21 Novembre 2015
Stella Morra

2. La parola che interrompe

Commento a: Ger 1, 1-19


Introduzione

Abbiamo incominciato il mese scorso questo percorso di lectio il cui titolo generale è: che cos’è l’uomo perché te ne ricordi? Il tema è la riflessione sulla nostra comune umanità, da un lato in correlazione al convegno di Firenze della Chiesa italiana, e dall’altro perché un po’ perché il tema c’interessa. A proposito di ciò, per tutti coloro che non l’avessero visto, segnalo di leggere il discorso del Papa fatto al convegno di Firenze, che trovo personalmente uno dei discorsi tra i più significativi di questi tre anni di pontificato, almeno in relazione alla Chiesa italiana. È un discorso breve, si legge velocemente, con un linguaggio molto lineare, non pone complicate questioni di linguaggio di comprensione, ma è molto interessante per tutti coloro che hanno abitato in questi anni le chiese concrete, le parrocchie, le diocesi, le associazioni, e hanno anche sentito le scelte dei vescovi. È molto interessante perché questo discorso fa un punto della storia degli ultimi vent’anni un bilancio senza giudizio, totalmente non moralistico, ma un bilancio reale che si assume la responsabilità di dire alcune cose e su altre tacere perché non servono, senza il minimo tono di rimprovero, ma senza perdere in chiarezza, inoltre da anche due linee molto concrete rispetto al futuro. Un discorso proprio un po’ speciale che vale la pena leggere in particolare una frase, che per tutti coloro che hanno girato intorno alla questione dell’atrio, in particolare quest’anno al seminario estivo, che dice che non è vero che siamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento di epoca. È una questione diversa. Io nel sentire questa frase ho pensato finalmente qualcuno l’ha detto! Il problema è che siamo in un cambiamento di epoca, come tutti cambiamenti di epoca ci si sente un po’ confusi, non si capisce subito dove si devo andare, come succede nelle nostre biografie intorno ad alcuni passaggi quando uno si rende conto che non deve fare solo degli aggiustamenti ma cambia qualcosa di molto radicale nella sua vita, cambiano degli elementi chiave e non è che uno immediatamente a chiaro come, dove, verso cosa, però deve prendere atto del cambiamento e provare a cercare la strada.

Tutto ciò non è ovviamente distante dai temi intorno a cui stiamo ragionando, e discorso di Francesco lo fa in forma sintetica e del discorso di un pastore alla sua Chiesa quindi con alcuni generi letterari proprio di questo ragionamento, come un preside che parla ai suoi professori usa alcuni criteri, ma le questioni che mette in campo sono esattamente questa, per esempio si pone il problema di come si fa ragionare nel rapporto tra Gesù e la sua proposta e la comune umanità degli umani in cui siamo. Queste esattamente una delle questioni intorno a cui stiamo riflettendo. Non siamo quindi distanti da questa riflessione. In particolare nel discorso si dice, riassumendo con parole mie, che è importante per noi riflettere sull’uomo a partire dalla scrittura sempre un po’con alcuni rischi:

Rischio di usare o metodo deduttivo (Gesù ci dice come deve essere l’uomo) che per secoli è stata usato si guarda nella scrittura e si deduce che cos’è giusto, questa cosa funzione nella misura in cui è accettata dalla comunità degli umani una auto evidenza, ma in un momento di cambiamento di epoca non c’è più questa auto evidenza, quando diciamo comune umanità, il fatto che tutti siamo uomini e donne, e siamo su questo pianeta, non è più automatico che questo significhi che abbia le stesse conseguenze per tutti. Credo che gli avvenimenti in Francia dell’ultima settimana ci hanno fatto tutti riflettere. La nostra tentazione sarebbe di dire, di chi si fa saltare in aria o che decide di uccidere in questi modi inspiegabili, che sono pazzi, sono fondamentalisti, cioè di metterli ai margini della comune umanità, il problema è che questi sono uomini e donne come noi, uguali, nel bene e nel male, e che probabilmente ciascuno di noi posto in certe condizioni sarebbe capace di altrettanto male. Non c’è più comune evidenza sui confini, incomprensioni, logiche di ciò che chiamiamo comune umanità. Questo è il cambiamento d’epoca che non è così secondario perché quando questo viene messo in discussione si discute i fondamentali a partire dai quali ha una logica tutto quello che viene dopo, ma se non sono più d’accordo su quali sono i punti fondamentali non possiamo neppure cominciare a confrontarci. La questione non è dialogare. La logica di ciò che succede oggi era oggetto di autoevidenza 500 anni fa, cioè erano tutti d’accordo che la comune umanità così, che in nome di Dio si poteva uccidere, anzi era doveroso, che la vita non contasse niente, che non c’era distinzione tra innocente e colpevole, se tu segui l’imperatore o Dio sbagliato che tu muoia e giusto. Questo era oggetto di un’auto evidenza comune, erano tutti d’accordo, quindi non è una novità il problema è che adesso siamo tutti un po’ sfasati perché non abbiamo più un’autoevidenza comune ci sono uomini e donne che, apparentemente, ragionano ancora come cinquecento anni fa, o meglio ragionano in modo nuovo con gli stessi effetti di cinquecento anni fa, altri invece come noi che pensano di essere molto avanzati perché hanno assunto i valori della rivoluzione francese nel diritto delle persone, del rispetto di tutti. Quindi la logica deduttiva di prendere quello che Dio dice come giusto e trarne delle conseguenze; per poi spiegare a tutti come devono vivere non è più auto evidente, ma non solo, rischia di funzionare al contrario e di farci diventare dei fondamentalisti che certo non sparano, ma diventiamo fondamentalisti verbali. Ovvero che vogliamo a tutti costi convincere quell’altro che noi abbiamo ragione e lui torto, è meglio comunque rispetto allo sparare, ma non è tanto diverso.

Rischio di partire al contrario è una forzatura, che cos’è che ci accomuna? Tutti gli uomini desiderano che cosa? Se proviamo a dirlo, e a dirlo in modo realistico, non lo sappiamo più. I fatti di Parigi ci fanno dire tutti gli uomini desiderano vivere, ma apparentemente alcuni no. L’aspettativa di vita di un jihadista è di tre secondi, non gli interessa proprio sopravvivere, gli interessano altre cose. Anche partire dal basso quindi diventa difficile.

In questo senso non stiamo cercando che cosa la Bibbia dice sull’uomo nel senso che prendiamo i salmi eleggiamo l’uomo prudente quello che ha fiducia in Dio, perché se questo è vero, lo crediamo ma il problema è come facciamo a dire questa cosa in un modo che sia significativo in un tempo e in un luogo in cui non sappiamo più che cos’è che definisce la comune umanità in cui dobbiamo in un cambiamento d’epoca non semplicemente di essere sicuri di avere ragione, anche perché sempre più l’aver ragione rischia di essere il motore di fondamentalismi. Bisogna piuttosto essere in grado di mettere insieme dei pezzi che possono essere inclusivi di trovare dei pezzi, questioni, che offerte condivise, possano far dire a molti se non a tutti: ah però interessante! Se ci pensiamo un attimo questa è l’operazione che sta facendo Francesco, non delinea una soluzione, non dice come bisogna fare ma prova creare delle situazioni inclusive, in cui molti anche se partono da principi diversi, anche se credono in cose diverse possono dire: mi piace questo, in questa logica mi ritrovo, in questo metodo mi ci ritrovo forse non per le stesse ragioni tue. Forse dovremmo dire con una battuta che siamo alla ricerca nella scrittura un metodo per diventare umani. È un metodo che possibilmente sia inclusivo, che ci aiuti a trovare dei consensi anche da chi non parte dagli stessi principi, anche da chi non trae le stesse conclusioni.

