17 Ottobre 2020
Stella Morra

1. Cosa? Come?

Commento a: Es 16, 1-27


Allora, intanto anch’io saluto tutti quelli che sono nel salone del seminario, e anche quelli che vedo sullo schermo del mio computer, almeno come nomi, e mi dispiace molto di non essere lì, di non poter essere insieme nel salone e fare le quattro chiacchiere prima e prendere un caffè dopo come facciamo normalmente. Ma, appunto, “nella fine è l’inizio” mi sembra ben rappresentato da questo sistema che non è solo online, è po’ in presenza, un po’ online in attesa di essere tutti in presenza. È un sistema a metà e metà che ci dice come da qui in avanti tutti dovremo imparare a pensarci, almeno per un tempo, metà e metà, alcune cose come le abbiamo sempre fatte, vissute, come le desideriamo, altre non proprio, e altre in modi nuovi che stiamo tutti imparando.

Vorrei dire due cose solo in generale sul tema che ci siamo dati e poi entro nella lectio di oggi. “Nella fine l’inizio” è proprio questa idea che da una parte c’è qualcosa che sta finendo, ma non possiamo semplicemente tagliarlo via; cioè, ci sono forme, modi, abitudini, modalità di essere credenti che ci hanno accompagnato, condotto fino a qui, ognuno nelle nostre vite, nei modi più diversi, che probabilmente non saranno più replicabili in futuro, non solo a causa della pandemia, ma anche a causa per esempio del fatto che invecchiamo, del fatto che le biografie di ciascuno cambiano. Non serve una pandemia, in realtà basta molto meno per sapere che ci sono forme che cambiano, e non si può vivere nella nostalgia di ciò che non c’è più; poi, chiaro, la pandemia rende tutto più visibile perché è un fenomeno collettivo in cui ci troviamo tutti immersi allo stesso tempo, nello stesso luogo, ma non siamo contemporanei nemmeno nella pandemia, avere 20 anni in questa situazione o averne 65 è diverso. E c’è qualcosa che sta finendo che non può essere semplicemente, né rimpianto, né semplicemente cancellato, ciò che sta finendo, come in ogni transizione, la storia cristiana ce lo mostra bene, deve portare il frutto delle possibilità che genera ed è su quelle radici che noi possiamo pensare l’uomo. Non senza quelle radici. Siamo posti di fronte a situazioni inconsuete e non basta trovare soluzioni tecniche, basta che sia, per fare le cose che facevamo prima, questo sarebbe esattamente il contrario, fare tutto come prima, soltanto in altri modi, e quello che non si può fare si cancella.

La questione è esattamente il contrario: capire di ciò che c’era prima cosa va conservato, discernere ciò che è importante e deve trovare un nuovo inizio e, a partire da quello che ci ha portato e che forse nella sua forma è finito, far nascere il nuovo. Ecco, io credo che questa è la grande sfida che è complicata dal fatto di avere tante dimensioni, di non riguardare per esempio solo la fede o l’esperienza credente, deve riguardare i nostri modi di stare insieme, il nostro stile di umanità, da un certo punto di vista, ma anche, molto concretamente, il cambiamento delle situazioni economiche, delle situazioni sociali, molte cose stanno finendo e devono incominciare se vogliamo insieme costruire una speranza, non semplicemente rimpiangendo, né semplicemente provando a far tutto come se non fosse successo niente, ma neanche buttando via tutto.

In questa posizione che come Atrio ci sembrava utile prendere, cercare di aiutarci a vedere cosa va conservato e quale è la forma nuova in cui ciò che è essenziale non può andare perduto, a partire dalle nostre radici, siamo tornati dove l’Atrio torna sempre. Sono 25 anni che facciamo sempre la stessa operazione di

fronte a ogni nuovo problema, che è quella di tornare alle parole e alla Parola. Questo è un po’ un carattere costitutivo dell’Atrio, chi condivide questo percorso da un po’ lo sa bene – siamo convinti che la Parola di Dio è il centro della vita cristiana, ma siamo anche convinti che le parole tra umani, la capacità di dire, che è la struttura fondamentale di ogni relazione possibile, che è l’uscita dall’autoreferenzialità, che è la possibilità di lanciare un ponte rispetto all’altro, la capacità di dire e di dire possibilmente con dei congiuntivi e condizionali non solo con degli imperativi, cioè nell’ordine delle possibilità, del dialogo, sia, come dire, l’elemento basilare, la struttura fondamentale per poi immaginare la varietà delle situazioni in cui ciascuno di noi è.

