15 Dicembre 2018
Stella Morra

3. Tra verità e realtà

Commento a: Gio 3, 10-4,11


Ripresa

Riprendiamo il percorso sul tema della verità. Tutte le volte che preparo più da vicino la Lectio, mi vengono in mente dieci cose concrete successe nel mondo o in Italia, a Fossano, oppure a Roma, così dall’altra Lectio a oggi, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Esse dimostrano quanto su questo tema sia necessario non solo ragionare, ma anche ritrovare alcuni criteri condivisi su cui, in modo pubblico, sia possibile ritrovarsi. Non so se le Lectio hanno un ruolo in questo, evidentemente non epocale, però almeno tra di noi forse, sono un invito e questo mi sembra una cosa importante da fare. A differenza di altre Lectio dove più la riflessione è comune, mi piacerebbe che verso la fine del percorso, ad aprile o maggio, potessimo trovare una mezz’ora in cui confrontarci un po’ di più. In cui prendere una parola più condivisa e cercare di capire se almeno questo percorso ci ha aiutato a trovare qualche criterio più comune. La metto lì, poi ci pensiamo.

Riprendiamo il percorso di cui abbiamo fatto due passi, come sempre siamo nella parte iniziale che prende i testi dell’AT e che ha normalmente la finalità di descrivere la dinamica umana intorno a questo tema, prima di entrare nel tema vero e proprio dal punto di vista del principio critico che ci viene da Gesù Cristo. L’AT viene spesso usato nelle Lectio come un grande repertorio delle possibilità e delle parole dell’umanità, di come funzioniamo. C’è dentro abbastanza di tutto, ci sono dentro cose belle e cose meno belle, perché noi siamo così, perché funzioniamo più o meno così. E allora spesso noi usiamo questi testi dell’AT per provare a individuare le dinamiche, i processi, le cose “come ci accadono”.

Abbiamo visto la prima volta il testo di Giuseppe e i suoi fratelli, in particolare il testo finale della storia di Giuseppe, dove Giuseppe inganna i suoi fratelli, per costringerli in qualche modo a fare i conti con la parte violenta della storia comune che hanno. Dunque ci siamo soffermati a riflettere su come funziona il rapporto complesso tra verità e sincerità, come non sempre queste due parole coincidono. Si può essere sinceri come i fratelli di Giuseppe erano, e Giuseppe stesso era, senza per questo essere veri, perché non si ha percezione di qualcosa, non si capisce, perché non si riconoscono dei pezzi della storia, ma anche perché non sempre ciò che noi in buona fede pensiamo di noi stessi corrisponde a ciò che agiamo, facciamo, diciamo. E questo rapporto tra verità e sincerità è il primo ed è abbastanza complesso.

La volta scorsa abbiamo riflettuto sul testo dei Numeri: ricordate la lite tra Mosè e il suo popolo che brontolava perché non c’era acqua, perché erano nel deserto durante l’attraversamento ed erano preoccupati. Si chiedevano che senso avesse avuto uscire dalla schiavitù d’Egitto per andare a morire nel deserto. Abbiamo ragionato in termine al rapporto tra la verità e ciò che serve per vivere. Ricordate il racconto del testo che era contornato da due morti: iniziava con la morte di Miriam e finiva con la morte di Aronne. In mezzo c’era questo popolo che nel deserto diceva “Era meglio morire in Egitto da schiavi che rischiare di morire qui per mancanza di acqua”, quindi il tema del rapporto tra fare la verità e vivere. In qualche modo, queste due dinamiche su cui abbiamo riflettuto sono dinamiche interne al soggetto, cioè, verità e sincerità e verità per vivere rappresentano qualche cosa che uno è chiamato a pensare, a riflettere, a elaborare, a crescere con l’aiuto degli altri, del dialogo, ma in qualche modo da sé.

