9 Febbraio 2019
Stella Morra

5. Che cosa vedere?

Commento a: Gv 1, 35-51


Stiamo facendo un percorso sul tema della verità. Più ci addentriamo, più mi prende e crea altre domande. Dovessi fare adesso il programma metterei altri testi con altre questioni, perché mi sembra che siamo in uno di quei territori che se usciamo dalla logica puramente intellettualistica di pensare alla verità come un’affermazione verbale, in cui tutto è chiaro per cui la verità o si sa o non si sa, se si sa, questo è vero e questo è falso… Se usciamo da questa logica, questo è un tema pervasivo che attraversa tantissimi livelli a cominciare da questo tema che mi sta molto accompagnando. Il tema vediamo già oggi, ma soprattutto nel prossimo testo, che è quello della verità di se stessi. Quando uno incomincia a superare certi anni ha molto più chiara la fatica del fare la verità di sé, che non vuol dire che uno ha troppi rimpianti o che non è soddisfatto e contento, che ha molte cose belle nella vita, ma tra questo e fare la verità di sé c’è ancora un passaggio che è un po’ più sfuggente, con la sensazione di non essere stato all’altezza della propria verità.

Il percorso ha visto fino a qui quattro testi dell’AT: la storia di Giuseppe, il testo dei Numeri, quello in cui non c’era più acqua, il raccontino di Giona, della balena e di Ninive e, la volta scorsa, il profeta Osea con la sua vita appunto, una verità di sé. E come sempre nel nostro percorso la parte sul primo testamento è un po’ più descrittiva, ci presenta il tema secondo le caratteristiche più umane, la sapienza della scrittura ci rimanda alcuni movimenti profondi degli uomini e delle donne di ogni tempo, come in generale hanno vissuto alcune grandi questioni, poi noi li leggiamo oggi con alcune caratterizzazioni.

La lectio di oggi

Entriamo nella seconda parte delle lectio, quelle che si nutrono dei testi del NT in cui siamo invitati a confrontarci con la novità e il di più cristologico, con il fatto che il Figlio di Dio prende carne, cammina sulle nostre strade, muore e risuscita. Non è semplicemente un testo descrittivo dei movimenti umani, anche se li riassume totalmente fino all’ultimo, ma in qualche modo ci mostra la pienezza di una umanità orientata a Dio, quindi la pienezza di una umanità vera che ha una verità di sé. Il vero uomo, questa è un’espressione tipica dei Padri della Chiesa, Gesù, è pienamente realizzato secondo la verità del desiderio di Dio

Quindi entriamo in questo territorio un po’ complicato perché la prima domanda che verrebbe da farci, secondo una logica un po’ quantitativa, è: “Gesù con il suo percorso aggiunge delle verità?”. Per tanto tempo i cristiani hanno ragionato così: c’è l’umanità e poi arriva Gesù che ti spiega quello che tu di tuo non sapresti, mette qualcosa in più, aggiunge una verità altra. Questo ha avuto un’ultima traduzione nel catechismo quando si diceva che con la ragione si può conoscere Dio, poi ad un certo punto la ragione si ferma e interviene la fede, per cui credi in quello in cui non capisci, non conosci. L’idea sarebbe quella di una vita cristiana e di una vita come è, come due piani, due livelli, un piano terra, che non è brutto, è bello e che accomuna tutti, e un primo piano, un pezzetto in più, diverso, una verità altra che spesso era collegata all’idea di fede. Questo fa sì che anche nelle espressioni più comuni si dice che uno è credente o non è credente, che sarebbe esattamente il corrispettivo di quello che stiamo dicendo. A queste verità altre (Gesù è Figlio di Dio, è morto, è risorto…) ci credo o non ci credo, cioè mi piace il primo piano o non mi piace il primo piano, se sono non credente sto al piano terra, se sono credente vado su è giù tra il piano terra e il primo piano, con il risultato che essere credente sarebbe una rottura di scatole perché mi tocca fare le scale e non è una buona notizia questa,  ma una fatica doppia, … vuol dire impegnarsi.

