20 Febbraio 2021
Stella Morra

5. Universalizzare/concretizzare

Commento a: Es 12, 1-11 ; 13,1-6


 

L’altra volta a gennaio la nostra riflessione sulla Parola è stata in mezzo a una serie di altre parole, è stata molto breve anche in termini di durata, ma mi sembra bella intensa; l’incontro intermedio ci ha consentito di condividere come questa riflessione sullo scartare e raccogliere, sui pezzi di scarto che vanno raccolti, ci aveva tutti abbastanza toccato e fatto riflettere. Questa volta al contrario abbiamo un testo abbastanza lungo, materialmente lungo, che – dal mio punto di vita almeno – però ci aiuta a tornare ancora anche sul senso profondo del percorso che stiamo facendo; le due parole intrecciate questa volta sono universalizzare e concretizzare, ma al di là delle due parole, rispetto a questo testo in modo specifico, è proprio un testo che, almeno nella mia comprensione, nel mio ascolto, dice bene la fatica, ma anche la bellezza, delle cose che, come dire, stiamo tutti vivendo e cercando di fare: questo discernere, questo ricordare, raccogliere, rilanciare, avere un futuro davanti, ma che non sappiamo bene qual è, e, soprattutto, un presente faticoso che ogni tanto ci fa dubitare del futuro.

Essere in questo transito in cui appunto ci siamo dati un po’ come atteggiamento non di scegliere tra due, non di dire bianco o nero, giusto o sbagliato, vero fino a prima del Covid, falso adesso, ma di provare a tessere il filo, cioè a lasciare che anche un evento così traumatico come quello che sta attraversando l’umanità intera diventi uno degli eventi della vita, che dunque come tali vengono attraversati dalla memoria e dall’eredità di ciò che siamo, ma anche colti nella loro potenza rivelatoria, eventi piccoli, eventi grandi, per rilanciare in avanti a partire dalle radici, senza dover dividere in modo in po’ manicheo: giusto/sbagliato, bello/brutto, o vero/falso, ci credevo/non ci credo più, che ne so, queste robe qua. Il senso di ricercare parole che siano di nuovo usabili, traendo la loro forza dalla nostra storia, quindi dalla Parola di Dio innanzi tutto, ma contemporaneamente dicendo anche il nuovo, intercettando il fermento del nuovo, non solo per il senso di responsabilità di doverlo costruire, ma proprio per intercettarlo, per avere delle parole che ci consentano di vedere che il nuovo è già qui, che il nuovo è già in azione, che la vita continua ad attraversare tutto questo tempo. E che essere credenti in qualche modo è non perdere mai di vista che la vita che attraversa il tempo è sempre la vita di Dio, quindi è una vita benedicente, una vita fruttuosa, una vita che fiorisce.

L’altra sera parlavo con il comune amico, Derio, e parlavamo della quaresima, così io gli dicevo un po’ di cose che stavo pensando rispetto alla mia di quaresima e lui mi ha detto un cosa, come fa Derio (chi lo conosce lo sa), mi ha detto: no, è una cosa banale, ma non ci avevo mai pensato così tematicamente come quest’anno: per la sua tradizione, per il tipo di festa che antropologicamente è, eccetera, eccetera, la quaresima inizia sempre d’inverno e finisce sempre di primavera, perché – è ovvio – è la festa della rinascita, quindi è collocata appositamente lì, questo è chiaro lo sappiamo tutti, e mi diceva: mai come quest’anno ho la necessità che la quaresima sia questo, sia un iniziare d’inverno e finire di primavera. E lui diceva: però, perché questo accada c’è un tempo in cui Dio lavora e noi non lo sappiamo e i semi sottoterra si trasformano, lavorano, non stanno fermi, per poter poi fiorire quando finalmente li vediamo.

Giustamente è la parabola del seme che deve morire sottoterra per dare frutto, bellissimo, e uno dice: ma qualcuno ha mai chiesto al seme come si sentiva mentre era sottoterra? Ecco, ho un po’ la sensazione che ci sentiamo tutti un po’ così. Non paralizzati, forse con qualcosa che sta lavorando, che però per adesso si spacca, fa un po’ male, hai una sensazione più di fine che di fermento, di nuovo. Quindi mi sembra che la nostra paziente ricerca sulle parole è il lavoro sottoterra, collaboriamo con Dio lavorando sottoterra, faticosamente, spaccando un po’ la pelle del seme che per tirare fuori la gemma deve rompersi. E provando a lasciar uscire questo germoglio che è già dentro, ma che in qualche modo ancora non si vede, non è nemmeno uscito da terra, a volte non è ancora uscito dal seme.

