5 Dicembre 2020
Stella Morra

3. Concludere/nel frattempo

Commento a: Es 32, 1-20


 

Abbiamo ormai una certa consuetudine nel vederci in questo modo, ad abitare la rete, che ringraziamo profondamente perché altrimenti non riusciremmo a vivere questi tempi insieme. Ci auguriamo di non traslocare nella rete ma di fare in modo che sia un tempo definito, anche se magari la riutilizzeremo in futuro perché ormai abbiamo aperto nuovi canali. Ci auguriamo di poterci rivedere il prima possibile, in sicurezza, perché vorrà dire che il peggio sarà passato. Ci sono persone collegate da diverse parti d’Italia, ci fa molto piacere che i confini dell’Atrio si siano allargati oltre la provincia di Cuneo, la regione Piemonte, salutiamo tutti anche chi è più distante ma qui è vicino come tutti gli altri.

Iniziamo, proprio ieri riflettevo sui limiti e sui pregi di queste connessioni. Ci sono alcune cose che non si fermano comunque, come per esempio la Parola di Dio che non si ferma individualmente nei nostri cuori, non si è fermata durante il lockdown, non si ferma se siamo costretti in questa situazione. Continuare a farla circolare mi sembra uno dei pochi punti d’appoggio fermi che abbiamo in questo tempo così ballerino, fatto di tanti elementi, di ferite, di dolori, di preoccupazioni, di impossibilità a programmare il futuro. Qualche pietra fissa c’è e mi sembra che il far circolare tra di noi la Parola di Dio, dunque le parole, sia una bella cosa che rimane come un filo rosso a cui ciascuno di noi ha la libertà e la gioia di potersi “attaccare” lì dov’è, nel luogo della propria esistenza, con ciò che di bello e di faticoso ha, di condividerlo un po’ con quelli che sono attaccati a quel filo, ma anche di mantenere la libertà di essere dov’è, di non essere vincolato a niente di conseguenza. La trovo un’esperienza che in qualche modo mi fa piacere e, riflettendo su queste cose, ho messo come stato di WhatsApp un verso di una poesia di Sonnet dal libro che vi ho già consigliato altre volte, “La scorciatoia divina”, (ed. Ancora, 2010) che è veramente un libro incredibile. Questo verso si conclude dicendo: “Dio compie meraviglie nel groviglio dell’Io”. Questo è proprio il sentimento che mi sta prendendo in questo tempo di Avvento. Io che rimane un groviglio, Dio non risolve ma compie meraviglie. È il groviglio in cui tutti siamo adesso per la parte comune, oltre i grovigli personali di ciascuno che ognuno annoda già abbastanza, ma la matassa comune è molto aggrovigliata e avremo bisogno di tempo, di pazienza, di tenacia. Soprattutto quando apparentemente le cose emergenziali saranno passate avremo bisogno di tenacia per pazientemente sgrovigliare il filo senza spezzarlo, senza perdere ciò che è stato, senza rimanere rancorosi, portando ciò che è stato verso il nuovo. Da questo punto di vista mi pare che quello che stiamo facendo insieme sia una buona idea, un buon esercizio che potremo ampliare in altre forme. L’esperimento che abbiamo fatto di vederci tra l’altra Lectio e questa, dal mio punto di vista è stato molto interessante, mi è piaciuto veramente tanto: uno scambio di parole ricco, denso, molto concreto che vale la pena ripetere.

La lectio di oggi   

Il percorso che stavamo facendo, quello di abitare coppie di parole, che non sono una giusta e una sbagliata, una da buttare e l’altra da tenere, ma sono delle coppie in metamorfosi, delle parole che avevano un senso nella situazione precedente e che in qualche modo ci lasciano un’eredità ma chiedono anche una trasformazione nella situazione seguente. Sono parole apparentemente non proprio della fede, verbi e avverbi, ma che in qualche modo ci consentono di nominare noi stessi, il nostro percorso come credenti, andando a scavare nella parola di Dio

