21 Dicembre 2013
Stella Morra

3. Combattere e vincere dai confini?

Commento a: Gs 5, 13-6,5.17-19


Premessa

Il brano di oggi è un po’ a pezzettini perché il testo, capitoli 5 e il 6 del libro di Giosuè, era molto lungo e quindi ho scelto dei passaggi.

E’ il terzo passo del nostro percorso di quest’anno.

Siamo partiti dal racconto della profezia a Davide: la storia di quell’uomo che aveva tante greggi e dell’altro che aveva una sola pecorella per mettere a fuoco cosa vuol dire guardare le cose da un altro punto di vista, perché guardare le cose da una periferia può essere diverso che guardarle dal centro.

Il testo della volta scorsa era invece il racconto della torre di Babele in cui abbiamo cominciato a ragionare sui meccanismi che governano centro e periferia e in particolare il meccanismo in base al quale costruire un centro genera delle periferie, cioè se si decide che un certo posto è un centro, gli altri immediatamente diventano marginali anche se non si parte dall’idea di renderli tali.

Il testo di Giosuè ci aiuta a riflettere su due aspetti.

Il primo è un aspetto che si tende un po’ a sottovalutare perché fastidioso ed è quello che tra centro e periferia c’è combattimento. Non c’è un modo benevolo, pacifico, sereno, rasserenante, piacevole di mantenere centro e periferia: o ci si mette da una parte o dall’altra. In fondo questo è un aspetto dell’esperienza biblica che attraversa tutto il racconto della Scrittura, dall’origine fino alle battaglie narrate dall’Apocalisse e che a noi fa un po’ impressione perché non è tanto politicamente corretto. C’è una dimensione “agonica”, da agone = battaglia, che è inevitabile.

La storia biblica ci dice sempre che non tutto è uguale a tutto, che non va tutto bene, che non tutto è interscambiabile, che ci sono delle posizioni su poche questioni essenziali ma che fanno la differenza. I discorsi che, per esempio, questo Papa sta facendo sulla povertà sono molto chiari: non si può dire che va tutto bene, né trovare sempre delle soluzioni di accordo. L’ingiustizia rimane sempre ingiustizia e pur avendo tutta la misericordia che serve per le persone, l’ingiustizia non è accettabile e basta.

Il secondo aspetto è questo: quello che è in discussione tra centro e periferia è un’identità e cioè il modo con cui ognuno capisce se stesso, quello che sappiamo di noi e dunque degli altri o quello che sappiamo degli altri e dunque di noi.

E’ un modo per dire chi siamo, non solo dove stiamo: un modo in cui davanti a noi stessi, agli altri, a Dio diciamo il nostro nome. Nella Scrittura il tema del nome è, come abbiamo già visto molte volte, molto centrale perché è la rappresentazione dell’identità, del dire dove cominciamo e dove finiamo, chi siamo e chi non siamo.

Rifletteremo su questi temi del conflitto e dell’identità.

Il libro di Giosuè è un libro strampalato, da un certo punto di vista si potrebbe dire che è “un libro dell’Esodo in chiave minore”, in chiave quotidiana mentre il libro dell’Esodo è sempre in chiave festiva. Ci sono queste battaglie grandiose, come grandiosa e epica è la storia di Mosè col salvataggio dalle acque, il passaggio dal Mar Rosso.

Nel libro di Giosuè succedono quasi tutte le stesse cose ma in modo feriale ed anche Giosuè è un capo ma minore rispetto a Mosè. Non è un caso che è un libro a cui meno ci riferiamo.

Quando ci riferiamo alla liberazione degli Ebrei dalla schiavitù d’Egitto pensiamo all’Esodo, in realtà la storia comincia lì ma non finisce lì, continua nel libro di Giosuè dove gli Ebrei finiscono di camminare nel deserto, arrivano alla terra promessa. La generazione partita dall’Egitto e lo stesso Mosè non potrà entrare nella terra promessa. Chi comincia l’impresa non vede il risultato, per vederlo bisogna avere una quotidianità di lavoro un po’ meno eroico ma molto duro.

