20 Febbraio 2016
Stella Morra

5. Dio, o della simbolica

Commento a: Is 62, 1-5


Introduzione

Riprendiamo un altro passo del percorso che stiamo facendo attraverso la Scrittura intorno al tema: “Che cos’è l’uomo?” Il passaggio di oggi è un passaggio abbastanza decisivo (e mi piace che avvenga in quaresima), perché mi sembra uno di quei passaggi, almeno dal mio punto di vista, in cui molti fili trovano il loro posto.

Per ripercorrere brevemente il percorso: nel primo testo che avevamo letto insieme (Gen 3,1-24) avevamo riflettuto sulla struttura fondamentale dell’esperienza umana, legata alle tre parole: desiderio, tragedia e dramma. Il desiderio fondamentale è il desiderio della cura di sé che però, per condizione di realizzazione, si confronta con la cura dell’altro. Si è posti di fronte a questo dilemma: per avere davvero cura di me, non solo nei miei bisogni materiali, per poter essere contenti, è necessario che qualcun altro sia in relazione con me. Questo implica, magari a livelli minimi, di aver cura in qualche modo degli altri, che a loro volta hanno cura di me. Quindi il conflitto originario tra la cura di sé e la cura dell’altro che può prendere molte strade e che, a seconda di come trova un bilanciamento, trova un modo di organizzarsi: può essere la fatica del vivere in relazione oppure il dramma di non riuscire a vivere in relazione e quindi la negazione della cura dell’altro che alla fine diventa negazione della cura di sé.

Poi, avevamo visto il secondo testo (Ger 1,1-19) sulla parola come il grande gesto che interrompe. In questo punto di partenza (o struttura umana) quasi senza uscita, come se fossimo costretti in una situazione difficile rischiando tutte le volte di fare del male a noi stessi, in qualche modo, la parola, la parola scambiata innanzitutto, la parola umana come il gesto di fiducia originario; la possibilità di cominciare a costruire, a capire, a vedere, a interpretare l’appello dell’altro e, dunque, a potere trovare un equilibrio tra la cura di sé e la cura dell’altro attraverso il parlarsi.

In seguito avevamo visto il primo testo di Esodo (Es 20,1-23) sul Decalogo, con le diverse forme della parola: l’invocazione, la richiesta, il dono, la Legge e avevamo ragionato un po’ intorno ai diversi modi in cui la parola si organizza. Infine l’altra volta, sempre da Esodo (Es 1,15 – 2,15), il testo sulla nascita di Mosè, con la premessa delle levatrici e l’episodio dell’uccisione dell’egiziano. Come vita e morte possono diventare molto diversi, dentro uno scambio di parola. Ci sono madri e padri per le nostre vite e per le nostre morti.

Questo è il quadro, ovviamente si potrebbe, forse anche si dovrebbe continuare, nel senso che questa è una specie di scheletro che in qualche modo, per quello che io ritengo e ritrovo nella Scrittura, descrive la struttura fondamentale dell’essere umano. Da questo poi tutte le altre cose che accadono e che fanno le nostre vite: il denaro, il lavoro, la fortuna, la sfortuna, la salute, la malattia. In qualche modo intorno a questa struttura si aggregano, diventano luoghi, occasioni, momenti, tempi, situazioni in cui il meccanismo in fondo si ripete. In modi migliori o peggiori, ognuno di noi potrebbe raccontare un’esperienza, che so di fatica o di malattia, in cui si è reso conto che qualcun altro, gratuitamente, ha avuto cura di lui, che gli ha fatto così piacere, che gli ha fatto così bene che un altro avesse una delicatezza nei suoi confronti e come questo ha innescato un’umanizzazione reciproca. Da una parte l’aver cura l’uno dell’altro, e dall’altra ciascuno di noi, credo, può raccontare episodi di spietatezza economica, in cui ognuno ha pensato solo alla cura del proprio denaro fregandosene in fondo di cosa questo significava per altri e di quanto questo ci ha addolorato, ferito, impoverito, molto al di là del denaro. La frase classica “Non è per i soldi, è per come mi sono sentito, è per l’umiliazione, è per …” In fondo questo meccanismo è la struttura fondamentale del nostro essere umani, del nostro essere persone umane, in cui le cose dicono molto di noi, ma non dicono mai tutto. Perché questa struttura profonda dentro le cose dice anche altro, non dice solo la loro materialità. Centomila sono le situazioni in cui le cose in sé sono anche negative ma riusciamo a viverle bene, o sono positive ma non riusciamo ad essere contenti: è un classico assoluto.