Per questo abbiamo deciso che cercavamo delle parole per dire questo “nella fine è l’inizio”, non “senza la fine è l’inizio”, ma “nella fine l’inizio”, e quindi, provando a fare questo, ci è venuta l’idea di costruire delle coppie di parole che non sono coppie alternative, si usava una parola e adesso se ne usa un’altra, non sono coppie che si negano, sono in qualche modo parole in tensione fra di loro, parole in cui l’uso dell’una ha preso un certo carattere nella nostra storia, forse dobbiamo rivolgerci di più all’altra in questo tempo, ma salvaguardando anche il senso della prima, portandolo dietro. Ragionando su questo, abbiamo, io personalmente ho tirato fuori questa citazione che mi piace tanto di Marinelli che dice che quando si parla della fede non bisognerebbe usare nomi, perché i nomi, i sostantivi indicano proprietà, definizione, chiusura, ma bisognerebbe solo usare verbi, avverbi, al massimo congiunzioni, cioè, la capacità di indicare un gesto di movimento, un processo, una possibilità, non un possesso. E non è un caso che in qualche modo la teologia si è molto concentrata per secoli sulle definizioni che chiudono, che possiedono, e oggi molto di più ci interessano i verbi, i processi. Allora, in questa logica abbiamo scelto di ambientare il nostro percorso, e lo abbiamo scelto facendo per una volta una scelta un po’ strana, cioè, di non percorrere, come al solito, un po’ di libri dell’Antico o del Nuovo Testamento, ma, invece, di tenerci su due filoni che ci sembravano molto adatti a questo periodo, alla nostra sensibilità, ma anche alla passione che come Consiglio avevamo, che sono l’Esodo e gli scritti Giovannei. L’Esodo perché questa immagine ci ha accompagnato molto nell’estate anche prima dell’estate, in questa idea di passaggio, di un’uscita, di un percorso nel deserto, da tutto quello che l’immagine dell’Esodo ci indica, e dall’altra parte, gli scritti Giovannei un po’ perché amiamo molto il vangelo di Giovanni un po’ per i suoi toni “apocalittici” per dirlo con una parola, cioè la capacità che spesso hanno gli scritti giovannei di esprimere un giudizio e anche un’accusa che non è una condanna, che non è un giudizio nel senso privilegiatamente negativo, ma è la capacità di farsi carico della realtà e di dire di qui o di là, questo o quello, non è tutto uguale, bisogna decidere, c’è una battaglia. Il cristianesimo, l’esperienza della fede è agonica, cioè sta in una lotta, non è una passeggiatina e, quindi, per tutto l’anno oscilleremo tra Esodo e gli scritti giovannei. Questo per dire un po’ l’introduzione.

In questo senso ho scelto questa immagine per la copertina (vedi diapositiva), che è un frammento, un particolare di un’immagine che mi piace molto. La seconda immagine è la Madonna dei Pellegrini di Caravaggio. Si possono trovare su Internet milioni di commenti, è un’immagine molto bella, molto conosciuta, molto studiata, con questo bimbo non proprio neonato, piuttosto grande, abbondante, e pure tenuto in braccio come se fosse un peso lieve, ma di questa immagine, appunto, ho scelto questo particolare perché è la Madonna dei Pellegrini e i pellegrini hanno i piedi sporchi, come dire, provati dal cammino e mi sembra che in qualche modo il percorso che siamo chiamati a fare sta un po’ tutto in quei piedi, per arrivare a vedere forse un bimbo in braccio a una donna popolana, come questa, ma estremamente elegante, per essere condotti a vedere, non sappiamo bene cosa.