In ottobre abbiamo riflettuto sulla coppia cosa / come, in novembre sulla coppia comprendere / lasciarsi ferire, ora siamo in questo terzo passo che nella sua preparazione iniziale pensavo come quasi scontato sia nel contenuto che nel testo scelto. Un testo molto conosciuto, e le parole concludere / nel frattempo sembrano quasi scontate. Poi, come sempre, ripensando insieme alla Parola di Dio, alle nostre esperienze, all’incontro intermedio che avevamo fatto, mi sono resa conto che abbiamo parlato tantissimo per esempio dell’Eucarestia, del modo di celebrarla in questo tempo strano di lockdown, non potendola celebrare insieme poi adesso con questo modo un po’ sospeso e mi sembrava che lì per esempio si vede bene come abbiamo bisogno di rimparare un nel frattempo. Quando vedremo Dio faccia a faccia non avremo più bisogno di Sacramenti, sarà una realtà quindi non ci sarà più bisogno dell’Eucarestia, ma nel frattempo abbiamo bisogno di trovare un modo per l’Eucarestia che tenga conto di tante cose, su cui ognuno si sta un po’ aggiustando.

Alcune delle storie che abbiamo condiviso in quella serata intermedia mi hanno fatto un po’ venire i brividi, altre mi hanno intenerita, ma sono storie diversissime perché questo tempo di frattura ha consentito un senso di sperimentazione e di libertà, nel bene e nel male, come se tutti nascessimo per la prima volta all’Eucarestia, come fosse la Prima Comunione, tutti a cercare e tentare più o meno inconsapevolmente di fare una gerarchia di cosa era importante salvare e di cosa invece si poteva lasciar cadere. Abbiamo scoperto per esempio che non abbiamo affatto una percezione comune di ciò che è importante e ciò che non lo è rispetto all’Eucarestia, il che non è una cosa proprio di poco conto, essendo cristiani ed essendo l’Eucarestia che fa la Chiesa. Non avere nemmeno la minima percezione di cosa sia il cuore di questa esperienza e poi dell’ampiezza di possibilità di molti significati, a seconda dei tempi della vita e delle persone, va bene, ma non riuscire nemmeno a dirci qual è la cosa essenziale da salvare mi sembra davvero un problema. Quindi abbiamo discusso un po’ sul tema contaminazione / non contaminazione che è un po’ il cuore della faccenda.

È chiaro che è un punto fortemente dolente perché in questo tempo la carità ci chiede di non contaminare e di non contaminarci, ma di per sé la nostra identità più profonda nell’Eucarestia è quella della contaminazione, tra noi e con il corpo di Gesù. Quindi che queste due cose vadano in conflitto è un problema. Poi possiamo risolverlo in mille modi, ma vanno in conflitto perché il DPCM ci dice che la Messa di Natale si deve celebrare due ore prima, non è questo. Vanno in conflitto nella sostanza e quindi ci chiedono di ragionare su questa questione e, per esempio, di capire come possiamo sperimentare la contaminazione, che è il cuore della nostra entità, in una situazione di pandemia in cui è importante non contaminarsi, per sé ma soprattutto per gli altri. Mi sembra un problema tipico del tempo intermedio, del frattempo, perché appunto in cielo non c’è questo problema, in paradiso il Covid non arriva e non abbiamo nemmeno bisogno dei Sacramenti perché Dio è lì, è la realtà e quindi non abbiamo bisogno di una mediazione, non c’è più un nel frattempo, ma che c’è in tutto il tempo della storia.