La lectio di oggi

La prima lectio del mese scorso era Gen 3, cioè il testo che è comunemente conosciuto come il racconto del peccato originale. Non per partire dal peccato, perché dal punto di vista cristiano è sbagliato partire dal peccato: se vogliamo dire la cosa giusta prima c’è l’atto di creazione, la grazia che viene prima del peccato. Prima c’è un atto inclusivo ed è difficile non ritrovarsi; quello che è successo tra l’altra lectio e oggi, i fatti di Parigi, ha ben dimostrato che il male esiste, esiste anche quando molti non lo vogliono, quando non si cerca, quando non è determinato, che l’esperienza del male è che si viene coinvolti nonostante noi stessi, uno ha fatto tutto giusto, ma va a mangiare al ristorante, al bistrot, in giro per strada, e ti arriva addosso una cosa. Il male esiste, e dunque dicevamo un primo punto di metodo per diventare umani, e prendere atto del desiderio della cura di sé, abitare la storia è prendere atto di avere il desiderio della cura di sé, in molti modi, dai più nobili e più concreti, dalla necessità di mangiare o di essere amati, l’esperienza del male è esattamente corrispettivo del desiderio della cura di sé, poiché sappiamo tutti che il male esiste desideriamo che ci sia dato di poter aver cura di noi stessi e di coloro che amiamo, col pensiero più banale del mondo che non capiti a noi. L’esperienza del male nasce nel momento stesso in cui si pone il desiderio di aver cura di sé, facciamo l’esempio del cibo su cui l’anno scorso abbiamo riflettuto a lungo , il gesto di cibarsi e l’atto di dipendenza radicale dal non io, devo mettere dentro di me qualcosa che non sono io, ogni volta è un gesto di fiducia che quella cosa che mi nutre non mi avveleni, e l’atto di affidamento più elementare che ci sia. Esattamente il gesto di cura di sé, il suo porsi richiede un atto di affidamento, che aver cura di me non vada contro gli altri e gli altri non vadano contro di me. In qualche modo l’atto di aver cura di sé pone immediatamente una tragedia, cioè sembra che nella storia non si può aver cura di tutti contemporaneamente allo stesso modo, se io ho cura di me qualcun’altro la deve pagare. Questo forse è il punto più inclusivo e più semplice, e forse l’unica esperienza che forse abbiamo tutti in comune nella storia cioè che ognuno di noi desidera aver cura di sé e che ogni gesto di aver cura di sé pone immediatamente, implicitamente, parzialmente un limite ad un altro per la semplice antica questione che ciò che mangio io non può essere mangiato da un altro e non c’è mai in assoluto il cibo per tutti.

Questo è il primo tassello che la scrittura dice in Gen 3, prima ci dice una cosa su Dio, Dio crea il mondo per amore, ma non è un dato particolarmente inclusivo. La seconda cosa che ci dice la dice su di noi e dice che l’aver cura di sé è il desiderio di tutti ma è un problema perché ha una struttura relazionale, perché nessuno è solo e si potrebbero citare decine di esempi della vita quotidiana. Nella vita di ognuno di noi questa cosa si vede in ogni gesto il tempo che dedicò a me, devo avere del tempo per me, e la sensazione che il tempo per me sia un tempo rubato ad altri e questo non quando siamo cattivi, anzi quando siamo cattivi va meglio perché se io di te me ne frego il tempo che io lo uso per me e di te non m’importa niente, è più difficile se ci vogliamo un po’ bene perché non posso fregarmene di te, , non perché qualcuno mi obbliga ma perché si autoimpone il fatto che io mi sento in colpa. A partire da quest’esperienza entriamo nel secondo tassello dell’esperienza primaria che è quello della lectio di oggi. È un testo che io amo moltissimo, ma è un testo anche duro nel linguaggio e strano. È un testo profetico dal capitolo primo di Geremia e che ho intitolato La parola che interrompe.

Ragionandoci un po’ sentirete e ritroverete tantissimi temi, soprattutto chi frequenta le lectio, si capisce che rapporto tra me e questo testo è molto intenso da tanto tempo. Lo trovo un testo decisivo perché mi pare che se ci fermassimo solo a Gen 3 sarebbe un testo paralizzante, ci dice la verità ma non ci dice che cosa fare. In questo testo Geremia continua a dire la verità ma ci dice anche che cosa bisognerebbe fare. Questo per dirvi il rapporto tra i due testi.

Il testo

1 Parole di Geremia, figlio di Chelkia, uno dei sacerdoti che risiedevano ad Anatòt, nel territorio di Beniamino. 2A lui fu rivolta la parola del Signore al tempo di Giosia, figlio di Amon, re di Giuda, l’anno tredicesimo del suo regno, 3e successivamente anche al tempo di Ioiakìm, figlio di Giosia, re di Giuda, fino alla fine dell’anno undicesimo di Sedecìa, figlio di Giosia, re di Giuda, cioè fino alla deportazione di Gerusalemme, avvenuta nel quinto mese di quell’anno.

4Mi fu rivolta questa parola del Signore:

5“Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto,

prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;

ti ho stabilito profeta delle nazioni”.

6Risposi: “Ahimè, Signore Dio!

Ecco, io non so parlare, perché sono giovane”.