Ora una delle cose su cui più duramente papa Francesco ci sta richiamando, ma lo aveva già fatto il Concilio Vaticano II, è che non c’è una verità altra, un’altra cosa da sapere. È una delle questioni su cui facciamo fatica a cambiare punto di vista, su cui c’è tutta la resistenza di aver ragionato per cinque secoli in questo modo per cui anche quando uno pensandoci riconosce che è d’accordo, però poi dopo scatta sempre l’altro ragionamento. Una delle domande tipiche in parrocchia è: cosa vuol dire vivere la famiglia “da cristiano” o lavorare “da cristiano”, come se ci fosse una verità altra da sapere che io non so, un “da cristiano” attaccato a tutti i pezzi della vita umana.

Questo è lo scenario dentro cui si muovono i quattro brani, di oggi e dei prossimi tre mesi. Per non farvi stare con la suspense vi anticipo la risposta che detta così probabilmente si capisce, ma non basta da sola a vincere la resistenza. Bisogna un po’ entraci dentro, masticarla, lasciarla un po’ lavorare, per spostare il punto di vista, perché è proprio un altro punto di vista e sarebbe che l’esperienza della fede è fare fiducia che la verità si va facendo, non che io la so, che qualcuno me l’ha spiegata. Essa è già data: la storia non è destinata a schiantarsi, c’è una verità che si va facendo nella storia e che dunque la grande attitudine del cristiano è il discernimento; c’è una verità dell’umanità, della storia, dei singoli esseri umani, uomini e donne, una verità del vangelo che si va facendo. Tutti siamo ancora sulla soglia del vangelo, all’inizio, il vangelo non è alle nostre spalle, qualcosa da imparare, studiare, ma è davanti a noi, ancora viene proclamato nella liturgia, ancora annunciato. Allora il compito dei cristiani non è sapere come si lavora “da cristiani”, ma lavorare bene come tutti gli esseri umani dovrebbero cercare di fare, al meglio possibile e mentre lavorano fare fiducia che lì, non sempre in modo evidente, c’è Dio che parla, c’è un pezzo di verità che sta venendo fuori per me e per tutti.

In questi quattro mesi staremo su questo, su quello che potremmo chiamare “partecipazione ad un’impresa”, un’impresa comune che non necessariamente sia ciò che mi conviene e che mi dà subito qualcosa. È sempre più difficile partecipare ad un’impresa, non si sa che cosa voglia dire, invece è importante perché la fede è proprio questo: partecipare all’impresa del fare la verità, come un’impresa che è comune, un sogno un po’ folle e non particolarmente appagante nei passaggi singoli. Invece il grande rischio è quello di leggere la fede come qualcosa che deve appagarmi, deve darmi delle risposte, deve guidarmi, illuminarmi, allora non è un’impresa, ma una prestazione. Oggi una cosa ci manca: il senso di partecipare ad un’impresa, qualsiasi sia l’impresa. Sono tante nella nostra vita: il senso di lavorare più gratuitamente, fare bene il proprio lavoro perché l’ambito in cui si lavora funzioni e funzioni anche se non si sa che è merito mio, che l’impresa di quella istituzione lavorativa funzioni bene, perché è bello che funzioni. I cristiani dei primi secoli sapevano benissimo, la storia dei martiri ce lo dovrebbe ricordare, che partecipare ad un’impresa è qualcosa per cui vale la pena di vivere e anche la pena di morire, se serve. Non è indispensabile salvarsi la vita, è indispensabile partecipare all’impresa.

L’impresa della verità è un’impresa per cui vale la pena di vivere e di morire. Questo è un elemento di grande resistenza culturale, ma la verità di Dio nel mondo non si fa senza qualcuno che partecipi all’impresa, senza che gli uomini e le donne partecipino non si può fare. Dio ha scelto di non farlo da solo e in Gesù Cristo ci ha dimostrato che partecipare all’impresa del Padre è valsa la pena di morire e dunque di essere risuscitato.

