17 Novembre 2018
Stella Morra

2. Una verità per vivere

Commento a: Nm 20, 1-13


Abbiamo cominciato la volta scorsa un percorso di riflessione sul tema della verità. Il titolo che gli abbiamo dato, un po’ provocatoriamente, è “La verità che non ragiona”. L’altra volta abbiamo spiegato il motivo di questo titolo che non è un’invocazione dell’irrazionalismo, per dire che non bisogna usare la ragione, ma è il tentativo di rendere più denso, più intenso, il tema della verità.

Io personalmente più vado avanti nella preparazione intorno a questo tema, e contemporaneamente avendo una vita intorno come tutti, il lavoro, le cose, più mi sta crescendo un po’ di passione, pathos, rabbia, non so bene, mettete voi la parola che ritenete più corretta, perché lo dico in modo sintetico, sperando che poi tutto il percorso delle lectio aiuti a riempire questa idea di fondo, e lo dico anche esplicitamente perché non vorrei che andasse perduta. Dicevo mi sembra sempre più che stiamo perdendo il senso di come è la verità: è qualche cosa che riguarda la globalità di un’impresa, di un sogno, di un progetto, di una vita comune, di un paese, di una chiesa, cioè la verità non si può sempre frazionare e alla fine occuparsi soltanto della verità di quello che mi è caduto su un piede, perché è ovvio, è vero che se una cosa mi cade su un piede ha una sua verità materiale, è davvero accaduto così, forse anche qualcuno mi ha tirato qualcosa sul piede ed è colpa sua, ma di verità così non ce ne facciamo niente, nel senso che una volta che ho detto: “scusa, guarda che mi hai tirato una cosa sul piede”, e quello dice: “mi spiace, scusa”, oppure: “l’ho fatto apposta perché penso te lo meritavi”, e discutiamo un attimo su questa questione, va bene, ma dopo cosa succede?

Mi sembra di vedere sempre più intorno a me la tentazione di non prendersi a cuore l’insieme dell’impresa, il fatto che ci sia un orizzonte globale, che ci riguarda tutti, che è complesso, che stabilire che cosa è vero per noi e per le nostre vite in comune è qualche cosa che da una parte richiede di essere disposti a vivere e morire, cioè qualcosa di pesante, non è una banalità, e dall’altra è qualche cosa che riguarda la collaborazione di tutti. Nessuno da solo può ergersi a difensore di un’unica verità, perché io non la posso sapere, perché è troppo complicata, e perché se ha l’orizzonte di un’impresa, che è un’impresa comune, può essere soltanto definita in modo comune, con tutta la fatica che definirla in modo comune significa, che vuol dire capirsi e non capirsi, spiegarsi, avere punti di vista diversi, paure diverse, resistenze diverse, progetti diversi.

Nelle ultime due settimane ho avuto vari dialoghi con interlocutori molto diversi, da colleghi di università a vescovi, da amici a politici, insomma con un giro ampio e mi sembra che ci siano sempre meno persone che abbiano a cuore l’esito dell’impresa, e sempre più persone che hanno a cuore di aver ragione.

Allora io credo che se c’è una cosa che la Scrittura ci dice su questa questione è che il problema non è aver ragione, si può anche avere torto, la storia della salvezza funziona quando chi ha torto e chi ha ragione collaborano in un’impresa che è un’impresa comune. Se volete questa è la traduzione del passo: “non sono venuto per i sani ma per i malati”. Il problema non è essere dei farisei con le mani pulite, ma essere gente che ha partecipato ad un’impresa e che questa impresa comune ci ha portato tutti un po’ più avanti.

Scusate questa introduzione un po’ patetica, ma è un po’ l’orizzonte delle cose attorno alle quali sto riflettendo, e ripeto a questo proposito mi piacerebbe non oggi a caldo, ma dandoci tutto il tempo di pensarci un po’, che nell’arco di queste lectio ci mettiamo d’accordo e una volta chi vuole si ferma mezz’ora alla fine per ragionare insieme intorno a queste questioni, cioè intorno all’applicazione in qualche modo e all’articolazione delle idee che stiamo mettendo in comune, intorno a dei dati anche più concreti.

