11 Ottobre 2014
Stella Morra

1. Giuseppe il nutritore, dell’ambiguità

Commento a: Gen 45, 1-15


Premessa

Mi sono divertita molto a preparare il percorso che inizia oggi e spero che vi divertirete ad ascoltarlo. Dopo aver condiviso pensieri e proposte, ma affidandosi soprattutto al mio giudizio, il consiglio dell’Atrio dei Gentili ha scelto di prendere lo spunto per il ciclo di Lectio dal tema dell’Expo di Milano 2015: “Nutrire il pianeta. Energie per la vita”, dietro cui sta nelle sue mille sfaccettature il tema del cibo e della nutrizione, ovvero del cibo come oggetto e della nutrizione come atto, come gesto di condivisione e di legame. Come succede sempre nell’Expo, il tema è molto ampio e sarà declinato in vari modi. Se date un’occhiata al sito ufficiale vi renderete conto che vi sono già molte idee, alcune forse un po’ strane ma divertenti. Si tratta di una questione quotidiana, semplice, che attraversa molto la nostra vita, e dunque rischia di diventare un tema su cui non si fanno riflessioni se non quando si presenta un problema: una grande carestia, la divulgazione dei dati Unicef su quanti bambini muoiono di fame o – questione recente – le campagne di sensibilizzazione; ho visto in televisione una pubblicità in cui si propone l’adozione “di vicinanza”, non più quella “a distanza” e si rendono note le cifre sul problema della povertà e della denutrizione in Italia. Il rischio è che si rifletta sulla questione nella misura in cui costituisce un problema e per lo più il problema è altrui, anche perché il nostro problema è l’eccesso di cibo, non certo la mancanza. Cioè casomai ci poniamo il problema della dieta.

Da questo punto di vista ci è parso essere uno di quei problemi di fondo che di solito non è letto in relazione alla vita dei credenti; non ci chiediamo mai quanto tempo e/o quante energie dedichiamo alla questione, che riguardi noi o quelli di cui dobbiamo avere cura. In realtà è una fetta significativa della nostra esistenza e per certi versi è neutrale rispetto alla vita di credenti: serve a vivere, ha un peso, un valore, una simbolica, ecc… questo dunque è lo spunto da cui partiamo. Il grande tema è il cibo.

Ovviamente non appena abbiamo iniziato a indagare la questione, si è aperta una voragine, perché si tratta di un ambito molto studiato. Uno degli articoli che abbiamo segnalato, “La dittatura della polpetta”, un testo assolutamente intelligente, si chiede: ma perché parliamo così tanto di cibo? Improvvisamente siamo diventati una società in cui se vuoi essere certo del successo di una trasmissione televisiva o di una rivista o di un libro, devi infilarci dentro qualche ricetta. L’autore fa notare inoltre come questo sia uno dei pochi ambiti in cui il mondo femminile sta cedendo il passo a quello maschile. Mentre le professioni sono diventate da maschili a femminili, in genere con una diminuzione di stipendio, prestigio sociale, ecc.. in ambito culinario si rileva una controtendenza. I grandi chef sono maschi, molti partecipano a contest televisivi o fanno pubblicità, ma il prestigio onn diminuisce, semmai aumenta. Gli uomini non preparano certo un’insalata e due uova che vanno bene per mangiare pranzo durante la settimana. Si tratta di una cucina raffinatissima, mentale, studiata nei minimi particolari. Ne approfitto per segnalare un altro titolo: “Il valore simbolico e letterario del cibo”. Non si tratta di un saggio particolarmente interessante, ma in 15 pagine l’autore fa un riassunto molto completo, utile per chi non ha mai avuto occasione di riflettere sull’argomento.

Passare dalla natura alla cultura

Dunque il mondo del cibo apre una voragine, nel senso che ci fa capire quanto tutto questo sia profondo nella sua struttura antropologica e quanto rechi con sé un mondo di relazioni e di legami. Claude Lévi-Strauss, uno dei grandi antropologi del Novecento, sostiene che la civiltà sia cominciata quando l’uomo ha iniziato a nutrirsi di cibi cotti, ovvero quando ha iniziato a trasformare il frutto della natura cucinandolo. È il gesto in cui si passa dalla natura alla cultura. Molti della mia generazione hanno studiato a scuola che la civiltà ha avuto inizio con la scrittura, ma questa definizione è poi caduta in disuso perché non si può non riconoscere lo status di civiltà a quei popoli che non conoscono la scrittura, per esempio Maya e Aztechi. Vi sono anche civiltà che hanno forme di scrittura assai diverse, simboliche, iconografiche, ecc. Dunque è parsa ragionevole la proposta di Lévi-Strauss, ormai condivisa, di individuare la nascita della civiltà nel passaggio dal crudo al cotto. Gli animali si nutrono, ma non cucinano. Prendono quel che è disponibile in natura, cacciano, uccidono, ma utilizzano immediatamente il prodotto e non trasformano né conservano.