7Ma il Signore mi disse: “Non dire: “Sono giovane”.

Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò

e dirai tutto quello che io ti ordinerò.

8Non aver paura di fronte a loro,

perché io sono con te per proteggerti”.

Oracolo del Signore.

9Il Signore stese la mano

e mi toccò la bocca,

e il Signore mi disse:

“Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca.

10Vedi, oggi ti do autorità

sopra le nazioni e sopra i regni

per sradicare e demolire,

per distruggere e abbattere,

per edificare e piantare”.

11Mi fu rivolta questa parola del Signore: “Che cosa vedi, Geremia?”. Risposi: “Vedo un ramo di mandorlo”. 12Il Signore soggiunse: “Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla”.

13Mi fu rivolta di nuovo questa parola del Signore: “Che cosa vedi?”. Risposi: “Vedo una pentola bollente, la cui bocca è inclinata da settentrione”. 14Il Signore mi disse:

“Dal settentrione dilagherà la sventura

su tutti gli abitanti della terra.

15Poiché, ecco, io sto per chiamare

tutti i regni del settentrione.

Oracolo del Signore.

Essi verranno

e ognuno porrà il proprio trono

alle porte di Gerusalemme,

contro le sue mura, tutt’intorno,

e contro tutte le città di Giuda.

16Allora pronuncerò i miei giudizi contro di loro,

per tutta la loro malvagità,

poiché hanno abbandonato me

e hanno sacrificato ad altri dèi

e adorato idoli fatti con le proprie mani.

17Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi,

àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò;

non spaventarti di fronte a loro,

altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro.

18Ed ecco, oggi io faccio di te

come una città fortificata,

una colonna di ferro

e un muro di bronzo

contro tutto il paese,

contro i re di Giuda e i suoi capi,

contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese.

19Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno,

perché io sono con te per salvarti”.

Oracolo del Signor

Questo è il testo che mi si adatta molto, un po’ aggressivo, un po’ arrabbiato, non è un testo dolce, sereno, è un testo durissimo. Questa parte del libro di Geremia e dell’epoca della deportazione in Babilonia, come voi sapete i profeti sono ex post, non è che prevedono, ridescrivono in qualche modo cos’è successo perché da ciò che succede se ne tragga una conclusione, perché non ci si limiti a subire cosa è successo. Qualsiasi esegeta di questo testo dice che è annunciato/interpretato, nel senso che è già successo quando viene scritto, la caduta dei regni di Giuda e di Israele e poi la conseguente deportazione è già avvenuta, si descrive è un momento di crisi politica. Dopo tutta la lunga epopea, l’uscita dall’Egitto, la terra promessa, la costruzione del regno, la storia del regno dura trent’anni e poi cominciano subito a litigare e dopo averci messo 1000 anni a costruirlo in trent’anni si giocano tutto, si dividono, dopo essersi divisi continuano a litigare quindi gli altri se ne approfittano. Questa è una storia fin troppo umana. In quell’epoca sorgono i profeti di cui noi abbiamo varie testimonianze nella scrittura, c’è tutto un gruppo di libri che si chiamano i profeti, Geremia, Ezechiele, Isaia, Daniele che sono la chiave di lettura, l’idea per capire che cosa succede nella storia, spesso i profeti sono in polemica con l’istituzione non sono di stirpe sacerdotale. Bisogna sempre ricordare che in Israele il sacerdote non era una vocazione, un servizio che uno sceglieva, ma era un dato legato alla nascita, come tutta la struttura di Israele, si diventava sacerdoti perché si apparteneva alla tribù di Levi, non era una scelta, era un gruppo, non era la scelta di un singolo e nessuno che non fosse della tribù di levi poteva diventare sacerdote. Oggi verrebbe chiamata una casta. I profeti, quindi, se la pigliano tipo movimento cinque stelle, con la casta dei sacerdoti. Questo è un caso particolare perché Geremia è figlio di Chelkia uno dei sacerdoti, cioè all’interno di questo gruppo c’è questa figura. Tutto ciò per raccontare a cosa questo testo si riferisce concretamente, che cosa un esegeta vi direbbe di questo testo.