Allora abbiamo incominciato la volta scorsa ragionando sulla storia di Giuseppe, storia molto nota, l’avevamo intitolata “Tra verità e sincerità”, e abbiamo riflettuto sul pezzo finale della storia, quando Giuseppe, prima di farsi riconoscere dai fratelli, mente più volte, organizza tutta una truffa a danno dei fratelli, che peraltro l’avevano truffato e la conclusione, quando c’è il riconoscimento è: vedete, in fondo voi avete fatto del male vendendo me, mentendo a nostro padre a causa mia e io ho mentito a voi, ma tutto questo è successo perché Dio potesse aver cura di voi, perché nel momento della carestia voi aveste qualcuno qui, dove la carestia non c’è, perché avendo interpretato il sogno è stato messo da parte il grano anche per voi, per questa impresa comune che è vivere.

Quindi avevamo ragionato un po’ su questa cosa e se dovessi restringere con tre parole la riflessione dell’altra volta, direi che c’è una questione di potere, Giuseppe ha un potere; c’è una questione con il tempo, si fa una memoria e si immagina il futuro, si traffica soprattutto il tempo per distinguere tra verità e sincerità; c’è una questione di paternità, di avere cura dell’altro e di Dio che ha cura di tutti con uno sguardo lungo, con quella che in termini tecnici in patrologia si chiama la makrothymia, la capacità di guardare lontano. Oggi si dice di avere visioni, che è un modo che a me non piace per niente, preferisco makrothymia, che però è un po’ più elitario dirlo in greco, comunque è questa idea di non essere affogati a guardare la punta dei propri piedi, ma di essere in grado di pensare un po’ più lontano. È evidente che nella storia di Giuseppe questo è molto visibile: Giuseppe cacciato in carcere, Giuseppe buttato nella cisterna dai fratelli, Giuseppe dato per morto, ed in tutti quei passaggi non è che si sia divertito tanto, però è chiaro che alla fine c’è una verità della sua esistenza, che guardando lontano rende addirittura un servizio per questi fratelli e per la loro vita. Allora questo è il primo passo su cui abbiamo un po’ ragionato.

La lectio di oggi

Il testo di oggi è la prima parte del capitolo 20 del libro dei Numeri, che ho tagliato più o meno a metà, al versetto 13, tenendo però presente che è un’unità, perché racconta un po’ due pezzi di storia, a me interessava soprattutto il primo pezzo, ma anche l’altro pezzo ha un suo ruolo.

Il primo pezzo, adesso lo leggiamo, narra delle mormorazioni del popolo ebraico nel deserto, questo episodio ritorna in Esodo, ritorna un paio di volte anche in Numeri, cioè evidentemente è stato un passaggio del percorso, dei percorsi, che storicamente sono stati molti e differenziati. Nel cammino del popolo ebraico dall’Egitto verso la Terra promessa devono esserci stati dei momenti di difficoltà, di governo complicato, questo era anche un popolo particolare, il termine “ibri” da cui viene ebreo, significa polveroso, rozzo, quindi proprio dei gentlemen credo che non fossero, doveva essere una situazione di non facile gestione dal punto di vista di queste tribù, che insomma non stavano anche loro benissimo, cioè vivevano uno di quei momenti in cui lo sguardo lungo non funziona immediatamente, perché c’è una grande fatica in cui la makrothymia, in qualche modo, è messa a dura prova da un quotidiano che sembra cancellare il sogno.

Quindi in varie forme questi momenti duri sono raccontati più e più volte, ripresi anche simbolicamente dai profeti, dai salmi, cioè non sono stati qualcosa di episodico, ci sono degli episodi nella Bibbia che sono raccontati una volta, perché hanno una certa logica nell’economia del racconto, ma che poi nessuno cita più. Infatti, molti di questi episodi singoli se non li leggessimo nella liturgia non ne sapremmo neanche l’esistenza, invece ci sono alcuni snodi tipo il vitello d’oro, le mormorazioni, ecc., che non sono ripetuti, ma sono ripresi, reinterpretati, come una costante evidentemente.

La seconda parte del capitolo è la contrattazione tra questo popolo che si è un po’ confuso, dopo il versetto 13, e gli edomiti, un popolo vicino a cui chiedono diritto di attraversare la loro terra e che invece glielo negano, e loro abbozzano, cambiando strada. L’intero capitolo è incorniciato, per questo è importante considerarlo come un’unità, da un inizio e una fine che risuonano l’uno con l’altro, il primo versetto dice “tutta la comunità degli israeliti arrivò al deserto di Sin nel primo mese, il popolo si fermò a Kadesh, qui morì e fu sepolta Miriam”, e il penultimo e ultimo versetto dicono: “là Aronne morì sulla cima del Monte, poi Mosè ed Eleazaro, il figlio di Aronne, scesero dal monte, tutta la comunità vide che Aronne era spirato e tutta la casa di Israele lo pianse per trenta giorni”.