È molto interessante perché Lévi-Strauss, che si è occupato dei legami di parentela ovvero delle strutture all’interno delle società come strutture di potere e autorità, spiega che l’inizio delle civiltà coincide con l’asimmetria sociale, cioè comincia nel momento in cui si attribuisce l’attività di procurare il cibo ai maschi che hanno un rapporto con la natura e quindi con il pubblico, con l’esterno, con il visibile e l’attività di cucinare alle donne, che sono dunque le custodi della cultura, cioè le persone capaci di trasformare quello che la natura offre in qualcosa di accettabile.

Questa è sostanzialmente la radice della questione, profondissima per tutti noi. D’altra parte il cibo è necessario per vivere, questa è un’esperienza comune, ma è anche la struttura relazionale profonda che ciascuno di noi esperisce: ogni volta che ci nutriamo facciamo un gesto pericoloso e al tempo stesso di fiducia. Forse non ci abbiamo mai riflettuto, ma quando ci nutriamo immettiamo in noi qualcosa di esterno. I bimbi molto piccoli tendono a mettere tutto in bocca e rischiano sempre di rimanere soffocati o avvelenati, tant’è che una delle educazioni fondamentali che facciamo ai cuccioli è di non mettere tutto in bocca affinché imparino a distinguere quel che di esterno può entrare in noi. Non deve essere velenoso, non deve uccidere né contaminare né ostruire, quindi è un problema di qualità e di misura. Ogni volta che ci cibiamo rischiamo l’avvelenamento o l’ostruzione. E ogni volta facciamo un gesto di fiducia, pensando che quel boccone non ci ucciderà ma anzi ci nutrirà.

Questa dunque è la struttura razionale di base che non è ancora ovviamente una struttura relazionale con una persona, con altre persone, tanto meno con Dio però è la struttura relazionale di base con qualcosa che non siamo noi, che immettiamo dentro di noi dall’esterno. E per questo la psicanalisi si è molto applicata sulla figura della madre come colei che nutre e della relazione di fondo tra una persona e la madre perché è lei la garante della affidabilità, è lei a insegnarci che esiste qualcosa che ci nutre, che possiamo immettere con fiducia; non solo, ma se abbiamo fame e piangiamo, è un piacere essere nutriti.

Ho fatto questo cappello introduttivo solo per dire che il cibo non è un tema qualsiasi.

Ritrovare il linguaggio elementare che nutre la fede

Come si legge la questione in relazione all’essere credente? Ho cercato a lungo le parole più adatte per dare una risposta e le ho trovate solo un paio di giorni fa in un articolo. La risposta, su cui non ho il diritto d’autore è: ritrovare il linguaggio elementare che nutre la fede. Ci troviamo di fronte a un problema importante e mi pare che i tanti anni di esperienza dell’Atrio dei Gentili e di lectio in qualche modo ci abbiano accompagnati e aiutati a riflettere sulla questione. Credo che la nostra esperienza di fede e di credenti oggi nel mondo abbia un carattere di difficoltà particolare e ne abbiamo discusso in più occasioni, giungendo alla conclusione che la nostra difficoltà è di non avere più a disposizione i linguaggi elementari che nutrono la fede. Quelli che ci sono in circolazione sono il distillato di secoli di linguaggio religioso, non sono più significativi; non sono deformati in sé, ma pur dicendo la cosa giusta, non dicono più qualcosa di significativo rispetto alla nostra esperienza, cioè sono linguaggi che nutrono la fede ma non sono più elementari; non ci arrivano in automatico, richiedono studio, spiegazioni e processi di comprensione per riuscire a ricostruire tutto il portato storico, per riuscire a renderli “mangiabili” da noi e quelli che ci servirebbero, quelli elementari, rispetto al nutrire la fede, non ci sono. E quindi gli unici linguaggi elementari che abbiamo a disposizione sono quelli della pubblicità, della società del consumo, cioè della vita comune di tutti, che vanno benissimo ma non necessariamente nutrono la fede. Magari nutrono la nostra identità di consumatori e non tanto l’esperienza della fede. Mi sembra che l’elemento del cibo, con la sua basilarità, con il suo essere terra terra, così concreto e quotidiano, con i suoi tanti aspetti mai pensati o tematizzati, sia proprio uno dei linguaggi elementari che servono a nutrire i linguaggi della fede.

