3 Maggio 2014
Stella Morra

8. Un altro sguardo

Commento a: Mt 25, 31-46


Premessa

Con questo testo si chiude il percorso dedicato ad “un altro sguardo”.

Ricordo che il senso del percorso fin qui svolto è quello di guardare il mondo non dal centro, da tutti i possibili “centri”, ma dalla domanda, dalla fragilità, dall’impotenza delle tante “periferie”. Spero che, come me, vi siate convinti che l’opzione di leggere il reale a partire dalla debolezza è il vero nome del cristianesimo oggi.

Il titolo della lectio conclusiva è lo stesso di quella iniziale perché vuole chiudere il cerchio. Non si tratta del racconto di un incontro personale (come nelle ultime tre lectio), ma di un discorso di Gesù. Siamo partiti da una “storiella” (vedi episodio del ricco che sottrae l’unica pecorella al povero) per arrivare ad un pensiero: dai casi della vita alla riflessione su di essi, dalle domande che gli accadimenti ci pongono ad un pensiero che ci rimanda nella vita in un altro modo e che a sua volta genera altre azioni… Così funziona la vita.

Il brano è la parte finale del capitolo 25 del vangelo di Matteo. È un capitolo “tosto” che fa parte del cosiddetto “discorso escatologico” con parabole e discorsi che ruotano tutti intorno allo stesso tema. Gli studiosi discutono se siano stati pronunciati tutti nella stessa occasione, oppure, proferiti in luoghi e tempi diversi, siano stati raccolti e messi insieme dall’evangelista, con un accurato lavoro redazionale. In ogni caso per noi il testo del vangelo è rilevante così com’è, nella sua successione testuale.

Le prime due parti del capitolo 25 (che non leggiamo) sono costituite dalla parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte (vv. 1-13) e da quella dei talenti (vv. 14-30). Brani entrambi un po’ “scoccianti”, nel senso che rispondono a quella logica evangelica del “a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, a chi non ha sarà tolto anche il poco che ha”. Noi in genere cerchiamo di ammorbidirle eliminando le parti più spigolose, ma, ripeto, a ben vedere sono abbastanza scoccianti. La prima esalta l’egoismo delle vergini che hanno l’olio e non lo condividono. La seconda contiene un’ingiustizia già all’origine quando, al momento dell’assegnazione dei talenti da parte del padrone di casa, fra i vari servi non vengono fatte le parti uguali; alla fine poi, il servo che ha ricevuto meno – ed è stato sì più pigro – viene non solo rimproverato aspramente dal padrone, ma anche privato del poco che ha per darlo al servo più “ricco”.

Da un certo punto di vista si tratta di parabole tutt’altro che rassicuranti. In questi ragionamenti non c’è buonismo, non c’è la logica, più borghese che cristiana, del “siamo buoni, cerchiamo di essere corretti, condividiamo, facciamo le parti uguali…”. Una logica che abbiamo sovrapposto al cristianesimo, ma che in sé non rispecchia il senso profondo della fede cristiana. Gesù non fa parti uguali, ma privilegia i poveri. Non ha cioè alcuna intenzione di essere “politicamente corretto”. Non fa parti uguali tra l’uomo che ha un intero gregge e quello che ha una sola pecora, preferisce quest’ultimo. In altre parole, ridurre il cristianesimo ad una questione di buona educazione persino un po’ altruista è un’ingiustizia profonda, un generico appiattimento di quella che invece è una questione fondamentale. E la questione fondamentale posta nel discorso escatologico si trova proprio nel brano (che sto per commentare) del giudizio finale.

Vegliare, trafficare, giudicare la storia dalla fine

Cerchiamo innanzitutto di cogliere la dinamica di questo testo. A proposito della dimensione escatologica (su cui tornerò più avanti) vengono fatte tre affermazioni: 1) bisogna stare svegli, 2) bisogna trafficare, 3) perché ci sarà un giudizio. Tre cose che non hanno nulla a che fare con “cercate di essere buoni, non commettete peccati, andate a messa la domenica…”, cioè con una generica bontà d’animo. Sono tre indicazioni molto nette su cui c’è poco da discutere.