La lectio di oggi

Il testo di oggi, “Tra verità e realtà”, ci manda un po’ fuori, ci dice che la verità non è una questione che si può compiere solo ognuno per sé. Ha un rapporto con qualcosa che chiamiamo realtà, che io ho chiamato realtà, qualcosa al di fuori di noi, su cui noi non abbiamo potere di governo, di decisione, di scelta. Non è un fatto morale, è così perché quelle sono le condizioni e perché ci troviamo in un tempo della nostra vita, in un certo paese, in una certa cultura, in un certo luogo. Molta della nostra esistenza è così, è semplicemente qualcosa che è, che mi piace, che non mi piace, che mi aiuta o che mi rende la vita più faticosa, ma è così. È qualcosa che non è nel mio potere e diciamo, come cercheremo di vedere oggi, è uno dei problemi grossi nel fare la verità. Di fronte alla realtà la tentazione è sempre quella o di adattarsi o di combatterla. O la realtà è così, che ci vuoi fare, oppure, non è colpa mia, se gli altri, il mondo, la sfortuna, chiamatelo come vi pare, il caso, è andata così, non posso farci niente, non dipende da me, non è colpa mia. Questa è la situazione. Questo tempo della vita è così.

La mia domanda personale è: “Qual è l’atteggiamento di verità rispetto alla realtà?”, perché sono vere tutte e due queste cose. È vero che un po’ bisogna adattarsi a ciò che non puoi cambiare, è vero che un po’ non è colpa tua, che non dipende da te, che non hai scelta, ma questo è sufficiente? Cioè, è tutto quello che c’è da dire per fare la verità? Questo è il problema. Però, essendo un incontro che precede il Natale, ho cercato un testo che non sia così di peso, perché se altrimenti…

Il libro di Giona

Dopo un po’ di riflessioni sono approdata a questo testo di Giona, che ha un tono da favoletta natalizia. Non so se avete mai letto per intero il libro di Giona: si legge circa in un quarto d’ora, sono quattro capitoli, è una storia molto breve. È un racconto, una favola per bambini, come genere letterario. È un racconto anche carino dal punto di vista della storia: Giona è abbastanza simpatico. La storia è presto detta e probabilmente tutti la conoscete, la riassumo in breve. È la storia di questo profeta un po’ oscuro di cui non sappiamo niente, non sappiamo nemmeno se sia storicamente esistito. Gli studiosi ci dicono che c’è stato un profeta “Nahib Giona”, vissuto nel IV – V secolo A.C., ma non sappiamo se il nome sia stato scelto dall’autore semplicemente per richiamarci un profeta che conoscevano, oppure se sia effettivamente una vicenda riconducibile ad una figura storica. Non lo sappiamo, così come non sappiamo niente dell’autore, un po’ come con le favole. Chi ha scritto Biancaneve e i Sette Nani? Boh, sappiamo chi l’ha risistemata, sappiamo alcune cose, ma si perdono nella notte delle narrazioni orali. Qualcuno ha cominciato a raccontare la storia, altri ci hanno aggiunto dei particolari, e così via. Quindi, il genere è quello di una novella sapienziale, come il libro di Tobia, come Ruth. La Scrittura ne ha molti perché esprimono un sapere popolare, non concettuale. In genere è il sapere delle storie narrate, che non vuol dire un sapere sciocco, primitivo, tutt’altro. Come le favole ben dimostrano, il sapere popolare ha uno spessore e va a toccare, in modo a volte lieve, dei nuclei fondamentali dell’esistenza, delle questioni ben serie, che anzi, forse, a trattarle seriamente sarebbe angosciante, invece le tratta in questo modo.

Allora, non sappiamo se questo profeta Giona sia il Giona di cui abbiamo qualche notizia, oppure no, ma è un profeta di cui a un certo punto la storia ci racconta solo di un appello di Dio, di un dovere di oracolo. I profeti nell’AT sono coloro che danno degli oracoli, cioè che dicono da parte di Dio alcune cose. Anche qui c’è una discussione, il profeta nell’AT parla del futuro e funziona come il maestro, il professore, che più o meno intorno a Natale, in questo periodo, chiama i genitori dell’alunno X e gli dice: “Se continua così, l’anno si fa complicato”. Non è una previsione del futuro, è per dire: “Ok, ho visto alcune cose, bisogna prendere delle decisioni, perché se il processo continua senza variazioni non va a finire bene”. Allora in questo senso gli oracoli dei profeti non sono la sfera di cristallo che prevedono il futuro (“Domani vincerai la lotteria”), ma sono semplicemente il buon senso che da parte di Dio e dice: “Guardate, le cose si stanno mettendo in questo modo, vedete un po’ che volete fare? Verso dove volete andare?”. Questo è il senso.