Non a caso il punto di aggancio che credo sia venuto in mente a tutti nel vedere la locandina, è l’eucarestia, cioè non a caso il cuore profondo dell’esperienza credente ci è lasciato da Gesù come la memoria di un pasto, un gesto di nutrizione. Certo poi è diventato per noi un atto rituale, di devozione, spirituale; non vi è più il vino, non si cucina più, il pane è diventato ostia, le ostie sono preparate da altri, sono tutte perfette, tutte tagliate uguali. Quel pasto prende una forma, uno spazio e una modalità che non hanno più nulla del pasto, per cui diciamo che si tratta di una cena ma in realtà vi è una sola persona presso il tavolo e tutti gli altri sono seduti davanti come spettatori. È rimasta però l’idea – e il Concilio Vaticano II ce la ripropone – dell’eucarestia come pasto. La chiesa ha conservato, seppure in tutte le trasformazioni di forme, di stili e di modi, il gesto fondamentale di “prendete e mangiate”, “prendete e bevete”.

Ho già detto in altre occasioni che spesso ci lamentiamo della non espressività della simbolica liturgica, ma l’unico gesto che ha ancora una espressività elementare, quello del bere allo stesso calice, non lo facciamo più perché è il gesto della contaminazione e ci fa schifo. In effetti è quel che deve fare. Se è un gesto di contaminazione deve farci un po’ impressione. Funziona benissimo, solo che per evitare questa contaminazione abbiamo abolito l’atto del bere allo stesso calice e abbiamo fatto del pane spezzato delle ostie perfettamente tagliate che infatti nel corso del tempo sono venute a chiamarsi particole, ovvero particolare, l’esatto contrario dello spezzato, del condiviso. Ci sono motivi storici più che legittimi e ho fatto l’esempio solo per dimostrare come l’idea che stava all’origine, abbia poi assunto forme e modalità differenti. Gesù mette quell’idea al cuore della sua eredità ai discepoli, al punto che tre evangelisti ce lo raccontano nella forma del pasto e Giovanni lo spiega come il gesto del servizio; la tradizione della chiesa dice “Quei racconti sono sovrapponibili”. Il pasto e il gesto della lavanda dei piedi sono la stessa cosa, sono memoria del sacrificio di Cristo e al centro vi è il gesto di una nutrizione, di un nutrirsi che va benissimo che sia ritualizzato e dunque stilizzato. Come tutti i gesti ritualizzati prende una forma non più concreta. San Paolo racconta che in principio ognuno portava quanto aveva, quindi i ricchi avevano molto mangiare e da bere, i poveri non avevano quasi nulla e non andava affatto bene che a dividere il corpo di Cristo si ritrovassero alcuni ubriachi e sazi e altri affamati. Sostengo abbia ragione lui quando dice che è meglio lasciar perdere il pasto e limitarsi a dividere il corpo di Cristo. Fin da subito dunque si comprende che il pasto vero e proprio non funziona, per cui si sceglie di stilizzare un pasto che non nutre e che lascia tutti affamati, ricchi e poveri.

Su questo vale la pena di ragionare e magari nell’arco dell’anno regalarci un’ora in cui poter riflettere in specifico sulla forma di pasto dell’eucarestia. Per questo il libro “L’eucarestia, il pasto, la parola”, che abbiamo messo a disposizione, è un piccolo gioiello, perché è scritto da un grande teologo che, a 80 anni compiuti, dopo aver prodotto cose bellissime sull’eucarestia ma assolutamente illeggibili per la stragrande maggioranza del pubblico, ha deciso di pubblicare un testo bellissimo e leggibile dal massimo numero di persone possibile. È una pubblicazione che non ha l’aspetto della saggistica, è un testo cosiddetto “non scientifico” in cui ritroviamo tutto il suo studio; con un linguaggio apparentemente discorsivo, l’autore riflette proprio sull’eucarestia, il pasto, la parola.