Quindi sono inquadrati da questi due morti: la morte di Maria e la morte di Aronne, che sono fratello e sorella di Mosè secondo la genealogia raccontaci dall’Esodo. Loro tre: Mosè, Aronne e Maria, sono i tre governanti dell’Esodo, del tempo di passaggio dall’Egitto alla Terra promessa. Ovviamente Mosè ha un ruolo centrale per tutta una serie di motivi e va bene, e noi ricordiamo soprattutto Mosè a causa del fatto che se noi domandiamo: “Chi ha guidato gli ebrei nel deserto?” Tutti i bambini del catechismo all’unanimità rispondono Mosè. Questo perché i padri della Chiesa hanno letto questi testi in chiave cristologica, utilizzando Mosè come figura anticipatrice di Cristo, e fratello e sorella ce li siamo un po’ scordati perché erano meno funzionali a questo ragionamento. Ma di per sé, se voi leggete i libri dell’Esodo, dei Numeri e Deuteronomio sicuramente Mosè ha un ruolo centralissimo, ma anche gli altri due non scherzano, perché sono proprio le tre facce del potere: la faccia materna, Miriam, la faccia sacra, Aronne che sarebbe il capostipite della genealogia sacerdotale presso il popolo ebraico, e la faccia politica, quella di Mosè. Ne servono tre per farne uno buono, cioè occorrono tutte e tre le facce per fare un governo di questo tempo, che in qualche modo possa condurre gli ebrei in nome di Dio, cioè con un certo equilibrio.

Avere troppo isolato Mosè per tutta una serie di motivazioni ci ha sbilanciato anche nella comprensione di questi testi. In questi testi invece i tre giocano sempre un certo ruolo, ad esempio è da notare che tutte le volte che c’è da parlare Mosè manda Aronne, non parla mai lui, manda sempre Aronne e la storia è che tutte le volte dice: io sono impedito di lingua, cioè io balbetto, allora siccome io non parlo bene mando mio fratello Aronne. Manda avanti sempre l’altro, perché è chiaro che la parola del governo è sacra, viene dalla dimensione sacrale, cioè deve essere una parola autorevole, autoritaria, non discutibile, dev’essere una parola garantita, vera, e Mosè è troppo politico per poter dire parole vere e quindi è Aronne che dice le parole vere.

Allora questo capitolo che è verso la fine del percorso si apre con la morte di Miriam.  Asterisco, nota a fondo pagina, uno psicanalista, ma anche semplicemente uno psicologo, potrebbe fare una specie di banchetto festivo nel riflettere un po’ su come la faccia materna del potere è quella che finisce per prima. Quella che finisce per prima è quella che nutre, poi finisce quella sacra, per ultima quella politica ovviamente, quindi ci si potrebbe divertire un po’ su questa cosa.

Questo capitolo si apre con la morte di Miriam e cioè siamo agli sgoccioli, sta finendo questa funzione di guida di governo, il percorso sta arrivando alla fine, siamo sul territorio degli edomiti. Attraversato quello c’è Canaan, quindi ci siamo, per capirci siamo grossomodo al sud – centro Giordania attuale – siamo quasi al Giordano, stiamo arrivando, questo tipo di potere non sarà più necessario, succederà a questo tipo di potere quello dei re, cominceranno le genealogie regali, sarà un altro tipo di potere.

Allora la prima che muore è Miriam e alla fine del capitolo muore Aronne.  Di Miriam si dice “qui morì e fu sepolta Miriam”, la vita quotidiana muore facile. La morte di Aronne è raccontata in un altro modo. Dio dice:

20 24«Aronne sta per essere riunito ai suoi padri e non entrerà nella terra che ho dato agli Israeliti, perché siete stati ribelli al mio ordine alle acque di Merìba. 25Prendi Aronne e suo figlio Eleàzaro e falli salire sul monte Or. 26Spoglia Aronne delle sue vesti e rivestine suo figlio Eleàzaro. Là Aronne sarà riunito ai suoi padri e morirà». 27Mosè fece come il Signore aveva ordinato ed essi salirono sul monte Or, sotto gli occhi di tutta la comunità. 28Mosè spogliò Aronne delle sue vesti e ne rivestì Eleàzaro suo figlio. Là Aronne morì, sulla cima del monte. Poi Mosè ed Eleàzaro scesero dal monte. 29Tutta la comunità vide che Aronne era spirato e tutta la casa d’Israele lo pianse per trenta giorni.