Il testo

Il testo di oggi è la parte finale del capitolo 1 del vangelo di Giovanni. Il suo vangelo è particolare, è molto costruito, letterariamente è diverso dai sinottici, segue poco il loro impianto cronologico, anche loro manipolano ma sono più vicini alle cose come sono andate, invece Giovanni ri-organizza. È un vangelo pensato e strutturato, in particolare questo capitolo, che è quello del prologo, semi- filosofico, con questa seconda parte che si tramanda con il titolo “La chiamata dei primi discepoli”. Il capitolo 1 è il punto di vista di Dio e degli umani; i due punti di vista vengono messi esattamente fin dall’inizio in una situazione di dialogo, per cui se Dio vede quello, che è il prologo, allora quello che succede sulla terra è questo.

1 35Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli 36e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. 37E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. 38Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?”. 39Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.

40Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” – che si traduce Cristo – 42e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa” – che significa Pietro.

43Il giorno dopo Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: “Seguimi!”. 44Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. 45Filippo trovò Natanaele e gli disse: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret”. 46Natanaele gli disse: “Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?”. Filippo gli rispose: “Vieni e vedi”. 47Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”. 48Natanaele gli domandò: “Come mi conosci?”. Gli rispose Gesù: “Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi”. 49Gli replicò Natanaele: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!”. 50Gli rispose Gesù: “Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!”. 51Poi gli disse: “In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo”.

Il commento

È un testo molto costruito, come tutto il vangelo di Giovanni, quindi da un certo punto di vista è stilizzato, ci inganna un po’, sembra un raccontino: quello incontra quello, parla con quello, dice quello, c’è questa specie di catena di nomi che si chiamano l’un l’altro. Apparentemente sembra una storiella, come il capitolo della samaritana e quello dell’adultera. Si capiscono, ma di per sé sono racconti stilizzati, in cui il dialogo, il processo di scoperta e di interiorizzazione e il movimento è rappresentato con una sola battuta, o una frase, che indica, dal punto di vista di Giovanni, il movimento fondamentale. Posso dire con un esempio, che per arrivare lì devo andare a destra, e questo indica il movimento fondamentale,  oppure posso affermare che per arrivare lì occorre passare davanti ad un palazzo bellissimo con delle finestre decorate che sono incredibili, molto belle, e alla sera ci sono dei balli per cui si vede la luce e poi dopo questo palazzo, se si va ancora un po’ più avanti, c’è un negozio dove si compra benissimo e poi si gira a destra e si è arrivati. Dire vai a destra è la forma stilizzata, non ti dico tutte le cose che succedono nel percorso, però ti dico il movimento fondamentale, perché poi alla fine la questione è che devi andare a destra, perché se vai a sinistra non arrivi. Però è vero che nel nostro camminare, non andiamo solo a destra o a sinistra, ma guardiamo le vetrine, incontriamo le persone, ci godiamo il panorama. Una città si conosce quando si gira con il naso per aria, si respira l’atmosfera, altrimenti si usa Google Maps che ci dice a destra e a sinistra, ma questo serve per capire l’itinerario, non aver scoprire una città. Il vangelo di Giovanni è un po’ Google Maps, dice destra e sinistra in modo molto stilizzato con una sola battuta, in genere molto densa che dà l’indicazione del movimento, segnala ciò che è fondamentale, dietro c’è cosa è accaduto, quali parole, quali vite, tante. Il testo va letto in questa logica, altrimenti questi paiono un po’ matti, cioè Giovanni dice “Ecco l’agnello di Dio!” e quelli piantano tutto e vanno con lui, poi questo dialogo surreale: “dove dimori?”, la risposta: “Venite e vedrete”, “erano circa le quattro del pomeriggio”.