Allora ripeto: probabilmente non solo si potrebbe ma si dovrebbe ragionare ancora molto di più su come funziona questa struttura fondamentale dell’essere umano. Io l’ho cercata di enunciare con questi passi, con questa successione: credo che veramente sarebbe una di quei temi su cui varrebbe la pena di riflettere ulteriormente.

C’è però un passo in più da fare, dal punto di vista della Scrittura, ed è: “In qualche modo in questa struttura fondamentale c’è posto per Dio?” Prima di tutto per un dio qualsiasi, cioè per qualcuno che non sia noi, che abbia altre dimensioni, un’altra potenza. E poi per il Dio della Bibbia, il Dio dell’alleanza: c’è un qualche posto dove stia in questa domanda qui? Perché è chiaro che a seconda del posto in cui mettiamo Dio cambiano le cose. Cambia anche questa stessa dinamica, perché se questa dinamica è solo giocata tra di noi, si tratta di decidere se uno vuole esercitare un po’ di sapienza e bilanciare un po’ la cura di sé e la cura dell’altro. Nella convinzione che una vita buona, che abbia anche un po’ cura dell’altro, in qualche modo, gli torna come un bene. Al contrario, se uno dice: “Vabbè, nel dubbio che non torni, è meglio che io abbia cura di me, freghiamocene degli altri e andiamo dritti per la nostra strada e poi vedremo se qualcosa serve o non serve”.

Credo che, intorno a questa decisione di fondo, chiunque di noi sia ben consapevole che le vite si dividono, cioè che conosciamo tante persone, alcune ci piacciono e altre meno, poi magari uno è gentile con tutti, però ci sono delle persone in cui uno percepisce che in fondo quella persona lì, non sapresti nemmeno dire bene perché, ma non ha un interesse reale ad avere una relazione con chi incontra, pensa a sé e va avanti per la sua strada, magari non fa niente di male in particolare. Sono persone che in genere non è particolarmente gradevole incontrare. Ci sono altre persone, invece, che noi percepiamo abbastanza velocemente che hanno uno spazio per gli altri, poi non sempre fanno le cose bene, però vedono gli altri, per loro gli altri esistono in qualche modo. Fin qui sta nei modi in cui gli uomini e le donne si organizzano tra di loro e delle differenze su cui possiamo scegliere. Da questo punto di vista Dio potrebbe essere abbastanza accessorio, come una cosa in più. Uno più o meno crede in Dio e quell’altro no, però in fondo non cambia tanto rispetto a questa struttura di fondo, o meglio ci si domanda se non cambi tanto. Questa è la domanda di oggi: C’è un posto, in questa dinamica, per un Dio? Questo Dio dice qualcosa? Fa qualcosa in questo gioco? Entra in questo gioco, non entra in questo gioco?

Questo mi sembra il punto, anche da avere in quaresima, magari augurandosi che uno nel tempo di quaresima abbia un po’ più di tempo per riflettere su alcune cose, per ragionarci un po’. Tradizionalmente, purtroppo, il posto che noi abbiamo assegnato a Dio rispetto a questa faccenda, nella pratica reale intendo, al di là della teoria, è stato quello di chi è fuori dal gioco e giudica. Come se questa fosse una dinamica tutta umana e che Dio stesse seduto su una nuvola e aspettasse l’ultimo giorno per tirare una riga e fare i conti, e dire: ”Beh io te l’avevo detto che bisognava aver cura degli altri, non l’hai avuta, adesso sono cavoli!” Ma l’eccesso di questa logica sarebbe quello (che è anche passato in un modo di capire il cattolicesimo) di dire che a quelli che gli va bene in questa vita è perché hanno cura di sé, e solo cura di sé, (e dunque gli va bene, perché siamo noi i primi a credere che, avendo assolutamente solo cura di sé, ci va bene) alla fine poi saranno fregati. Mentre chi ha cura degli altri rinuncia a delle cose e poi alla fine Dio, che è stato fuori dal gioco, che non ha nemmeno fatto l’arbitro, ma che aveva stabilito le regole ti dice “Ah bravo! Perché hai rinunciato, hai patito, adesso invece hai un premio”.