Allora, i libri profetici contengono molti oracoli, cioè molte chiamate di Dio che dice al profeta: “Vai a dirgli questo”. Lui va, e lo dice, e poi succedono delle cose. Dopo un po’ Dio richiama il profeta e gli dice: “Vai a dirgli quest’altro”, e la cosa va avanti, perché, come sempre succede quando i professori chiamano dei genitori, c’è sempre un po’ di discussione prima di rassegnarsi al fatto che tocca studiare, che di per sé la soluzione è facile, bisogna mettere il sedere sulla sedia e studiare. Prima di arrivare lì, c’è sempre il “ma sa, mio figlio sta vivendo un brutto momento”, ci sono dei passaggi.

Nel caso di Giona è tutto ridotto al minimo. In Giona c’è un unico oracolo, cioè Dio chiama Giona e gli dice: “Vai a Ninive.”, che è una città pagana. Sarebbe come Papa Francesco che dice “Chiesa in uscita”, cioè vai a Ninive e digli: “Se continuante così Dio si sta proprio arrabbiando”. Giona sa che Ninive è una città ricca, potente e pericolosa e non ha nessuna voglia di andare lì a farsi impallinare, cioè, andare lì a dire il Dio di quell’altro popolo, che non siete manco voi, si sta arrabbiando con voi. Perché ha come l’impressione che non sarebbe una grande idea e dunque parte sulla parola di Dio, solo che invece di andare a Ninive prende una nave per Tarsis, cioè, va da un’altra parte, e cosa succede? Si scatena una grande tempesta e i marinai si preoccupano e fanno un ragionamento che noi non faremmo mai, cioè si dicono: “Non va bene, qui qualcuno ha trasgredito le leggi del suo Dio. Qui c’è un qualche Dio, ognuno ha il proprio, che ci sta punendo, ma quindi cominciano ad interrogare tutti”. Quando arrivano a Giona, lui dice: “Ok, mi avete scoperto, colpa mia, buttate a mare me e vedrete che il mare si calma”. E questi non ci pensano tanto, lo prendono e lo buttano a mare. Il mare si calma e Giona viene inghiottito dalla balena, che lo fa sembrare la favola di Pinocchio, e lo sputa sulla spiaggia di Ninive. Allora Giona dice: “Beh, insomma, ora mi tocca”, entra e sottovoce, dice: “Scusate, forse voi dovreste…”  e tutti immediatamente si pentono e dicono: “Hai ragione, hai ragione, è vero, è vero”. Proclamano un digiuno e a quel punto a Giona girano un po’ le scatole, perché dice: “Va beh, come sarebbe? Mi credono subito, tutto il film che mi ero fatto non funziona”. Qui arriva il finale del capitolo 3 e tutto il capitolo 4, cioè il testo di cui ci occupiamo. Quest’ultima parte è quella interessante per noi.

Il primo pezzo è come dire, una storia comune del dibattito su: “No, ma poi, se gli dico qualcosa magari si offende ancora con me, è meglio che sto zitto”, che è un’antica esperienza, tranne poi dopo dire: “Eh, vabbè, però, anche lui, è finito così, ma c’era da aspettarselo, mica poteva pretendere con tutto quello che ha combinato, che gli andasse anche bene”. Quindi, storia antica, ahimè, e poi c’è questo testo. Faccio un passo indietro, perché ho dimenticato due cose che vorrei aggiungere.

Questo è uno dei libri che, pur essendo minore nell’AT, è citato nel NT. In Matteo12,38, quando i discepoli chiedono a Gesù un segno, Gesù dice: “Nessun segno sarà dato a questa generazione, se non il segno di Giona”. Allora, qui come potete immaginare, c’è stata un’orgia di commenti, siccome Giona resta tre giorni nel ventre della balena, tutti i padri vedono in Giona la figura cristologica che sta tre giorni nel sepolcro. Peccato non fossero tre giorni ma fa lo stesso, perché se uno muore il venerdì e risorge il sabato notte, non sono tre giorni, ma va bene, insomma, è figura cristologica. Di per sé, a me sembra che, molto più banalmente, il segno di Giona è esattamente quello di cui vorrei parlare oggi, ma riprenderemo questa citazione evangelica alla fine.