In questo senso (diapositiva) ho messo le due citazioni all’inizio del programma, di cui la prima è da questo libro di Franco Arminio, “La cura dello sguardo”, che già quest’estate vi avevo raccomandato, e lo raccomando a tutti, a chi ha un po’ di voglia di leggerlo, ed è un piccolo testo che mi piace molto, per questo periodo, mi piacerebbe fosse un po’ il tono, il sapore anche di questo percorso di lectio, che dice così:

Non adesso, forse, ma prima o poi arriverà una storia in cui capiremo che ognuna delle nostre ossa è impastata con il sudore di tutti, viene dal pallido freddo in cui un miracolo ha bucato il nulla ed è cominciato il mistero in corso, la vita di ognuno ora così tremante e bisognosa di soccorso. Non

adesso, forse, ma capiremo che non dobbiamo sprecare il tempo che passiamo assieme, il tempo di un sorriso, di una passeggiata. Guardiamoci, parliamoci con bella, commovente serietà. Curiamoci.

Ognuno di noi è impastato con il sudore di tutti. Per questo non possiamo buttare via nemmeno quello che finisce. Veniamo da un freddo in cui è stato necessario un miracolo che non ha però come frutto un happy end, ma un mistero in corso, che trovo un’espressione bellissima. Il frutto del miracolo è il mistero in corso in cui ciascuno di noi ora è. La vita di ognuno ora così tremante e bisognosa di soccorso. Non adesso, forse, ma capiremo che non dobbiamo sprecare il tempo che passiamo assieme, il tempo di un sorriso, di una passeggiata. Guardiamoci, parliamoci con bella, commovente serietà. Curiamoci.

Mi sembra che da questo punto di vista, ancora una volta, un percorso sulla Parola di Dio può accompagnarci alla ricerca della cura, della possibilità di guardarci, parlarci con bella e commovente serietà, nonostante la fatica, le parole che ci mancano, le parole che feriscono invece di curare, e così via.

Qui ho messo la seconda citazione di Agamben:

La vita perfetta coincide con la leggibilità del mondo, il peccato con l’impossibilità di leggere (con il suo diventare illeggibile).

Se questo è vero, forse questo è un grande tempo di peccato, il mondo ci sembra molto illeggibile, quindi non possiamo fare altro che tornare a quel libro traboccante di vite, di tutte le vite possibili immaginabili, come si vede in questo bel disegno che è la Parola di Dio e traboccante della vita di Dio per tentare di rendere ancora una volta il mondo leggibile. E con questo gesto in qualche modo convertirci.

E dunque lasciamo le slide che erano solo per questa piccola introduzione e veniamo al testo di stasera.

La lectio di oggi

Il testo di stasera è dal capitolo 16 dell’Esodo e abbiamo scelto una coppia di parole, anche qui ricominciando dall’inizio. Il primo libro di lectio che abbiamo pubblicato si intitolava “Come, dell’arte di domandare” e leggeva tutti i testi che contenevano una domanda “come”: “come è possibile ciò?”, “come cantare i canti del Signore?”. Perché è una domanda, questa del come, che ci attraversa da molti anni, appunto, il primo libro sarà credo di 15 anni fa, o giù di lì, e quindi questa domanda sul “come” è una domanda antica per noi dell’Atrio, che abbiamo condiviso molte volte, e ci sembra che dobbiamo ripartire da lì.

La domanda è “Cosa? Come?”, o in che relazione stanno le domande tra cosa e come, perché ci sembra che ogni volta che, come dice Arminio, tremanti e bisognosi di soccorso torniamo alla domanda “cosa?”, facciamo fatica a rimanere nella domanda “come?” e che è la vera domanda della fede, che non chiede mai cosa ma chiede come, come si può fare a …

Allora il testo dell’Esodo è un testo molto conosciuto, leggo velocemente, poi lo commento, come al solito un pochino più dettagliatamente.

Il testo: Es 16, 1-27

16 1Levarono le tende da Elìm e tutta la comunità degli Israeliti arrivò al deserto di Sin, che si trova tra Elìm e il Sinai, il quindici del secondo mese dopo la loro uscita dalla terra d’Egitto.

2Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. 3Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine».

4Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. 5Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che avranno raccolto ogni altro giorno».

6Mosè e Aronne dissero a tutti gli Israeliti: «Questa sera saprete che il Signore vi ha fatto uscire dalla terra d’Egitto 7e domani mattina vedrete la gloria del Signore, poiché egli ha inteso le vostre mormorazioni contro di lui. Noi infatti che cosa siamo, perché mormoriate contro di noi?». 8Mosè disse: «Quando il Signore vi darà alla sera la carne da mangiare e alla mattina il pane a sazietà, sarà perché il Signore ha inteso le mormorazioni con le quali mormorate contro di lui. Noi infatti che cosa siamo? Non contro di noi vanno le vostre mormorazioni, ma contro il Signore».