Questa logica però, è una logica un po’ perversa: primo perché di per sé è falsa, perché non è vero che chi ha solo cura di sé guadagna. Perché se è vero quello che siamo andati dicendo, avere unicamente cura di sé non è sufficiente rispetto al nostro desiderio, comunque un po’ di equilibrio su questa cosa bisogna trovarlo. Un po’ di cura di qualcun altro, almeno dei tre o quattro che ti stanno intorno perché ti vogliono un po’ bene, prima o poi bisogna averla e non è vero che aver cura degli altri significa automaticamente rinunciare alla cura di sé, anzi. Quindi, già di per sé non funziona il ragionamento quanto a noi. Ma poi capite che questo posto assegnato a Dio, che sarebbe seduto fuori dal gioco a guardare noi che ci massacriamo nel Colosseo con i leoni, e poi decidere chi ha vinto e chi ha perso, da imperatore romano un po’ cattivo, non è confacente con l’immagine del Dio della Bibbia che non è mai stato fuori, è sempre stato dentro, è sempre stato a giocare le battaglie insieme al suo popolo. Questo magari in modo comprensibile o magari non tanto, in modo immediatamente favorevole o meno, però, di per sé, ha giocato tutte le sue battaglie. Capite che per esempio già dal primo testo che avevamo letto la prima volta dicevo: “Perché cominciare dal racconto sul peccato?” Sembra strano no? Già leggere il testo del racconto delle origini come il testo del peccato originale significa mettere Dio fuori a stabilire una regola: “Non devi mangiare dell’albero” e star lì ad aspettare che qualcuno sbagli. Interpretare quel testo come il peccato originale è già mettersi dentro questa logica di un Dio fuori dalla mischia. Ora di per sé il Dio della Bibbia non è un Dio fuori dalla mischia e non lo è soprattutto perché manda suo figlio Gesù a prendere carne e si mette nella mischia e vedremo in qualche prossimo brano meglio questo aspetto (che evidentemente è centrale).

Questo per dire che c’è un posto per Dio dentro alla battaglia, non fuori ma dentro alla fatica di trovare un equilibrio tra la cura di sé e la cura dell’altro. Questo come titolo generale perché di per sé se no, se mettiamo Dio fuori, è Lui la causa del dramma. Lui trasforma la tragedia in dramma, sta fuori, giudica e fa sì che ogni nostro equilibrio (più o meno faticosamente raggiunto) tra la cura di sé e la cura dell’altro, è sempre comunque insufficiente, è sempre tacciabile di essere un peccato. Ogni esercizio della libertà diventa un peccato. Diventerebbe quasi Lui il motivo per cui si pecca, paradossalmente, e soprattutto perpetuerebbe la dinamica, che sarebbe sempre la stessa dinamica economica in cui si deve fare il conto tra quanto ti sei occupato di te e quanto ti sei occupato dell’altro, mentre di per sé la logica sarebbe pensare un luogo di Dio che ci aiuti a spezzare questa dinamica. Questa roba qui sarebbe la salvezza. Ha un senso che ci sia un Dio, se è un Dio che ci salva? Il che non vuol dire che risolve i problemi, ma vuol dire che rompe questo meccanismo per cui alla fine si sbaglia sempre.

