19 Gennaio 2019
Stella Morra

4. La sovrabbondanza del non ancora (in comune)?

Commento a: Os 2, 4-25


Riprendiamo la nostra riflessione che stavamo conducendo intorno al tema della verità con l’ultimo dei brani dell’AT; il punto “di arrivo” della riflessione più antropologica, più descrittiva di come funziona il movimento tra gli umani. Tradizionalmente nel nostro itinerario i primi quattro testi che vengono dall’AT sono sempre più descrittivi di alcune realtà che ci riguardano tutti, uomini e donne di ogni tempo, e cerchiamo di individuare alcuni assi della nostra esperienza. La seconda parte dei testi che vengono dal NT tentano, normalmente, di essere più cristologici, legati alla novità portata da Cristo rispetto al tema, ciò che in un certo senso non verrebbe istintivo.

In questo primo pezzo di percorso abbiamo cominciato col testo di Giuseppe e con le menzogne che dice ai fratelli per stabilire la verità, per porre loro nella condizione di poter affrontare la verità tra di loro, con il padre e con lui. L’avevamo chiamato “tra verità e sincerità”, dove in qualche modo la sincerità puntuale dei fratelli, che sono sinceri quando dicono di non aver rubato niente, in realtà viene smentita da una mancanza di verità più antica. Abbiamo, poi, visto il testo dei Numeri, il popolo è nel deserto e manca l’acqua. È Mosè che fa una verità perché sia possibile vivere. La verità per il gusto dell’aver ragione, la verità puramente conoscitiva, la verità che dice il vero senza far vivere è una verità abbastanza estranea all’umanità. La verità di cui siamo tentati, di un’esattezza senza scopo, o per il solo scopo di affermare la nostra ragione. Il testo dei Nm ci mostra che c’è una verità che fa vivere e una verità che fa morire. I primi due testi erano da un certo punti di vista più “individuali”, potevano essere applicati anche al singolo, al suo dibattito interiore. Nel testo dell’ultima volta, Giona pone il problema della realtà. Giona è nel rapporto con Ninive, con Dio che gli dice delle cose, con “altro” che non è solo sé e la sua coscienza, un altro che nel caso di Dio è piuttosto potente, che ha la possibilità di opporsi alle decisioni di Giona in modo significativo. In qualche modo in questo testo di Giona veniva fuori la riflessione di come la verità richiede un processo di discernimento rispetto al reale, ha una questione di confronto con l’esterno da sé, non è solo un movimento interiore che si può descrivere in astratto senza calcolarne le conseguenze, le cause, il gioco di relazioni che si crea intorno.

Il libro di Osea

Il testo di oggi del libro di Osea che è uno dei libri profetici di cui alcuni versetti almeno sono molto conosciuti. È un libro strano e questo è un testo strano all’interno del libro. Il titolo che ho voluto dare: “La sovrabbondanza del Non Ancora”, vedremo mano a mano cosa significa. Questo è appunto un testo sovrabbondante. Lo è tutto il libro del profeta Osea ma in particolare questo testo dal capitolo 2. Credo che tutti più o meno conosciamo almeno a orecchio la storia. I libri profetici sono spesso costruiti secondo uno stilema classico: un racconto di vocazione all’inizio in cui si dice che questo signore, per esempio Isaia o Geremia, stava facendo i fatti suoi, stava bene, era contento, non gliene fregava niente. Ma Dio lo strappa da questa condizione e lo mette di solito in una pessima situazione, cioè lo mette un po’ come Giona a dire la “verità”, a dire al suo popolo, ad altri, quali sono le conseguenze, di cui sembrano non essere consapevoli, di ciò che stanno costruendo e strutturando. Poi il terzo passo in genere è la consolazione, quando la parola profetica funziona c’è una parte del libro di consolazione, allora tornerà il preannuncio messianico, un mondo che ritorna ordinato nella misura in cui è sventata la disattenzione al reale. In questo stilema classico succede che la parte biografica del profeta è nel racconto di vocazione, spesso anche molto breve, tre o quattro versetti, in cui si dice che questo era agricoltore piuttosto che pastore, stava lì, faceva le sue cose, Dio parlò e da lì comincia tutta la storia. Poi, il libro si struttura per oracoli, cioè il profeta fa dei discorsi al popolo.