La storia del libro di Giosuè è strana: fa parte dei Libri storici perché racconta una storia, c’è una trama e questo passaggio dal deserto alla terra promessa con tutte le prescrizioni, le necessità, le guerre, i conflitti necessari ad impiantarsi nella terra promessa.

In questi capitoli 5 e 6 ci viene rappresentato il momento in cui sono sulla soglia, in cui sono alla fine del deserto e all’inizio della terra promessa. Il brano che leggiamo è quello della caduta della città di Gerico che è all’inizio della pianura del Giordano che sta sotto le alture da cui arrivavano. E’ la prima grande oasi che si incontra arrivando dal deserto, con fonti molto antiche e quindi da sempre abitata e decisiva come appoggio anche nei tempi molto antichi perché punto di passaggio. Quindi questo è il segno dell’inizio della terra promessa, il segno della stabilizzazione, la fine del deserto. Qui comincia il tempo normale in cui non camminano più, non è più il fidanzamento del deserto ma un ordinario matrimonio.

In questi due capitoli si racconta la vicenda dell’attacco a Gerico. Tutta la prima parte del capitolo 5, che non leggiamo, è dedicata alla prima operazione che fanno e cioè quella di circoncidere la generazione nata nel deserto. La circoncisione, dai tempi di Abramo, è il segno molto importante dell’appartenenza del popolo ebraico a Dio. Tutta la generazione nata in Egitto è morta nel deserto, ma nel tempo del deserto nessuno è stato circonciso. Era come un tempo di grande sospensione, si apparteneva a Dio per altri segni: la nube, il fuoco, la manna. Si sapeva che si era di Dio e non c’era più bisogno di un segno nella carne come era la circoncisione.

Nel tempo dell’eccezionalità la memoria non si perdeva perchè trovando tutte le mattine la manna si ricordavano che Dio gli stava tenendo in vita. Quando si incomincia a mangiare i frutti della terra c’è il rischio di non ricordarsi più che anche questi frutti vengono da Dio. Quindi è per questo che la prima cosa che Giosuè fa entrando nella terra promessa è quella di circoncidere tutti i maschi nati nel tempo del deserto tornando alle regole normali, ad una certa opacità della presenza di Dio ma contemporaneamente alla necessità di ricordarsi nella carne che Dio è il loro Dio.

La prima cosa che fanno dopo la circoncisione e la conseguente guarigione è celebrare la Pasqua che diventa il segno dell’uscita dall’Egitto. C’è una strana sovrapposizione nel racconto di Esodo a cui non facciamo molto caso: noi diciamo che la festa di Pasqua nell’ebraismo celebra l’uscita dall’Egitto, ma nei capitoli 3 e 4 si dice di uscire dall’Egitto per celebrare la Pasqua.

Ma che Pasqua celebravano se non erano ancora usciti?

La sovrapposizione è nel fatto che questo libro è scritto dopo e la Pasqua è una festa così importante che il racconto dice che la celebravano già addirittura prima perché probabilmente questa festa non ha niente a che fare con l’Esodo. E’ una festa degli allevatori che poi viene reinterpretata alla luce dell’Esodo. Il vangelo di Giovanni farà la stessa reinterpretazione sulla morte di Gesù: chiamerà Gesù l’agnello collegandolo alla Pasqua dell’Esodo e farà della Pasqua di Gesù un’ennesima reinterpretazione della Pasqua ebraica che reinterpretava una festa precedente.

La prima cosa che gli Israeliti fanno, accampati a Galgala sul bordo della terra promessa, è quella di celebrare la Pasqua.

I versetti 11 e 12 immediatamente precedenti a quelli che analizzeremo dice: “Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, azzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno e a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiati i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna, da quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canan.”

Per adesso mangiano ancora i frutti che non hanno coltivato loro, poi coltiveranno.