C’è una scena nel film “Pane e tulipani” in cui una donna molto semplice sta in un rapporto complicato con il protagonista. Lui parla in modo molto raffinato, un po’ erudito, persino antiquato, e lei invece è una donna molto semplice, che parla in modo semplice. A un certo punto, per l’ennesima volta, lei dice una cosa e lui fa una faccia un po’ schifata, lei allora dice: “Aggio sbagliato ancora una volta!” e lo dice in un modo incredibile per dire proprio: “Vabbè non ce la posso fare! Sbaglio sempre!” Tutte le volte che penso a questo impianto mi viene in mente la scena di quel film, perché se c’è una salvezza, la salvezza è nel non farci arrivare a dire: ”Aggio sbagliato ancora una volta!” Perché in fondo, se uno è un adulto sa che il rischio dell’esistenza non è nel fare chissà quali cose strane, ma nel ripetere sempre gli stessi errori. E’ nel faticare da morire per uscire da quegli squilibri che sono i nostri, ognuno conosce i suoi, e poi dire: “Viene dalla nevrosi, da questo, da quello, dell’educazione, la mamma, il tipo di persone con cui mi incrocio”, cioè i mille motivi della vita. Ognuno di noi in fondo combatte sempre con una, due, tre questioni grosse (che sono sempre le stesse, in forme diverse) in cui la fatica nel trovare un equilibrio tra la cura di sé e la cura dell’altro va sempre a sbattere. Al contrario se c’è una salvezza, è esattamente in un Dio che interrompe questo meccanismo, che ci consente di fare degli errori nuovi, non percorsi, non sempre gli stessi, che ci dà l’occasione per fare un altro sbaglio.

Tutta questa lunga premessa per dire che il testo di oggi vorrebbe aiutarci a sentire, nella Parola un altro luogo di Dio rispetto a questa dinamica. Premetto che da una parte è bello, secondo me, dall’altra è molto difficile perché la potenza con cui noi mettiamo l’immagine di Dio in qualche modo fuori dalla mischia, a giudicare, ritorna sempre. È difficilissimo, serve una conversione già solo per mettere Dio in un altro posto, perché effettivamente è molto difficile fare questo cambiamento. La Scrittura però mi sembra in questa dinamica, ci chiama a questo. In fondo l’unica cosa che la Bibbia ci dice (ce lo continua a dire da secoli in ogni sua riga) è che Dio non è lì dove ci aspettiamo che sia, che è in un altro luogo e che ha un altro punto di vista.

Il testo è molto conosciuto, che si legge spesso nella Liturgia e che abbiamo nelle orecchie, è l’inizio del capitolo 62 del libro di Isaia che dice così:

Il testo: Isaia 62, 1-5

1 Per amore di Sion non tacerò,
per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo,
finché non sorga come aurora la sua giustizia
e la sua salvezza non risplenda come lampada.
2 Allora le genti vedranno la tua giustizia,
tutti i re la tua gloria;
sarai chiamata con un nome nuovo
che la bocca del Signore indicherà.
3 Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,
un diadema regale nella palma del tuo Dio.
4 Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,
né la tua terra sarà più detta Devastata,
ma sarai chiamata Mia Gioia
e la tua terra, Sposata,
perché il Signore troverà in te la sua delizia
e la tua terra avrà uno sposo.
5 Sì, come un giovane sposa una vergine,
così ti sposeranno i tuoi figli;
come gioisce lo sposo per la sposa,
così il tuo Dio gioirà per te.

È un testo breve, molto intenso dal punto di vista poetico, bello. Un testo che fa parte del cosiddetto Terzo Isaia, cioè il libro di Isaia che è molto lungo, è fatto almeno da tre parti, composte da autori diversi, almeno tre, in periodi diversi.

Questo è il Terzo ed è un testo scritto dopo il ritorno dall’esilio in Babilonia che vuol dire più o meno la stessa situazione dei migranti alle frontiere con l’Europa. Un gruppo non troppo numeroso di ebrei e sostanzialmente straccione, senza arte né parte, torna da Babilonia e si ritrova nel pezzo di terra, che è la sua, che non è propriamente la California. È un pezzo di deserto abbastanza arido, abbandonato da molti anni, che non era più il centro del potere- La città di Gerusalemme era stata rasa al suolo. Non essendo più il centro del potere non c’era più il tempio, non c’era più niente, era tutto in decadenza. Questo gruppo di straccioni si trova e dice: “Ah, dovremmo essere molto contenti: siamo tornati a casa!” Bella casa! Tutto a pezzi, non ci sono istituzioni, non c’è organizzazione, non sanno da che parte mettersi. In questo contesto, il Terzo Isaia scrive queste parole che sono rivolte a un popolo che non sa come fare ad avere cura di sé, e che noi diremmo con le parole che abbiamo avuto di questo tempo,. Un popolo che non sa da che parte cominciare, che non ha né le forze, né l’energia.