È una cerimonia liturgica, il passaggio dell’abito è il passaggio di ruolo, cioè è costruito in un altro modo. La vita quotidiana muore in modo semplice, la vita sacrale ha bisogno di uno scenario. Comunque sono queste due morti che inquadrano il capitolo. Adesso leggo i 13 versetti sui quali ci fermiamo oggi:

Il testo

20 1Ora tutta la comunità dei figli d’Israele arrivò al deserto di Sin il primo mese, e il popolo si fermò a Kades. Là morì e fu sepolta Maria.

2Mancava l’acqua per la comunità; perciò ci fu un assembramento contro Mosè e contro Aronne. 3Il popolo ebbe una lite con Mosè, dicendo: «Magari fossimo morti quando morirono i nostri fratelli davanti al Signore! 4Perché avete condotto l’assemblea del Signore in questo deserto per far morire noi e il nostro bestiame? 5E perché ci avete fatto uscire dall’Egitto per condurci in questo luogo inospitale? Non è un luogo dove si possa seminare, non ci sono fichi, non vigne, non melograni, e non c’è acqua da bere».

6Allora Mosè e Aronne si allontanarono dall’assemblea per recarsi all’ingresso della tenda di convegno; si prostrarono con la faccia a terra, e la gloria del SIGNORE apparve Allora Mosè e Aronne si allontanarono dall’assemblea per recarsi all’ingresso della tenda del convegno; si prostrarono con la faccia a terra e la gloria del Signore apparve loro. 7Il Signore parlò a Mosè dicendo: 8«Prendi il bastone; tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e parlate alla roccia sotto i loro occhi, ed essa darà la sua acqua; tu farai uscire per loro l’acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al loro bestiame».

9Mosè dunque prese il bastone che era davanti al Signore, come il Signore gli aveva ordinato. 10Mosè e Aronne radunarono l’assemblea davanti alla roccia e Mosè disse loro: «Ascoltate, o ribelli: vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?» 11Mosè alzò la mano, percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza; ne bevvero la comunità e il bestiame.

12Ma il Signore disse a Mosè e ad Aronne: «Poiché non avete creduto in me, in modo che manifestassi la mia santità agli occhi degli Israeliti, voi non introdurrete quest’assemblea nella terra che io le do». 13Queste sono le acque di Merìba, dove gli Israeliti litigarono con il Signore e dove egli si dimostrò santo in mezzo a loro.

Commento

Il titolo che trovate sul programma è “una verità per vivere” e bisognerebbe aggiungere, visto che il testo è inquadrato tra due morti, “e per morire”, cioè è necessario qualche cosa di serio su cui si possa vivere e morire, qualcosa che nutra e che consenta di morire in pace in qualche misura. Ma perché questo è una verità? Non c’è un insegnamento, è un problema di gestione, tra l’altro il racconto è strano, come spesso succede in Esodo e Numeri il racconto è un po’ sgranato, perché viene da tradizioni differenti, unificate non sempre molto bene, ha molti antecedenti, la manna, le quaglie, cioè è un episodio ricorrente, perché il deserto è un territorio inospitale, e perché in fondo la vera questione di ogni cambiamento, e anche qui ogni riferimento all’attualità ecclesiale o civile è assolutamente voluto, di fronte ad ogni cambiamento la sensazione, senza makrothymia, è di attraversare un deserto e con resistenze al cambiamento gigantesche.

Che poi questo sia mascherato sotto la forma del cambiamento come slogan va bene, tutti in questo momento nella chiesa, per fare un esempio, sono d’accordo con la necessità di una riforma della chiesa, che è una cosa così importante, così decisiva, così enorme, che tanto vale continuare a fare come abbiamo sempre fatto: questo è l’esito del ragionamento. Perché è talmente fuori dalla nostra portata, e perché in fondo la tentazione di rimanere in Egitto, schiavi, ma nutriti e di essere esecutori e non responsabili è sempre fortissima.