La prima (parabola delle vergini sagge e stolte) è vegliare. Essere pronti, attrezzati, saper scrutare nel buio, tenere gli occhi aperti, immaginare quello che ci servirà, essere prudenti, usare la ragione fin dove arriviamo, usare tutta l’astuzia, l’intelligenza, la furbizia umane… in una parola vegliare. È questo l’elemento decisivo. C’è una chiara differenza tra vegliare e non vegliare, tra stare lì ad aspettare che le cose piovano dal cielo e saper usare tutto ciò che si ha (occhi, intelligenza, amici, relazioni, conoscenze, curiosità…) per essere pronti, per essere all’altezza di se stessi. Non all’altezza di doveri, di valori, di norme morali, ma di se stessi, di ciò che siamo, del luogo che nella nostra vita abitiamo, di ciò che ci compete e che ci tocca fare: essere padre, madre, amico, fratello, sorella, figlio, nonno, medico, insegnante, operaio, impiegato…

La seconda (parabola dei talenti) è trafficare. Che i servi abbiano trafficato bene o male o che abbiano “fregato” qualcuno non interessa: la parabola dice che hanno trafficato e moltiplicato quello che avevano, hanno messo in movimento, non sono stati fermi… L’unica cosa inaccettabile è sotterrare.

La terza (vv. 31-46) è il giudizio. Anche in questo caso il testo è chiaro, semplice, costruito oltre tutto in modo simmetrico: questo sì, questo no, con poco margine di contrattazione.

Qual è il senso del discorso escatologico? Il cristianesimo non si caratterizza per il fatto che i cristiani siano buoni, né che pecchino meno. I cristiani cercano di essere buoni o altruisti, alcune volte ci riescono altre meno… Ma sanno che il tempo ha un peso. L’altro sguardo – che è lo specifico cristiano – è guardare dalla fine, non dall’inizio. È la capacità di osservare ciò che succede nel mondo e nella nostra vita esprimendo un giudizio a partire dall’esito e non dall’inizio o dal presente. Essere cristiani significa avere uno sguardo dal futuro, da quello che ancora non è. Ecco perché non giudicano gli altri: perché non sanno ancora quello che l’altro non è. Il cristiano evita di dare giudizi non per buona educazione o perché è più buono, ma perché non sa ancora cosa sarà dell’altro, perché si comporta così, se il suo comportamento nasce per difendersi, se è una reazione ad una ferita ricevuta… Non lo sa neppure l’altro perché nessuno conosce il proprio futuro. Questa è la ragione ultima per cui un cristiano non giudica. I cristiani vigilano e trafficano, ma il giudizio, che è solo il terzo passo, lo lasciano a Dio 1.

In questo senso si dice che lo specifico cristiano è escatologico. Che non va confuso con apocalittico. In passato si è dedicato molto tempo a spiegare che tutto ciò che è importante sarebbe accaduto al fondo della storia, nell’aldilà: il giudizio sarà alla fine, la verità delle cose (paradiso, inferno, ecc.) sarà in cielo non in terra, quello che succede ora non conta niente (“ora soffri, ma in paradiso sarai contento”)… Si è così deformato il cristianesimo in chiave apocalittica. Per reazione a questa impostazione, siamo diventati dei cristiani secolarizzati, spostando tutto nell’aldiquà e trasformando il cristianesimo in un’etica borghese.

In realtà il vangelo dice una cosa diversa: bisogna vigilare e trafficare adesso perché il giudizio sarà alla fine. Dunque dobbiamo ritrovare l’indole escatologica, non apocalittica del cristianesimo. Cioè sapere che quanto succede qui è estremamente importante, che c’è tanto da lavorare perché “trafficare e vigilare” richiedono energia, attenzione, intelligenza, c’è da farsi venire le vesciche alle mani e ai piedi… non è qualcosa che accade nel mio cuoricino!

C’è da “trafficare e vigilare” perché alla fine c’è un giudizio. Cioè le cose si vedono, i conti si tirano, la logica si riconosce, il senso si trova… dal fondo. Ma agli uomini questo sguardo dal fondo non è dato. Proprio perché solo Dio è eterno, cioè vede con un solo sguardo insieme passato, presente e futuro – mentre noi uomini ricordiamo il passato, viviamo nel presente, non conosciamo il futuro – solo Dio può giudicare.

Gli uomini e le donne che seguono il Signore non sono diversi dagli altri uomini e dalle altre donne: non soffrono meno, non sono meno confusi o più contenti, non hanno meno problemi, più o meno fede… Certo, a partire e sulla Parola e sull’Eucaristia provano a farsi coraggio, a darsi speranza… Ciò che li distingue davvero è che in questo tempo vigilano e trafficano. Stanno più svegli e hanno più vesciche sulle mani e sui piedi. Non altro.

Il testo

31Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. 37Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. 40E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. 41Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. 44Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. 45Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. 46E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna.

