9 Maggio 2015
Stella Morra

8. Cibo da altrove, del chiedere

Commento a: Lc 11, 1-13


Premessa

Siamo all’ultimo incontro di questo ciclo di lectio sul tema del cibo come linguaggio elementare della vita, dell’esperienza umana e antropologica, ma anche della vita e della vita credente.

Abbiamo descritto la dinamica del cibo per gli umani con tre termini che richiamo velocemente attraverso i testi commentati:

  • l’ambiguità ovvero il cibo che è maledizione e benedizione (nel racconto di Giuseppe);
  • la responsorialità ovvero l’idea che il cibo è sempre qualcosa che viene da fuori che implica un altro e una risposta (la manna);
  • l’irriducibilità del cibo che ha un nucleo concreto cui non si può andare al di sotto perché è un livello di realtà in cui le intenzioni, le parole e i ragionamenti stanno a zero, il cibo c’è o non c’è, migliore o peggiore, più farcito o meno, ma c’è. Questo è un nodo che oggi sottolineerò perché è uno di quegli elementi su cui facciamo più fatica per via della nostra illusione permanente di poterci fare da soli, che ci fa innervosire quando c’è un elemento che viene dall’esterno e che ha un suo nucleo e che c’è o non c’è. Questo oggettivamente mette di fronte al dramma dell’assenza, sulla quale non si può filosofare più di tanto.

Faccio un esempio per chiarire quando dico che questa cosa ci infastidisce: la stessa cosa capita con il tema della povertà, che può avere molte questioni ma è un linguaggio elementare come il cibo; c’è un nucleo irriducibile di realtà perché ad un certo punto bisogna avere un certo distacco dalle cose altrimenti non c’è la povertà.

Nella storia del Cristianesimo questo ha provocato milioni di discussioni sui “poveri in spirito” per cui si è iniziato a dire che è un atteggiamento interiore, un modo di essere… Invece no, questa è la nostra fatica a riconoscere che la povertà ha un nucleo irriducibile ovvero se hai 3 milioni di euro sei ricco, non sei povero, puoi essere un ricco gentile, caritatevole, buono e generoso, ma se sei ricco non sei povero. Rispetto al cristianesimo questo fa una differenza.

Quando dico un nucleo di irriducibilità intendo un dato di realtà del cristianesimo, cioè nell’esperienza cristiana a un certo punto ci sono due o tre cose fondamentali che sono on/off, o ci sono o non ci sono. Sono saperi elementari irriducibili che non riguardano l’intenzione, lo stato d’animo, sono dati di realtà.

Sempre per dirlo con tre parole, l’altro percorso corre su:

  • Aspetto “politico”: il cibo ha valore politico perché suppone sempre un noi, non me lo posso dare da solo proprio perché responsoriale, perché è una realtà, cibarsi è la rottura radicale del narcisismo perché non posso darmi, nutrire la vita da solo, devo introdurre qualcosa dall’esterno. Introduce l’idea di un noi perché ci sono solo due modi per non bastarsi l’esercizio di un potere, non ce la faccio da solo quindi rubo a te oppure l’altro modo di vivere un noi politico, il cibo ci fa fratelli e sorelle, io ho il pane tu non hai niente, facciamo a metà.
  • Verità: del cibo che ci è dato secondo il gesto creazionale di Dio, il cibo ci è dato perché tutti possano vivere in relazione ai:
  • Bisogni/desideri.

L’ultima volta abbiamo letto quel testo apparentemente triste dell’annuncio del tradimento di Giuda a partire dal gesto di mangiare nello stesso piatto. Avevamo ragionato sul tema del tradimento.

Di fronte a un sapere elementare si capisce bene che cos’è un tradimento dell’affidamento, del noi politico e dell’irriducibilità del reale. Giuda è tramandato come traditore, ma chi e cosa tradisce? Gesù era una figura pubblica, era conosciuto, quindi che cosa tradisce Giuda? Non nel senso di una spia che tradisce un segreto, ma viene meno a queste tre strutture fondamentali che sono l’affidamento (l’altro come amico), il noi politico (il pensare insieme con gli altri), l’irriducibilità del reale (Gesù ha un’altra strada nella testa e non è quella di vincere i romani). Una cosa che mi colpisce sempre molto rispetto ai saperi elementari è che quando si propone un esame di coscienza ai bambini come agli adulti, alla fine la griglia concreta è costituita dai 10 comandamenti. È assurdo: è come se per fare un resoconto della propria vita dovessimo far finta che Gesù Cristo non c’è stato, e andare indietro all’Antico Testamento, ai 10 comandamenti e riassumere tutto in una serie di norme basate sul sì e sul no. Di fronte a questo l’adulto medio in genere, non per bravura ma per impossibilità, dice che va tutto bene, non vede i peccati. Penso che da adulti dovremmo imparare ad usare criteri di giudizio sulla nostra vita più cristologici che sono più rispettosi della complessità in cui ognuno di noi si trova. I 10 comandamenti andavano bene in una società primitivamente organizzata, ma per noi rischiano di essere quasi irrilevanti. Un riferimento cristologico rischia di diventare però generico: il criterio di Gesù è l’amore e si pecca quando non si ama abbastanza. Ma cosa vuol dire amare abbastanza? Chi? Quando? Come? I propri figli? I colleghi? Quelli che incontri sull’autobus al mattino? Cosa significa? Invece non tradire la struttura di affidamento con cui siamo stati creati, non tradire il noi politico, non tradire l’irriducibilità del reale già mi sembrano i criteri più interessanti. Ad esempio il tradimento di un noi politico avviene quando decido sempre pensando io e non pensando noi, cioè quando non considero cosa succede agli altri.