Il libro del profeta Osea è un po’ strano perché le due parti, biografica e la parte degli oracoli, sono assolutamente intrecciate, durano per tutto il libro e in qualche misura non sono distinguibili. Di Osea si leggono sempre alcuni brani, quelli nella liturgia e che sono i più belli anche letterariamente. Non è molto lungo, se lo leggete tutto di fila vi rendete conto che ogni tanto non si capisce più se sta parlando di sé, di una vicenda reale, di una vicenda simbolica, del popolo di Israele, della storia intorno a lui. Non si capisce di cosa sta parlando perché la confusione dei due piani è fortissima. In questo senso è un libro di sovrabbondanza, cioè un libro che da un certo punto di vista utilizza una narrazione moderna, contemporanea, quasi post-moderna. È un flusso di coscienza in cui, come ci ha insegnato Joyce, si scrivono le cose man mano che arrivano a razionalità, senza preoccuparsi dell’ordine, della successione, della cronologia, dell’unità del racconto. Quello che si evince alla fine del libro è che non ci sono degli oracoli distinti dalla sua vita, la sua vita e le cose che dice sono la stessa cosa, o comunque sono strettamente intrecciate, solo l’uno simbolico dell’altro. Sono continuamente una sovrabbondanza simbolica, le cose che accadono spiegano la vita di Osea e la vita di Osea spiega le cose che accadono.

Da questo punto di vista c’è un tema trasversale, che si vede parzialmente nel brano di oggi e si vede nell’insieme del libro e che dobbiamo sempre tenere presente: la verità di questo racconto è ambigua, come la verità spesso è ambigua. È molto difficile sapere da quale punto di vista è vero ciò che vado dicendo o sentendo. Spesso delle cose che sono biograficamente vere non sono storicamente vere, spesso cose che sono storicamente vere non sono biograficamente vere e così via. Cose che sono individualmente vere non sono collettivamente vere, eccetera. Il libro di Osea da questo punto di vista è molto interessante perché costruisce una specie di filo per abitare l’ambiguità, non per scioglierla, non per dire chi ha ragione e chi torto, ma per far andare avanti le cose insieme, per fare in modo che tutte le dimensioni servano a vivere. Leggo il testo dal capitolo 2 e poi lo commentiamo.

Il testo

2 4Accusate vostra madre, accusatela,

perché lei non è più mia moglie

e io non sono più suo marito!

Si tolga dalla faccia i segni delle sue prostituzioni

e i segni del suo adulterio dal suo petto;

5altrimenti la spoglierò tutta nuda

e la renderò simile a quando nacque,

e la ridurrò a un deserto, come una terra arida,

e la farò morire di sete.

6I suoi figli non li amerò,

perché sono figli di prostituzione.

7La loro madre, infatti, si è prostituita,

la loro genitrice si è coperta di vergogna,

perché ha detto: «Seguirò i miei amanti,

che mi danno il mio pane e la mia acqua,

la mia lana, il mio lino,

il mio olio e le mie bevande».

8Perciò ecco, ti chiuderò la strada con spine,

la sbarrerò con barriere

e non ritroverà i suoi sentieri.

9Inseguirà i suoi amanti, ma non li raggiungerà,

li cercherà senza trovarli.

Allora dirà: «Ritornerò al mio marito di prima,

perché stavo meglio di adesso».

10Non capì che io le davo grano, vino nuovo e olio,

e la coprivo d’argento e d’oro, che hanno usato per Baal.

11Perciò anch’io tornerò a riprendere il mio grano, a suo tempo,

il mio vino nuovo nella sua stagione;

porterò via la mia lana e il mio lino, che dovevano coprire le sue nudità.

12Scoprirò allora le sue vergogne agli occhi dei suoi amanti

e nessuno la toglierà dalle mie mani.

13Farò cessare tutte le sue gioie,

le feste, i noviluni, i sabati, tutte le sue assemblee solenni.

14Devasterò le sue viti e i suoi fichi, di cui ella diceva:

«Ecco il dono che mi hanno dato i miei amanti».