Il soggetto di partenza è Giovanni. Egli è esattamente nella nostra condizione, è l’ultimo profeta dell’AT, che trasmigra nel nuovo, si comporta come i profeti un po’ pazzerelli che fanno della loro vita un segno di contraddizione, nel deserto. Mangia le cavallette, fa questi proclami, finirà con la testa tagliata perché va a conflitto con il potere. È proprio l’immagine del profeta dell’AT che vive nella figura dell’Esodo, nel deserto, nel tempo del fidanzamento con Dio, e sulla soglia del NT, battezzerà Gesù, dirà che c’è uno più grande di lui e poi finisce, deve diminuire, lui crescere. È proprio sulla soglia. Anche Simeone ed Anna nel vangelo di Luca, che ricevono Gesù bambino al Tempio, hanno la  stessa funzione, infatti i primi capitoli del vangelo di Luca sono un ponte tra AT e NT. E noi siamo Giovanni, siamo permanentemente sulla soglia tra l’antico e il nuovo, tra la legge e lo spirito, tra come siamo fatti e come Gesù ci invita a diventare meglio di quanto noi stessi possiamo credere di noi. L’altra pre-condizione, oltre che essere sulla soglia, è che sono due, due dei suoi discepoli che vengono mandati “a due a due”; in Luca 24 erano due verso Emmaus, sono sempre due, perché uno da solo non basta, questa è una delle cose più chiare dei vangeli, ma più rimosse in assoluto. Noi abbiamo trasformato il cristianesimo in un fatto di interiorità, di ognuno che si guarda dentro. Il cristianesimo ha base due, perché è nello spazio del dialogo che si sbilancia ciascuno e in questo sbilanciamento Dio entra, nel momento in cui io parlo faccio un primo gesto di affidamento fondamentale, mi affido alle orecchie di un altro, che stia a sentire, che capisca, che non si arrabbi, che non mi pigli in giro, gli do un pezzetto di me, qualsiasi cosa sia, anche solo un’informazione. E in questo sbilanciamento, l’extasi, l’uscita da sé, che è anche sempre uno spossessamento (quando una parola è detta, non la puoi più tirare indietro, è detta… ha il suo destino, è andata). In questo sbilanciamento c’è lo spazio perché Dio si inserisca, perché la verità si faccia, la verità non si fa per quello che io imparo, da fuori mi entra dentro, la verità si fa per quello che io dico, per l’atto di affidamento verso l’esterno. Per questo bisogna essere sempre almeno in due, tranne che nel mondo dello sviluppo tecnologico in cui la gente parla da sola camminando per strada con l’auricolare, anche lì comunque c’è un duo virtuale, un altro dall’altra parte con cui parlare, un interlocutore che sta dall’altra parte nello spazio.

Giovanni sta lì con due dei suoi discepoli e fissando lo sguardo su Gesù che passa dice “Ecco l’agnello di Dio!” E qui c’è la chiave del testo successivo: siamo all’inizio, capitolo 1, quello che dice è quello che non c’è ancora, è quello che Simeone ed Anna dicono sul bambino, è quello che chi sta sulla soglia dice di fronte a quello che non è ancora, alla verità che si dovrà fare, che si farà. Una fede in base due è una fede che fa fiducia sulla verità che ancora non si vede, che vede quello che ancora non si vede.

“E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù”. Stilizzato, ma il movimento è chiaro: vanno verso un’altra verità, si sono fidati di Giovanni, si fidano di Gesù. Ed è interessante perché la verità verso cui vanno, si ferma, Gesù si voltò, e disse loro: “Che cosa cercate?” La verità è una domanda, non è una risposta. Questa è una struttura dei vangeli, ma totalmente rimossa. Pensate nel vangelo ai Magi, essi sono sapienti, scrutano il cielo, vedono la cometa, sono disponibili, si mettono in cammino per adorarlo, quindi con ottime intenzioni, il risultato è che quando arrivano da Erode chiedono: “Dov’è il bambino?”. L’esito di aver fatto tutto è una domanda. Gesù tutte le volte che incontra qualcuno fa una domanda, quando viene esplicitamente richiesta una risposta, sono 3-4 i casi, quando i farisei gli pongono dei problemi, quando il giovane ricco gli chiede cosa fare, lo fa nei vangeli con una parabola, che ha un’implicita domanda perché la parabola non è una spiegazione (nel caso del giovane ricco, Gesù risponde con la parabola del buon samaritano che si conclude con una domanda: chi è stato il prossimo?). Gesù chiede una presa di posizione, anche sbagliata, a proposito del discorso di prima. Il problema non è prendere la posizione giusta, ma mettersi da qualche parte, perché quando la presa di posizione è sbagliata, ma in buona fede, Dio trova il modo di correggerla, come ha fatto con Pietro. Sapere che cosa è giusto è il mestiere suo.