E’ un altro inizio e questo è un punto molto bello perché la storia del popolo di Israele è una storia di inizi. Ogni generazione, anche questa che non è stata schiava in Egitto, deve ritrovare il proprio inizio e lo ritrova nella figura di quello che era stato: la circoncisione, la Pasqua, il cibo e cioè un rapporto con se stessi nella propria carne, un rapporto con Dio e un rapporto con le cose, col mondo, col produrre, con la ricchezza. Si inizia sempre da capo e sempre sulle tre cose fondamentali. Questo ci può dare pace. Da tremila anni si ricomincia sempre.

Il testo – Gs 5,13-6,5.17-19

Quando fu presso Gerico Giosuè alzò gli occhi e vide un uomo in piedi davanti a sé che aveva in mano una spada sguainata. Giosuè si diresse verso di lui e gli chiese: “Tu sei dei nostri o dei nostri nemici?” Rispose: “Io sono il capo dell’esercito del Signore. Giungo proprio ora”. Allora Giosuè cadde con la faccia a terra, si prostrò e gli disse: “Che ha da dire il mio Signore al suo servo?” Rispose il capo dell’esercito del Signore a Giosuè: “Togliti i sandali dai tuoi piedi perché il luogo sul quale tu stai è santo”. Giosuè così fece.

Ora Gerico era sbarrata e sprangata davanti agli Israeliti; nessuno usciva né entrava. Disse il Signore a Giosuè: “Vedi, consegno in mano tua Gerico e il suo re pur essendo essi prodi guerrieri. Voi tutti idonei alla guerra girerete intorno alla città percorrendo una volta il perimetro della città. Farete così per sei giorni. Sette sacerdoti porteranno sette trombe di corno d’ariete davanti all’arca; il settimo giorno poi girerete intorno alla città per sette volte e i sacerdoti suoneranno le trombe. Quando si suonerà il corno dell’ariete, appena voi sentirete il suono della tromba, tutto il popolo proromperà in un grande grido di guerra, allora le mura della città crolleranno e il popolo salirà, ciascuno diritto davanti a sé”…

Questa città con quanto vi è in essa sarà votata allo sterminio per il Signore; rimarrà in vita soltanto la prostituta Raab e chiunque è in casa con lei perché ha nascosto i messaggeri inviati da noi. Quanto a voi, guardatevi da ciò che è votato allo sterminio. Mentre operate la distruzione non prendete nulla di ciò che è votato allo sterminio altrimenti rendereste votato allo sterminio l’accampamento di Israele e gli arrechereste una disgrazia. Tutto l’argento e l’oro e gli oggetti di bronzo e di ferro sono consacrati al Signore e devono entrare nel tesoro del Signore”. Il popolo lanciò il grido di guerra e suonarono le trombe. Come il popolo udì il suono della tromba ed ebbe lanciato un grido di guerra, le mura crollarono su sé stesse; il popolo allora salì verso la città, ciascuno diritto davanti a sé e occuparono la città.

Il testo ha un andamento liturgico, è il racconto di una cerimonia. E’ una guerra simbolica ma non per questo meno sanguinolenta e potente. Il decreto finale è che tutto è votato allo sterminio. Per noi simbolico vuol dire fasullo, senza spargimento di sangue. Mentre qui l’andamento simbolico indica il contrario, cioè la giustificazione dello spargimento di sangue. Questo tono sacro giustifica lo sterminio.

La prima cosa che succede è un po’ buffa. Ci sono risonanze col racconto dell’Esodo del roveto ardente: “Togliti i sandali”. Inizia con una teofania, si mostra un’immagine di Dio. E’ un Esodo in tono feriale.