9Mosè disse ad Aronne: «Da’ questo comando a tutta la comunità degli Israeliti: «Avvicinatevi alla presenza del Signore, perché egli ha inteso le vostre mormorazioni!»». 10Ora, mentre Aronne parlava a tutta la comunità degli Israeliti, essi si voltarono verso il deserto: ed ecco, la gloria del Signore si manifestò attraverso la nube.

11Il Signore disse a Mosè: 12«Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: “Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore, vostro Dio”». 13La sera le quaglie salirono e coprirono l’accampamento; al mattino c’era uno strato di rugiada intorno all’accampamento. 14Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c’era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. 15Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro: «Che cos’è?», perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: «È il pane che il Signore vi ha dato in cibo. 16Ecco che cosa comanda il Signore: “Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer a testa, secondo il numero delle persone che sono con voi. Ne prenderete ciascuno per quelli della propria tenda”». 17Così fecero gli Israeliti. Ne raccolsero chi molto, chi poco. 18Si misurò con l’omer: colui che ne aveva preso di più, non ne aveva di troppo; colui che ne aveva preso di meno, non ne mancava. Avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne.

19Mosè disse loro: «Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino». 20Essi non obbedirono a Mosè e alcuni ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì. Mosè si irritò contro di loro.

21Essi dunque ne raccoglievano ogni mattina secondo quanto ciascuno mangiava; quando il sole cominciava a scaldare, si scioglieva.

22Quando venne il sesto giorno essi raccolsero il doppio di quel pane, due omer a testa. Allora tutti i capi della comunità vennero a informare Mosè. 23Egli disse loro: «È appunto ciò che ha detto il Signore: «Domani è sabato, riposo assoluto consacrato al Signore. Ciò che avete da cuocere, cuocetelo; ciò che avete da bollire, bollitelo; quanto avanza, tenetelo in serbo fino a domani mattina»». 24Essi lo misero in serbo fino al mattino, come aveva ordinato Mosè, e non imputridì, né vi si trovarono vermi. 25Disse Mosè: «Mangiatelo oggi, perché è sabato in onore del Signore: oggi non ne troverete nella campagna. 26Sei giorni lo raccoglierete, ma il settimo giorno è sabato: non ve ne sarà». 27Nel settimo giorno alcuni del popolo uscirono per raccoglierne, ma non ne trovarono.

Commento:

Cap 16 versetti 1 – 8

Allora, intanto comincio a ragionare un po’ su questa prima parte. Mi ha molto colpito ragionando intorno a questo testo, questo inizio, sapete che io ho sempre un po’ la mania dei primi versetti che spesso funzionano un po’ da titolo, che spesso aiutano a comprendere alcune cose che normalmente non si vedono. Il primo versetto qui dice:

1Levarono le tende da Elìm e tutta la comunità degli Israeliti arrivò al deserto di Sin, che si trova tra Elìm e il Sinai, il quindici del secondo mese dopo la loro uscita dalla terra d’Egitto.

Due cose mi hanno colpito nel rileggerlo oggi: la prima è tutta la comunità degli Israeliti e riflettevo come questa esperienza che ci sta attraversando è qualche cosa che non ci rende uguali, ma ci rende una comunità