Allora, la verità che i due cercano si trasforma in una domanda, “Che cosa cercate?” Ed è buffo, loro si sono mossi perché Giovanni ha detto: “Ecco l’agnello di Dio!”. Che cosa cercano? Uno dice: cerchiamo l’Agnello di Dio piuttosto che il Messia, il profeta. Gli chiedono poi: “dove dimori?” Dove stai? Qual è la tua casa? Altro tema densissimo nei vangeli, non il fare, ma il dimorare, il rimanere, lo stare a casa cioè il sentirsi nella verità di sé, quella più semplice, più quotidiana, familiare. La risposta di Gesù è: “Venite e vedrete”, cioè il tema della sequela, il più famoso, il più studiato: “Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui”, quel giorno, poi non sappiamo cosa hanno fatto dopo. Quel giorno sono rimasti con lui.

Questo è la premessa: sono i versetti che non erano segnati nel programma, perché esattamente ci dicono la direzione, la logica. Dentro questa logica c’è questa cosa bellissima: i due diventano una catena, uno chiama l’altro, l’altro chiama l’altro, ecc. I due sono goffi imitatori, fanno lo stesso movimento di Gesù e fanno casino, non gli viene bene come a Gesù, perché non sono Gesù, però hanno capito che il paradigma è quello, bisogna provare a mettere in moto quel processo lì.

Poi si legge: “Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro”. È interessante: la Scrittura sa bene chi sono i fratelli ed i vangeli sono scritti molto prima della cultura tardo romantica sulla famiglia, quella dentro cui siamo tutti immersi, anche se con il termine fratello non si sa bene che grado di parentela si indicasse nel vangelo, un senso di famiglia un po’ più allargato. Torniamo al testo: che cosa dice la Scrittura? Che ci sono legami inevitabili, che sono i legami di sangue, ti piacciano o no, non si dice niente degli affetti, della comprensione, dell’amicizia, ma dei legami inevitabili. Il capitolo 1 di Giovanni incomincia come Genesi, Andrea e Pietro sono Caino e Abele, sono il principio in principio, è cioè la riscrittura della storia dall’inizio. All’inizio ci sono due fratelli anche qui ci sono due fratelli: è il legame inevitabile, indipendentemente da come decidi di percorrerlo, con amore, con odio, con rancore, frequentandosi, non frequentandosi, non smetterai mai di essere fratello di quel fratello, perché è tuo fratello, non è soggetto a trattative. La prima cosa che ci viene offerta come immagine della verità è che siamo inevitabili gli uni per gli altri, che bisogna essere in due, su questa idea di essere inevitabili gli uni per gli altri si potrebbe ragionare a lungo.

Andrea, che era uno dei discepoli di Giovanni, per primo incontra suo fratello Simone e gli dice: “Abbiamo trovato il Messia e lo condusse da Gesù.”, fa esattamente quello che Giovanni ha fatto con lui, gli dice guarda è questo qua e Gesù fissa lo sguardo, sta dando lezioni di verità e di fede, guarda e vede ciò che non c’è ancora: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa” ed i vangeli ci diranno molto più avanti su questa pietra, cioè c’è una verità su Pietro che Pietro nemmeno sospetta che è una verità che addirittura gli cambia il nome, simbolicamente, e questa verità Gesù la vede e fa fiducia su questa verità. Questo non ha niente a che fare con la bravura di Pietro, non c’è nessuna tentazione di perfezione. I vangeli si premureranno di farci notare che Pietro tradisce; in tutto il vangelo di Giovanni i discepoli fanno delle magre figure, sbagliano sempre tempo, non capiscono; i peccatori le prostitute, le donne, gli stranieri capiscono Gesù. I discepoli, invece, sono sempre  in ritardo o in anticipo, si fanno le domande sbagliate. In questo c’è la prima grande lezione della fede che è la fiducia nella verità che si farà, che non si vede ancora.