L’inizio del testo che abbiamo letto si pone la stessa domanda che ci siamo fatti: Dov’è Dio? Questo Dio che è il Dio dell’alleanza, che è il Dio che aveva promesso di aver cura di noi, che si era definito Dio fedele. Che fa in questa situazione? Dov’è?

Il primo versetto dice: 
1 Per amore di Sion non tacerò,

per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo,

finché non sorga come aurora la sua giustizia

e la sua salvezza non risplenda come lampada.

2 Allora le genti vedranno la tua giustizia,

tutti i re la tua gloria;

La prima cosa che in qualche modo Dio, per bocca del profeta, fa è non stare zitto, che è interessante nel senso che è il primo modo per esserci è parlare, e per amore. Ci sono molti modi per parlare: la parola è un’arma potentissima, che può fare male o bene. Per amore di Sion non tacerò, non è il tempo di tacere. Non so che cosa viene in mente a voi rispetto a questo versetto. Qui le esperienze di ciascuno contano tanto. A me personalmente vengono in mente sia cose private, legate alla mia vita, ma anche questioni più pubbliche. Il silenzio è il compagno privilegiato della depressione sociale. Non abbiamo più nessuna fiducia nel fatto che dire delle cose cambi e dunque ciascuno di noi tace. Altra associazione che mi viene in mente è Francesco, vescovo di Roma, ci sta sconvolgendo tutti perché parla. Parla e ha rotto la propria sacralità quindi non solo parla, ma in qualche modo autorizza la parola di altri. Nessuno avrebbe risposto a Giovanni Paolo II come Donald Trump ha risposto a Francesco in uno scambio allucinante di battute. Non solo perché Donald Trump è Donald Trump, ma anche perché Francesco si è messo in un modo tale: Per amore di Sion non è stato zitto e questo ha concesso anche all’altro di poter parlare. Perché lui è uscito dal suo ruolo sacrale in cui: “Vabbè l’ha detto il papa” e poi ognuno continuava a non essere d’accordo, a pensare che era pazzo, che forse era comunista. O al contrario tutto quello che uno pensava, però stando tutti zitti, era: “L’ha detto il papa”. Invece questo papa parla con una parola efficace che autorizza anche la parola degli altri e, giusto o sbagliato che sia, questo costringe tutti a riprendere posizione. Qualcosa bisogna a quel punto decidere, fare, dire, non si può più far finta che l’equilibrio apparentemente raggiunto vada bene per tutti. Solo per darvi due esempi.

Credo che ciascuno di noi possa mettere sotto questo versetto Per amore di Sion non tacerò una montagna di cose, perché il silenzio, almeno in occidente, è il grande peccato di questo tempo. Io sono convinta di questo, che per amore bisogna parlare e dunque alla prima domanda: “Qual è il posto di Dio?”, la risposta sia che non è su una nuvola fuori dal gioco, ma per amore Dio non tace.

Per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo 
in questo stesso capitolo, più avanti, c’è un versetto, che io amo moltissimo, che dice “Voi che siete le sentinelle non prendetevi riposo e neppure a Dio date riposo finché non abbia ristabilito Gerusalemme”. Qui c’è l’altro grande tema: per non fare diventare la tragedia degli umani un dramma, bisogna parlare e non riposarsi. Questa è una pessima notizia perché tutti avremmo bisogno di riposo. Gesù dirà: “Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi perché io vi ristorerò”, il che suppone che però che si sia affaticati e oppressi, perché se uno è rilassato non ha bisogno di andare da Gesù. Qui Dio dice che lui stesso non si prende riposo.

Poi ci sono due belle coppie di parole interessanti:
finché non sorga come aurora la sua giustizia

e la sua salvezza non risplenda come lampada.

2 Allora le genti vedranno la tua giustizia,

tutti i re la tua gloria;

Queste tre parole, due volte giustizia: giustizia accoppiata a salvezza, poi giustizia accoppiata a gloria. Sono parole nell’ebraico di Isaia molto potenti. Kabod, la gloria, è il nome anche tecnico con cui la scrittura chiama la nuvola di giorno e il fuoco di notte che guida gli ebrei nel deserto dopo l’Esodo. Una nuvola come tappeto che gli fa ombra di giorno e una fiaccola che gli illumina la strada di notte. La gloria (Shekhinah) sta nel tempio ed è la presenza di Dio. Questa parola, gloria, è una parola molto pesante. Non è solo la gloria, l’onore, la ricchezza, è proprio il modo in cui Dio si rende presente col suo popolo. Qui c’è la parola giustizia che nella prima battuta è accoppiata alla salvezza e nella seconda battuta è accoppiata alla gloria, cioè da una parte la giustizia è un’esperienza che si fa quanto a sé, dell’essere salvati per giustizia, e dall’altra parte è un’esperienza che si fa quanto agli altri per rendere visibile la presenza di Dio in questa giustizia.