La seconda questione che ho dimenticato di dire è che il libro di Giona è come interrotto. Ora, può essere benissimo, dato che ci sono solo quattro capitoli, che ne manchino due, cioè che il manoscritto sia stato strappato, che effettivamente ci fosse dell’altro, ma a noi è arrivato questo, che finisce con una domanda, come vedremo, a cui non c’è la risposta. Lo trovo molto interessante, perché è esattamente la funzione della storia sapienziale che non finisce mai con “…E vissero per sempre felici e contenti”, queste sono le favole. La storiella sapienziale finisce normalmente, direttamente o indirettamente, in modo interrogativo, cioè, chiede al lettore di dire: “E tu dove ti metti? tu cosa ne pensi?” È una storia che ci interpella.

Il testo

3 10Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.

4 1Ma Giona ne provò grande dispiacere e ne fu sdegnato. 2Pregò il Signore: «Signore, non era forse questo che dicevo quand’ero nel mio paese? Per questo motivo mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore e che ti ravvedi riguardo al male minacciato. 3Or dunque, Signore, toglimi la vita, perché meglio è per me morire che vivere!». 4Ma il Signore gli rispose: «Ti sembra giusto essere sdegnato così?».

5Giona allora uscì dalla città e sostò a oriente di essa. Si fece lì una capanna e vi si sedette dentro, all’ombra, in attesa di vedere ciò che sarebbe avvenuto nella città. 6Allora il Signore Dio fece crescere una pianta di ricino al di sopra di Giona, per fare ombra sulla sua testa e liberarlo dal suo male. Giona provò una grande gioia per quel ricino.

7Ma il giorno dopo, allo spuntare dell’alba, Dio mandò un verme a rodere la pianta e questa si seccò. 8Quando il sole si fu alzato, Dio fece soffiare un vento d’oriente, afoso. Il sole colpì la testa di Giona, che si sentì venire meno e chiese di morire, dicendo: «Meglio per me morire che vivere».

9Dio disse a Giona: «Ti sembra giusto essere così sdegnato per questa pianta di ricino?». Egli rispose: «Sì, è giusto; ne sono sdegnato da morire!». 10Ma il Signore gli rispose: «Tu hai pietà per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita! 11E io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città, nella quale vi sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?».

Il commento

Con il punto di domanda finisce il brano, ma anche il libro. Rimane così, non c’è risposta a questo dialogo. Mi sembra, personalmente, che il versetto 10, quello con cui iniziamo la nostra lettura.

3 10Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece

sia una forma semplice, sintetica e chiara di ciò che, nelle forme narrative di oggi chiameremmo “discernimento”.

Tre passaggi: Dio guarda le opere, cosa succede. Noi diremmo, la realtà, non le intenzioni o i cuori. Quelli però hanno fatto finta di pentirsi, cioè, si possono fare mille ipotesi dietro questa improvvisa conversione dei Niniviti, che pare fossero invece una genia di balordi. In realtà, quello che succede è che le loro opere sono opere di conversione. Dio guarda le opere, riconosce in quelle opere qualche cosa, riconosce la loro conversione, cioè, interpreta quelle opere secondo sé, non secondo loro, e dunque si ravvede, cambia Lui e non fa cambiare loro.

Questa è la struttura basica del discernimento, parola non a caso molto cara a Papa Francesco e molto necessaria nei tempi di transizione come quelli che stiamo vivendo: guardare le cose, la realtà, interpretarla secondo Dio e cambiare sé, e non chiedere agli altri: “ho fatto discernimento e ho deciso che tu devi fare una cosa “, non funziona così!

4 1Ma Giona ne provò grande dispiacere e ne fu sdegnato.

Ci sono due atteggiamenti e il testo usa spesso questo stesso verbo che sempre è reso in italiano con “sdegnato”. Nel testo il corrispettivo è lo stesso, cioè è proprio la ripetizione dello stesso verbo – a parte che, appunto, come in tutti i racconti favolistici, il tono è un po’ melodrammatico. Quindi, Giona ha grandi dispiaceri, grandi gioie, molto immediati, però ci viene detto che Giona, di fronte a questo atteggiamento di Dio, ha due reazioni che sono una soggettiva, gli dispiace, e una più di valutazione oggettiva, ne è sdegnato. E, come vedremo, Dio non discuterà sul dispiacere di Giona, né sulla sua gioia, ma solo sul suo sdegno. Perché ci sono molte cose che ci possono dispiacere e questo può essere vero e sincero, ma la verità riguarda lo sdegno, non il fatto che una cosa ci dispiaccia o non ci dispiaccia. Non è vero che io devo essere contento se accade qualcosa – no, io posso essere dispiaciuto e riconoscere comunque che è giusto che quella cosa accada. C’è una distinzione tra i due livelli: tra quello che io sento, tra il fatto che per me, sinceramente, una certa cosa può essere dolorosa, faticosa, oppure, come l’albero di ricino, origine di grande gioia, ma non è detto che essendo origine di grande gioia sia anche giusta, anche vera. E Giona prega il Signore così

«Signore, non era forse questo che dicevo quand’ero nel mio paese?