Richiamo l’idea di contaminazione / non contaminazione perché mi sembra una delle cose su cui vale pena che riflettiamo, che teniamo nel cassetto, su cui certo non troveremo adesso una soluzione ma la teniamo vicina. L’altra cosa che vorrei tenessimo tutti vicina e ragionassimo trasversalmente al testo di oggi è l’idea della differenza tra vulnerabilità e fragilità, di cui abbiamo parlato nell’ultima Lectio. Questo tempo ci fa sperimentare qualcosa che noi tendiamo a chiamare fragilità e personalmente questa parola non piace perché la fragilità è un dato strutturale, che non dipende da nessuno, ed è un dato autoreferenziale, uno è fragile o non è fragile. È una parola che si usa molto, per esempio per indicare soggetti fragili, ma va bene in senso descrittivo, per dire chi va più tutelato. Di per sé noi cristiani non siamo fragili perché se Dio è con noi, e nel Natale ancora una volta è con noi, non siamo mai fragili e comunque non è questo il problema. Però un cristiano è vulnerabile, perché vulnerabile è un concetto relazionale, non individuale, non strutturale ma legato al mettersi in una condizione di vulnerabilità. Bisogna combattere una battaglia per farsi ferire, se uno sta chiuso nella sua torre d’avorio nessuno lo ferisce. Bisogna uscire fuori, incontrare qualcun altro, e questo ha sempre un rischio di ferita. Da questo punto di vista, così come contaminarsi / non contaminarsi, vulnerabilità e fragilità mi sembrano due parole sottese che non sono tra quelle che stiamo pensando ma su cui bisognerà ragionare.

Il testo: Es 32, 1-20 (testo CEI 1974)

1Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dalla montagna, si affollò intorno ad Aronne e gli disse: “Facci un dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto”. 2Aronne rispose loro: “Togliete i pendenti d’oro che hanno agli orecchi le vostre mogli e le vostre figlie e portateli a me”. 3Tutto il popolo tolse i pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad Aronne. 4Egli li ricevette dalle loro mani e li fece fondere in una forma e ne ottenne un vitello di metallo fuso. Allora dissero: “Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!”. 5Ciò vedendo, Aronne costruì un altare davanti al vitello e proclamò: “Domani sarà festa in onore del Signore”. 6Il giorno dopo si alzarono presto, offrirono olocausti e presentarono sacrifici di comunione. Il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per darsi al divertimento.

7Allora il Signore disse a Mosè: “Và, scendi, perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto, si è pervertito. 8Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata! Si son fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: Ecco il tuo Dio, Israele; colui che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto”. 9Il Signore disse inoltre a Mosè: “Ho osservato questo popolo e ho visto che è un popolo dalla dura cervice. 10Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione”.

11Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: “Perché, Signore, divamperà la tua ira contro il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto con grande forza e con mano potente? 12Perché dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. 13Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutto questo paese, di cui ho parlato, lo darò ai tuoi discendenti, che lo possederanno per sempre”.

14Il Signore abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo.

15Mosè ritornò e scese dalla montagna con in mano le due tavole della Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall’altra. 16Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sulle tavole.

17Giosuè sentì il rumore del popolo che urlava e disse a Mosè: «C’è rumore di battaglia nell’accampamento». 18Ma rispose Mosè:

“Non è il grido di chi canta: “Vittoria!”.

Non è il grido di chi canta: “Disfatta!”.

Il grido di chi canta a due cori io sento”.

19Quando si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora si accese l’ira di Mosè: egli scagliò dalle mani le tavole e le spezzò ai piedi della montagna. 20Poi afferrò il vitello che quelli avevano fatto, lo bruciò nel fuoco, lo frantumò fino a ridurlo in polvere, ne sparse la polvere nell’acqua e la fece trangugiare agli Israeliti.

Commento

Questo è un testo ben conosciuto, un episodio noto, ma è un testo che se letto con un po’ di attenzione mostra molte cose. Innanzitutto, una cosa che mi ha colpito tanto, più che altre volte in cui l’ho letto, è l’inizio:

1Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dalla montagna

Tardava rispetto a cosa? Qual era il criterio? Anche se leggete il testo precedente non si trova un tempo stabilito, non aveva detto: “scendo tra due giorni” e ne sono passati quattro. Tardava, ci metteva del tempo. Mi sembra che questa sia un po’ la sensazione che spesso abbiamo in questo tempo. Nessuno può dirci qual è il tempo giusto ma questo tempo ci fa dire comunque che questa situazione è troppo lunga, ma rispetto a cosa? Rispetto a quale misura? Qual è il criterio del tempo? Questa è la domanda che sta sotto al passaggio concludere / nel frattempo: se uno ragiona in termini di conclusione tutto tarda troppo. C’è un bel libro di Bose che si chiama “Ciò che tarda, avverrà” (ed. Qiqajon, 1992), per dire che se uno vive nel frattempo, nell’attesa (siamo in Avvento), non è mai troppo tardi. Questa questione, sotto il segno del ritardo, mi sembra molto importante per i nostri verbi.