Credo che molti tra di noi dicano: no, ma non è vero, ciascuno di noi ha il senso di sé, vuole fare delle cose, ed è vero, soprattutto in epoca moderna ciascuno di noi ha il senso di sé, un po’ perché la vita ci ha costretto, perché abbiamo tutti più di 15 anni e quindi siamo stati tutti costretti bene o male a prenderci delle responsabilità, abbiamo capito che non si muore, tanto quanto cerchiamo di fare del nostro meglio e almeno di goderci l’aspetto positivo, cioè già che mi devo tenere la responsabilità, mi tengo anche la mia autonomia che da queste responsabilità discende.

Dentro la chiesa questa dinamica è un po’ più difficile, perché rimaniamo in una struttura tendenzialmente clericale e ci aspettiamo sempre che dall’alto qualcuno riformi, ce la pigliamo con Francesco, perché non piglia le decisioni giuste, perché non cambia le persone; i preti se la prendono coi vescovi; i vescovi se la prendono col papa; il papa non so, se la prende con Dio, perché sopra ha solo lui; ma c’è sempre qualcun altro che dovrebbe sistemare le cose. C’è un tema di verità in questo? Sì, la verità è che serve qualcosa nell’esistenza per vivere o per morire, che in genere è la stessa cosa, ciò che vi nutre è anche ciò che varrebbe che io spenda la vita intera.

Serve una verità per la mia vita che mi consenta di vivere o di morire e questa questione non è un divertimento intellettuale, una cosa per il tempo libero, cioè come a dire intanto vivo, faccio le mie cose, mi diverto e poi quando ho un po’ di tempo mi occupo di questa verità, no, che ci sia o no, bisogna decidere se uno rimane in Egitto o si mette in viaggio, cioè c’è una decisione radicale e che non vuol dire che se uno si mette in viaggio poi non ha mille ripensamenti, momenti difficili in cui non riesce a vedere la terra promessa, la sensazione che ha sbagliato strada, che doveva fare in un altro modo, che è da solo. Va benissimo, ci sta tutto, ma o si sta in Egitto, o ci si mette in viaggio.

Questo è uno dei tempi della nostra storia meno recente che ci sta dicendo: da che parte ci si mette? E quanto si è disposti a vivere e a morire per mettersi in viaggio, o per rimanere in Egitto? Muore la dimensione materna, siamo lì, è morta la dimensione materna del modo di vivere, del pensiero delle nostre civiltà, non è morta l’altro ieri, è morta negli ultimi 100 anni. Delle società che avevano trovato un loro preteso assestamento attorno ad alcune dimensioni materne, ci sembrava che il progresso fosse finito, che non ci fosse un grosso problema rispetto allo sfruttamento delle risorse della terra, che sì c’erano ancora tanti problemi in questo nostro mondo, ma era solo questione di lottare un po’ e queste cose sarebbero più o meno andate a posto, che la politica era sbagliata, ma ce n’era una giusta dietro l’angolo, che la chiesa aveva fatto il Concilio, abbiamo avuto una bella fase materna che è culminata nel momento stesso in cui è morta, e siamo in un luogo in cui manca acqua, manca l’acqua per la comunità, non per le persone, per i singoli, per la comunità.

2Mancava l’acqua per la comunità; perciò ci fu un assembramento contro Mosè e contro Aronne

Quando cade la cosa di lungo periodo, la prima cosa è cercare un colpevole, lo stiamo tutti sperimentando, dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina, la prima reazione è contro qualcuno così mi sento già meglio. Mi sento già meglio se ho qualcuno con cui prendermela: è una dinamica antica, non è degli ultimi 10 anni, è scritta in un testo che più o meno è stato composto nel 1000 a. C., ha sempre funzionato così. Però dopo tutti questi anni, dopo quasi 3000 anni dovremmo essere avvertiti e non farci ingannare subito dopo la prima volta che lo si dice. Tutti abbiamo l’istinto di cercare il colpevole, è umano, ma non funziona, non ha funzionato per l’Esodo, continua a non funzionare, se proprio abbiamo bisogno di sfogarci cinque minuti cercando un colpevole, va bene ogni tanto lo si fa, come si ha bisogno di mangiare, di andare in bagno, tutti abbiamo dei bisogni, uno va lì e dice accidenti e dice secondo me è tutta colpa di quel tale, basta, poi l’hai detto, fine, ma poi fai un’altra cosa, cioè non è possibile rimanere bloccati nell’assembramento contro Mosè e contro Aronne, contro la politica e il sacro, per dirla con le due immagini che abbiamo usato.