Ho riletto più volte i primi tre capitoli, perché volevo cercare a cosa si riferiva con: “non era questo”; qui Giona mente un po’, ma non è questo problema.

Per questo motivo mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore e che ti ravvedi riguardo al male minacciato.

Sono andato a Tarsis perché so che sei misericordioso, tanto non avresti sicuro distrutto Ninive. Io ero tranquillo, però la conclusione è inquietante

3Or dunque, Signore, toglimi la vita, perché meglio è per me morire che vivere!».

Il procedimento che fa Giona è esattamente il contrario del procedimento che ha fatto Dio. Dio guarda la realtà, la interpreta secondo sé, la legge come conversione e dunque cambia sé. Invece Giona cosa fa? Non guarda la realtà, ma fa memoria di un passato anche un po’ fantasioso: “io te l’avevo detto, adesso, però…”, rimpianto, o rimorso, o quello che volete, cioè il legame a un passato vero, immaginario che non c’è più e che forse non c’è nemmeno mai stato.

Secondo passaggio, prende una decisione per sé, ero scappato, mi sono chiamato fuori, da questa situazione io sono andato altrove. Terza questione, un’affermazione su Dio, non su di sé: dato che so che sei misericordioso, io contavo che tu ti saresti comportato da misericordioso. Vedete che è esattamente il procedimento opposto, la realtà qui non c’è.

Il contrario del discernimento non è non fare discernimento, cioè non pensarci; il contrario del discernimento è pensare al contrario, cioè è abolire la realtà, è sottrarre se stessi, è spostare il peso della decisione del cambiamento sull’altro. Il discernimento è innanzitutto un esercizio rispetto alla verità del “tenersi le cose”, del prenderle su di sé, è un atteggiamento comunque di responsabilità. Il contrario del discernimento è un’operazione che non è legata al reale, al presente, che è passato o può essere sul futuro, su quello che mi aspettavo, ma non è mai legata al presente, alla realtà delle cose. Sta nell’ordine del dispiacere, non dello sdegno. Fa sì che io mi sottragga in un modo o in un altro: “non posso, non è mia competenza, cosa posso fare io? Non so cosa fare, non ne ho le energie, non è il momento”. Fate un elenco, ognuno di noi può prolungarlo a piacere, certo, nessuno di noi si imbarca per Tarsis, però ci sono molte questioni analoghe. Rivolta alla fine tutta la necessità di cambiamento, o di conferma, o di impegno e di assunzione di responsabilità sull’altro.

Su questo il tempo scorre, ma mi piacerebbe riflettere un po’. Noi siamo abituati a pensare che il discernimento si può fare o non fare, e si dice “Ah, non abbiamo fatto abbastanza discernimento”. No, non funziona così, il discernimento si fa sempre, nel senso che comunque, se siamo dotati di intelligenza, su ogni cosa della nostra vita decidiamo in base ad una successione di ragionamento. Il problema è che si può ragionare in un senso o ragionare al suo contrario e non è indifferente questa cosa rispetto alla verità.

La cosa interessante è che l’esito di ragionare secondo il discernimento è che i Niniviti vivono; l’esito di ragionare come Giona è che dice “meglio morire”, cioè, nel genere letterario favoletta, dove tutto è un po’ bianco o nero, ci viene detto, quello che è in gioco qui è la vita. Il discernimento non è un lusso intellettuale per gente che non ha niente da fare, e preoccuparsi che il ragionamento sia nella direzione giusta, che il discernimento sia a partire dalla realtà, è un bene primario, perché riguarda vivere o morire. La verità non è un lusso: la verità nostra o altrui fa le nostre vite viventi o cadaveriche, e le vite degli altri viventi o cadaveriche. È questione di vita o di morte. A tutto questo ragionamento di Giona, il Signore risponde con una frasetta, secondo il racconto:

4Ma il Signore gli rispose: «Ti sembra giusto essere sdegnato così?».