Li ridurrò a una sterpaglia

e a un pascolo di animali selvatici.

15La punirò per i giorni dedicati ai Baal,

quando bruciava loro i profumi,

si adornava di anelli e di collane

e seguiva i suoi amanti, mentre dimenticava me!

Oracolo del Signore».

16Perciò, ecco, io la sedurrò,

la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.

17Le renderò le sue vigne

e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza.

Là mi risponderà

come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto.

18E avverrà, in quel giorno

– oracolo del Signore –

mi chiamerai: «Marito mio»,

e non mi chiamerai più: «Baal, mio padrone».

19Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal

e non saranno più chiamati per nome.

20In quel tempo farò per loro un’alleanza

con gli animali selvatici e gli uccelli del cielo

e i rettili del suolo;

arco e spada e guerra eliminerò dal paese,

e li farò riposare tranquilli.

21Ti farò mia sposa per sempre,

ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto,

nell’amore e nella benevolenza,

22ti farò mia sposa nella fedeltà

e tu conoscerai il Signore.

23E avverrà, in quel giorno

– oracolo del Signore –

io risponderò al cielo

ed esso risponderà alla terra;

24la terra risponderà al grano, al vino nuovo e all’olio

e questi risponderanno a Izreèl.

25Io li seminerò di nuovo per me nel paese e amerò Non-amata,

e a Non-popolo-mio dirò: «Popolo mio», ed egli mi dirà: «Dio mio»».

Il commento

Qui è assolutamente evidente il livello di confusione, di sovrapposizione tra la vicenda biografica usata come esempio (un matrimonio burrascoso del profeta, la similitudine tra Dio e Israele come un matrimonio) e l’intera terra, la creazione, che risponde al cielo, quindi un’idea di un matrimonio cosmico. È assolutamente tutto mescolato. Questo vi dicevo è abbastanza tipico del libro di Osea. Gli esegeti si sono divertiti a cercare di ricostruire la vicenda biografica di Osea: nell’introduzione trovate varie osservazioni per esempio che Dio avrebbe fatto sposare ad Osea una prostituta perché c’è un versetto all’inizio in cui si dice “va e prendi moglie in prostituzione” per scatenare in qualche modo il materiale del racconto, ma mi sembra una lettura forzata. Il problema non è questo, non è qual è stata la biografia reale di questo Osea. Il problema è che tra le biografie, la storia con Dio, l’alleanza di un popolo con Dio e con l’intero cosmo c’è un legame inenarrabile, di sovrabbondanza, c’è una verità che in qualche modo si verifica. Per dirla come la diremmo noi, non c’è niente di privato che non abbia un peso comune e pubblico e non c’è niente di pubblico e comune che non abbia un peso privato, per dirla con un linguaggio del novecento che sicuramente Osea non userebbe.

È interessante perché l’inizio di questo brano si rivolge ai figli:

2 4Accusate vostra madre, accusatela,

perché lei non è più mia moglie

e io non sono più suo marito!

Si tolga dalla faccia i segni delle sue prostituzioni

e i segni del suo adulterio dal suo petto;

5altrimenti la spoglierò tutta nuda

e la renderò simile a quando nacque

e la ridurrò a un deserto, come una terra arida,

e la farò morire di sete.

6I suoi figli non li amerò,

perché sono figli di prostituzione.