La lettura di oggi verrà fatta in un altro contesto, non nella vicenda storica di Israele si comincia come spessissimo nella scrittura con la collocazione dei nomi e dei luoghi dei tempi. Qui addirittura sono tre versetti interi:

1 Parole di Geremia, figlio di Chelkia, uno dei sacerdoti che risiedevano ad Anatòt, nel territorio di Beniamino. 2A lui fu rivolta la parola del Signore al tempo di Giosia, figlio di Amon, re di Giuda, l’anno tredicesimo del suo regno, 3e successivamente anche al tempo di Ioiakìm, figlio di Giosia, re di Giuda, fino alla fine dell’anno undicesimo di Sedecìa, figlio di Giosia, re di Giuda, cioè fino alla deportazione di Gerusalemme, avvenuta nel quinto mese di quell’anno.

Colloca in modo molto specifico storicamente la questione, questa è una caratteristica di molti libri antichi perché per noi oggi basta accendere il computer controllare tutti calendari possibili, nell’antichità i testi venivano collocati storicamente in base a chi era re, per avere un riferimento, anche perché ci si spostava di 40 km e gli anni venivano contati non altro modo con un altro calendario. C’è anche un senso molto più profondo, per me almeno, ed è che il punto di partenza di ogni riflessione possibile avere un luogo, un nome, una data, cioè sapere qualcosa di sé, per dirla in modo moderno avere una consapevolezza del proprio nome del proprio luogo, della propria data. Questo anche quando il proprio nome è un nome in sé ambivalente come quello di Geremia, sacerdote che diventa profeta, ma avere la faccia di dire io sono qui, sono questo ed è adesso. Avere soprattutto il senso che questo segnala essere un soggetto, ma contemporaneamente segnala che siamo in un processo, cioè c’è un tempo da percorrere le cose non sono puntuali: io oggi sono qui, sono questo, questo è il mio nome, il mio nome è anche un’ambivalenza, ma detto ciò fino a quando e come questa cosa evolverà non lo so. Questo è solo un pezzo io non sono tutto qui, io non sono solo questo. Insisto molto su questo perché credo sia la condizione per tutto ciò che viene dopo, proprio luogo di partenza e credo anche che questo sia uno dei nostri problemi contemporanei nel ritrovare tasselli di un metodo comune per diventare umani e cioè che parliamo o per assoluti (per valori), o per relativi impersonali (secondo me, ma con quali competenze?). Per assoluti e relativi impersonali non c’è spazio per un consenso uno dei modi in cui si può costruire qualcosa di comune è la consapevolezza di ciascuno di essere un parziale e il tempo necessario a cambiare. Il tempo non è sempre dato, non è sempre dato tutto il tempo che serve, per cui bisogna profittare di quello che c’è. In questo senso c’è tutto il senso scritturistico del kairòs, la scrittura lo ripete spesso: oggi è il giorno favorevole. Quando distribuisco la bibliografia del corso gli studenti metto sempre all’inizio una citazione di un commentario ebraico del libro dell’ Esodo molto antico nel quinto secolo e la citazione dice: non dire studierò domani potresti essere morto.

Questa citazione è incoraggiante rispetto agli studenti, ma come dire è un tema ricorrente nella scrittura che bisogna studiare oggi, perché i processi richiedono tempo, ma il tempo non è un bene infinito e quindi bisogna usare il tempo che si ha. Un nome, un soggetto, perché bisogna sapere di sé, senza questo non c’è niente, se a sapere della propria parzialità e del fatto che non servono degli assoluti, né dei relativi generici, servono dei parziali riconoscibili.

Poi c’è questo che è un refrain che torna in tutto il testo ogni tre o quattro versetti c’è questa espressione:

4Mi fu rivolta questa parola del Signore:

alternata con:

allora io dissi

dirai loro quello che ti ho detto

è un’ossessione, questo è un testo sulla parola, che è sempre in primo luogo una parola ricevuta nessuno mai prende l’iniziativa di parlare per primo, nel senso che se parlo per primo rilievo le condizioni che consentono di parlare, ma parlare un gesto rischioso, è un gesto di abbassamento delle difese, di apertura. L’operazione opposta è cibarsi, fai uscire un pezzo di te e lo affidi al mondo. Cibarsi è un pezzo di non me, che io introduco dentro di me, parlare sempre un pezzo di me affidato al mondo, ci dà molta fiducia e coraggio, servono delle condizioni. Quindi, la parola è sempre in qualche modo rivolta da qualcun altro anche quando è tacita, cioè la creazione di condizioni, che non sono in sé parola propria, ma che mi consentono di avere una parola, di rischiare una parola.

