiega che il vino è buono, che Gesù mica cambia l’acqua in vino Tavernello, cambia l’acqua in vino buono, talmente buono che il maestro di tavola dice: “Prima abbiamo bevuto un vino così così, adesso hai fatto il contrario”, tra l’altro facendo fare la figura da tonto allo sposo, cui prima manca il vino e, dopo che non ne ha previsto abbastanza, serve prima quello più cattivo e poi quello buono.

Non è questa la logica, ma come sempre, nel Vangelo, se c’è una spiegazione, un dialogo, un discorso, a qualcosa serve, cioè deve in qualche modo darci un’indicazione. Che cosa ci dice questo discorso del maestro di tavola? Che il maestro di tavola, non essendo un servo, non sa. E qual è dunque il suo criterio? “Come si è sempre fatto, come fanno tutti”, e si stupisce che lo sposo non faccia come fanno tutti. È proprio la rottura del “come fanno tutti”. È un’altra cosa, fai in un altro modo perché sai, e sai perché sei servo, sennò non sai.

11Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui. 12Dopo questo, scese a Capernaum egli con sua madre, con i suoi fratelli e i suoi discepoli, e rimasero là alcuni giorni.

Il Vangelo di Giovanni è anche chiamato il “Vangelo dei Segni” perché costruisce tutto il Vangelo sulla struttura dei Segni, del vedere e del mostrare, e l’inizio non è solo l’inizio. La parola che usa Giovanni è archè, cioè è l’inizio, il modello, l’inizio come il primogenito che fa da misura per tutti gli altri.

L’inizio dei Segni in Giovanni non è una guarigione, è una sovrabbondanza, non è una cura. Poi curerà ciechi perché di quello c’è bisogno, ma il suo inizio, l’archè, il primo Segno, non è per curare una ferita, noi dovremmo dire perdonare un peccato, correggere un errore. L’inizio dei Segni è la sovrabbondanza di vino buono che sembrava acqua, e fatto secondo una logica di realtà che però non è “come si è sempre fatto”, è una sovrabbondanza. Questa festa poteva andare avanti senza Gesù, senza il suo miracolo. Avrebbero finito il vino, gli ospiti si sarebbero arrabbiati un po’, non sarebbe stata tanto una bella festa, ma comunque una festa, che avevano organizzato, il matrimonio c’era stato.

Non c’è niente da curare, non c’è un errore da correggere. C’è una sovrabbondanza di allegria da dare e si può fare solo se si guarda l’acqua, si vede il vino, che viene dato non come si è sempre fatto. È interessante perché, stabilito questo: “Questo fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù, Lui manifesta la Gloria e i discepoli credono in Lui”, che sarebbe a dire: che cosa deve succedere in tutto il Vangelo? Che cosa deve succedere alla fine di questa memoria liturgica della settimana Santa, il giorno di Pasqua? Che cosa deve succedere nella vita dei Cristiani? Che Gesù manifesta la sua gloria e i discepoli credono in Lui. E cioè, che forse gli errori ci sono ancora, ma c’è una gran festa e ci si può sbronzare di vino buono. Si può avere un’allegria, ed è già lì, basta vedere. Qual è l’esito, la ricaduta, di questo? C’è una ricaduta nella vita quotidiana: “dopo questo fatto, scese a Cafarnao insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi discepoli”. La separazione, che ha mantenuto un legame, che è il legame di realtà, può a quel punto essere abitata. Si può scendere a Cafarnao insieme: non è più necessario stare distanti per essere separati, cioè non c’è più ferita, c’è distanza ma non ferita.

Allora voi capite che alla fine c’è il racconto sui Mercanti del tempio, sul ricostruire (“tu in tre giorni lo farai risorgere”), e poi la seconda conclusione, perché Giovanni è un bravo retore, che come i professori sa bene che le cose le devi dire una volta, poi dire un po’ di altre cose, poi ripetere, perché se non la ripeti una seconda volta è difficile che rimanga. Spesso in Giovanni c’è un versetto centrale, poi c’è un altro pezzo di raccontino, e poi c’è di nuovo il versetto. Questa cosa si chiama reduplicazione, che in Giovanni trovate ogni due o tre capitoli. Nel capitolo 3 sulla storia di Nicodemo si dice una cosa alla fine del dialogo, poi c’è un pezzo teorico, poi si ripete lo stesso versetto.

“Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua durante la festa…”, la festa di Pasqua, ma anche la festa di nozze, anche la festa che la vita è. “Molti, vedendo i segni, credettero”, e qua riprende praticamente “manifestò la sua gloria e i discepoli credettero in Lui”. Ma Gesù non si fidava di loro” e questa è l’aggiunta. Perché lui conosceva, lui sa, vede come siamo fatti. Noi possiamo fidarci di lui. Lui, almeno nella sua storia, non si fida di noi, e questa è una conclusione che ci lascia un po’ così. Però, considerato com’è finita, come faremo memoria in questa Settimana Santa, non aveva tutti i torti. Il principio di realtà dice che non aveva tutti i torti a non fidarsi. Spero che a questo punto sia chiaro perché il titolo di questa Lectio sia: “Le cose non sono quelle che sembrano”. Uno dei problemi chiave a cui dovremmo tutti educarci da cristiani è vedere.

Fossano, 24 marzo 2018

(Testo non rivisto dall’autore)

Anno pastorale: 2017/2018

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