La lectio di oggi

E in questo senso il testo che vi offro oggi pomeriggio è per me almeno un testo in questa logica. In teoria sarebbero tutto il capitolo 12 e 13 dell’Esodo, che però sono molto lunghi, e quindi ne ho scelti un certo numero di versetti, ma magari se avete voglia andateli a leggere per intero, sono molto lunghi da commentare tutti insieme, ma si leggono in un quarto d’ora. E sono un testo per alcuni versi molto conosciuto, che è l’istituzione della Pasqua ebraica, le raccomandazioni che Dio dà a Mosè, perché Mosè le dia al popolo, di come celebrare la Pasqua, e gliele dà nel contesto della loro schiavitù in Egitto, prima che l’uscita dall’Egitto accada e gli dice che festa andare a celebrare. Allora, metto subito in chiaro due cose abbastanza importanti, la prima è: tutto quello che dirò non riguarda una lettura esegetica della Pasqua ebraica, degli usi e dei costumi, di come gli ebrei hanno elaborato la festa della Pasqua, perché questo non è un corso di ebraico (per quello rivolgetevi a Maria Teresa Milano che è preparatissima e vi può mettere in campo una rappresentazione super-divertente e con spiegazioni teologico-esegetiche della Pasqua ebraica), né è una lettura esegetica del testo, cioè questo testo è un testo molto collettaneo, collegato un po’ male, ci sono delle cose che non tornano dal punto di vista logico, perché sono varie fonti che sono state unificate a un certo punto, anche con un po’ di disattenzione, non ci interessa però questo.

Come al solito questa esperienza che facciamo insieme si chiama lectio perché è un altro approccio di lettura alla Scrittura. In internet trovate moltissime cose, anche buone e interessanti di lettura esegetica di questo testo o informazioni sulla Pasqua ebraica, va bene, ci sono libri molto belli e così via, ma la lettura che noi ne facciamo è che noi leggiamo un testo con la nostra domanda, noi ci mettiamo di fronte alla Scrittura e questa è la grande tradizione (poi ognuno di noi, io la interpreto al livello in cui riesco), ma la grande tradizione della bibbia spirituale è quella di mettersi con la propria vita – quando diciamo con la propria vita, vuol dire innanzitutto con la propria domanda, col proprio desiderio – a guardare questo testo come un testo contemporaneo, un testo che sta dicendo delle cose a me, che non vuol dire nel mio cuoricino, ma vuol dire che io lo leggo attraverso la domanda che io ho, vado a cercare quello che io voglio cercare, rispettando possibilmente il testo, cioè non facendogli dire quello che non dice. Ma il rischio appunto è spesso stato quello di fargli dire le cose che il testo non diceva, proprio perché l’attitudine della Scrittura è la lettura spirituale e questa è una lettura delicata, perché leggendo con la mia domanda rischio di fargli dire quello che non dice, però l’esercizio che facciamo da molti anni è questo. Dunque, appunto, non sto parlando della Pasqua ebraica, non sto parlando della storia complessa di questo testo, sto parlando di noi che leggiamo questo testo, che è un po’ un’altra cosa, nella logica che dicevo prima del cercare delle parole per fare il lavoro sottoterra, per far fiorire il futuro. Allora questo testo dice:

Il testo: Es 1, 1-11; 13,1-6 (Testo CEI 1974)

12 1Il Signore disse a Mosè e ad Aronne nel paese d’Egitto: 2“Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. 3Parlate a tutta la comunità di Israele e dite: Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. 4Se la famiglia fosse troppo piccola per consumare un agnello, si assocerà al suo vicino, al più prossimo della casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l’agnello, secondo quanto ciascuno può mangiarne. 5Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell’anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre 6e lo serberete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà al tramonto. 7Preso un pò del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case, in cui lo dovranno mangiare. 8In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. 9Non lo mangerete crudo, né bollito nell’acqua, ma solo arrostito al fuoco con la testa, le gambe e le viscere. 10Non ne dovete far avanzare fino al mattino: quello che al mattino sarà avanzato lo brucerete nel fuoco. 11Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. E’ la pasqua del Signore!