È un testo potente di fronte al quale è difficile dire “non capisco”. Il linguaggio (la dinamica, le figure, il racconto) è apocalittico, cioè costruito come se tutto succedesse alla fine. A partire da questo tratto nei secoli abbiamo sviluppato tutta una serie di sensibilità che nel testo non ci sono: Dio visto come giudice (e solo come giudice); lo scrupolo per cui queste sette azioni che vedremo sono state moltiplicate all’indefinito generando la paura di essere giudicati su ogni pensiero, ecc.

Nella misura in cui, come spiegavo sopra, tutto si è spostato alla fine, il linguaggio apocalittico è lievitato come una torta, ma il contenuto è escatologico. C’è un punto in cui finalmente si ha l’altro sguardo, si vedono le cose in un modo che ci è talmente poco familiare che sia i buoni (v. 37) sia i cattivi (v. 44) fanno la stessa domanda: “Signore, quando…?”, non se ne erano accorti!

Questo semplice versetto fa piazza pulita di tutti i nostri discorsi che fanno del cristianesimo una questione di intenzioni e di scelte. In questo testo si dice infatti chiaramente che il giudizio è su qualcosa di cui né gli uni né gli altri avevano intenzione e che, sembrerebbe quasi, né gli uni né gli altri avevano scelto. Le intenzioni e le scelte contano nel vigilare e nel trafficare; nella storia sì bisogna avere buone intenzioni e compiere scelte intelligenti.

Ciò che i buoni facevano era dare da mangiare, dare da bere… Ciò che a loro volta i cattivi facevano era non dare da magiare, non dare da bere… Cioè azioni molto concrete: dare da mangiare, da bere, vestire, spendere un po’ di tempo con chi è malato e carcerato, che rappresentano le due figure della solitudine. La fenomenologia di “questi piccoli” può essere molto ampia e le occasioni possono essere tante. Forse oggi ci capita raramente di incontrare un affamato che non abbia nemmeno i soldi per un panino, più facilmente ci imbattiamo in altri tipi di “povertà”: chi ha bisogno di un mano, di tempo da passare insieme, di affetto… Comunque si tratta di azioni molto reali. Ciò che i buoni e i cattivi fanno o non fanno è dedicarsi a cose molto concrete con l’intenzione di fare o non fare proprio quelle cose concrete. Quando queste cose vengono loro accreditate o imputate, a seconda dei due casi, sono posti di fronte ad un fatto “pazzesco”, al fatto cioè che il Figlio di Dio stesso si identifica a tal punto con il povero, con il punto debole dell’umanità da affermare: “Io ho avuto fame… ho avuto sete…”. Qui sta la novità cristiana radicale, che a volte dimentichiamo: il nostro Dio è il piccolo che ha sete, ha fame, è nudo, malato, carcerato… Dov’è Dio? È lì!

La reazione di entrambi – “Signore, quando ti…?” – la possiamo leggere nella logica degli scrupoli, come a dire: “Accidenti, saremo condannati per qualcosa che non ci siamo neppure accorti di aver fatto!”. No, ciò di cui non si erano accorti è che chi aveva fame, sete, ecc. era il Signore. Non ci sarà imputato dei poveri che non abbiamo incontrato, perché saranno più che sufficienti quelli che abbiamo incontrato e riconosciuto come tali. Può accadere che non riconosciamo il Signore, ma questo timore è irrilevante rispetto al giudizio. Ci può dispiacere, ma non è su questo che saremo giudicati. Perché il giudizio, lo ripeto, sarà sui poveri che abbiamo incontrato e riconosciuto.

A questo proposito una bella leggenda della comunità ebraica romana racconta che quando il Messia tornerà avrà la forma di uno dei poveri che abitano sotto i ponti del Tevere. Per questo motivo durante le grandi festività ebraiche mentre gli ebrei di tutto il mondo preparano la tavola con due posti in più (uno per Elia che annuncia il Messia e l’altro per il Messia stesso), gli ebrei romani non aggiungono i due posti ma escono a distribuire cibo festivo ai barboni che ancora oggi vivono accampati sotto i ponti della capitale… fosse mai che tra questi si nasconda il Messia.

31Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli.

L’immagine, il genere letterario è apocalittico perché serve da collegamento con i due passi precedenti. Il Figlio dell’uomo viene nella gloria, sul trono, davanti a tutti i popoli, e il suo gesto è quello di separare.