3Il popolo ebbe una lite con Mosè, dicendo:

È interessante perché alla fine del brano si dice che ha litigato col Signore, però di per sé qui litigano con Mosè, se la prendono con lui e questo è un altro tema di verità, con chi ce la pigliamo veramente? Tutte le volte che cerchiamo un colpevole, con chi ce la stiamo pigliando? Questa è una domanda che dopo 3000 anni da questo testo dovremmo avere imparato a farci. Fermarsi un attimo e dire: con chi me la sto pigliando davvero? Con la vita, col fato, col destino, con me stesso, qual è veramente l’oggetto, con la mia sete, col fatto che ho sete?! E cosa dicono?

«Magari fossimo morti quando morirono i nostri fratelli davanti al Signore! 4Perché avete condotto l’assemblea del Signore in questo deserto per far morire noi e il nostro bestiame?

Il tema dominante è quello della morte, non della vita, non dicono: magari potessimo vivere, ma magari fossimo morti. Allora questo è un passaggio decisivo, non sono più in grado di desiderare una vita, ed è per questo che non sono morti. Si augurano di essere morti nel passato, poiché non è accaduto, ma non sono in grado di dire magari potessimo vivere. “Perché ci avete condotti fino qui”, come se loro non ci fossero andati, “per far morire noi e il nostro bestiame”. E poi c’è questo versetto 5:

5E perché ci avete fatto uscire dall’Egitto per condurci in questo luogo inospitale? Non è un luogo dove si possa seminare, non ci sono fichi, non vigne, non melograni, e non c’è acqua da bere».

La questione è: dove siamo arrivati? Qual è la verità dell’Esodo? La verità che fa dire potessimo vivere in una terra dove scorre latte e miele. Se la verità è dove sono arrivati in quel momento lì, certo, ci avete condotto in un luogo inospitale, ma la verità dell’Esodo è la capacità di desiderare la Terra promessa, che come poi spiegheranno i profeti è suggestivo, perché poi quando sono Israele si rovina. E che cosa fanno? Vedete il libro di Osea, i profeti dicono come eravamo puri, legati a Dio e buoni nel deserto, bisogna uscire, camminare, essere nomadi e pure noi facciamo tutta quella poetica lì, la politica sul nomadismo, su Abramo, esci dalla tua terra e vai ha funzionato benissimo negli anni del privilegio materno, dagli anni 60 agli anni 80, è caduta di moda nel momento in cui uno nomade lo è davvero. Non è più un’immagine così accattivante.

Se leggete, spero di no, soprattutto che non lo compriate questo libro “Opzione Benedetto”, terrificante libro di tradizionalisti che verte su quale dovrebbe essere il futuro della chiesa, dice bisogna ricostruire cittadelle salde, perché l’immagine è se siamo in un luogo dove non si possono coltivare i fichi dobbiamo fare una piccola oasi e costruire un posto dove ci siano i fichi, dove si stia bene. Però anche qui non possiamo essere così ingenui da pensare che “Esci dalla tua terra e va’ dove ti condurrò”, era una cosa carina quando avevamo 14 anni perché era molto poetico, però adesso che siamo un po’ più grandi non cantiamo più quel canto però è uguale. No, c’è un cambio di prospettiva, c’è una portata di questa questione, è vero che abbiamo una domanda sul luogo, è vero che siamo una comunità dei senza comunità, per dirlo come si diceva in assemblea, e che non è una bella posizione, che siamo tutti un po’ stanchi di questa situazione, che ci piacerebbe essere già arrivati alla Terra promessa, avere un luogo, riconoscerlo, riconoscersi, anche riavere un potere un po’ materno che nutra, che dia acqua al tempo giusto, però: che vogliamo fare nel frattempo?

6Allora Mosè e Aaronne si allontanarono dall’assemblea per recarsi all’ingresso della tenda di convegno; si prostrarono con la faccia a terra, e la gloria del SIGNORE apparve Allora Mosè e Aronne si allontanarono dall’assemblea per recarsi all’ingresso della tenda del convegno; si prostrarono con la faccia a terra e la gloria del Signore apparve loro.