13 1Il Signore disse a Mosè: 2“Consacrami ogni primogenito, il primo parto di ogni madre tra gli Israeliti – di uomini o di animali -: esso appartiene a me”.

3Mosè disse al popolo: “Ricordati di questo giorno, nel quale siete usciti dall’Egitto, dalla condizione servile, perché con mano potente il Signore vi ha fatti uscire di là: non si mangi ciò che è lievitato. 4Oggi voi uscite nel mese di Abib. 5Quando il Signore ti avrà fatto entrare nel paese del Cananeo, dell’Hittita, dell’Amorreo, dell’Eveo e del Gebuseo, che ha giurato ai tuoi padri di dare a te, terra dove scorre latte e miele, allora tu compirai questo rito in questo mese.

6Per sette giorni mangerai azzimi.

Nel settimo vi sarà una festa in onore del Signore.

Commento

Il Signore disse a Mosè e ad Aronne nel paese d’Egitto.

Ancora nel paese d’Egitto: non è avvenuto niente, non c’è ancora nessuna salvezza sperimentata. Noi oggi potremmo scrivere: il Signore disse a Mosè e ad Aronne quando qualcuno aveva cominciato a ricevere i vaccini. Ma non siamo ancora fuori, non possiamo raccontare questo passaggio al passato, non possiamo dire: ah quando c’era stato, ti ricordi, quel periodo del Covid? Sarà un altro modo di viverlo, quando diremo: ti ricordi il periodo del Covid? Ma noi saremo già in un altro luogo, qui siamo esattamente dove sono loro, Dio gli sta dicendo alcune cose che riguardano il dopo, ma in qualche modo quelle cose non ci sono ancora, loro sono ancora schiavi in Egitto.

Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno.

È il primo elemento di universalità, stabilire una serie, dire che una cosa inizia; per fare un ragionamento un po’ più generale bisogna dire: ok, cominciamo da qua, questo è l’inizio, questo è il principio. E dunque come ben sappiamo, come ognuno di noi sa nella propria vita, la nostra vita è una successione di inizi, c’è sempre l’inizio di qualcosa: quando ci siamo sposati, quando è nato il nostro primo figlio, quando ho cominciato questo nuovo lavoro, quando… E ci sono cose nella vita che viviamo a partire da e cose che viviamo come scontate, permanenti. Già questo sarebbe interessante, bisognerebbe forse chiedersi: quali sono le cose a cui attribuiamo un inizio? Perché questo è uno degli elementi del rendere universale, cioè del fissare una storia. Tra l’altro in genere non è quasi mai vero, quando fissiamo un inizio è perché molto tempo prima sono già iniziate un sacco di altre cose, si sono mosse un sacco di altre cose dentro di noi e intorno a noi, però noi diciamo: questo è il primo, questo è l’inizio.

Parlate a tutta la comunità di Israele e dite: Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa.

L’interlocutore di questo inizio non è un singolo, è tutta una comunità che ha un inizio comune, un punto che dice: questo è l’inizio. E questo inizio è: “procuratevi un agnello per casa”. Stabiliamo una unità, il metro, questa cosa è talmente importante che quando Gv parlerà di Gesù dirà l’Agnello di Dio e tutti noi siamo abituati che poi a Pasqua c’è l’immagine classica dell’agnello con lo stendardo, fatto di marzapane nel Sud d’Italia, cioè è l’Agnello di Dio: è tanto l’agnello sacrificale come la vita di Gesù, perché è l’unità di misura, è l’altro elemento di universalità, un inizio e una unità di misura. Che cosa è, che cosa può essere considerato uno? Talmente questa cosa è importante, lo vediamo subito, che diventa la misura dei veri legami familiari.

Se la famiglia fosse troppo piccola per consumare un agnello, si assocerà al suo vicino, al più prossimo della casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l’agnello, secondo quanto ciascuno può mangiarne.

È l’unità di misura, ristabilisce l’unità familiare e la ristabilisce su un gesto fondamentale: il mangiarne, cioè il farsi contaminare da questa unità di misura. Queste sono tutte nozioni di universalità, l’inizio diventa l’inizio di tutti, di tutta la comunità, l’uno diventa la misura di tutti, anche più forte dei legami familiari, se una famiglia è troppo piccola per mangiarsi tutto l’agnello si metta insieme, crei un altro legame perché c’è una misura di uno.

Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell’anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre e lo serberete fino al quattordici di questo mese.

Non è importante se è una pecora o una capra, se questa unità di misura riguarda… (quali cose della nostra vita riguarda?), ma deve essere senza difetto, maschio – che nella cultura patriarcale è sinonimo di senza difetto – nato nell’anno. L’unità di misura deve essere una unità di misura fondamentale, buona, bella e giovane. Io non lo so bene (perché non sono proprio riposatissima) se riesco a rendervi quanto questa cosa è importante, cioè senza un briciolo di universalizzazione, di poter dire tra noi: questo è l’inizio, di poter narrare della nostra vita. Oggi è l’anniversario della diagnosi del paziente 1 (non 0) di Codogno, il 20 febbraio è un anno, tutti i telegiornali lo hanno ricordato, per questo è la giornata dedicata al personale sanitario. Ci sono state cerimonie per ricordare i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari morti a causa della pandemia per curare gli altri, perché per sopravvivere a questo non abbiamo solo bisogno di leggi, di governi, di provvedimenti, abbiamo bisogno di poter dire: c’è un inizio, dunque ci sarà una fine, c’è un inizio comune dunque ci sarà una fine, abbiamo bisogno di poter dire l’unità di misura. L’unità di misura di questo tempo è stata per lungo tempo i morti, ogni giorno al telegiornale ci veniva detto quante persone erano morte a causa del Covid, piano piano questa unità di misura si sta trasformando, sta diventando il numero dei vaccinati. Qual è l’inizio e l’unità di misura che ciascuno di noi ha per la propria esistenza e condivide con gli altri? Noi stessi stiamo celebrando un po’ a modo nostro i 25 anni dell’Atrio, perché abbiamo un inizio comune e adottiamo l’unità di misura del mondo, gli anni, che è una roba normale, la durata del tempo, non siamo così originali in questo ma insieme per esempio il 9 gennaio abbiamo provato a dirci delle altre unità di misura: le persone che abbiamo coinvolto, le idee che si sono mosse, le relazioni che si sono create, non ci basta dire 25 anni perché anche 25 anni di niente sono niente.

allora tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà al tramonto.

E qui c’è un passaggio decisivo: si fa questa universalità, si stabilisce un inizio, una unità di misura e poi c’è un sacrificio. Questo uno perfetto non viene dichiarato re, viene sacrificato: è come se stabilissimo un inizio e un uno per potere digerire la rottura di questa universalità, per poter dire qui c’è un passaggio, una trasgressione, una soglia, un’uscita, perché se no l’universalità in sé è il motore immobile, cioè una roba forse perfetta – maschio, senza macchia – ma assolutamente immobile. Tra il motore immobile di Aristotele e l’amor che muove il sole e le altre stelle c’è in mezzo la croce di Gesù Cristo e sono due cose diverse, non c’è un cavolo da fare, anche se Dante ha nelle orecchie Aristotele, per cui il motore immobile è il motore che muove le stelle, che muove i cieli, ma l’amor che muove il sole e le altre stelle è un’altra roba, c’è in mezzo un sacrificio. Su questo un po’ dovremmo tornare, perché il passaggio dall’universale al particolare concreto passa sempre attraverso un sacrificio di qualche genere, ma torniamo subito dopo. Di questo sacrificio il popolo è pronto a mangiare, ma prima deve fare una cosa, deve prendere il sangue e metterlo sugli stipiti e sugli architravi delle case. Il sangue è un elemento impuro, che contamina nella storia di Israele, perché è chiaro, come tutte le popolazioni antiche, il sangue che trasmette la vita ha un aspetto pericoloso, affascinante/pericoloso, perché c’è il tabu della guerra, dell’omicidio, perché non bisogna uccidere, quindi il sangue è sempre elemento impuro. Eppure, non è il senza macchia maschio dell’agnello che salverà il popolo dalla strage dei primogeniti, è il sangue: ci salva l’impuro, non siamo mai salvati dalla perfezione, e non un impuro qualsiasi, ma l’impuro – tecnicamente si direbbe – osteso, mostrato, viene messo sulle porte, sugli stipiti delle porte, sul luogo soglia tra interno e esterno, tra la protezione della casa e il pericolo della strada.