Infatti, la seconda parte dice:
le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria
Dicevo prima ragionando su di noi, se c’è un posto per Dio è quello che ci dia una salvezza dal nostro meccanismo, dove la salvezza non è la soluzione ma è un’uscita, una strada, esattamente quello che la gloria segna nel deserto una strada. Gli ebrei si sono liberati dall’Egitto ma rischiano di rimanere quarant’anni nel deserto, di perdersi in quel labirinto di niente. È la strada di tutti noi, c’è un punto originario della nostra vita, in cui passa da una vita di mille potenzialità, quando siamo molto giovani e tutto è possibile, niente è reale, a una vita reale e in quel momento lì perde alcune possibilità, prende la sua forma concreta. Il vero rischio succede dopo questo passaggio dell’Esodo. Il vero rischio è di perdersi nei quarant’anni di niente e di vedersi sfuggire via l’esistenza tra le mani come se non avesse peso, come se non fosse nulla. Allora la giustizia di Dio è l’interruzione di questo meccanismo di perdersi ed è l’interruzione che segna una strada, che dà un cammino, che diventa visibile, che fa diventare visibile di volta in volta, la ricchezza possibile di una cura reciproca.

E poi c’è la parte finale del versetto 2:
sarai chiamata con un nome nuovo

che la bocca del Signore indicherà.

Io personalmente trovo che questo versetto è il versetto di quest’anno. Mi sembra il modo più elementare, ma non nel senso di banale, tutto il contrario che semplice. Questo versetto è elementare nel senso che sa essere assolutamente essenziale. Il meccanismo della salvezza è tutto qui: un nome nuovo ricevuto da altri. La Scrittura è piena del tema del nome. Noi lo conserviamo, per esempio, nel fatto che nel battesimo riceviamo il nostro nome e non è un caso. Adamo è invitato a dare il nome al momento della creazione, dell’origine, perché gli viene consegnato il mondo. Noi abbiamo letto questo in termini di possesso e ci sembra bruttissimo e diciamo: “Ognuno deve chiamarsi come vuole, deve avere la propria scelta”, che invece è esattamente l’esasperazione della cura di sé. Addirittura mi chiamo da solo, che è la cosa più insensata che esista, perché io non mi chiamo mai, sono gli altri che mi chiamano. Non è che io non pronuncio il mio nome. Lo pronuncio solo quando prendo un impegno di fronte ad altri e quindi il nome è strutturalmente relazionale. Se io fossi unica al mondo, da sola, non avrei bisogno di avere un nome! Ma io ho un nome e in questo senso Adamo dà il nome alle cose, perché riconosce di dipendere da loro e che loro dipendono da lui, di stare in una relazione con l’intero pianeta.

Così noi riceviamo un nome perché il nostro nome sia il modo in cui la prima parola possibile di un dialogo di chi mi chiama e in qualche modo fa sì che io mi giri e lo veda. Essere chiamati con un nome nuovo è proprio ricevere se stessi di nuovo, ricevere la totalità della propria vita e interrompere la coazione a ripetere sempre gli stessi errori. Ricevere la possibilità di inventare errori nuovi. Un nome dato da un altro che gli importa così di me da perdere il tempo a cercare un nome per me, perché ha voglia di chiamarmi e in qualche modo mi dovrà chiamare e quindi deve trovare un nome per potermi chiamare. Non è un caso che tutti i sistemi di tortura del mondo la prima cosa che fanno è che spersonalizzano, che sostituiscono numeri ai nomi, così via; è la prima operazione che fanno tutti i sistemi autoritari ed è la cosa che ci irrita della burocrazia in cui diventiamo il numero di una pratica. Togliere un nome è l’operazione più di morte che esista nell’universo. Da una parte Adamo, all’altro capo della storia biblica l’incontro nel giardino tra Maria di Magdala e il Risorto, quando Maria cerca il corpo di Gesù e dice a colui che lei crede essere il giardiniere: “Se sei tu che l’hai nascosto dimmi dove l’hai messo”. Lui si gira e dice “Maria” e la ri-consegna a se stessa. È per questo può dirle: “Non mi toccare”. Con non mi toccare dire: Sei riconsegnata a te. Sei tu. Il tuo nome ti consegna a tutto quello che succederà, anche senza di me, non attaccarti a me. Il dolore di Maria, che ha perso il corpo di Gesù e che piange rimanendo al sepolcro, a differenza dei discepoli, è riconosciuto come una relazione originaria ma immediatamente smascherato nel suo rischio di diventare narcisistico, di essere legato, senza un’autonomia, a Gesù. Per questo le dice “Non mi toccare”.