La parola che viene rivolta a questo parziale collocato che Geremia, a questo che sa il suo nome che sa qualcosa disse, è una parola che nasce da una tragedia fino alla deportazione di Gerusalemme. Una cura di sé che va conflitto con i progetti del grande re, di un bene che non è possibile perseguire. Questi tre versetti iniziali mi sembrano veramente il quadro della nostra comune umanità. Mentre ripensava questo testo nel prepararlo, questa settimana ci sono state le vicende ben note e pensavo che questi tre versetti in modo molto particolare ma ci dicono esattamente che cosa è successo venerdì a Parigi in un modo non da talk show.

Il versetto numero quattro ci ridice che quello che è successo in questa tragedia:

4Mi fu rivolta questa parola del Signore:

è una parola rivolta, la parola interrompe, la parola crea, la parola di Dio creatore, dunque una parola che cambia la realtà, una parola potente, è una parola che cerca le parole per dirlo, è un atto di affidamento di me all’esterno. La parola del Signore che viene rivolta è:

5“Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto,

prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;

È la sintesi di Gen 1, dell’atto di creazione, ma è anche contemporaneamente l’atto con cui ciascuno di noi è riconosciuto dal mondo. C’è qualcosa prima di noi, e non faccio ragionamenti metafisici, vuol dire che nasciamo in una famiglia, in una cultura, in una civiltà, con delle potenzialità, in una casa in cui ci sono dei libri, o non ci sono dei libri, dentro degli stili educativi, non nasciamo mai da zero. Siamo conosciuti nel grembo materno, usciamo alla luce e siamo in qualche modo già consacrati. La nostra illusione, cioè, è che scegliamo tutto, ma passiamo una vita a tentare di distinguerci per scoprire spesso in tarda età che ci siamo distinti molto poco e che assomigliamo tragicamente alle nostre madri e i nostri padri. Voglio dire che veniamo alla luce ricevendo delle cose, ma non a tutti le stesse cose. Fa una differenza nascere qui o in Mali, non è la stessa cosa. Nel testo si aggiunge un terzo elemento molto più interessante:

ti ho stabilito profeta delle nazioni”.

C’è qualcosa che in qualche modo è deciso per noi e quello che qui è deciso nel caso di Geremia è che deve essere uno che parla. Anche qui c’è un grande elemento di comune umanità, siamo tutti stabiliti profeti, abbiamo questo dono e maledizione di una parola possibile, di una parola potente, che come quella dei profeti e una parola di interpretazione del reale, che guarda, cerca di capire, interpreta, giudica e si ricolloca in base a questa parola.

6Risposi: “Ahimè, Signore Dio!

Ecco, io non so parlare, perché sono giovane”.

Meraviglioso! Perché è esattamente come rispondono tutti profeti nella scrittura, dicono non so parlare. Tutti abbiamo il mito che l’unica età veramente felice della vita e l’infanzia che è definita esattamente a partire dal termine latino come l’età di chi non sa parlare. Parlare è un atto di affidamento al mondo di conseguenza ha dei prezzi, costruisce realtà, sposta cose, e dunque l’età dell’innocenza è l’età dell’infanzia. Si è innocenti solo finché non si parla, quando si parla il gioco dei sensi di colpa comincia e non finisce più. Dunque, abbiamo tutti la stessa reazione: non io, ma perché! La sottrazione al proprio nome, al proprio luogo, alla responsabilità di essere profeti e la scusa di Geremia è molto carina: io sono giovane, io piccolo! Questa cosa è interessante dice che la scrittura aveva una mitologia rispetto i giovani opposta alla nostra, i giovani sono sventati, incapaci, per noi invece sono i vecchi che sono un po’ rimbecilliti; ma qui il problema non è giocare a chi ha meno responsabilità, qui il problema è pigliare sul serio la parola.

7Ma il Signore mi disse: “Non dire: “Sono giovane”.

Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò

e dirai tutto quello che io ti ordinerò.