Ora la domanda è: come si fa? Richiede attenzione, vigilanza su di sé molto forte, essere capaci di capire la profondità della propria vita. Le generazioni passate avevano elaborato dei criteri molto semplici da applicare anche se un po’ restrittivi del tipo: se una cosa ti fa piacere è peccato, se ti costa fatica è un merito; ma questa impostazione ha trasformato il cristianesimo in una sorta di masochismo. Molte vie religiose e spirituali hanno elaborato dei sistemi per rispondere a questa domanda, il criterio che adotto è che nei tempi che viviamo e per gli uomini e le donne che siamo tutti i criteri troppo facili sono falsi, perché noi siamo complicati. L’esito ultimo delle soluzioni troppo facili è il fondamentalismo. Il fondamentalismo di molte religioni, non necessariamente il terrorismo, è il modo di rispondere al come rifiutando la complessità della domanda, tracciando una linea netta tra buoni e cattivi, tra cose che si possono o non si possono fare.

Il brano di oggi vorrebbe essere un piccolo viatico, un piccolo cibo di accompagnamento.

Il testo

1Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». 2Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:

Padre,

sia santificato il tuo nome,

venga il tuo regno;

3dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,

4e perdona a noi i nostri peccati,

anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,

e non abbandonarci alla tentazione».

5Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, 6perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”, 7e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, 8vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.

9Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 11Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? 12O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? 13Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Quest’insegnamento sulla preghiera si trova anche in Matteo e Marco, ma ho scelto quello di Luca perché molto più chiaro linguisticamente, più sintetico. Il titolo della riflessione di oggi è cibo da altrove: del chiedere. Mi sembra che la struttura fondamentale che questo sapere elementare del cibo mette in movimento in questo percorso è l’affidamento, fidarmi che qualcosa dall’esterno entra in me e mi nutre, non mi uccide. Non è veleno ma cibo, nutrimento. È benedizione. Ciò che non sono io è benedizione per me. Il come in questo caso può essere uno solo ovvero chiedere. Se la benedizione viene da altrove non me la posso dare, non me la posso costruire, non me la posso guadagnare, la devo chiedere. Il tema del chiedere, nonostante tutte le riduzioni di tipo intellettualistico fatte sul tema dal cristianesimo, permane fortunatamente e fortemente collegato nella testa dei credenti al tema della preghiera. Imparare a pregare. Qualcuno ce lo deve insegnare. La cosa interessante è che Gesù ad un certo punto smette di pregare, nel vangelo si dice sempre quando Gesù finisce, ma mai quando inizia. Pregare è una misura. Non significa necessariamente che sia una misura temporale, perché potremo quasi dire che vivere è pregare. È una misura della cosa in sé. Faccio un esempio che potrebbe sembrare irriverente: quando ci si vuole bene, il desiderio, la passione dei corpi è fondamentale, è debordante soprattutto all’inizio e se si è molto giovani; ma identificare l’amore tra un uomo e una donna con l’esercizio della sessualità è un gran pericolo, perché nel corso del tempo l’esercizio della sessualità cambia, a seconda di come le persone stanno, di cosa vivono, di quali preoccupazioni hanno nella testa, ma non si può nemmeno eliminare, e soprattutto significa molto di più e molto di meno, che non compiere insieme degli atti sessuali. Questo è uno dei motivi per cui, una volta liberata culturalmente la sessualità, non si sposta di un millimetro che cosa vuol dire svegliarsi con un’altra persona e dividere con lei la vita. Quello è un pezzo e la vita è un tutto.

La preghiera funziona allo stesso modo, è l’affidamento della nostra vita a Dio, e poi ha dei gesti e dei luoghi concreti, che si imparano e che finiscono, che hanno dei luoghi e dei tempi determinati.

Spesso noi abbiamo confuso le due cose, cioè abbiamo confuso la preghiera con le preghiere. La maggior parte delle persone che dicono che non sanno come pregare, in realtà si riferiscono alle preghiere, e ci sono spazi e situazioni della vita in cui non c’è tempo per le preghiere, ma questo non dice niente sulla preghiera.