Mettete in moto esperienze e linguaggi

Da questo punto di vista il Concilio Vaticano II accetta la sfida e ci propone di ricostruire i linguaggi elementari della fede, dandoci le grandi direttive. Non si sostituisce a noi in quel che ci compete direttamente, ma ci dice che questo può venire solo dalla vita dei credenti. A tal fine ci rimette in mano la liturgia, l’atto di culto, togliendo il latino e mettendo le lingue volgari, richiamando la formazione simbolico – rituale, cioè ci rimette in mano quel gesto affinché ritroviamo il linguaggio famigliare ed elementare del rito, della simbolica; ci rimette in mano la Bibbia affinché ritroviamo il linguaggio elementare della Parola di Dio e della parola scambiata. Ci rimette in mano la relazione di comunità attraverso Lumen Gentium, il documento sulla Chiesa che tocca il tema della comunione e della sinodalità (di cui si parla perfino al telegiornale in questi giorni), affinché ci riappropriamo del linguaggio elementare che si riferisce allo stare insieme. Ci rimette in mano l’idea dello spirito di Dio che agisce nel mondo con la Gaudium Spes, che è il luogo della nostra quotidianità – politica, famiglia, economia, cultura, professioni – affinché ritroviamo il linguaggio della fede nel mondo, nelle cose che facciamo e ci dice: “Mettete in moto esperienze e linguaggi”.

Uno dei nostri rischi però, è che quando si rimettono in moto esperienze e linguaggi, dopo un po’ si cercano soluzioni, ma non è la stessa cosa, perché le soluzioni presuppongono un problema a cui va data una risposta. Esperienze e linguaggi invece presuppongono che ci sia una vita che non ha bisogno di una risposta ma solo di tempo per essere vissuta.

Il Concilio Vaticano II ci chiede esperienze e linguaggi, cioè ci chiede di mettere in gioco la vita dei credenti così com’è e il tempo per viverla. E invece noi rischiamo di dire che il Concilio Vaticano II ha posto dei problemi per cui occorre trovare soluzioni. Il nostro stile nel condurre la lectio in questi anni ha cercato di seguire la prima logica, quella di “esperienze e linguaggi”, mettendo in luce la nostra esperienza di esseri umani, quella che incrocia la parola di Dio e da qui riprende una dinamica di vita. Se qualcuno vi chiedesse: “Quali sono le soluzioni che hai portato a casa dalla lectio?”, credo che la risposta sarebbe: poche. Ciascuno porta a casa pensieri, riflessioni, esperienze talvolta nemmeno citate ad alta voce, ma ha sentito risuonare e che ha rivisitato con le parole.

Cosa c’è di più elementare del cibo? Questo è lo sfondo che come sempre si chiarirà ulteriormente a mano a mano che andremo avanti. Avrete già notato che quest’anno sono solo tre i testi dell’AT e sono invece 5 quelli del NT, mentre gli anni passati erano 4 e 4. La scelta è dovuta al fatto che vorrei lasciarvi andare a spasso per conto vostro con le questioni antropologiche sul cibo e vorrei insistere un po’ più sul dato cristologico.

Giuseppe il nutritore

Il testo di oggi è Genesi, 45, 1-15 ovvero l’ultima parte della storia di Giuseppe, personaggio biblico che a volte rischiamo di conoscere più per il cartone animato che non per il testo biblico. Il mio consiglio è di ritagliarsi mezz’ora di tempo per leggere i capitoli 37 – 50 del libro di Genesi, non per pregare o riflettere, ma per leggere la storia, per vedere come funziona. È una vicenda molto bella, in cui si intessono i temi che trattiamo noi.

In quei capitoli Giuseppe viene definito attraverso due nomi: il Signore dei sogni (non si limita a interpretarli, li governa) e il Nutritore. Davvero due bei soprannomi. Riassumo brevemente i passaggi principali. Giuseppe e Beniamino sono i due figli di Rachele, l’ultima moglie di Giacobbe. A noi fa sempre un po’ impressione pensare che nella Bibbia ci sia la poligamia, ma così è. Rachele è la moglie più amata, la prediletta e muore dopo aver dato alla luce Beniamino per cui Giacobbe non potrà avere altri figli con lei. Giuseppe e Beniamino sono quindi i due figli prediletti del grande patriarca che al momento opportuno farà le parti giuste tra tutti e dodici figli, ma di fatto preferisce loro due ed è proprio questo il principio su cui si costruisce la storia di Giuseppe.