Mosè tardava a scendere e quando poi scende forse era meglio che non lo fosse, dal punto di vista degli israeliti, perché si arrabbia non poco. Mosè tarda a scendere, un movimento per cui dallo stare con Dio torna in mezzo al popolo. Ma questa è la percezione che ha il popolo, non quella che ha Mosè e nemmeno quella che ha Dio, è la percezione di chi sta nel frattempo. Il Signore fa sempre tardi e la salvezza ci prende alla sprovvista. Il tempo della salvezza è incredibilmente lungo e incredibilmente corto, non tutti i minuti sono uguali.

La domanda del popolo di fronte ad Aronne è:

“Facci un dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto”.

Se gli uomini ci deludono, ci inventiamo un Dio. È interessante come operazione, facciamo noi un Dio perché l’uomo che ci ha condotto fuori dall’Egitto non sappiamo che fine abbia fatto. Forse nel linguaggio contemporaneo questa cosa si chiamerebbe idealizzazione, si potrebbero indicare diverse patologie, ma non è un caso che la religione, la fede, è una grande tentazione, è la tentazione di non stare nel frattempo, di concludere, di sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato, chi ha ragione e chi ha torto, chi è nella verità e chi è nell’errore, come vanno a finire le cose. È la tentazione del dire “chiudiamola lì, c’è un Dio, un papà che dice che tra te e tuo fratello questa volta ha ragione tuo fratello, basta litigare”. In fondo abbiamo voglia di risolvere e forse anche di prendercela con Dio, l’esperienza del Covid è interessante da questo punto di vista. Chi non se la prende con Dio se la prende con gli scienziati. Non è più culturalmente il Quattrocento dove contro la peste si fanno le processioni, disseminando ulteriormente la peste. Abbiamo capito che non conviene, ma allora con quale dogmatismo ce la prendiamo? Non va più di moda il dogmatismo religioso dunque abbiamo fatto della scienza una religione con cui prendercela. Questo mi faceva riflettere tanto, c’è un gioco di responsabilità, il Salmo è chiaro: il Signore è il Dio dei cieli ma la terra l’ha data all’uomo. C’è un nel frattempo che spetta a noi, non a noi da soli, a noi in compagnia di Dio, ma è la nostra storia. Credo che ciascuno di noi possa pensare ad alcuni suoi passaggi personali dove in qualche modo passando dall’adolescenza all’adultità, scopre che ad un certo punto ci sono decisioni che dipendono da lui e non è così facile dire questo è giusto o questo è sbagliato. Per la prima volta i genitori ti dicono va bene come decidi tu, e tu non sai cosa fare perché devi decidere per un nel frattempo che riguarderà te per un po’ di tempo e non c’è un’autorità superiore che dica cosa devi fare. Ti verrebbe voglia di avere qualcuno che ti dica come devi fare, anche solo per fare il contrario, almeno lo fai per reazione.

Facci un dio che cammini con noi, è interessante che il primo gesto di questo Dio costruito sia togliere, un Dio che risolve per prima cosa toglie. Già qui potremo ragionare un po’, il Vangelo di oggi ci dice che Gesù passava per le strade e guariva, spiegava, faceva vedere i ciechi…tutto questo non è togliere, è dare, ma è un Dio di un altro tipo, non è un Dio fatto da noi e dunque il suo primo gesto non è togliere. Però la nostra tentazione è di leggere sempre la fede come ciò che, detto in modo banale, mi toglierebbe la libertà di fare, mi dà delle regole, mi impone dei comportamenti, mi toglie gli orecchini d’oro. È la tentazione di farci un Dio conclusivo e concludente. Tutto questo che viene tolto viene portato nelle mani di Aronne che lo riceve, lo fa fondere ed ottiene un vitello di metallo fuso e dice:

Allora dissero: “Ecco il tuo Dio, o Israele,

Da noi a noi, passando per uno sciamano. È il meccanismo terrificante che, per esempio, Francesco chiama clericalismo e che evidentemente non riguarda solo i preti. Da noi a noi, non c’è alterità, ciò che ci è stato tolto ci viene restituito sottoforma di un Dio, passando attraverso ad una sorta di gesto magico, il capostipite dei sacerdoti, cioè una figura che in qualche modo ci garantisce che da noi a noi qualcosa è successo in mezzo. Voi capite che è un meccanismo sempre in agguato nell’esperienza della fede e che noi possiamo applicare anche al Dio Padre di Gesù Cristo, da noi a noi passando per uno sciamano. Alcuni dei ragionamenti sull’Eucarestia fatti nella serata intermedia funzionavano così: io ho un desiderio, io mi rispondo a questo desiderio passando per le mani consacratorie di uno sciamano. Però non funziona così, almeno per il Dio cristiano, questo si chiama vitello d’oro, è un’altra cosa.

5Ciò vedendo, Aronne costruì un altare davanti al vitello e proclamò: “Domani sarà festa in onore del Signore”. 6Il giorno dopo si alzarono presto, offrirono olocausti e presentarono sacrifici di comunione. Il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per darsi al divertimento.

Tutto è compiuto, abbiamo fatto tutto per bene, abbiamo costruito Dio, questo è garantito dallo sciamano, dunque si può fare un altare, offrire sacrifici e fare una festa. Uno dice: ma perché la gente discute tanto sulle questioni del Natale, a parte le discussioni politiche strumentali e penose? Perché fa a tutti un po’ impressione un Natale celebrato in altro modo. Perché è antica di almeno 4000 anni l’idea che ci siano dei tempi di compimento in cui si può, su un altare qualsiasi e in qualsiasi forma, offrire un sacrificio e celebrare, mangiare e bere. È l’archetipo della rassicurazione: abbiamo fatto tutto giusto. Non siamo noi che siamo fifoni, è la realtà che è faticosa, quindi abbiamo bisogno di un Dio. Tutto è concluso, Aronne ha fatto tutto bene, anche se fa una magrissima figura. Poi sarà, come Mosè, riabilitato per il servizio al suo popolo perché poi alla fine i preti li teniamo come sono, anche quando fanno delle magre figure.

C’è una prima scena che si conclude, quella in basso, ai piedi della montagna, dove apparentemente tutto è concluso. Vi rimando ad uno dei piccoli pezzetti che Derio fa prima di cena su youtube, (https://youtu.be/CsybR9CfQuU) questo è di fine novembre e comincia con due minuti di fermoimmagine con due marmellate di Pra ‘d mill – pubblicità progresso – dopo i quali spiega il significato di Compieta, compiuto. La Compieta viene recitata la sera ed è l’esatto contrario del gesto di Aronne, la compieta si celebra dicendo siamo arrivati fin qui, di per sé potremmo continuare, ne avremmo da fare per tutta la notte, non abbiamo finito ma siamo arrivati fin qui e mettiamo tutto nelle tue mani, vedi cosa puoi compiere tu perché è vero che la terra l’hai data a noi e sono cavoli nostri, noi abbiamo fatto del nostro meglio da questa mattina, da Vigilia a questa sera, a Compieta. Adesso ti rimettiamo tutto in mano perché: ”nella veglia salvaci Signore, nel sonno non ci abbandonare”. Tutto nelle tue mani, domattina ne riparliamo. È il contrario dell’atteggiamento di Aronne.

Questa è la prima scena che si conclude con un compiuto, poi c’è la seconda, quella che si svolge in alto tra il Signore e Mosè.

7Allora il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito

A parte che dà la sensazione di quando i padri dicono alle madri “tuo figlio”. Quando uno si incavola si tratta sempre del figlio dell’altro, quindi è il “tuo” popolo, il popolo di Mosè. È carino perché c’è come un’inversione di ruoli, poche righe dopo Dio dice:

10Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga.