Non gli fa una questione sul suo dispiacere, ma gli dice: “Ti sembra giusto essere sdegnato così?” Cioè, sei sicuro che il ragionamento che stai facendo ha una logica di relazione alla realtà? Traduco, questo è il problema, è l’unica domanda che il Signore pone in questa storia. E tra l’altro è carino perché il Signore non sta tanto a spiegare con Giona, fa delle cose, è proprio realista, fa accadere delle cose e la domanda è: “ma ti sembra giusto essere sdegnato così?”. Su questa domanda potremmo, credo, discutere molto a lungo, sulle cose che ci stanno succedendo intorno e che forse succedono anche a noi. La moltiplicazione dello sdegno, dello sdegno irrealista e non legato alla verità, è una delle cose dentro cui stiamo in questo tempo e non è un bello starci. Allora cosa succede? Giona prosegue:

5Giona allora uscì dalla città e sostò a oriente di essa. Si fece lì una capanna e vi si sedette dentro, all’ombra, in attesa di vedere ciò che sarebbe avvenuto nella città.

E questo gesto è meraviglioso, perché dice esattamente che il discernimento operato al contrario porta alla sottrazione. Vado lì, mi sistemo, cerco di mettermi un po’ comodo e stiamo a vedere. Come se la faccenda fosse tra i Niniviti e Dio. Se Dio è misericordioso o no, se i Niniviti si sono convertiti davvero o no, fatemi vedere. Dio non si occupa di Ninive, su cui si è già ravveduto, non c’è problema, li lascia in pace. Si occupa di Giona che si è sottratto e fa crescere una pianta di ricino.

Anche qui, il discernimento in direzione sbagliata estranea, lui va fuori, si fa la capanna per sé, sta ad aspettare di vedere cosa succede. Il discernimento in direzione giusta coinvolge, sia perché fa crescere il ricino per Giona, ma anche perché lo fa seccare, cioè, non è necessariamente una carezza, può anche essere uno sganassone, ma comunque non estranea, mette in relazione. Una pianta di ricino, su questo si potrebbero fare seimila ragionamenti, è una figura molto usata nella lettura allegorica della scrittura. È stato tantissimo usato, ci sono migliaia di commenti, interpretazioni anche sulla parola ebraica che lo indica, perché c’è tutto un gioco di parole possibili che vi risparmio. Ma di per sé è evidente che Giona si è già fatto una capanna da solo, che lo ripara dal sole. E Dio gli fa crescere una pianta frondosa sopra la capanna per dargli più frescura. È l’eccesso, non ce n’era bisogno, Giona si era già fatto la capanna, aveva già pensato a se stesso, ma Dio gli regala un eccesso di bellezza, una pianta. E che cosa succede?

6Allora il Signore Dio fece crescere una pianta di ricino al di sopra di Giona, per fare ombra sulla sua testa e liberarlo dal suo male. Giona provò una grande gioia per quel ricino.

Giona provò una grande gioia per quel ricino, ma allo stesso modo il giorno dopo Dio scassa quello che ha creato. Manda un verme, il verme fa seccare il ricino e per buona misura, per eccesso, ancora una volta, per eccedenza, Dio fa anche soffiare il vento d’Oriente. Il vento afoso, fa schiattare Giona di caldo, e Giona con il suo tono melodrammatico dice:

«Meglio per me morire che vivere».

Non basta l’estraneità per salvarsi la pelle, che è una delle cose di cui credo non ci convinceremo mai. Abbiamo sempre un po’ l’illusione che se mi tengo in disparte, non mi coinvolgo troppo, sto un attimo sulle mie, io mi occupo delle mie cose, voi occupatevi delle vostre, faccio un po’ per dirla come ogni tanto dicono i miei amici romani: “Faccio un po’ il cuneese”, cioè mi tengo un po’ indietro, me la cavo, aspetto, vedo cosa succede e poi posso pontificare: “Avete visto?”, ma non è così.

«Meglio per me morire»

Perché non basta chiamarsi fuori per risolvere il problema, come i cuneesi sanno. Nel senso che nonostante i loro tentativi di chiamarsi fuori, poi da qualche parte ti trovi comunque implicato nella vita.

9Dio disse a Giona: «Ti sembra giusto essere così sdegnato per questa pianta di ricino?».

Gli rifà la domanda, Giona non gli ha risposto, e allora Dio insiste, cioè, Dio misura la realtà, costringe Giona ad una domanda, non si può sottrarre, deve rispondere, e allora Giona dice:

«Sì, è giusto; ne sono sdegnato da morire!»