Come succede in tutte le famiglie sane, non solo in quelle poligamiche, i fratelli non vanno granché d’accordo ed è palese il loro rancore verso Giuseppe, di cui si dice all’inizio del racconto che gli era stata tessuta una tunica intera e con le maniche. [Nota – È la stessa cosa che si dirà di Gesù quando al momento della crocifissione si dividono le vesti e dicono: la tunica è preziosa perché è senza cuciture per cui tiriamola a sorte, quindi la costruzione ci dice che a quel tempo non solo avere una tunica era già una certa ricchezza ma anche che c’è una costruzione simbolica, un collegamento tra la figura di Giuseppe sacrificato per salvare e Gesù che muore per salvare.] Decidono dunque di uccidere Giuseppe, ma Ruben si oppone e alla fine scelgono di venderlo. Giuseppe finisce in Egitto, elemento fondamentale questo per giustificare in quella terra la presenza del popolo ebraico [Nota – Nel libro di Esodo sta scritto: “Sorse allora un Faraone che non aveva conosciuto Giuseppe”] e dunque l’esodo stesso, ovvero il patto con Dio, l’elezione e la salvezza. Giuseppe in Egitto vive alterna fortuna; dopo un primo periodo felice, finisce in carcere ma poi di nuovo ne esce perché il suo dono di interpretare i sogni non solo salva l’Egitto dalla carestia, ma gli consente di diventare il granaio anche per gli altri che invece non erano stati così accorti e dunque soffrono la fame. I fratelli di Giuseppe vanno in Egitto a cercare cibo. Sentono il peso di una grande colpa, quella di aver venduto il fratello.

Quando arrivano in Egitto, la storia ci presenta una strana dinamica perché Giuseppe non si fa riconoscere, poi cerca di metterli nei guai facendoli passare per ladri e diventa lui il bugiardo. Ed è proprio questo compicato gioco di espiazioni ad aver suggerito il titolo della lectio di oggi: Giuseppe il nutritore dell’ambiguità. Nutrire è anche un atto di ricatto, come sanno bene le madri, è al tempo stesso dono e furto di libertà. L’atto di nutrire fa vivere ma rende dipendenti e dunque il gesto del nutrire richiede un sovrappiù di libertà.

Più o meno alla fine di questa storia, quando finalmente Giuseppe decide di manifestarsi, si trova il testo che leggeremo un po’ velocemente.

Il testo

1Allora Giuseppe non poté più trattenersi dinanzi a tutti i circostanti e gridò: «Fate uscire tutti dalla mia presenza!». Così non restò nessun altro presso di lui, mentre Giuseppe si faceva conoscere dai suoi fratelli. 2E proruppe in un grido di pianto. Gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella casa del faraone. 3Giuseppe disse ai fratelli: «Io sono Giuseppe! È ancora vivo mio padre?». Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché sconvolti dalla sua presenza. 4Allora Giuseppe disse ai fratelli: «Avvicinatevi a me!». Si avvicinarono e disse loro: «Io sono Giuseppe, il vostro fratello, quello che voi avete venduto sulla via verso l’Egitto. 5Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. 6Perché già da due anni vi è la carestia nella regione e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. 7Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nella terra e per farvi vivere per una grande liberazione. 8Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio. Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il territorio d’Egitto. 9Affrettatevi a salire da mio padre e ditegli: «Così dice il tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito signore di tutto l’Egitto. Vieni quaggiù presso di me senza tardare. 10Abiterai nella terra di Gosen e starai vicino a me tu con i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, le tue greggi e i tuoi armenti e tutti i tuoi averi. 11Là io provvederò al tuo sostentamento, poiché la carestia durerà ancora cinque anni, e non cadrai nell’indigenza tu, la tua famiglia e quanto possiedi». 12Ed ecco, i vostri occhi lo vedono e lo vedono gli occhi di mio fratello Beniamino: è la mia bocca che vi parla! 13Riferite a mio padre tutta la gloria che io ho in Egitto e quanto avete visto; affrettatevi a condurre quaggiù mio padre».14Allora egli si gettò al collo di suo fratello Beniamino e pianse. Anche Beniamino piangeva, stretto al suo collo.15Poi baciò tutti i fratelli e pianse. Dopo, i suoi fratelli si misero a conversare con lui.

1Allora Giuseppe non poté più trattenersi dinanzi a tutti i circostanti e gridò: «Fate uscire tutti dalla mia presenza!».

Giuseppe era nel pieno del suo potere, plenipotenziario del Faraone, quindi riceveva, come usava nelle corti antiche, tutti insieme in un grande caos. Nel versetto 1 vi è il colpo di scena in cui Giuseppe rivela la sua identità ai fratelli e questi credono di vedere un fantasma, ovvero vedono materializzata la loro colpa. Da cosa “Giuseppe non poté più trattenersi”? Di primo acchito potremmo pensare che non riesce a trattenersi dal rivelare chi è. D’altra parte lo abbiamo già visto fare questo giochetto un paio di volte. Da cos’è che non può più trattenersi? Lo dico per fare un po’ in fretta ma spero sia chiaro. I nostri legami con il mondo, con l’esterno, con quel che non siamo noi e di cui il cibo come ho già detto è il grande simbolo radicale e mentale, sono legati a noi o dai diritti o dai doveri. Il fatto è però che le verità della vita, le cose fondamentali, non passano né per i diritti né per i doveri, ma per un terzo tipo di relazioni che è quello dello scambio, ovvero del dono gratuito che nutre e fa crescere o del ricatto, il dono che rende dipendenti e imprigiona.