Inizia con un personaggio: “Quando fu presso Gerico Giosuè alzò gli occhi e vide un uomo in piedi davanti a sé che aveva in mano una spada sguainata.” E’ sempre l’irruzione di un altro, in genere di uno sconosciuto, che pone una domanda di identità e che dunque ci fa definire centri e periferie. Noi ci sentiamo automaticamente al centro in cui stiamo comodi e ogni tanto qualcuno come Gerico costruisce mura per continuare a rimanere al centro. Ma c’è sempre l’irruzione di qualcuno che arriva da fuori in piedi davanti a noi che da una misura, che è una teofania. Pensate ai mille racconti un po’ magici che ci sono nell’Antico Testamento come la lotta di Giacobbe con l’angelo, i tre viandanti di Abramo. Nel Nuovo Testamento la grande teofania è Gesù che è uno strano rabbi che parla. Poi dopo saranno Pietro, Paolo e vari altri.

Qui c’è la prima domanda da farsi: quali sono le nostre teofanie? Chi ci compare davanti? Come ci compare davanti per stabilire una misura, per dirci qual è il centro e qual è la periferia? La domanda di Giosuè a quest’uomo che gli compare davanti è una domanda della parte molto maschile di ognuno: “Tu sei dei nostri o dei nostri nemici?” E’ una domanda di schieramento e la risposta è geniale: “Io sono il capo dell’esercito del Signore”. Non gli dice da che parte sta ma gli dice che è un capo.

La reazione di Giosuè è quella di cadere “con la faccia a terra, si prostrò e gli disse:”Che ha da dire il mio Signore al suo servo?” Immediatamente ristabilisce una gerarchia: prima era tutto misurato sui nostri e sugli altri, quindi noi siamo la misura del mondo, ma l’altro dice che è lui il capo e quindi Giosuè si ridefinisce immediatamente servo. Ristabilisce una gerarchia mettendo al centro l’altro.

“Togliti i sandali dai tuoi piedi perché il luogo sul quale tu stai è santo”. Giosuè così fece”.

Se leggiamo questo racconto velocemente non ci rendiamo conto che questo signore ordina di togliere i sandali e se ne va. Non si dice che dopo combatte o fa qualcos’altro. E’ come se fosse lì a mettere in chiaro un meccanismo fondamentale: suggerire a Giosuè che sta su un terreno che non gli appartiene, che non stabilisce lui la sua identità, che non stabilisce lui il centro o la periferia, che non è lui il padrone, che deve togliersi i calzari perché il territorio non gli appartiene, gli sarà dato, ci vivrà lui con tutto il popolo ma non gli appartiene.

Questi versetti mi piacciono molto perché qui è condensata tutta la nostra fatica d’identità. Passiamo gran parte delle nostre giornate a stabilire chi è dei nostri e chi no, poi passiamo un’altra grande parte a stabilire gerarchie su chi è il capo e chi sono i servi. Quello che non facciamo mai è toglierci i calzari e riconoscere che la terra che abitiamo è sacra, che la vita in cui siamo, poiché non è la nostra, non ha bisogno di un marchio d’identità. Viene continuamente ricevuta e proprio per questo possiamo giocare tutto senza perdere niente. Siamo dei nostri e degli altri, non abbiamo bisogno di fedeltà che dividono, possiamo essere servi e capi contemporaneamente.

Tutto questo è messo come cappello alla faccenda della lotta strana e simbolica con la città.

“Ora Gerico era sbarrata e sprangata davanti agli Israeliti; nessuno usciva né entrava”. Gerico è la roccaforte, l’immagine di un’identità stabilita, di un centro. All’inizio del capitolo, quando Giosuè deve fare la circoncisione, il Signore gli dice “fatti dei coltelli di selce”. Secondo l’uso preistorico, si prendeva una pietra e la si lavorava per farne dei coltelli e quindi l’attrezzatura di armi che avevano era misera.