Ricordate nel testo di Giuseppe quando si arriva al dunque della questione Giuseppe dice: “tutti fuori, allontanatevi tutti e lui si avvicina ai fratelli”. C’è un movimento di allontanamento e avvicinamento indispensabile per fare la verità. Bisogna allontanarsi dal troppo e avvicinarsi, qui è avvenuto il convegno, in termini religiosi si direbbe avvicinarsi al Signore, ma anche solo avvicinarsi a ciò che conta, a ciò che permane, decidere che cosa permane e che cosa passa in un tempo di nomadismo? Allontanarsi da quello che passa, dai brontolamenti, dalla versione esacerbata della colpevolizzazione, fare un passo indietro e cercare quello che rimane, avvicinarsi, e lì qualcosa succede: un pezzo di verità si fa, c’è una distanza da creare una vicinanza, se no la verità non si fa.

Mosè è Aronne si allontanano dall’assemblea che brontola e si avvicinano alla tenda del convegno, la gloria del Signore appare:

7Il Signore parlò a Mosè dicendo: 8«Prendi il bastone;

Prendi il bastone, anche qui se avevate un dubbio che la mia interpretazione era troppo legata al mio sentimento di questo tempo, il bastone per tutta la letteratura antica è il segno del comando, è proprio lo scettro, che diventerà nel Medioevo lo scettro dei re. È il pastorale, chiamato pastorale per ammorbidire, ma è il bastone del comando del vescovo, cioè è il segno in tutta l’antichità del comando: prendi il bastone, per di più vengono dall’Egitto, una cultura in cui i maghi, gli indovini, i sacerdoti, tutti portavano il bastone. Quindi Mosè fa un sacco di cose col bastone, perché per quella cultura era molto chiaro, voleva dire che valeva almeno quanto i maghi, gli indovini e i sacerdoti egiziani.

Tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e parlate alla roccia sotto i loro occhi, ed essa darà la sua acqua;

È già un po’ strampalata, si parla alle pietre? Non c’erano i telefonini, non è che potevano parlare all’auricolare e sembrava che parlassero alla roccia, no, doveva proprio parlare alla roccia, gli dice di parlare alla roccia ed essa avrà la sua acqua:

Tu farai uscire per loro l’acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al loro bestiame».

C’è una verità di questo viaggio verso l’Esodo che ha bisogno di un’acqua temporanea, di un’acqua che esce dalla roccia, di qualche cosa che consenta di superare il momento d’incaglio. Anche qui dovremmo chiederci quali bastoni, per quale roccia, per quale acqua, cioè di che cosa abbiamo bisogno in questo tempo per superare il tempo d’incagliamento? E una volta che abbiamo l’idea bisogna concretizzarla senza aspettare che qualcun altro lo faccia.

9Mosè dunque prese il bastone che era davanti al Signore, come il Signore gli aveva ordinato. 10Mosè e Aronne radunarono l’assemblea davanti alla roccia e Mosè disse loro: «Ascoltate, o ribelli: vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?» 11Mosè alzò la mano, percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza; ne bevvero la comunità e il bestiame.

Fa tutto come il Signore gli aveva ordinato tranne una cosa: non parla alla roccia, ma la percuote due volte col bastone, che è il gesto magico degli egiziani. Di per sé è questo che il Signore non gli perdona, perché Mosè non ha mormorato contro il Signore, il popolo ha mormorato contro il Signore, è chiaro Mosè ha la sua personalità corporativa col popolo, viene punito, perché fa parte di quel popolo. Ma il Signore non gli perdona che gli aveva detto di parlare ed invece lui ha fatto il gesto magico dei sacerdoti egiziani, perché dal suo punto di vista era più comprensibile per la gente che aveva vissuto in Egitto, era lo stesso gesto dei maghi e dei sacerdoti: percuotere la roccia due volte, ed è molto interessante, perché non è che il Signore dice non hai fatto bene il compito e quindi l’acqua non esce, t’avevo detto parla… No, l’acqua esce perché il popolo deve poter bere per vivere. L’acqua esce, ma tu non hai fatto, non ti sei fidato fino in fondo di me, dice, non avete creduto in me. Il popolo non ha creduto per alcuni motivi, Mosè per altri.

12Ma il Signore disse a Mosè e ad Aronne: «Poiché non avete creduto in me, in modo che manifestassi la mia santità agli occhi degli Israeliti, voi non introdurrete quest’assemblea nella terra che io le do». 13Queste sono le acque di Merìba, dove gli Israeliti litigarono con il Signore e dove egli si dimostrò santo in mezzo a loro.

La terra viene data, la promessa non viene ritirata, l’acqua viene data, il popolo non può morire, non deve morire, ma Mosè rimarrà sulla soglia, anche lui morirà, come Maria e Aronne, prima dell’ingresso nella Terra promessa.