La prima cosa che il testo ci dice è che Giuseppe non ce la fa più a rimanere nella logica dei diritti e dei doveri. Non riesce a trattenersi, cambia registro. Il cambiamento di registro nell’AT è quasi sempre segnato da due elementi: il sogno o il pianto. Quando nel racconto si incontra qualcuno che sogna o che piange significa che si passa da una logica di diritti e doveri, cioè dalla logica della giustizia (così va il mondo) e del buon senso comune, alla logica della misericordia, cioè non diritti e doveri ma scambio, non buon senso ma controsenso. Perfino Gesù piange prima della crocifissione perché a quel punto si cambia registro.

Ed è proprio quel che succede nel passo che abbiamo scelto, si passa a un altro livello. Noi, che abbiamo perso il linguaggio elementare, tendiamo a leggere le situazioni secondo un ordine moralistico: i diritti e i doveri ci spiegano il reale e ci dicono come si fa per essere giusti. L’altro livello, quello dato dalla carità, da quel sovrappiù talmente eroico che non funziona secondo giustizia e ci crea un sacco di conflitti (ad esempio “porgi l’altra guancia”), è talmente vero che non lo mettiamo in pratica. Questo testo ci dice che non funziona così, poiché riesce a presentare entrambi i livelli in un contesto reale; lo scambio non è necessariamente buono, a volte è un ricatto o comunque è ambiguo, perché solo Dio è capace di donazione totale.

Il nostro problema non è né quello dei diritti e doveri né quello di decidere se meritiamo lo scambio oppure no, ma è quello di decidere quanta libertà riusciamo a mettere nello scambio. Tradotto in termini di cibo, la questione non è di passare dall’obesità all’anoressia o, in termini meno patologici, dal mangiare qualsiasi cosa a scelte radicali come il veganesimo, il bio totale o la macrobiotica, scelte che rientrerebbero nella logica dei diritti e dei doveri; la questione è quanta libertà conquistiamo in un rapporto tra noi e il mondo che passa anche attraverso il cibo.

Nel momento in cui Giuseppe entra in un’altra logica fa uscire tutti, perché la logica dello scambio ha tre caratteristiche che qui sono evidenti: 1. Una sorta di intimità, perché lo scambio non si fa con chiunque, né con il mondo in generale; è sempre una questione profondamente personale. 2. Richiede una certa conoscenza, ovvero bisogna rischiare di farsi conoscere e di riconoscere. 3. In genere costa, cioè fa piangere. Di per sé non esiste una logica di scambio a buon mercato perché altrimenti sarebbe uno scambio falso, ricattatorio. L’acquisto della libertà nel rapporto con il mondo, nell’atto di affidarsi agli altri, ha un costo. In questo aveva ragione Oscar Wilde che diceva: “Tutto quel che è buono nella vita, o fa male, o fa ingrassare, o è peccato”. Perché l’aumento di libertà, il nutrirsi, il crescere, costano, sono un problema. Infatti la parte più importante della nostra crescita, fra gli zero e i tre anni, è totalmente sottratta al nostro controllo, se no non cresceremmo. Se potessimo decidere, lasceremmo proprio perdere. E non a caso tutti conserviamo una nostalgia infantile, tanto che ci viene da dire: “Adesso piango e qualcuno si prende cura di me, mi nutre, mi coccola, mi consola e tutto passa”.

Il testo dice che la cosa fu risaputa nella casa del Faraone. Significa che per quanto lo scambio richieda una sorta di intimità, è sempre pubblico. Si sente piangere, qualcosa si vede. Nessun dono che esca dalla logica dei diritti-doveri può rimanere privato.

3Giuseppe disse ai fratelli: «Io sono Giuseppe! È ancora vivo mio padre?». Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché sconvolti dalla sua presenza.

Non sanno se aspettarsi una botta in testa o una predica, non sanno neppure se sia davvero lui. È una questione che li supera, perché la vita in una logica di scambio ci sorprende. Quando usciamo dalla logica dei diritti-doveri, succede l’inatteso. Tra l’altro questa è un’esperienza che tutti noi abbiamo fatto almeno una volta nella vita: uscire dalla logica del calcolo, presto o tardi provoca sempre qualcosa di nuovo.

4Allora Giuseppe disse ai fratelli: «Avvicinatevi a me!».