Chiede il permesso a Mosè, come se si fossero invertiti i ruoli. Ma è ovvio, se l’uomo si fa Dio, Dio si fa uomo. È l’unico modo che ha per farlo uscire da questo circolo vizioso, anche abbastanza naturale, del dire facci un Dio che cammini con noi, di togliere per immaginare un Dio attraverso uno sciamano, ecc.  L’unico modo che Dio ha per tirarci fuori non è mettersi a spiegare ma invertire i ruoli, mettersi dall’altra parte, far vedere a Mosè cosa vuol dire abitare il frattempo. er esempio vuol dire cambiare idea, ascoltando.

Allora gli dice il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto quando voi sapete che in tutti i Salmi, i profeti, Esodo ecc., si dice sempre io ho fatto uscire questo popolo dall’Egitto, con braccio disteso e mano potente. Io ho fatto questo per voi, ricorda Israele Dio ha fatto questo per te. Qui Dio dice a Mosè il tuo popolo che tu hai fatto uscire dall’Egitto, quel frattempo che tu, sulla mia parola, hai responsabilmente abitato, per cui hai rischiato nel passaggio nel mare – e non sei annegato – per cui hai rischiato nel battere la roccia, per cui hai rischiato nello sfidare i serpenti, per cui hai rischiato chiedendo la manna. Per questo è il popolo che tu hai fatto uscire, perché del frattempo te ne sei occupato tu, il tuo popolo che tu hai fatto uscire si è già pervertito.

“Ho osservato questo popolo e ho visto che è un popolo dalla dura cervice.

Su questo vi leggo due righe dal libro che vi citavo prima, La scorciatoia divina di Jean-Pierre Sonnet (pg. 17).

Dio, si direbbe, ha un debole per la nuca, più dura, e più tenera, della pianta dei piedi. Le nuche sono dure, nella Bibbia – e nella vita – ma Ester ha il collo grazioso di una che ascolta. Nel metrò, stamane, sono tutt’occhi per il collo, le pieghe del collo, il tenero inchinarsi degli esseri.

C’è uno sguardo; sappiamo tutti che popolo dalla dura cervice vuol dire che sono testoni e peccatori, ma solo chi ha amato qualcuno, o che ha guardato un bambino che iniziava a tenere dritta la testa, sa quanto può essere delicata, tenera ed importante una nuca. Non nasciamo con la nuca dura, è un punto delicato che nei neonati bisogna proteggere. Nasciamo con la nuca tenera e la vita a volte ci fa venire la cervicale, irrigidiamo il collo perché ci sentiamo Atlante e dobbiamo portare tutto sulle spalle, perché storciamo la testa, perché stiamo troppo al computer, per la tensione del comunicare. Il nostro corpo ci dice qualcosa. Siamo un popolo dalla dura cervice non perché siamo cattivi ma perché rischiamo di farci indurire dal concludere, perché nel frattempo bisogna stare con la piega del collo che ascolta, mantenere una testa che non si presume sappia stare in piedi da sola. I neonati hanno gli occhi aperti anche se per un po’ ci vedono poco ma molto dopo imparano a tenere dritta la testa. Occhi aperti e la curva del collo di Ester. Il popolo dalla dura cervice, in questo tempo così duro e difficile, cosa vuol dire? Ci sentiamo tutti sulle spalle il peso, la fatica, il dolore, sta venendo la cervicale a tutti, oltre alla gastrite e ad altre cose. Forse morbidezza delle spalle, abitare il frattempo, non avere bisogno di concludere.

10Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione».

Dio è proprio arrabbiato e chiede il permesso a Mosè, lasciami andare giù per tirare un pugno e farli sparire, poi da te verrà fuori il popolo della promessa, e Mosè supplica il Signore. Qui c’è una cosa bellissima secondo me, su cui sto riflettendo ultimamente e non avevo riflettuto mai con tale intensità come nelle ultime settimane. C’è questa cosa antica, che i cristiani dei primi secoli avevano capito molto bene, che è la preghiera di intercessione: Mosè non dice che va bene far diventare lui una grande nazione tralasciando il popolo, Mosè intercede come aveva già fatto Abramo per Sodoma, intercede e fa una supplica affettuosa e furba.

“Perché, Signore, divamperà la tua ira contro il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto con grande forza e con mano potente? 12Perché dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra?