Io non so voi ma io, ad esempio, in vari giorni devo proprio lottare con il complesso della tana, perché sto tante ore davanti al computer, perché per uscire ti devi bardare, perché poi quando torni ti devi sbardare, lavare, fare, e cominci a dire: vabbè ma devo proprio andare a far la spesa? Ma no magari non vado oggi vado domani, in fondo le cose che ho in casa mi bastano, rimandi, perché uscire sempre più diventa un elemento affascinante/positivo ma pericoloso, che comporta una fatica, la strada è pericolosa, la casa è una tana. Solo che c’è un particolare: in questa storia chi è in casa senza il sangue sulle porte vedrà i propri primogeniti uccisi, la casa non è per niente protettiva. È la soglia che protegge, è il passaggio tra l’interno e l’esterno che protegge, non è il profondo di me con cui io mi salverò, con cui io rimarrò in piedi, con cui io troverò le soluzioni, ma è la soglia tra me e l’esterno, lo scambio tra me e l’esterno, bisogna sporcare con l’impuro la soglia. Torna il tema della contaminazione di cui abbiamo parlato, il rapporto con il Dio della Bibbia è sempre un rapporto di contaminazione legato al tema del mangiare, legato al tema dell’impuro, del puro, eccetera. E anche qui è una parola che ci fa impressione in un tempo come questo, perché è chiaro che contaminarsi non è una bella idea, però per esempio pensate, anche il vaccino a modo suo ci contamina, perché il frutto della contaminazione sono gli anticorpi, è l’immunità, un guarito è più ricco di un sano, perché un guarito ha in più gli anticorpi che un sano non ha e certo il vaccina mira a contaminarci poco-poco in modo che non soccombiamo all’infezione, che sviluppiamo gli anticorpi senza stare male. Perfetto, ottima pensata degli umani per proteggersi dalle malattie, per trovare una contaminazione non-negativa, ma c’è poco da fare, se non si è contaminati non si sviluppa immunità e quindi le soglie sporcate con il sangue impuro salvano la vita.

Preso un pò del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case, in cui lo dovranno mangiare. In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. Non lo mangerete crudo, né bollito nell’acqua, ma solo arrostito al fuoco con la testa, le gambe e le viscere. Non ne dovete far avanzare fino al mattino: quello che al mattino sarà avanzato lo brucerete nel fuoco.

In questa condizione di soglia si mangia la carne arrostita che in una società della povertà, come le società antiche, era il top del top – ben lo sanno in piemontesi che ancora amano molto la brace – era il segno festivo per eccellenza. Ma questa carne arrostita che è il segno festivo va mangiata con azzimi ed erbe amare, perché esattamente nemmeno la salvezza non ha un retrogusto amaro, perché la nostra parte d’ombra è con noi, perché solo l’universale – nel nostro caso Dio – nel senso migliore è senza macchia, maschio, perfetto. Perché tutti i particolari hanno delle erbe amare in fondo da qualche parte, hanno qualcosa di non ancora lievitato, che lieviterà, che porterà a buon frutto, ma che per intanto non è ancora lievitato. E bisogna mangiare questa cosa arrostita e mangiarla tutta, va consumato tutto, non ne deve avanzare fino al mattino, se ne avanza si brucia. Tutto il tema – che è più chiaro nella questione della manna eccetera, ma nelle parabole di Gesù del ricco che costruisce i granai, li ingrandisce e mette e dice: ah, tranquillo, anima mia.. – tutto il tema di una salvezza autoassicurata, garantita, è distrutto con tre parole: quello che avanza si brucia, dice no ma cavolo è un peccato! È carne buona, possiamo mangiarla domani… no, su una soglia non si conserva.

Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la pasqua del Signore!