che è nello stesso luogo. Non ci rende uguali perché nemmeno la malattia è uguale per poveri e ricchi, come la didattica a distanza non è uguale per ragazzi che hanno molti strumenti, una casa piena di libri, genitori che li seguono, rispetto a ragazzi che non hanno strumenti tecnologici, che non hanno genitori che li seguono. Non è vero, purtroppo, che queste cose ci rendono uguali, ma contemporaneamente è vero che tutte queste cose sono una specie di luogo comune: siamo tutti nello stesso guaio e la tentazione di ciascuno è di pensare che tutti gli altri sono abbastanza colpiti, o resi instabili, da questa situazione, ma io no: io la sto vivendo abbastanza bene. E forse il primo punto di partenza, il versetto 1 per ciascuno di noi è rendersi conto che tutta la comunità è nello stesso luogo, che è un deserto, siamo tutti nello stesso luogo, e questo è il punto di partenza, perché altrimenti è praticamente impossibile che ciascuno di noi possa mettere a disposizione quello che ha. Perché altrimenti ognuno di noi si sente sempre in una posizione più alta, in cui ha pazienza con gli altri, o è particolarmente gentile, o cerca di trovare una soluzione, oppure, ognuno di noi sente altri in una posizione più alta, che dovrebbero fare, dovrebbero dire, ma non fanno, non dicono, c’è qualcuno da cui dipende. Invece non è vero, siamo tutti nello stesso luogo, non siamo uguali, ma siamo tutti nello stesso luogo. E questo dovrebbe farci riflettere un po’ su cosa vuol dire, ad esempio, l’essere un popolo, come è l’idea di Chiesa, o come quello che prima diceva Paolo rispetto alla diocesi. Nessuno di noi in qualche modo l’ha scelto, ma siamo tutti lì e siamo tutti in questo deserto in questo momento, e l’essere un popolo non è l’essere piacevolmente in una situazione, ma riconoscere il fatto che abitiamo lo stesso luogo, che ci piaccia oppure no, e spesso che ci piaccia abitarlo con quegli altri oppure no, vorremmo un’altra compagnia. Fa lo stesso, è questa quella che abbiamo.

In questo deserto la comunità degli Israeliti, infatti, mormora contro Mosè e Aronne, cioè, pensa che c’è qualcuno che è più in alto – che sono appunto Mosè e Aronne – che dovrebbe fare, dovrebbe dire, e la loro questione è fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti vicino alle pentole della carne, mangiando pane a sazietà, invece ci avete condotto in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine. La mormorazione, il prendersela con qualcuno, è il primo elemento del non essere consapevoli dell’essere nello stesso luogo: non è che Mosè e Aronne sono da un’altra parte, e non è che hanno nella loro tenda le pentole di carne e pane arraffato. Sono nel deserto – pensate alla poesia di Bonhoeffer sulla morte di Mosè, che abbiamo citato milioni di volte negli incontri dell’Atrio, – sono insieme al loro popolo, e fanno bene o fanno male il loro mestiere, e su questo si può discutere, ma comunque sono lì e mormorare contro di loro rimpiangendo qualcosa dopo l’uscita dall’Egitto e dalla schiavitù, rimpiangere una cosa che c’era e che non c’è più, senza ricordarsi di come era la schiavitù, è la prima pietra di inciampo.

Nell’esperienza ecclesiale di questo tempo, ogni tanto, si sente il rimpianto di non poter fare catechismo come si faceva, l’oratorio come si faceva, eccetera, come se, il come si faceva fosse chissà che cosa di bello, di giusto, di efficace, di ricco, e forse, meno male che non possiamo più fare le cose come le facevamo! Perché forse saremo costretti a immaginare qualcosa di migliore, cioè, non possiamo più fare la pastorale nelle parrocchie come si faceva, e meno male, forse, perché la domanda è sul come, non sul cosa. La cosa interessante è che rispetto a questo primissimo inghippo del popolo, che è la mormorazione, il Signore parla a Mosè, non parla al popolo, non risponde alla mormorazione del popolo, ma parla a Mosè e gli spiega come va a finire la faccenda. Gli dice:

4Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. 5Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che avranno raccolto ogni altro giorno».

lo metterò alla prova per vedere se cammina con me o no. E il giorno prima del sabato sarà il doppio, cioè mette una regola, un limite, e dice che è una prova per vedere se il popolo cammina o no. Anche qui, come spesso succede nella Scrittura, è interessante, la Scrittura si contraddice apparentemente: qui si dice che è una prova e poi, e dopo tutte le regole: non raccoglietene più del necessario, ma qualcuno ne raccolse più del necessario, non raccogliere di sabato, ma qualcuno ne raccolse di sabato. In qualche modo la prova fallisce, ma non succede niente, la manna continua ad arrivare per quarant’anni, il popolo è nutrito, anche se la prova

è fallita. Cioè, in qualche modo, il Signore non si pone rispetto al popolo sullo stesso piano. La prova non è per vedere chi se lo merita, ma per vedere se camminano con me, se sono capaci di fare un passo, di andare avanti, di continuare sulla strada del deserto. Ciò su cui in qualche modo siamo oggi interrogati è la possibilità e la capacità di camminare in questo deserto, non sul risultato. Non è questa la questione. Il nostro problema è camminare in questo deserto, mantenere ferma la direzione della terra promessa, sapere che non camminiamo da soli, trovare le parole per riconoscerci tutti nello stesso luogo.