Qui c’è un primo elemento assolutamente centrale e molto inquietante, secondo me per noi ed è che la verità di una storia è sempre una verità relazionale. Osea si rivolge ai figli per accusare la madre, Dio si rivolge ad Osea per accusare il popolo. Non abbiamo un po’ il mito dell’idea di non far pesare sugli altri le cose, di farle pesare il meno possibile, dividere nettamente ciò che è il nostro privato da quello che riguarda gli altri, questi sono fatti miei, cosa c’entra? In realtà non è mai così, la verità degli esseri umani è una verità permanentemente relazionale, è un gioco di accuse e riconciliazioni, in negativo o in positivo, di comunioni, di nomi nuovi che è sempre incrociato, di rimando in qualche modo, che riguarda tutti. Questo è un elemento molto faticoso perché come si fa a rimanere sé assumendo la verità di una relazione? I moderni sanno bene che questa faccenda è particolarmente complicata, abbiamo meno mediazioni culturali, famiglie allargate, stilemi sociali che aiutavano di più a stare al proprio posto in un sistema di relazioni, ma anche essere più o meno sé stessi; oppure abolivano l’essere sé stessi, ti piazzavano in un posto che era il tuo posto e stavi lì. Noi per eccesso opposto tendiamo ad essere noi stessi nonostante tutto, contro tutto. Di per sé, però, c’è una verità di noi che si dà solo dentro delle relazioni e tutte le relazioni sono relazioni generatrici. Ci sono sempre una madre, un padre e dei figli, c’è sempre una generazione alla vita che ci viene dagli altri e che noi in qualche modo diamo agli altri. Personalmente ritengo, mi prendo la mia responsabilità nel dire questa cosa e al dico senza tante sfumature causa raffreddore, questo mi scusa un po’, posso dire le cose un po’ più dirette perché avete pazienza con me, io credo che uno dei grandi problemi dentro cui si combatte oggi nella nostra vita collettiva, comune, pubblica, politica, sociale è proprio questa cosa qua, non essere più assolutamente in grado di raccordare l’essere noi stessi, il sistema di relazioni in cui siamo e la comprensione che queste relazioni, nel bene o nel male, sono generatrici. Al di là delle cose che ciascuno di noi in qualche modo teorizza rischiamo a volte di generare molto male, di generare figli di prostituzione senza nemmeno volerlo in alcuni casi.

È interessante quello che viene detto dal profeta:

Si tolga dalla faccia i segni delle sue prostituzioni

e i segni del suo adulterio dal suo petto;

C’è questo tema dei segni, è chiaro nella vicenda biografica che Osea cerca le prove del tradimento. Dall’altra parte però, anche qui lo dico un po’ in fretta, c’è una verità che si dà per segni. La verità profonda degli umani si dà per segni, non per realtà, e i segni si possono mettere e togliere, noi di volta in volta decidiamo cosa mostriamo e cosa nascondiamo. In genere dobbiamo stare molto male per non essere in grado di nascondere i segni, nella normalità delle cose, tendiamo ad abitare in un grande silenzio relazionale, che è l’assenza di segni.

Ed è interessante perché lui dice:

Si tolga dalla faccia i segni delle sue prostituzioni

e i segni del suo adulterio dal suo petto;

5altrimenti la spoglierò tutta nuda

e la renderò simile a quando nacque,

e la ridurrò a un deserto, come una terra arida,

e la farò morire di sete.

altrimenti”, l’operazione non è una punizione, è la riduzione all’essenziale, poco dopo dirà:

la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.

Il deserto non è un brutto luogo secondo la struttura di Osea, che come tutti i profeti post-esilici ha il mito del deserto come tempo di purezza, in cui l’alleanza era molto rispettata, Dio e il popolo erano molto vicini perché il popolo era povero e non aveva ancora costruito il regno, i palazzi. Quindi il deserto è un po’ un mito e la grande punizione sarebbe “ti riduco all’essenziale, se non ti togli da sola i segni ti metto in una condizione di non avere più segni”. Qui ci sarebbe da riflettere sul tema della nudità: i vestiti sono per noi una cosa molto diversa dal tempo di Osea. Nelle società della miseria le persone normali avevano uno o due vestiti, lino e lana erano beni preziosi, sono citati tra i regali degli amanti. Noi abbiamo un altro rapporto ma la sostanza rimane la stessa, non ci vestiamo per coprirci ma per mostrarci, per essere noi che decidiamo cosa gli altri devono vedere, quanto e quale parte di noi e in quale forma devono poter riconoscere. Vestirci è il nostro volto pubblico, è qualcosa che ci caratterizza. Quando conosciamo un po’ una persona siamo in grado di dire “questa maglietta è inutile regalargliela, non la metterebbe mai”. Spogliare qualcuno significa privarlo del suo volto pubblico, costringerlo all’essenzialità di essere sé stesso senza difesa, senza possibilità di mediazione tra sé e l’esterno, privarlo di ogni segno, appunto.