E questa roba qua è da morire, un rabbino che conosco commentava sempre dicendo: allora, glielo sta dicendo quindici giorni prima e gli dice: non avete il tempo di far lievitare il pane, lo dovete mangiare in fretta, vestiti da viaggio. Bastava cominciare un attimo prima, lo sanno in anticipo, perché devono fare in fretta? Non ha nessuna logica questa fretta, questa attitudine da viaggiatori, da soglia, perché esattamente è il segno della salvezza, ci prende sempre alla sprovvista, che non ha nessun inizio e nessuno metro di misura, che succede sempre quando non te l’aspetti, che è una strada che si apre dopo che il lavorio sottoterra è stato lungo e fedele. E quando sei tentato di dire: vabbè ok le ho provate tutte, ti distrai un attimo e succede una cosa. E qui esattamente è il passaggio tra l’universale, come vediamo subito dopo, e il concreto, il particolare. Dal punto di vista dell’universale la salvezza è assicurata, abbiamo ragione quando di fronte a una morte diciamo: perché soffrire? Risorgeremo. Abbiamo ragione è vero questo è l’universale, ma il mio dolore di fronte a una morte è il mio dolore e permane, convive, c’è perché esattamente la salvezza arriva sempre in fretta, arriva inattesa, arriva da dove non te l’aspetti, non puoi programmare di difenderti dalla tua e dall’altrui morte, non è nelle tue mani. Se volete, detto in termini più concreti, la fretta è proprio il senso che gli universali vanno presi sempre con sospetto, mai troppo sul serio, ne abbiamo bisogno, ma mai troppo sul serio. È bello celebrare i 25 anni dell’Atrio un po’, ma anche va bene senza prenderci troppo sul serio, poi ci fa piacere, sono i nostri legami, è la nostra storia, è quello che abbiamo, ci siamo voluti bene, abbiamo fatto delle cose belle e ricordarle ci fa bene, ma… in fretta. Ed ecco che c’è il passaggio al concreto, nel capitolo 13, quindi salto un pezzo del capitolo 12.

Il Signore disse a Mosè: “Consacrami ogni primogenito, il primo parto di ogni madre tra gli Israeliti – di uomini o di animali -: esso appartiene a me”.

Qui non c’è più niente di universale: il primo figlio. È una roba molto specifica e molto speciale e Dio dice: ok ogni primo figlio è mio, perché ho ucciso i primogeniti degli egiziani per te e quindi i tuoi primogeniti sono miei. E non è un universale, questa è una faccenda che di famiglia in famiglia ha un nome, un legame, un affetto persino tra gli animali. Anche Gesù sarà portato al Tempio per essere riscattato perché Dio dice: è mio ma ti concedo di riscattarlo, lo dirà subito dopo. Ma tu devi ricordarti che la vita non è nelle tue mani, che tu non sei mai un universale, che sei un concreto con sospetti. Il transito tra questi due come abbiamo detto è un po’ il tema del sacrificio, cioè della comprensione profonda che ci sono delle rotture. E non è una caso che qui si usa il segno del figlio, perché chiunque ha un figlio sa che il rapporto tra genitori e figli è un rapporto inevitabile perché è un rapporto di sangue, non si smette mai di essere figli di qualcuno e spesso genitori di qualcun altro, contemporaneamente è un rapporto pieno di rotture, perché i genitori invecchiamo e i figli crescono e tutti i nostri tentativi di bloccare sono inutili e un po’ ci rassegniamo, un po’ facciamo i saggi, un po’ facciamo i ribelli, un po’ tentiamo di fermare e poi alla fine succedono delle cose che non sappiamo mai esattamente quelle che sono. E una delle frasi che senti per esempio dire di più ai genitori è: se qualcuno me lo avesse detto.. più o meno da quando i figli hanno due anni – cioè da quando cominciano a mettere giù i piedi e andare per i cavoli loro in giro per casa – da lì in poi fino verso i sessant’anni dei propri figli uno comincia a dire: se qualcuno me l’avesse detto prima avrei detto: no, no no, a me non succederà così, non sarà così. Il sacrificio non è necessariamente un sacrificio di sangue, il sacrificio è l’esperienza di una rottura, di un’impotenza, di una fine e di un inizio, di tutto quello che stiamo vivendo in questo tempo, con la fatica e la paura che stiamo vivendo e allora per sopportare questo ancora una volta ci viene in soccorso la memoria.

Mosè disse al popolo: “Ricordati di questo giorno, nel quale siete usciti dall’Egitto, dalla condizione servile, perché con mano potente il Signore vi ha fatti uscire di là: non si mangi ciò che è lievitato. Oggi voi uscite nel mese di Abib. Quando il Signore ti avrà fatto entrare nel paese del Cananeo, dell’Hittita, dell’Amorreo, dell’Eveo e del Gebuseo, che ha giurato ai tuoi padri di dare a te, terra dove scorre latte e miele, allora tu compirai questo rito in questo mese.