Allora capite che sarai chiamata con un nome nuovo che la bocca del Signore indicherà è l’esperienza della Salvezza. E’ veramente il luogo in cui siamo resi a noi stessi in modo nuovo, per fare errori nuovi, o percorrere strade nuove, e potere ogni volta ri-giocare il nostro desiderio. Non siamo sostituiti nel nostro desiderio ma ancora una volta chiamati nel nostro desiderio.

Se avessimo qualche dubbio c’è il versetto 3 anche questo bellissimo, secondo me,
3 Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,

un diadema regale nella palma del tuo Dio.

Se uno lo legge un po’ di fretta dice: “Vabbè le immagini regali tipiche dell’AT: il re, il diadema, la corona regale”. Ma poi la leggi una seconda volta, un po’ meno velocemente, e dici: “Ma perché in mano?” Le corone si mettono in testa. Il diadema regale e la corona sono due cose che si mettono in testa, perché nella mano del Signore, nella palma del tuo Dio? Alla terza lettura ancora più attenta, uno dice “E poi sarai? Chi sta parlando con il popolo? No, è il popolo che diventa la corona di Dio.” E già, è proprio così, è il popolo che diventa la corona di Dio, cioè Dio non sta affatto fuori dal gioco. Anche Dio vive la tragedia dell’equilibrio tra la cura di sé, il rimanere chiuso in se stesso, e la cura di noi. Riceve da noi la sua regalità e la riceve in mano perché non possiamo noi incoronarlo. La sua testa è fuori portata, è troppo in alto, ma riceve in mano, da noi, la possibilità di essere re. Questa è la logica premessa di quello che succederà nel racconto della vita del Cristo. La cura di noi fino alla rinuncia di sé, nella morte in croce riceve da parte di Dio ma anche da parte nostra, la possibilità della resurrezione. In Cristo, Dio mette totalmente nelle nostre mani la possibilità di riconoscerlo ed è per questo noi possiamo chiamarlo con un nome nuovo: Padre. Smettiamo di chiamarlo Dio e cominciamo a chiamarlo Padre. Lui chiede a noi di restituirgli il suo nome, il suo posto. È il rovesciamento che interrompe la coazione a ripetere. Dio è abbastanza libero per sapere che se ha cura del suo popolo troverà nel suo popolo la sua delizia, la cura di sé, e sarà contento a causa nostra e per questo può rovesciare il nome.

4 Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,

né la tua terra sarà più detta Devastata,

ma sarai chiamata Mia Gioia

e la tua terra, Sposata,

perché il Signore troverà in te la sua delizia

e la tua terra avrà uno sposo.

Nella nostra gioia, Dio trova la sua gioia e dunque il suo luogo. È esattamente lì dentro la stessa nostra dinamica di desiderio, del desiderio infinito che noi rispondiamo alla cura che lui ha di noi. Rispondendo alla cura che lui ha di noi, diventiamo la sua gioia.

Poi c’è il versetto 5 che è un versetto strano,
5 Sì, come un giovane sposa una vergine,

così ti sposeranno i tuoi figli;

come gioisce lo sposo per la sposa,

così il tuo Dio gioirà per te.

Il versetto è strano, un po’ incestuoso, questa idea che i figli ti sposino, un po’ strampalata al punto che si pensa che sia stato un errore nell’aggiunta delle vocali. La stessa parola, con una vocalizzazione diversa, cambia da “figli” a “architetto, costruttore” e quindi da una parte avrebbe molto più senso come un giovane sposa una vergine così ti sposerà il tuo costruttore, il tuo architetto come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te.