Non vorrei tirare il testo oltre se stesso, ma è assolutamente ovvio, per chi ha un po’ di confidenza con la Scrittura, che il Dio della Bibbia è un Dio della parola, anche quando agisce è un Dio della parola e non è un caso che il Cristo è la parola di Dio, per i cristiani questo tema della parola è centralissimo. Che differenza c’è tra parlare alla roccia e percuoterla? Intanto non è il gesto consueto, è un altro metodo di politica, è un altro modo e il risultato è lo stesso: l’acqua esce e il popolo si disseta, ma il metodo è diverso. E poi non è proprio uguale percuotere o parlare.

La verità dell’Esodo è che Dio si dimostra Santo in mezzo a loro, e trova persino la strada per dare una punizione che non gli fa rimangiare le promesse: la Terra promessa sarà data, il popolo verrà dissetato, apparentemente è tutto risolto, ma non è tutto così risolto, perché comunque c’è una verità che viene fatta rispetto alle azioni, alla fiducia, all’assenza di affidamento fondamentale che il popolo e Mosè hanno fatto, alla scelta di un metodo, che è il metodo di cercare un colpevole e di percuoterlo invece di parlare, che non va bene. Dio non nega se stesso, le promesse che ha fatto, ma contemporaneamente non fa che tutto sia uguale: fa una verità, la verità profonda dell’Esodo. I profeti leggeranno l’Esodo all’indietro e diranno che l’Esodo era un tempo di fidanzamento, cioè che l’Esodo era un tempo per imparare un metodo, perché non avendolo tanto imparato poi anche nel regno si sono rovinati.

Concluderei leggendo qualche riga. L’altra volta avevo letto una piccola citazione di Salmann, questa volta leggo qualche riga della “Morte di Mosè” di Bonhoeffer:

I suoi occhi scrutano intenti

la santa terra promessa.

Per prepararlo alla morte

si avvicina al vecchio servo il Signore.

Vuole mostrargli, alle altezze dove gli uomini

tacciono, egli stesso il futuro promesso; […]

«Di lontano devi vedere la salvezza,

e però il tuo piede non deve andare oltre»

E i vecchi occhi guardano, guardano

cose lontane, come alle prime luci del giorno,

polvere, plasmata dalla possente mano di Dio

come un vaso del sacrificio per lui

«Così mantieni, Signore, quel che hai promesso,

mai hai mancato con me alla tua parola. […]

Per me hai fatto cose mirabili,

l’amarezza hai trasformato in dolcezza,

attraverso il velo della morte fammi vedere

il mio popolo che si reca alla solenne festa.

Mentre sprofondo, Dio, nella tua eternità

vedo il mio popolo camminare nella libertà.

Tu che punisci i peccati e perdoni volentieri,

Dio, questo popolo io l’ho amato.

Aver portato la sua vergogna e i suoi vizi

e aver scorto la sua salvezza: questo mi basta.

Reggimi, prendimi! Il mio bastone s’incurva,

preparami la tomba, o fedele Iddio.

Quanto dicevo all’inizio, e quanto mi sono sforzata di dire anche commentando il testo di Numeri, mi sembra ben raccolto in questo testo di Bonhoeffer, in cui il senso di un’impresa che lo supera, di un’impresa che è la sua perché riguarda tutti, non è la sua nonostante il fatto che riguardi tutti, ma è la sua perché riguarda tutti, e di fronte alla quale si può dire “aver portato la sua vergogna i suoi vizi e aver scorto la sua salvezza e questo mi basta”, e si può dire “mai hai mancato con me la tua parola, nemmeno quella parola data: non entrerai nella tua terra”, neanche in quella Dio manca, lo fa morire sul monte Nebo, in alto sopra il Giordano, si vede la Terra promessa davanti.

Mi sembra che tutti dovremmo un po’ riflettere su questa questione: Mosè ha imparato un metodo nell’Esodo, di uscire da quella doppia strettoia, dare la colpa a qualcuno e percuotere, appunto doppia strettoia, ha imparato un metodo e può dunque morire nella pace, perché la verità che ha fatto nell’imparare questo metodo, che ha fatto, che ha costruito in sé innanzitutto, è una verità per cui vale la pena di vivere e di morire. Allora mi sembra personalmente che questo testo come altri di questo percorso è di una attualità stringente.

Fossano, 17 novembre 2018

(Testo non rivisto dall’autore)

Anno pastorale: 2018/2019

DataTitoloCommento a:
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