Per prima cosa rivolta la frittata dicendo che il popolo non l’ha fatto uscire lui, l’ha fatto uscire Dio. Poi, mette di mezzo anche la malizia degli Egiziani, gli stuzzica pure l’orgoglio – vuoi dare soddisfazione agli Egiziani che sono stati sconfitti ed adesso potrebbero dire: “che razza di un Dio, li ha portati fuori per farli morire?”.

Le prova tutte:

13Ricòrdati di Abramo,

è un atto di intercessione che dà a Dio le sue responsabilità, che stuzzica l’orgoglio di Dio e che, soprattutto, fa memoria. Mi viene in mente il versetto, che amo tantissimo, del capitolo 62 di Isaia (testo CEI 1974):

6 Voi, che rammentate le promesse al Signore,
non prendetevi mai riposo
7 e neppure a lui date riposo,
finché non abbia ristabilito Gerusalemme

È lo stesso principio della vedova importuna, voi che rammentate le promesse al Signore. Chissà, forse è un tempo in cui possiamo di nuovo imparare la prossimità come preghiera di intercessione. L’altro giorno durante una Messa ho sentito dire da un prete una cosa che mi ha fatta rimanere un po’ a bocca aperta: è stata la prima volta che riconoscevo quell’atteggiamento. In quella chiesa un po’ strana, tutti distanziati e con le mascherine, lui ha iniziato dicendo “benvenuti…che bella occasione ci offre il Covid! Vedete, dovremmo saperlo tutti che normalmente nessuno viene a Messa per sé, tutti portiamo a Messa il mondo, ma quando siamo così contenti di starci vicini ce ne dimentichiamo. Invece, dovendo stare a distanza, questi posti vuoti, come la sedia vuota per il profeta Elia alla cena di Pasqua, sono il segno sacramentale che c’è spazio per il mondo. Ognuno di voi, prima che inizi la Messa, immagini chi non è qui e vorrebbe avere seduto a fianco”.

L’ho trovato un atteggiamento geniale, trasformare un limite in un segno sacramentale. È vero che è molto bello quando siamo tra noi tutti appiccicati, abbiamo piacere di vederci, la Messa è celebrata normalmente, siamo in un luogo famigliare, ci sono gli amici. Però rischiamo di dimenticarci che non andiamo a Messa per noi, andiamo a Messa per tutto il mondo, per tutti quelli che a Messa non ci sono, per portare davanti a Dio, in una grande preghiera di intercessione, l’intera umanità. Celebrare distanziati ci dà il senso tangibile di chi non c’è e di chi vorremmo ci fosse, o di chi portiamo con noi e che c’è perché lo portiamo con noi, anche se non ci è seduto fisicamente vicino. Trovo che su questo tema dell’intercessione forse dovremmo lavorare un po’, che non è una specie di aggiustamento alla bell’e meglio, dato che non posso far niente, venire a cena o fare altro, allora pregherò per te. È una cosa un po’ più seria, è farsi carico di, è un’altra cosa. Creare lo spazio necessario per, fare memoria a noi stessi e a Dio.

14Il Signore abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo.

Cosa fa abbandonando il suo proposito? Gli dà un altro nel frattempo. Non risolve, non li porta con un colpo di bacchetta magica nella terra promessa, gli dà ancora tempo, che è quello che sta facendo con noi, ci sta dando ancora storia. “Sì ma cavolo, questi sono gli anni del Covid…”, va bene, sono gli anni di deserto che mancano ancora. Ci dà ancora un nel frattempo. Però è carino perché Mosè tanto intercede presso Dio quanto poi scende e se la prende male, scende con in mano le due tavole, perché nel frattempo il dono è la Legge scritta dalla mano di Dio. Ciò che ci serve nel frattempo è la Legge, non nel senso di quella giuridica o tantomeno moralistica, ma è il senso stesso della Legge, che nessuno sia dittatore e che tutti siano sottoposti alla Legge di Dio. È il riconoscimento che non ci possiamo fare ogni volta un Dio che ci serve perché la Legge rende anche i re sottoposti ad essa, per il legame che ci unisce gli uni agli altri. Nel frattempo serve la scrittura di Dio.