Ho proprio ragione io, come ero così contento! E questo secca.

10Ma il Signore gli rispose: «Tu hai pietà per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita! 11E io non dovrei avere pietà di Ninive,

Il Signore gli dice, traduco con parole mie: “Tu ti sdegni per una storia di estraneità, e io non dovrei lasciarmi coinvolgere da una storia di relazione con Ninive, come con te, come con tutti? Ti sembra giusto?” E questa domanda chiude il libro, rimane aperta, rimane la domanda che ci riguarda, ma c’è una piccola appendice, che è molto interessante dal mio punto di vista, quando si descrive la città di Ninive.

11E io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città, nella quale vi sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?».

Questo è il modo classico nel mondo antico per indicare i bambini: l’età di ragione indicata dal saper distinguere la mano destra dalla sinistra. Come dire, chi sa distinguere la destra e la sinistra è un adulto. In realtà qui le 120.000 persone non sono tutti bambini. Il problema è che distinguere, discernere è esattamente il tema, quello che i 120.000 abitanti di Ninive non sapevano fare era discernere la realtà e Dio dice: “Quando gli ho mandato il profeta che gli ha detto convertitevi, loro hanno capito, e prima non lo sapevano, non avevano capito un tubo”. Non è un problema se quando hanno gli strumenti per capire, capiscono. Ma Giona sa distinguere la destra dalla sinistra? Ahimè sì, e sapendo distinguere, però, si chiama fuori, non fa i conti con il reale, si pone in una situazione di estraneità.

Qui mi fermo, nel senso che mi sembra che questo testo è carino nella forma letteraria, ma bello intenso nel suo contenuto. Ci dice che c’è un dato oggettivo rispetto alla verità che è il discernimento della realtà, il costruire un discernimento nella direzione giusta. Non è capire chissà che cosa, trovare chissà che soluzioni, ma è partire dalla realtà, interpretare secondo Dio. Pensare che possiamo cambiare noi stessi: tre piccoli passi e abbastanza sani. Questo implica che la conseguenza è una storia di relazione, non di estraneità, di relazione con il reale. Dove dunque, quello che dicevamo all’inizio, l’idea che, rispetto al reale, si può solo o sentirsi impotenti e colpevolizzare gli altri, il fato, il destino, dire “è andata così”, o adattarsi, è troppo poco. Rispetto al reale si può e si deve discernere, che, se volete, detto in termini teologici, è abitare la storia come la storia di salvezza, cioè stare dentro il reale com’è, senza raccontarsi delle strane storie, ma anche stare dentro il reale com’è nella sua forma più promettente, non sempre evidentemente una cosa facile, ma la verità della storia è il suo carattere promettente.

Chiudo, dunque, riprendendo la questione della citazione nel Vangelo di Matteo. È ovvio, i tre giorni nel ventre della balena è l’immagine facile del sepolcro, ma di per sé mi sembra che la lettura che abbiamo fatto sia molto interessante. Il segno che sarà dato a questa generazione, che non vuol dire solo alla generazione contemporanea di Gesù, vuol dire in generale, è il segno misterioso del discernimento, del reale, della storia che accade. Non è un segno straordinario, è il segno del fatto che la realtà c’è e che di fronte alla realtà siamo chiamati a discernere. E questo non è nella direzione che saremmo tentati di pensare del giudizio sugli altri, discernere come giudizio sugli altri, sulla realtà. È esattamente discernere nel senso di cui abbiamo parlato, dell’assumere la realtà, interpretarla e cambiare sé in relazione alla realtà. Non come semplice adattamento, ma come decisione consapevole. In qualche modo, se ci pensate, è la grande dinamica dell’incarnazione del Signore: Gesù che si fa uomo assume la realtà umana, la interpreta secondo Dio e muore in croce e non fa morire. Questo è il segno che abbiamo, della storia che c’è, che dunque non è mai, né solo oggetto di adattamento, né solo oggetto di colpevolizzazione o lagna.

Mi sembra una lettura, come dire, la storia è carina, sta alla pari dei presepi, di Gesù Bambino, cioè di questo livello narrativo natalizio, però anche con un po’ di buon senso dell’incarnazione, insomma, non proprio da bambini, e dunque: Buon Natale!

Fossano, 15 dicembre 2018

(Testo non rivisto dall’autore)

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