Dei tre elementi iniziali – una certa intimità, la conoscenza e il pianto – viene ripreso quello dell’intimità. La riduzione della distanza è il tema grande dello scambio. Il problema è definire l’intimità, altro tema su cui non abbiamo più un linguaggio credente, spirituale, capace di dire qualcosa. Pensiamo all’intimità soprattutto in relazione alla sessualità e al pudore, quando in realtà è una delle dinamiche forti della vita, come il desiderio o il potere, è una di quelle cose che regge la nostra esistenza; è una questione di distanze e vicinanze, di scoprirsi non solo materialmente e di coprirsi con maschere. Intimità significa “chi, quanto, di me può essere mostrato e quando”. E come tutte queste dinamiche profonde non è una linea retta bensì complessa, perché a volte mostrare troppo fa male, bisogna mostrare meno, ma proprio perché non è sopportabile il troppo. Non è detto che “di più” sia meglio.

A questa descrizione segue la parte molto bella del discorso di Giuseppe. Sarebbe interessante che ciascuno di noi provasse a scrivere cosa avrebbe detto se si fosse trovato al posto di Giuseppe. Io credo che molti inveirebbero contro i fratelli, con un po’ di rancore, perché il nostro istinto è di rimanere molto legati al passato. Altri forse farebbero un discorso buonista, che include il perdono, con parole consolatorie come: “Tutto sommato invece di fare il pastore nel deserto sono governatore dell’Egitto che è erto meglio, quindi nonostante voi mi è anche andata bene e per questo vi perdono”. In entrambi i casi non usciremmo dal registro dei diritti e dei doveri.

E invece Giuseppe il nutritore fa un discorso di scambio e dice:

«Io sono Giuseppe, il vostro fratello, quello che voi avete venduto sulla via verso l’Egitto. 5Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. 

È un capolavoro. Parte dalla realtà, non nega il gesto dei fratelli e non li scusa troppo facilmente ma al tempo stesso ricorda loro: “Non siete voi a governare la storia e il vostro gesto non vi ha dato potere né su di me né sulla storia. Voi potete anche essere cattivi secondo la regola della giustizia, ma quello che sta succedendo è altro”. Io trovo che questo dovrebbe essere il modello primario di ogni modo spirituale di guardare al reale, che non vuol dire essere buonisti o negare gli aspetti negativi, né significa far finta che tutto vada bene. Non è questa la questione. Una lettura spirituale porta a essere realisti e a rendersi conto di cosa è che governa davvero la storia, smascherando ogni idolo. Giuseppe dice chiaramente: non avrete mica creduto che la vostra scelta fosse in grado di governare la storia?

6Perché già da due anni vi è la carestia nella regione e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. 7Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nella terra e per farvi vivere per una grande liberazione.

È il presupposto per l’esodo. Giuseppe dice: guardate, la storia sta andando in una logica di dono in cui la vostra scelta non ha nessuna importanza. Per questo dovete pagare – e in effetti lo hanno fatto finendo in prigione a seguito dell’accusa di furto – ma non crucciarvi, perché tanto non conta nulla.

8Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio. Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il territorio d’Egitto.

Ecco la seconda verità. La prima era “voi mi avete venduto” e la lettura spirituale è “non siete stati voi ma Dio”. L’altra realtà è: Giuseppe è il signore della casa del Faraone, il governatore dell’Egitto, ovvero anche se i fratelli avevano fatto dei piani e lui stesso ne aveva fatti, è successa un’altra cosa. Giuseppe sa di avere un potere.

Dopodiché fa seguire la lettura spirituale su di sé e sulla sua capacità di mettersi in una logica di scambio e rivela la realtà dei fratelli, nonché la lettura spirituale della loro scelta. Infine esprime la sua realtà che è molto realistica, quella in cui lui dice “io sono molto potente”.

9Affrettatevi a salire da mio padre e ditegli: «Così dice il tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito signore di tutto l’Egitto. Vieni quaggiù presso di me senza tardare. 10Abiterai nella terra di Gosen e starai vicino a me tu con i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, le tue greggi e i tuoi armenti e tutti i tuoi averi. 11Là io provvederò al tuo sostentamento, poiché la carestia durerà ancora cinque anni, e non cadrai nell’indigenza tu, la tua famiglia e quanto possiedi».

Giuseppe chiede un’uscita, perché ogni scambio lo richiede. Il tema dell’uscita è costante in tutte le storie dei patriarchi. Entrare nella logica dello scambio e del dono e volerci entrare in libertà e non con il ricatto, è un tema di uscita. “Esci, vai, muoviti, fatti provocare”. Poi arriva la piccola conclusione.