Il giorno dopo Gesù volle partire per la Galilea, qui trova Filippo e gli dice: “Seguimi!”. È la seconda grande lezione di fede e di verità, la verità si va facendo fiducia su ciò che non si vede ancora, camminando però, perché se stai fermo lì non succede niente. “Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro”: altro legame meno inevitabile della fraternità, erano dello stesso paese, della stessa frazione e “Filippo trovò Natanaele e gli disse: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti”.  Anche lui ripete il meccanismo, il movimento, la catena continua. La reazione di Natanaele però non è una reazione di accordo, di fiducia, di uno che vuole andargli dietro. Natanaele, che è il primo ateo relativista, soggettivista, edonista, dice “Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?”. Natanaele è il mondo brutto e cattivo che dice: figurati! Vede quello che c’è non quello che ci sarà, vede Nazareth che è un postaccio, probabilmente o comunque non godeva di buona fama, vede quello che c’è non quello che ci sarà. Filippo gli dice: “Vieni e vedi”, anche lui copia quello che ha detto Gesù, ma Natanaele non va da nessuna parte, non vede quello che non c’è. Gesù che vede, invece, dice a Natanaele: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”. Basterebbe questo versetto per smetterla di pigliarcela con il mondo, con la cultura che non ci da ragione. Gesù di fronte a quello che dice la cultura del tempo su Nazareth, afferma: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”. Natanaele nemmeno di fronte ad un complimento si commuove e gli dice: “Come mi conosci?”, come fai a dirlo? Allora Gesù come ogni tanto fa nel vangelo di Giovanni scompiglia un po’ le carte e risponde: “Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi”.

Gesù vede quello che non c’è, il tema è sempre lo stesso, vede quello che non si vede, il potenziale rivoluzionario, il potenziale creativo, che c’è dentro le cose e le persone. Natanaele sugli effetti speciali crolla e afferma: “tu sei il Figlio di Dio”. E Gesù: “Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!”. Questa mi sembra la frase chiave di questo testo, ma anche del nostro percorso rispetto alla verità. Vedremo cose più grandi, perché la verità non è ancora tutta detta o fatta: “In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo”. Quando testo viene letto nella liturgia, normalmente, si salta questo versetto perché è un po’ difficile, ha un tono apocalittico. Che cosa significa che gli angeli salgono e scendono? Dietro c’è la storia della visione di Giacobbe, degli angeli che salgono e scendono. Invece trovo che questo versetto spieghi tutto: il cielo e la terra, il piano terra e il primo piano non sono più separati, la fatica di fare le scale non spetta a noi, ma agli angeli. Questo mi sembra una buona idea, essendo che a me non piace fare le scale. Gli angeli  sono, secondo la tradizione, i messaggeri, i rappresentanti di Dio; nella storia siamo circondati da angeli che salgono e scendono le scale, che rendono il primo piano e il piano terra coincidenti, raggiungibili, confusi quasi. Nella lettera agli Ebrei c’è quel versetto che spesso abbiamo citato all’Atrio perché è bellissimo, che dice: “fratelli vi raccomando l’ospitalità perché alcuni di voi senza saperlo così facendo hanno ospitato degli angeli”. Mi sembra che questa sia esattamente la nostra situazione rispetto alla verità, senza saperlo possiamo ospitare angeli, ospitare ciò che non si vede e che fa la fatica al posto nostro, che mette in comunicazione il piano terra e il primo piano, come dicevo all’inizio, e che rende i due piani confusi ed agibili, ma per questo bisogna praticare l’ospitalità, cioè bisogna avere uno spazio aperto tra i due e i più di due e fare fiducia che non tutto si vede, che ciò che non si vede rischia di essere più importante.

Fossano, 9 febbraio 2019

(Testo non rivisto dall’autore)

Anno pastorale: 2018/2019

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