È una terra molto concreta, fa tutto questo elenco di popolazioni per dire che non sta parlando di un’astrazione, che gli darà una terra dove scorre latte e miele e dove adesso ci sono il Cananeo, l’Hittita, l’Amorreo, l’Eveo, il Gebuseo e ci metteranno un casino di anni ad arrivarci, tutto il deserto e passeranno molto tempo a chiedersi come cavolo faranno, loro che sono una banda di disperati – il nome ebreo pare che venga da una radice, “ibriu”, che vuol dire polveroso, cencioso – non dovevano essere proprio il più figo dei popoli della zona, dovevano essere abbastanza dei poveracci, passano molti di quegli anni a chiedersi come faranno con l’Hittita, il Gebuseo, provano anche a fare delle trattative, a far delle cose e poi come ci racconta la Scrittura girano intorno alle mura di Gerico suonando le trombe e le mura cadono, perché la salvezza arriva quando non te l’aspetti e arriva in un modo che dopo che ci hai pensato… è un altro.

Per sette giorni mangerai azzimi. Nel settimo vi sarà una festa in onore del Signore.

Questa cosa mi ha fatto venire in mente il versetto del vangelo di Mt che dice: voi siete il lievito, il lievito serve per far lievitare la massa, per farla diventare pane, eppure la prescrizione di questo passaggio è una prescrizione di avere azzimi, cioè pane senza lievito, perché non c’è tempo di farlo lievitare. Sarebbe la prescrizione come segno della fretta, ma come si mettono insieme queste due cose? Si onora il Signore senza lievito ma poi noi siamo chiamati a essere lievito. Ecco questo è il concreto, il concreto è: in ogni storia, in ogni luogo, in ogni persona, in ogni comunità, fare l’acrobazia per cui si onora il Signore senza lievito/essendo lievito, trovare l’acrobazia giusta, in alcuni tempi è più comune e condivisa, i tempi sono placidi, non c’è cambiamento culturale, si tramanda di genitori in figli e in nipoti come si fa. In altri tempi – come quello che stiamo vivendo – il tempo è più sconquassato, i modi tradizionali ci arrivano tutti un po’ a pezzi, non sono significativi, non tengono insieme azzimo e lievito e noi siamo lì che balliamo come sui tappeti elastici, in cui non puoi stare fermo, perché se stai fermo cadi, perché è molle, devi continuare a saltellare in qualche modo per tenerti in equilibrio, tra lievito e azzimo, tra crescere e non crescere, tra metterci tutto quello che sai per far fiorire, per far venire fuori, e accettare che per sette giorni non cresce niente, non lievita niente e che questo non è un male, è l’onore del Signore.

In quel giorno tu istruirai tuo figlio

La parte finale dei versetti che avevo segnato riguarda questo grande tema di come si trasmette questo, di come si trasmette il legame tra universale e concreto, tra generale e specifico, tra la mia storia biografica e quello che sta succedendo nel mondo. E ci sono due elementi che vengono messi in luce: il raccontare al proprio figlio: quando tuo figlio ti chiederà perché facciamo tutto questo tu gli dirai: eravamo schiavi… (quindi il passaggio di generazione) e l’altro elemento è: metterai questo come un segno tra i tuoi occhi, sul tuo braccio, sul tuo petto eccetera, per cui gli ebrei più osservanti hanno quelle strisce di pelle che contengono versetti della scrittura, della legge, che si legano al corpo. C’è una duplice dimensione, diacronica e sincronica: avere segni e trasmettere racconti, si balla sul tappeto elastico continuando a raccontare e a porre su di sé – non sugli altri – su di sé dei segni, nel proprio cuore, nella propria vita, riconoscendo il segno. Non vorrei tirarla troppo in lungo, però vorrei ancora condividere con voi una cosa, che è quella che mi è venuta istintivamente alla mente dopo aver fatto questa riflessione: sono alcuni passi della Lettera per il battesimo di Dietrich Bethge, il figlioccio di battesimo di Bonhoeffer che dal carcere, non potendo come padrino partecipare al battesimo nel maggio del 1944, scrive ai genitori di questo bebè che ovviamente non poteva ancora leggerlo, una lunga lettera sul suo battesimo e mi ha fatto molta impressione. L’ho riletta recentemente per altri motivi e mi è tornata in mente ragionando su queste cose qua, perché mi è sembrato proprio questo tentativo di ragionare molto prima di noi nel grande trauma della guerra, che è un continuum della trasformazione di questo nostro grande passaggio culturale, che non è cosa di breve periodo. Nelle nostre biografie la mia generazione non ha vissuto la guerra, vive questo tempo di Covid ma di per sé la grande transizione dell’occidente è un po’ più lunga e i più sapienti avevano già visto allora alcune cose, dice così:

Abbiamo vissuto troppo intensamente nel pensiero e abbiamo creduto che fosse possibile garantire in precedenza, mediante una ricognizione di tutte le possibilità, il risultato di qualsiasi azione, in modo tale che essa si compia, in conclusione, da sola. [L’idolatria dell’universale: se penso, penso giusto e trovo la soluzione giusta] Un po’ troppo tardi abbiamo imparato che non il pensiero, ma l’assunzione della responsabilità è l’origine dell’azione. [Su questo – l’assunzione della responsabilità – ci sarebbero molte cose da dire perché noi che veniamo sessanta, settanta, ottanta anni dopo, più che assunzione di responsabilità diremmo: ma ballare sul tappeto elastico è l’origine dell’azione, siamo più incerti, più frammentati, crediamo meno alla nostra responsabilità individuale, ma si potrebbe ben ragionare su questa questione] Per voi, pensiero e azione entreranno in una relazione nuova. Penserete esclusivamente ciò di cui risponderete agendo. Per noi il pensiero era spesso il lusso dello spettatore, per voi sarà interamente al servizio dell’azione. […] Oggi tu sarai battezzato cristiano. Su di te verranno pronunciate tutte le grandi, antiche parole del messaggio cristiano e il comandamento battesimale di Gesù Cristo si compirà in te, senza che tu ne comprenda nulla. [La cosa veramente importante della sua vita succede senza il suo pensiero, è carino eh?] Ma anche noi siamo respinti ai margini della comprensione. [Ma non è che noi ne capiamo di più, la questione non è essere un bebè o un adulto] Riconciliazione e redenzione, Rinascita e Spirito Santo, amore per i propri nemici, croce e resurrezione, vita in Cristo e imitazione di Cristo: il significato di questi concetti è così duro, difficile, lontano, che quasi non osiamo parlarne. Nelle parole e nei gesti della tradizione intuiamo qualcosa di totalmente nuovo e di sconvolgente, senza tuttavia riuscire ad afferrarlo e a esprimerlo. La colpa è nostra. [Siamo arrivati al massimo di questo non riuscire ad afferrarlo e ad esprimerlo, della ripetizione di quelle parole di cui non solo osiamo pronunciarle, ma osiamo pronunciarle anche come se fossero chiare per esempio] La nostra Chiesa, che in questi anni ha lottato solo per la propria sopravvivenza, [lui tecnicamente di riferisce alla Chiesa evangelico-luterana tedesca, ma penso che si potrebbe ragionare anche su le altre Chiese] quasi essa fosse il suo proprio fine, è incapace di farsi portatrice della Parola riconciliatrice e redentrice per gli uomini e per il mondo. Ed è per questo che le parole antiche devono svigorirsi e ammutolire e il nostro essere cristiani si riduce oggi a due cose: pregare e operare tra gli uomini secondo giustizia. Ogni pensiero, parola, organizzazione nelle cose del cristianesimo, dovrà rinascere da questa preghiera e da questa azione.

Onestamente non so veramente che effetto vi fa, ma per me è abbastanza sconvolgente, sia per la sua attualità e sia perché mi sembra dica molto meglio di quanto sia riuscita a fare io che abbiamo bisogno di una universalità, di un pensiero, di parole, di azioni, ma che in qualche modo questo è un tempo, non solo quello del Covid, questi sono anni, decenni, in cui se non stiamo un po’ zitti, rischiamo veramente di perpetuare solo noi stessi, come se fossimo noi stessi il nostro fine, di entrare in un vortice in cui bisogna fare tutto come si è sempre fatto, nessuno sa più perché si fa, bisogna pensare sempre alle stesse cose che sono quelle giuste, non riusciamo a lievitare in un’altra direzione, a uscire con un germoglio da un lavorio di preghiera, di silenzio, di responsabilità verso gli uomini, che è il lavoro sottoterra. Ecco io mi fermerei qua.

Fossano, 20 febbraio 2021

Testo non rivisto dall’autore

Anno pastorale: 2020/2021

DataTitoloCommento a:
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