7La loro madre, infatti, si è prostituita,

la loro genitrice si è coperta di vergogna,

perché ha detto: «Seguirò i miei amanti,

che mi danno il mio pane e la mia acqua,

la mia lana, il mio lino,

il mio olio e le mie bevande».

Non dovremmo immaginare questo ragionamento con la logica che noi abbiamo rispetto al matrimonio, che è una logica post-romantica, legata ai temi amorosi, è tutta un’altra logica rispetto a quella dell’antichità. Qui è molto più chiaro che il matrimonio è un contratto che produce dei beni, dunque se i suoi amanti gli danno pane, lana, lino, olio e le bevande, perché no? Perché non dovrebbe lasciare Osea per un altro?

È una società in cui una donna sola non aveva possibilità di sopravvivenza, in tutto l’AT la vedova fa parte delle categorie di cui aver cura. La vedova, gli orfani, gli stranieri non sono in grado di provvedere a se stessi e questa donna che provvede a se stessa attraverso dei maschi, perché no? È interessante perché quello che viene fuori è qualcosa che esce dallo stilema dell’esempio matrimoniale, è il rapporto geloso del Dio dell’Alleanza.

8Perciò ecco, ti chiuderò la strada con spine,

la sbarrerò con barriere

e non ritroverà i suoi sentieri.

Il Dio dell’Alleanza, che non è come i mariti, che ha un rapporto di gelosia con il suo popolo, non fa del male a lei ma chiude le strade, non consente di andare altrove e la costruzione è:

9Inseguirà i suoi amanti, ma non li raggiungerà,

li cercherà senza trovarli.

Allora dirà: «Ritornerò al mio marito di prima,

perché stavo meglio di adesso».

Questa frase ci fa venire immediatamente in mente la parabola del figliol prodigo, ritornerò alla casa di mio padre perché là anche i servi stanno meglio di me.

C’è un tema della verità delle nostre vite nel suo sistema di relazione che è un tema di ritorno all’essenziale, la spoglierò tutta nuda, di togliere i segni, e c’è un secondo tema che è il tornare, fare memoria, riprendere le fila, andare indietro per andare avanti, trovare il luogo dove alcune cose hanno origine, ricostruire la storia possibile.

11Perciò anch’io tornerò a riprendere il mio grano, a suo tempo

Anche Dio, o il Profeta, torna. Su questa cosa mi piacerebbe molto fermarmi perché è una delle cose su cui noi facciamo tanta fatica oggi. Non sappiamo dove il tornare è segno di lagnarsi, rimanere sempre lì, non andare avanti. Abbiamo il mito di andare avanti, diciamo sempre “è andata, lascia stare, vai avanti”. Dall’altra parte una delle grandi questioni della risurrezione è una tomba vuota, l’abbiamo detto tante volte, su cui non si può metter una pietra sopra e a cui bisogna in qualche modo sempre tornare, come le donne la mattina di Pasqua, che non è mai chiusa una volta per tutte fino all’ultimo giorno della storia. I segni della risurrezione sono sempre i segni di un ritorno creativo che certo non è un ripiegamento, si capisce perché il rischio del cristianesimo è il ripiegamento perché questo tornare a un deserto, a un tempo di povertà, di mancanza di mediazione, di segni, ha sempre in sé il rischio del piangersi addosso.

e nessuno la toglierà dalle mie mani.

Alle nostre orecchie questo fa venire in mente cose veramente brutte, la violenza sulle donne, perché guardiamo ai rapporti amorosi con gli occhi di oggi che sono un’altra storia. Quello che qui si dice è esattamente quello che dicevo prima, e volete, detto in termini più religiosi, quello che la scrittura dice quando dice che Dio è fedele, mantiene la sua parte, nessuno può togliere dalle sue mani questo popolo, nemmeno la sua prostituzione.

Salto un pezzo, il primo versetto di svolta è:

16Perciò, ecco, io la sedurrò,

la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.