Di fronte a Gerico sbarrata e sprangata davanti agli Israeliti, vengono dette due cose: la prima è “Vedi, consegno in mano tua Gerico e il suo re”. Cosa vede? In realtà non si vede ancora niente. Questo meccanismo del vedi quando non si vede niente è tipico di tutta la Scrittura: da una parte ci dice che le cose vere accadono dentro, quindi non si vedono, dall’altra ci dice che bisogna avere occhi per vedere anche quello che non si vede ancora.

Poi gli dice di rimanere ai confini, di girare intorno alle mura: per sei giorni girano una volta al giorno, il settimo giorno girano sette volte, in silenzio, senza lanciare grida di guerra. Poi solo al settimo giorno, al suono delle trombe, lanceranno il grido di guerra e “il popolo salirà, ciascuno diritto davanti a sé”. Rispetto a questo centro ognuno va dritto davanti a sé al cuore della città avendo percorso la periferia.

Questa è una delle questioni decisive di tutta questa nostra riflessione. Una delle cose che è richiesta dall’aver fede non è una teoria astratta ma far fiducia su alcuni fondamenti non solo se si vedono i risultati ma sapendo che ci sorreggono e fanno di noi quello che siamo. Questa è un’esperienza che non sappiamo narrarci fino in fondo, non abbiamo le parole per spiegarcela ma è un’esperienza profonda di chi prova ad essere credente.

La questione non è nominare in continuazione Dio ma stare nell’esistenza in un modo che su alcune questioni di fondo è un po’ diverso perché, per esempio, fa fiducia che nelle persone che incontra, quello che si vede, per quanto sgradevole, non è la totalità dell’altro e cerca ogni volta di scommettere sulla parte migliore dell’altro.

Ci si rapporta così alle persone con un credito di benevolenza iniziale che non è sempre giustificato e che non sempre paga. In fondo essere credenti vuol dire fare fiducia che in ognuno, anche in persone non particolarmente piacevoli, c’è un’immagine di Dio e dunque c’è un credito di benevolenza che hanno il diritto di riscuotere, c’è una parte migliore di loro che può venire fuori. Questo non si riesce a fare sempre, con tutti o tutti i giorni della propria vita ma le differenze sono a questo livello qui, su alcuni atteggiamenti profondi nei confronti dell’esistenza.

Questo atteggiamento, la scommessa che le mura crollano abitando il confine è uno degli atteggiamenti richiesti dalla fede. Quando il Magnificat dice “ha abbattuto i potenti, ha sollevato gli umili”, quando diciamo che siamo discepoli di colui che è Signore e Re nel momento in cui è in croce, in modo molto poetici diciamo una cosa molto semplice: l’esperienza della fede scommette sulla periferia, è convinta che alla lunga la potenza viene dalle mura e non dal centro e il combattimento che va combattuto è un combattimento silenzioso, disarmato, che si “limita” a girare intorno alle mura. Questa è una figura molto radicale e molto bella.

Il suono delle trombe e l’urlo di guerra sono due segni della battaglia. Tutti i popoli primitivi urlavano per spaventare i nemici. I due segni della battaglia combattuta sono segni deboli perché non c’è una battaglia, si rimane alla periferia, si sta fuori dalle mura senza cercare di salirci sopra ma le mura crollano.

Per darvi un’associazione simbolica, vi cito le donne che vanno al sepolcro la mattina di Pasqua che sono molto preoccupate di chi gli farà rotolare via la pietra, ma quello della pietra sarà l’unico problema che non avranno. La battaglia che attende un credente è sempre un’altra, non è mai quella che ti aspetteresti, non è mai la questione centrale. Dobbiamo fare il nostro meglio per migliorare il mondo ma come credenti sappiamo che basta un bicchiere d’acqua perché quel bicchiere d’acqua è l’altra battaglia, quella che non si può smettere di combattere.

Girare intorno alle mura sembra una presa in giro eppure è la battaglia decisiva che farà crollare le mura. Questa è una delle questioni radicali della fede. Spesso abbiamo una strana idea della fede, dell’essere credenti e del non essere credenti come una classificazione di ordine religioso che ci stabilisce in base ad un’auto identità: sei dei nostri o dei nostri nemici. Se poi passiamo questo primo livello c’è un’altra questione d’identità: sono un servo o sono un capo? Qui ci viene detto di toglierci i calzari, questo è terreno sacro.