6 Mosè e Aronne dissero a tutti gli Israeliti: «Questa sera saprete che il Signore vi ha fatto uscire dalla terra d’Egitto.

Non rispondono alla domanda sul cosa, non dicono questa sera mangerete, ci sarà carne e pane, dicono Questa sera saprete che il Signore vi ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, che quel come della schiavitù era intollerabile, che ciò che il Signore ha pensato per voi è la libertà, che il regalo è ciò che non state cercando. Io trovo che questa è una delle questioni più grosse in cui, almeno io personalmente, mi trovo confrontata in questo tempo: il dono è quello che non sto cercando, perché bene o male stiamo tutti cercando più o meno istintivamente di ritrovare una normalità, di ritrovare dei gesti, di trovare la soluzione dei problemi, e ci stiamo stancando molto, perché un tempo come questo ci stanca. Sono saltate tutte le mediazioni culturali e quindi ogni singolo gesto richiede la fatica di una rielaborazione, per cui siamo molto stanchi e ci perdiamo il dono che è ciò che non stavamo cercando, è il dono di quella libertà dalla schiavitù, che non si mangia, non riempie la pancia, non è star seduti vicino alle pentole, è un’altra cosa, eppure è il dono del Signore per noi.

il Signore vi ha fatto uscire dalla terra d’Egitto 7e domani mattina vedrete la gloria del Signore, poiché egli ha inteso le vostre mormorazioni contro di lui. Noi infatti che cosa siamo, perché mormoriate contro di noi?».

Qui c’è, come dire, l’attitudine pastorale, se volete. Mosè e Aronne non possono nutrire il popolo, non è in loro potere, è Dio che lo nutrirà, ma possono ricordare al popolo che sono tutti nello stesso luogo, anche loro. Possono dirgli “è inutile che ve la prendete con noi”, siamo un popolo perché siamo tutti nello stesso deserto. Questo è il luogo dove siamo chiamati ad abitare, a camminare, a seguire le vie del Signore, a cercare il dono che non stiamo cercando. Non c’è un’altra strada possibile per un credente, solo che, mi permetto una piccola puntata polemica e non mi riferisco solo ai preti, mi riferisco in generale all’attitudine pastorale della Chiesa, quindi anche all’attitudine personale dei laici, che in qualche modo si sentono Chiesa e come tali si rivolgono agli altri. La nostra attitudine pastorale fa un po’ acqua da questo punto di vista, siamo sempre tentati di essere noi che procuriamo le quaglie e la manna e facciamo una gran fatica ad assumere il ruolo di quelli che dicono “no, un momento, mettiamo a posto i ruoli del popolo, non siamo uguali, ma siamo tutti nello stesso luogo, assumiamo noi la vostra vulnerabilità, voi riconoscete la vulnerabilità, facciamo le domande giuste, perché solo così Dio ci donerà ciò che è inatteso”.

C’è il dovere di un accompagnamento, dice Francesco quando parla dei pastori, dove l’accompagnamento non è semplicemente faccio compagnia, ma è l’assunzione delle domande giuste e il richiamo all’assunzione dello stesso luogo, rendere riconoscibile la stessa vulnerabilità.

Poi prosegue così il brano. Infatti un po’ secondo me a dimostrazione di questa riflessione; aggiungo ancora una cosa che ho dimenticato. La domanda sul riconoscimento di questa vulnerabilità, di questo luogo comune, è la domanda sul come, non sul cosa. Il problema non è cos’è Mosè, cos’è Aronne, uno il sacerdote, l’altro figura cristologica, tutte queste belle cose, il problema non è questo, il problema è come stiamo tutti? Male, nel deserto, senza cibo. È un’altra la questione, e questo è secondo me la grande riflessione sulla questione del popolo sacerdotale, cioè sul fatto che per il battesimo siamo tutti resi sacerdoti; c’è un bisogno di sottofondo di essere tutti dalla parte di una domanda che riguarda il come e non il cosa, perché il frutto del cosa nel corso dei secoli è diventato una chiesa gerarchica che stabilendo il cosa stabilisce delle autorità maggiori di altre.