Dopo tutta questa invettiva, dopo il duplice l’invito a ridurre e a tornare, a riprendere in mano dove è nata la storia, l’azione è ancora dalla parte di Dio, dalla parte del profeta, la sedurrò, la condurrò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Questo è uno di quei versetti che secondo me dovrebbe renderci molto tranquilli nei nostri tempi di discernimento, quando abbiamo bisogno di decidere. Possiamo sbagliare, è possibile, ma non sono mai errori senza vie d’uscita perché nessuno ci strapperà dalle sue mani. Saremo condotti nel deserto, forse, dunque ci toccherà rinunciare ad una serie di cose, essere ridotti al minimo, ma lì saremo sedotti, si parlerà al nostro cuore e troveremo una strada. Credo che se torniamo alle nostre storie ognuno di noi prende molto bene questa faccenda, che non è senza costi ovviamente, l’essere condotti in un deserto non è un pic-nic, è una questione un po’ più complessa, ma è una questione potente, è una verità di sé che si va facendo.

17Le renderò le sue vigne

e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza.

Anche qui sarebbe molto bello, nell’ ambiguità simbolica del testo, ragionare un po’ su come a questo versetto si accoppia il gioco di parole di Acor, che vuol dire “porta della disperazione”, in porta di speranza. Il concetto è la porta, c’è un passaggio, c’è una soglia da attraversare, c’è un qualcosa che ci fa andare in un altro luogo.

Là mi risponderà

come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto.

18E avverrà, in quel giorno

– oracolo del Signore –

mi chiamerai: «Marito mio»,

e non mi chiamerai più: «Baal, mio padrone».

Anche qui c’è un gioco di parole che nella traduzione si perde perché marito e padrone si dicono quasi allo stesso modo e siccome i Baal sono identificati nella nostra tradizione, addirittura nella Scrittura, con le divinità pagane, gli idoli, è buffo perché Baal rimane Baal e non diventa padrone mentre marito diventa marito. Alcune cose vengono tradotte e altre no, vengono lasciate come se fossero un nome proprio e quindi alla fine il gioco di parole si perde completamente. Ma, di per sé la cosa interessante è che il passaggio successivo a questa porta è il gioco delle risposte e dei nomi. Lei mi risponderà e mi chiamerà, io risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra. I figli Non-Amata e Non-Popolo-Mio cambiano nome, i Baal non saranno più chiamati per nome. Rispondere, chiamare per nome, è il gioco delle relazioni. Accusate vostra madre, io risponderò al cielo, la terra risponderà al cielo, il cielo e la terra risponderanno a Izraeel.

Il gioco delle relazioni è un gioco che chiama per nome, con i nomi giusti, fa verità e risponde, cioè entra in un dialogo.

21Ti farò mia sposa per sempre,

ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto,

nell’amore e nella benevolenza,

22ti farò mia sposa nella fedeltà

e tu conoscerai il Signore.

È una visione escatologica, amerò Non-Amata e a Non-Popolo-Mio dirò Popolo Mio. È la restituzione di un sistema di relazioni nella giustizia, nel diritto, nell’amore e nella benevolenza.

20 un’alleanza

con gli animali selvatici e gli uccelli del cielo

e i rettili del suolo;

arco e spada e guerra eliminerò dal paese,

e li farò riposare tranquilli.

Tutto questo per dire che c’è una verità che dipende strettamente dalla sovrabbondanza delle relazioni, di ciò che non c’è ancora, di ciò che può esserci solo nella misura in cui nomi e risposte mettono in gioco una storia. Questa verità non è una verità che ci è data o che si sa, ma è una verità che si va facendo e questa è la vera apertura al NT, a quello che ci dirà Gesù, che è un’idea di verità completamente diversa, che non è una verità razionale, filosofica, mentale. È la verità di una vita che si va facendo.

Nessuno di noi trent’anni fa era in grado di predire assolutamente quale che sarebbe stata la sua verità di oggi e probabilmente è meglio così perché se l’avessimo saputo trent’anni fa forse non “avremmo venuto”, spiegato in teoria forse ci saremmo spaventati eppure la nostra storia ha fatto e va facendo la sua verità. Questo mi sembra veramente la sovrabbondanza della verità, che non è mai racchiudibile in un’esperienza di una frase, di una posizione, è sempre in una storia che si va facendo che è una storia relazionale di risposte e di nomi.

Fossano, 19 gennaio 2019

(Testo non rivisto dall’autore)

Anno pastorale: 2018/2019

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