Essere credenti significa tenere salda la fiducia su alcune questioni di fondo dell’esistenza che sono molto concrete ma fanno la differenza tra considerare la terra sacra o no, tra l’essere in grado di togliersi i calzari o no. Una di queste è fare fiducia che la battaglia va combattuta ma è sempre un’altra battaglia.

Poi ci sono gli altri due versetti che sono molto complicati ed inquietanti perché spiegano la destinazione allo sterminio della città.

“Questa città con quanto vi è in essa sarà votata allo sterminio per il Signore; rimarrà in vita soltanto la prostituta Raab e chiunque è in casa con lei perché ha nascosto i messaggeri inviati da noi. Quanto a voi, guardatevi da ciò che è votato allo sterminio. Mentre operate la distruzione non prendete nulla di ciò che è votato allo sterminio altrimenti  rendereste votato allo sterminio l’accampamento di Israele e gli arrechereste una disgrazia. Tutto l’argento e l’oro e gli oggetti di bronzo e di ferro sono consacrati al Signore e devono entrare nel tesoro del Signore”.

E’ una pratica normale per l’antichità che il vincitore avesse diritto di saccheggio senza rispetto per i prigionieri, né per i bambini né per le donne. Non abbiamo inventato noi che la guerra riguarda anche i civili. C’è stato un processo di “incivilimento” della guerra nel senso che c’è stata una fase nella storia dell’umanità in cui la guerra riguardava solo i combattenti, ma ora non è più così: il terrorismo e le nuove forme di guerra non riguardano più solo i combattenti.

Simbolicamente qui il parallelismo è col togliersi i sandali dai piedi. Tutto è votato allo sterminio ma guardatevi dal prendere qualcosa perché lo sterminio dice che tutto è del Signore. Questo essere votati allo sterminio è l’espropriazione. Non avete vinto per sostituire il centro con un altro centro, non avete vinto per diventare voi i padroni, per costruire altre mura che altri poveri faranno crollare. Non è questa la logica. E’ credente chi sa vincere rimanendo povero.

Infatti c’è qualcuno che si salva dallo sterminio ed è la prostituta Raab. La Scrittura ha una certa predilezione per le donne e soprattutto per le donne che non godono di buona fama. Gesù dice che peccatori e prostitute ci precederanno nel regno dei cieli. Noi pensiamo sempre che questo accadrà se si convertono, ma in realtà questo non c’è scritto nel Vangelo perché questa è la predilezione per chi ha abitato la propria vita non dividendo i nostri e gli altri, servi e capi ma ha abitato quello che le è capitato di abitare fino in fondo, senza troppi scrupoli ma prendendo posizione quando era il caso. In un capitolo precedente del libro di Giosuè si dice che Raab nasconde le spie che Giosuè aveva mandato per studiare come era fatta la città per poterla attaccare. Inseguite vengono nascoste proprio da Raab che le salva. E’ proprio l’amministratore infedele, quello che si fa amici con le ricchezze ingiuste, mentendo e a causa di una casa troppo aperta. Per questo Raab sarà l’unica che si salva.

Bisogna scommettere di contaminarsi con l’esistenza lasciando che ci raggiunga, ci tocchi per poter fare fiducia su un’identità dei confini, su un’identità debole, che non divide il mondo nei nostri e negli altri, che non organizza tra servi e capi.

Quindi la premessa e la conclusione la teofania e questa affermazione che tutto è proprietà del Signore in mezzo a questo racconto quasi liturgico della caduta di Gerico. Al popolo è richiesto appunto di rimanere sul confine sia quando combatte la battaglia che quando l’ha vinta.

Fossano, 21 dicembre 2013

(testo non rivisto dal relatore)

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