Il “Figlio dell’uomo” richiama l’immagine apocalittica del libro di Daniele (Dan 7,13-14), testo dell’AT che fa parte della tradizione apocalittica e che usa sovente questa espressione (anche se il libro dell’AT che la usa più volte è Ezechiele). Qui però ha anche un altro significato, vicino a quello dei testi che si leggono nel periodo pasquale (vedi Gv 20,26-29): è il Gesù risorto che conserva sul suo corpo tutte le piaghe della croce, anche se, a differenza del tempo della storia, non fanno più male e dunque Tommaso può toccarle. I Figlio dell’uomo è quel Dio che si è fatto carne, che è venuto ad abitare in mezzo a noi, quel Gesù che ha pianto per il suo amico Lazzaro, che ha mangiato con i peccatori…: chi ci giudicherà sa di cosa siamo fatti.

Ma la sua posizione nel giudizio è quella di un re sul trono circondato dalla corte (e infatti il premio è ricevere in eredità il regno). Un’immagine lontana anni luce dalla nostra sensibilità moderna, che ci dà fastidio, anche perché le monarchie di oggi (come quella inglese) sono altra cosa. Per Israele il re è una figura mitica, un po’ “infantile” (cioè vicina a quella delle favole), lontana dalla figura reale di un monarca, perché storicamente ha avuto a che fare con dei re veri per poco tempo e per di più con delle vicende disastrose. Qui si dice che questo re è uno di noi che ha una dignità perché è capace di prendersi cura degli altri. Il vangelo, per uscire dalla tradizione apocalittica, usa la figura padre – che già ci piace di più, anche se dopo cento anno di psicanalisi anche questa figura non funziona più tanto bene. L’immagine a noi più congeniale è quella di amico; con i fratelli non si sa mai, gli amori richiedono un sacco di energie, solo sui veri amici si può contare. Il re è solo benedizione, è gratis, e, pur non avendo doveri, si prende cura dei poveri.

34Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo”.

I buoni riceveranno in eredità il regno, diventano re con lui, cioè con la ricchezza sufficiente di anima, di testa, di cuore per prendersi cura di tutti I poveri. Il regno di Dio è un luogo senza poveri poiché tutti si prendono cura dei poveri. Non perché tutti sono buoni, ma perché tutti sono occupati a prendersi cura di qualcun altro. Il mondo che funziona è quello dove ognuno facendosi carico di un altro è retto da qualcuno.

Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.

C’è ancora un aspetto interessante da sottolineare. In questo giudizio il re separa gli uni dagli altri. Ci viene in mente, per contrasto, il cantico di Efesini 2,14: “Egli infatti è la nostra pace,
colui che di due ha fatto una cosa sola,
abbattendo il muro di separazione che li divideva…”. Insomma, questa idea della separazione tra buoni e cattivi ci pare un po’ fastidiosa perché in fondo abbiamo un’idea un po’ troppo borghese, buonista del giudizio. In realtà il giudizio discrimina, distingue, determina, cioè rende preciso evitando che tutto sia uguale a tutto. È così anche nelle nostre vite: ogni volta che nel nostro piccolo dobbiamo prendere delle decisioni siamo costretti a distinguere.

Il Figlio dell’uomo separa tra benedetti (v. 34) e maledetti (v. 41), dice il bene di alcuni e dice il male di altri. L’esperienza radicale è essere uno di questi piccoli. Cioè c’è un “trucco” per non essere né benedetti né maledetti: vivere da povero, essere uno di questi piccoli nutrito, vestito, visitato…

46E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna.

Abbiamo più volte riflettuto sul fatto che a conclusione di molti discorsi e miracoli di Gesù, i presenti se ne vanno (“se ne andò triste”, “se ne andarono”, “tornarono a casa”, ecc.)… anche alla fine di questo testo c’è qualcosa di insoddisfacente, non sappiamo cosa sia accaduto dopo. Per capire dobbiamo pensare alla liturgia, quando, alla fine della messa, il prete dice “Andate in pace”. Perché quello che vale accade nella vita, non lì, perché tutto quello che c’è da fare è vegliare e trafficare.

Fossano, 3 maggio 2014

(testo non rivisto dal relatore)


1 È questo il senso profondo della frase (che tante illazioni ha scatenato) pronunciata da Papa Francesco sull’aereo di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, il 29 luglio 2013 (in risposta ad una domanda di un giornalista): “Se una persona è gay e cerca il Signore ed ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”. Il suo è un ragionamento che ha alla base il vangelo. Il senso è: un valore in sé può essere giusto o sbagliato, ma le persone non si giudicano perché per poterlo fare bisogna poterle guardare dalla fine. Ora, siccome la fine storicamente non è ancora arrivata, non si la si conosce in anticipo. Dunque, “chi sono io per giudicare…”.

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