Salto ai versetti 19-20 poi ritorno ai 17-18:

19Quando si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora si accese l’ira di Mosè: egli scagliò dalle mani le tavole, e le spezzò ai piedi della montagna.

Mosè è molto arrabbiato e dice: “Vi siete fatti un Dio falso? Vi sbriciolo le tavole della Legge, vi tolgo ciò di cui avete bisogno nel frattempo”. Non è un caso che poi saranno rifatte le tavole della Legge, saranno ridonate perché senza non si può stare, ma Mosè è veramente arrabbiato. Se voi vi siete fatti un Dio e Dio ha dovuto farsi uomo per mostrarvi cosa si fa nel frattempo, non meritate la compagnia della Parola scritta da Dio perché non sapete leggerla, perché volete un Dio che si veda, perché non avete la costanza, la memoria e l’intercessione. Scaglia le tavole, le spezza e poi c’è questa scena che mi piace da morire perché sembra un film americano.

20Poi afferrò il vitello che quelli avevano fatto, lo bruciò nel fuoco, lo frantumò fino a ridurlo in polvere, ne sparse la polvere nell’acqua e la fece bere agli Israeliti.

Gli fa bere l’acqua con la polvere del vitello, ragazzi, più distrutto di così non si può. Costui è niente, viene da voi e ritorna a voi, bevetelo. Questo è tutto un gioco vostro, non c’entra niente nessun altro e se non c’è un altro. Dio non c’è.

Poi ci sono i versetti:

17Giosuè sentì il rumore del popolo che urlava e disse a Mosè: «C’è rumore di battaglia nell’accampamento». 18Ma rispose Mosè:

“Non è il grido di chi canta: “Vittoria!”.

Non è il grido di chi canta: “Disfatta!”.

Il grido di chi canta a due cori io sento”.

Giosuè e Mosè scendono, Giosuè dice di sentire un rumore di battaglia, ma Mosè risponde che non sente dire vittoria o disfatta, ma sente un canto a due cori, cioè le due parti che cantano insieme quindi non è una guerra. Questo è proprio preannuncio del nel frattempo, così come le tavole sono scritte dalle due parti. Il frattempo è il regno dell’ambiguità, il regno del discernimento, del raccogliere vittorie, disfatte e canti a due cori, di guardare se bisogna leggere da una parte o dall’altra della tavola. Questo è il nostro lavoro, l’intercessione e il discernimento, questo c’è da fare perché la differenza tra conclusione e nel frattempo è esattamente il tasso di ambiguità sopportabile. Quando ci spazientiamo ci sembra che qualcosa sia in ritardo, dunque dacci un Dio che si veda, ma dobbiamo sempre ricordarci che il primo gesto di un Dio che si vede è quello di togliere. Il nostro Dio non toglie, allarga. Toglie perché se dobbiamo produrlo noi dobbiamo metter qualcosa in gioco, togliete l’oro. Il problema è che, come scrive Arminio, il mondo è fatto così, se non lo allarghi lo stringi, cioè non si sta fermi. Il Dio che si fa uomo allarga, nel senso che ci consente di avere più spazio, più attitudine, più intercessione, più relazioni. Non ci chiede il nostro oro, ci dà altro spazio, altra aria, altro tempo. Ci dà un frattempo per continuare a sbagliare, a provare, a vivere, a voler bene, a fare cose. In questo senso allarga.

Fossano, 5 dicembre 2020

Testo non rivisto dall’autore

Anno pastorale: 2020/2021

DataTitoloCommento a:
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Es 1, 8-22
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27 Marzo 2021
Stella Morra
6. Esistere/curar-e/-si
Gv 5, 1-18
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20 Febbraio 2021
Stella Morra
5. Universalizzare/concretizzare
Es 12, 1-11 ; 13,1-6
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9 Gennaio 2021
Stella Morra
4. Scartare/raccogliere
Gv 6, 1-15
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7 Novembre 2020
Stella Morra
2. Com-prendere/lasciarsi ferire
Gv 19, 12-37
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17 Ottobre 2020
Stella Morra
1. Cosa? Come?
Es 16, 1-27
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L'Atrio dei Gentili

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