Quindi, può essere benissimo che lì la parola reale sia architetto, costruttore,  moltissimi commentano oggi considerando la parola così. Anche qui però, in questo testo, così ti sposeranno i tuoi figli c’è nella nostra lettura, che è simbolica non storico critica, una vita che si perpetua e si perpetua non nel dramma ma nel matrimonio. Non continuiamo a perpetuare la logica degli errori ma spezziamo questa logica, perché quello che perpetuiamo è una logica amorosa. È un essere chiamati mia gioia e terra sposata e non Abbandonata o Devastata. È l’interruzione nella successione delle generazioni, così come il male ha una sua successione di generazioni (si rischia di ripetere all’infinito il desiderio di vendetta, o la violenza) così si può ripetere la salvezza. Il titolo di tutto questo era: Dio o della simbolica, perché? Perché mi sembra che “Qual è il posto di Dio?” è esattamente questo, e questo testo ce lo mostra nel rendere il suo senso migliore. Simbolica è la parola necessaria a interrompere la dinamica. Cosa vuol dire a renderla simbolica? Vuol dire renderla una parola che non definisce, ma che apre. Ci sono tante funzioni del linguaggio, c’è una funzione descrittiva, noi possiamo usare le parole per descrivere, e la parola descrittiva è in qualche modo una parola chiusa. Se io dico che questo è arancione, c’è poco da aggiungere, è una parola che chiude. La parola legale spessissimo è una parola che chiude perché è una parola che stabilisce una norma: o dentro o fuori. Poi c’è una parola simbolica che in genere è la parola delle relazioni, degli amori, degli affetti, che invece è una parola che apre, perché non descrive affatto ma mette in moto dei processi. È quello che succede a ciascuno di noi quando leggiamo una poesia, quando vediamo un film o quando guardiamo un quadro. L’esperienza artistica ad esempio apre perché mette in moto associazioni, perché cose che non avevo mai pensato, mai sentito, mai visto, mi vengono improvvisamente in mente. Perché sono processi che non sai bene dove vanno a finire, perché una foto fatta bene di un certo posto fa si che tutte le volte che ripasso in quel posto lo guardo con altri occhi. Un bel ritratto di una persona fa sì che poi, tutte le volte che la incontro non vedo solo la sua faccia com’è, ma vedo anche tutta l’emozione che quel ritratto, quella foto, mi hanno provocato. Vedo quello che non ero capace di vedere. La parola simbolica è esattamente questo: avere più occhi, avere più orecchie, avere più coraggio, avere più parole, avere più di altro.

In qualche modo mi sembra che questo è il posto di Dio così come ci viene indicato qui. Dio in questa battaglia non sta fuori a giudicare ma sta dentro alla battaglia per avere più possibilità, più parole, più inizi, più nomi. Per non essere costretti al minimo ma per potere simbolicamente ri-cominciare ogni volta esattamente secondo la figura di Adamo che era fango e ha un mondo intero a disposizione ma se rimaniamo lì è ancora solo la logica del possesso. Ma di Adamo, come di Maria di Magdala, che aveva già avuto molto, che voleva a tutti i costi trovare il corpo di Gesù, anche il suo corpo morto, non fa niente. Aveva avuto molto e ha avuto di più, un altro pezzo di storia. Allora da questo punto di vista, in qualche modo, mi pare che Dio è il garante della simbolica, cioè Dio è il garante del di più. E molto dell’evangelo può essere letto così: una fonte di acqua viva, un continuo sgorgare di possibilità che la tragedia non diventi dramma ma che si sperimenti la salvezza, cioè che la parola metta in circolazione nomi nuovi.

Fossano 20 febbraio 2016

(testo non rivisto dall’autore)

Anno pastorale: 2015/2016

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3. Invocazione, richiesta, dono, legge
Es 20, 1-23
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21 Novembre 2015
Stella Morra
2. La parola che interrompe
Ger 1, 1-19
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17 Ottobre 2015
Stella Morra
1. Del desiderio, della cura di sé e dell’altro
Gen 3, 1-24
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