Continua così il brano, dal mio punto di vista, confermando in qualche modo questo tema:

9 Mosè disse ad Aronne: «Da’ questo comando a tutta la comunità degli Israeliti: «Avvicinatevi alla presenza del Signore, perché egli ha inteso le vostre mormorazioni!»». 10Ora, mentre Aronne parlava a tutta la comunità degli Israeliti, essi si voltarono verso il deserto: ed ecco, la gloria del Signore si manifestò attraverso la nube.

11 Il Signore disse a Mosè: 12«Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: “Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore, vostro Dio”».

È chiaro che questa è la narrazione di una celebrazione liturgica, di una epifania del Signore, del mostrarsi di Dio nella storia, ed è una cerimonia liturgica fuori dal tempio. Anche noi siamo stati così nel tempo del lockdown, con la necessità di celebrare fuori dalle forme consuete, e anche qui il popolo è nel deserto, il tempio non c’è ancora, non si sa bene cosa deve succedere, e la presenza di Dio con loro è la gloria, ed è molto interessante, la convocazione viene da Aronne, che è la figura sacerdotale che convoca il popolo. Mosè dice ad Aronne di convocare il popolo, dà questo comando “Avvicinatevi alla presenza del Signore” e tutto il popolo si gira verso il deserto, non verso la Terra Promessa, non nella direzione de La Mecca, si gira verso il deserto, prende atto del luogo che abita, lo guarda, e lì la gloria del Signore si manifesta nella nube. Dio è lì, non è altrove. Allora, c’è un ruolo che Aronne ha, la convocazione e l’indicazione di dove guardare. Siamo nello stesso luogo e lì si vede Dio che c’è. Mi domando quanto guardandoci intorno, o ascoltando i mass media che ci martellano di numeri, di statistiche, di cifre, e in cui tutti rischiamo di entrare in un vortice di paura e di preoccupazione legittima, oppure esagerata, quanto, guardando questo deserto, vediamo la gloria del Signore, e quanto siamo convocati da qualcuno a guardare questo deserto. Io credo che questo sia un primo come di questo tempo. Convocati a guardare questo deserto e a riconoscere la gloria del Signore.

13La sera le quaglie salirono e coprirono l’accampamento; al mattino c’era uno strato di rugiada intorno all’accampamento. 14Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c’era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. 15Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro: «Che cos’è?», perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: «È il pane che il Signore vi ha dato in cibo.

La realtà c’è, la promessa, le parole si fanno reali, si può mangiare, ma altro, qualcosa di fronte al quale chiediamo che cosa è: domanda sbagliata, ancora una volta, il problema non è: cosa è, ma come si mangia? Infatti, tutti i versetti da lì in poi sono dedicati alle indicazioni sul come, come raccoglierla, come mangiarla, bollirla, non bollirla, etc. Questo è il cibo, è il pane, è un’altra cosa, è quello che non ci aspettavamo, non lo riconosciamo come pane, non è ciò presso cui eravamo nel tempo dell’Egitto, ma è ciò che può nutrire, carne e pane. E dunque Mosè, dopo aver risposto alla domanda che cos’è: “È il pane che il Signore vi ha dato in cibo“, aggiunge :

16Ecco che cosa comanda il Signore: “Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer a testa, secondo il numero delle persone che sono con voi. Ne prenderete ciascuno per quelli della propria tenda”». 17Così fecero gli Israeliti. Ne raccolsero chi molto, chi poco. 18Si misurò con l’omer: colui che ne aveva preso di più, non ne aveva di troppo; colui che ne aveva preso di meno, non ne mancava.

Il come è origine di equità. La domanda sul come produce una distribuzione equa: chi ne ha preso di più non ne ha troppo, chi ne ha preso di meno non ne manca. E poi invece si dice:

19 Mosè disse loro: «Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino». 20Essi non obbedirono a Mosè e alcuni ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì. Mosè si irritò contro di loro.

21Essi dunque ne raccoglievano ogni mattina secondo quanto ciascuno mangiava; quando il sole cominciava a scaldare, si scioglieva.