9Affrettatevi a salire da mio padre e ditegli: «Così dice il tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito signore di tutto l’Egitto. Vieni quaggiù presso di me senza tardare. 10Abiterai nella terra di Gosen e starai vicino a me tu con i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, le tue greggi e i tuoi armenti e tutti i tuoi averi. 11Là io provvederò al tuo sostentamento, poiché la carestia durerà ancora cinque anni, e non cadrai nell’indigenza tu, la tua famiglia e quanto possiedi».

Lo scorso anno abbiamo parlato del tema della conversazione, che appunto esula dalla questione dei diritti e dei doveri. Conversare per dovere è impossibile, toglie ogni piacere, così come è impossibile pretendere la conversazione come diritto; posso avere il piacere di chiacchierare, ma se il mio interlocutore ha la testa altrove o non è nella disposizione d’animo giusta, non succede nulla. Conversare è un atto di scambio e lo sappiamo bene e dunque molte conversazioni possono anche essere atti di ricatto. Possono strumentalizzare le tue parole o mancare di intimità, mentre all’opposto vi sono le conversazioni gratuite, quelle con gli amici in cui si crea una atmosfera di rilassatezza, in cui si percepisce una storia condivisa, vi è la giusta vicinanza e la giusta distanza; sono momenti magici in cui dici “abbiamo passato insieme il tempo in modo davvero piacevole, è stato molto bello”, perché una buona conversazione nutre.

La sapienza cristiana sa bene che la conversazione ha molti registri: chiacchiera, maldicenza, condivisione, ascolto… Molte sono le parole per definire questa cosa.

Alla fine della narrazione dell’incontro, i fratelli si mettono a conversare con Giuseppe ed è lì che si guarisce la ferita della rottura, non certo nel gesto con cui Giuseppe procura il cibo, perché quello potrebbe essere ancora un gesto di potere, ovvero di ricatto. Solo con la conversazione che accompagna il cibo procurato è possibile sanare la ferita.

Concludo con la citazione di uno scritto di Salmann che mi pare possa legarsi bene al discorso che abbiamo fatto:

Senza questa tensione e tenzone dialettiche tra grazia e peccato, tra vita e morte, tra diritto umano e giustizia divina, tra crisi e salvamento, la fede cristiana perderebbe ogni rapporto alle esperienze più traumatiche e belle dell’umanità, l’umanesimo della quale non sussiste e si ricrea mai in sé e di per sé, non è una conquista pacifica, ma si ricupera solo mediante il sacrificio, la preghiera, l’espiazione. Si paga sempre troppo per ogni bene – e solo il bene sofferto può promettere un sollievo e un riscatto. Pensiamo alla storia quanto mai umanistica del Giuseppe biblico che subisce diverse forme di purificazione (per poi poter diventare il Nutritore dell’Egitto) e che non può non imporre la sofferenza dell’espiazione ai suoi fratelli per diventare degni del perdono, cioè solo rispettando la profondità del loro delitto, del loro destino fallimentare, potrà salvaguardare la loro libertà e dignità.

Mi sembra quindi che lo sfondo intorno a cui la questione del cibo si pone sia questo e la Bibbia lo colloca proprio all’inizio, nelle storie dei patriarchi, con tutta la lunga storia di Giuseppe. Il cibo è un segno di affidamento per cui noi scommettiamo ogni volta che introduciamo qualcosa in noi, che l’esterno non ci uccida, non ci avveleni, ma ci nutra e dobbiamo ogni volta fare un gesto di affidamento. In questo gesto apparentemente semplice nel suo compiersi, c’è però il grande tema che dobbiamo recuperare e che rischiamo di non vedere più. Recuperare un linguaggio elementare non vuol dire essere elementari, anzi per recuperare un linguaggio elementare bisogna fare un passaggio molto complicato per riuscire a tornare al semplice perché una volta perso è molto difficile ritrovarlo. Quel che dobbiamo ritrovare in questo gesto semplice è la dinamica dello scambio, dell’uscire dalla logica dei diritti e dei doveri che per esempio nella logica cristiana si traduce nella logica moralistica del giusto e dello sbagliato, della grazia e del peccato troppo rigidamente separati, in quanto elementi considerati giusti o sbagliati in sé, in cui non c’è spazio per l’ambiguità. Mi sembra invece che la grande questione sia recuperare la logica dello scambio, che può condurre a una conversazione, non a una soluzione o a un risultato, ma a uno scambio che nutre.

Fossano, 11 ottobre 2014

(testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2014/2015

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