La preghiera è la domanda sul come, ma non un come generico… La preghiera ha sempre un luogo e un tempo: come, adesso, qui? In questo ha molto ragione Papa Francesco quando dice di portarsi in tasca un vangelo su cui leggere ogni tanto un versetto. In una logica di intimità quotidiana credo che questo abbia un valore.

Ed egli disse loro: “Quando pregate, dite…

È interessante, Gesù non dice pensate, credete, ma dite, cioè richiede un atto, non un’intenzione; non dice nemmeno concentratevi e cercate di capire quello che state dicendo oppure dite con grande fede; afferma semplicemente dite, fare un atto, questo perché il livello elementare è un livello di realtà. Allo stesso modo quando la Chiesa faceva i Concili di condanna e alla fine scriveva gli anatemi che cominciavano così: se qualcuno dice… Sia scomunicato… Non diceva se qualcuno pensa. Il verbo dire in questo caso non è una forma di ipocrisia ma un atto performativo, se io dico cambio la realtà, cambio me e cambio il mondo. Se lo penso non succede niente. Il cristianesimo ha un suo nucleo realista.

Padre,

Qui Padre vuol dire un affidamento radicale, colui che ha cura di noi come un padre. Quando diciamo Padre non diciamo che Dio è padre, ma gli diciamo che noi lo riconosciamo come padre, come un’origine buona e sicura che non lascerà che nessuno dei suoi figli si perda, come l’unico altro da cui può venire solo benedizione.

sia santificato il tuo nome,

E’ il riconoscimento della responsorialità e del “politico”, qualcuno che riconosco come soggetto, altro da me.

venga il tuo regno;

E’ il regno messianico, dove lupo e agnello possono dire noi.

dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,

Al cuore di questa preghiera sta il cibo, posso chiedere perché senza cibo muoio.

Nella prima metà riconosciamo Dio come soggetto, nella seconda si parla di noi come persone che chiedono:

e perdona a noi i nostri peccati,

anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,

Ci mettiamo dalla parte della verità perché sappiamo che abbiamo dei peccati da perdonare; non è un’ipotetica, è un’affermativa: sappiamo che abbiamo peccati di cui essere perdonati.

…e non abbandonarci alla tentazione”.

E’ la grande espressione del desiderio, oggi noi scriveremmo “non lasciarci desiderare invano”. Il desiderio di quanti cominciano a temere di non avere un interlocutore, che hanno paura di affidarsi, che non sanno a chi rivolgersi alla loro preghiera.

Poi seguono due quadretti, l’amico e il padre, che riguardano entrambi il cibo:

5Poi disse loro… (fino al v. 12).

Nell’esempio dell’amico importuno che arriva di notte emerge l’importanza di pregare con insistenza, se si insiste alla fine si ottiene; invece, nell’altra c’è un padre a cui un figlio chiede… Interessante che non viene detto cosa verrà dato o meglio lo si dice alla fine:

Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!

In mezzo a questi due quadretti c’è “chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”, ovvero una spiegazione per chi non capisce: chiunque chiede riceve, chiunque cerca trova, a chi bussa sarà aperto. Nel linguaggio antico ripetere la stessa frase più volte serviva proprio per far capire meglio.

Qui è descritta la dinamica fondamentale, non quella che dovrebbe essere, ma quella che è. Ci andrebbe un bell’esame di coscienza, occorrerebbe chiedersi se quando abbiamo davvero cercato abbiamo trovato… Che cosa abbiamo trovato è un altro paio di maniche, ma qualcosa abbiamo trovato, forse non quello che andavamo cercando.

La realtà dell’esistenza è che se ci mettiamo in ricerca qualcosa troviamo, che chi chiede qualcosa riceve.

Qui si gioca l’essere credenti o no, ma se io chiedo a Dio quello che arriva è il bene. Perdonare e dimenticare non è la stessa cosa: perdonare è un atto volontario, ma non possiamo decidere di dimenticare. Ho scoperto che nel Medioevo c’era una messa motiva specifica per chiedere il dono dell’oblio perché ricordare o dimenticare non è una scelta. Perdonare invece è un’azione della volontà, cioè dipende da me, dimenticare invece non è un’azione della mia volontà, al più è un sintomo.

Il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!

Questa è la conclusione di tutto il percorso. Lo Spirito Santo è il Dio con noi che ci dice come. Infatti la tradizione ci dice che i doni dello spirito – intelletto, coscienza, consiglio, prudenza… -, cioè tutti quei doni che servono a decidere il come, a capire meglio, ad agire con prudenza, ad essere attenti, interpretativi, svegli… sono i doni dell’interpretazione. Noi chiediamo sempre la stessa cosa: che il Padre ci dia lo spirito Santo per sapere come fare, per capire meglio. I saperi elementari ci portano alle domande elementari, alle cose piccole quotidiane, al come. Non a caso è stato il tema di uno dei primi anni di lectio.

Fossano, 9 maggio 2015

(testo non rivisto dal relatore)

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