Perché la diseguaglianza genera vermi, avvelena tutto, inquina tutto; quello che io conservo, la preoccupazione di averne ancora, di conservare e possedere la cosa, genera vermi. Anche qui, su questa immagine, si potrebbe molto ragionare sul quanto in questi mesi, alcune cose dentro di noi hanno generato vermi, sono un po’ imputridite, ci hanno costruito qualcosa che ci avvelena un po’; che cosa abbiamo conservato che ci avvelena?

22Quando venne il sesto giorno essi raccolsero il doppio di quel pane,

che però conservato fino al mattino non imputridisce, resta buono, perché c’è un limite. Il sabato con tutto ciò che significa per il popolo ebraico, è il come per eccellenza, è la definizione del come abitare il tempo. Il tempo va separato, va scandito. C’è un tempo per lavorare e un tempo per riposare. C’è un tempo che ci appartiene e un tempo donato, ricevuto. Il come abitiamo il tempo nel deserto fa la differenza tra generare vermi o avere ancora pane, fa veramente la differenza. Addirittura, l’ultimo versetto è che alcuni escono anche il sabato per provare a cercare il pane e non ne trovano, perché il sabato è il limite, e questa è l’altra grande esperienza di questo tempo di deserto. Ci sono dei limiti, esterni, interni, non possiamo tutto, non siamo in grado di, anche con le nostre migliori intenzioni.

L’altro giorno ho fatto la prima lezione all’università con questo sistema misto, con questa tecnologia d’iperavanguardia che io praticamente usavo come un triciclo, cioè non sapevo come usare e con gli studenti ci siamo detti “ok, facciamo quello che siamo in grado di fare, poi forse con questa strumentazione potremo fare centomila cose di più, però per oggi no, facciamo una cosa basica, mettiamo delle slide, punto” … “ma con tutta questa tecnologia per proiettare delle slide?” Sì, perché questo è il limite in questo momento, impareremo? Forse. Avremo il tempo, la necessità il desiderio di imparare? Lo faremo.

Il sabato è il grande limite. E da questo punto di vista io credo, è un’altra delle lezioni su cui probabilmente dovremmo ragionare profondamente in questo tempo. Quale limite ha la nostra forma cristiana? Ci siamo sempre detti, dobbiamo convertirci, dobbiamo crescere. Siamo cresciuti tutti nell’ideologia e nella cultura del progresso indefinito, anche in senso positivo, morale, bisogna crescere sempre. Il Battista dice bisogna che io diminuisca perché Lui cresca, quindi forse anche no. Qual è il limite? Qual è il nostro sabato? È solo un fatto giuridico il dovere di andare a Messa la domenica?

Il lockdown ci ha mostrato che se è solo giuridico non sta in piedi, se è solo un problema giuridico di andare a Messa la domenica e basta, alla lunga se ne va, è qualcosa che sta finendo, ma questo non vuol dire non andare a Messa, ma vuol dire chiedersi, qual è il senso del limite, ad esempio, che la scansione del tempo della Messa domenicale ci dà. Chiudo perché sto chiacchierando già da troppo tempo, dicendo un’ultima cosa. Mi sembra che questo spostarsi dal cosa al come ci riporta ad un altro tipo di cosa, un cosa non posseduto, un cosa che passa attraverso il come. È il cosa del regalo non desiderato, del dono che non stavo cercando, che il problema non è nella parola cosa, ma è se cosa diventa sinonimo di possesso, di definizione, di staticità. Invece, il cosa che passa attraverso il come, diventa il cosa relazionale per eccellenza, quello che dal limite, dalla relazione con l’altro ci viene donato in modo inatteso, da questa situazione di fatica ci viene offerto come possibilità. Questo mi sembrava un buon modo di cominciare questo percorso insieme, per l’appunto che avviene come? in un modo strano, in cui stiamo imparando a usare delle cose, in cui riceviamo il dono di vederci un po’, anche se ci piacerebbe salutarci, ci avrebbe fatto piacere vederci di presenza, abbracciarci, salutarci, e ci salutiamo così e riceviamo comunque il dono della Parola di Dio in modo inatteso.

Fossano, 17 ottobre 2020

Testo non rivisto dall’autore

Anno pastorale: 2020/2021

DataTitoloCommento a:
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Stella Morra
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24 Aprile 2021
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