8Non aver paura di fronte a loro,

Qui sono dette le tre componenti fondamentali di ogni atto di parola:

  • Andrai, perché ogni atto di parola è un atto di movimento di messa in cammino, l’inizio di un processo, io dico delle parole con le migliori intenzioni, ma quello che succede dopo sfugge al mio dominio, va per la sua strada, cammina con le gambe sue.
  • A cui ti manderò, cioè non scegliamo il destinatario, le nostre parole hanno destini non destinatari, vanno a finire dove gli pare, sono mandati da altri.
  • Non aver paura, siccome viene ripetuto ancora sorge il sospetto che la paura è strettamente collegata alla parola perché la paura è l’anticipazione di un futuro che non c’è, quando siamo in un guaio possiamo aver dolore e rabbia, possiamo essere confusi non sapere cosa fare, ma non abbiamo paura, la paura anticipa, riguarda qualcosa che non è ancora accaduto e per questo è equiparata al demonio nella scrittura, perché è un’illusione, crea quello che non c’è e ti fa sprecare un sacco di energie per un sacco di cose che non accadranno, per questo la paura è strettamente collegata alla parola, la parola può creare paura.

Le parole creano realtà, la nostra civiltà è costituita sulle grandi narrazioni e la nostra crisi è sulla crisi delle grandi narrazioni, non abbiamo più una narrazione condivisa. Le parole creano paura ma vincono anche la paura. Poi ci sono questi bellissimi versetti su cui gli esegeti si sono scervellati:

9Il Signore stese la mano

e mi toccò la bocca,

e il Signore mi disse:

“Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca.

10Vedi, oggi ti do autorità

sopra le nazioni e sopra i regni

per sradicare e demolire,

per distruggere e abbattere,

per edificare e piantare”.

11Mi fu rivolta questa parola del Signore: “Che cosa vedi, Geremia?”. Risposi: “Vedo un ramo di mandorlo”. 12Il Signore soggiunse: “Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla”.

Testo strano. Primo perché leggiamo introduzione perché in ebraico i termini vigilare e mandorlo sono la stessa parola, e voi sapete che gli ebrei non scrivevano le vocali quindi si poteva leggere in un modo o nell’altro, allora Geremia vede un mandorlo e Signore dice vedi bene perché io vigilo, ma su questo ha costruito su un gesto, il Signore stende la mano e mi toccò la bocca. Nel programma di quest’anno all’inizio abbiamo messo una citazione tratta dal libro di Sonnet La scorciatoia divina che dice così: ‘Quando Rashi commenta che soltanto per Adamo le mani divine sono venute in soccorso alla parola creatrice, fremo per il tocco di Dio sulla mia pelle, del palmo che sul mio torso aderisce alle distensione del respiro e all’ostinatio del cuore. Sulla pagina biblica, spalancata, si è posata, leggera, la mia mano’. In Genesi, Dio usa la parola per creare tutte le cose, quando arriva l’uomo gli tocca usare le mani, deve fare una cosa con fango, non basta la parola, non può dire sia l’uomo e l’uomo fu, almeno nel racconto. Mi sembra che anche qui il Signore stese la mano e mi toccò la bocca, ci sia un grande mistero di relazione, una figura bellissima, la relazione non si fa con le parole, la parola interrompe e apre, ci vanno le mani per fare relazioni, si deve toccare una bocca per dare parola. Ci va, cioè, una vita tutta intera, noi abbiamo un’eccessiva fiducia nella parola, pensiamo che se io ti spiego tu capisci e sei d’accordo il gioco è fatto, solo che non è così, perché io ti spiego, tu capisci, sei d’accordo, ma la vita non è ancora cambiata, perché poi ci vanno le mani, devono succedere delle cose, che senza quella parola, non succederebbero, ma a cui la parola da sola non basta. L’autorità che il Signore dà non è per insegnare secondo la nostra logica, invece l’autorità è data per le mani, per sradicare, per demolire, per distruggere, per abbattere, per edificare, per piantare. L’autorità è data per delle cose da fare. E poi, c’è quel bel dialogo sul mandorlo, cosa vedi? Un mandorlo. Mi faccio aiutare anche qui da una citazione: il crollo degli orizzonti culturali del passato, può provocare smarrimento e funeste presagi, solo chi aveva, sulla spinta della tradizione, identificato il suo mondo con il mondo, la sua civiltà con la civiltà, la sua salvezza con la salvezza. Nei veri credenti invece quel crollo suscita la lieta scoperta di nuove possibili dilatazioni e porta alla luce del sole la naturale capacità dell’uomo a trascendere se stesso, morendo al proprio particolare per dar corpo a una forma più universale di convivenza tra gli uomini. È l’ethos del trascendimento che oppone all’imminente irruzione del fuoco il ramoscello di mandorlo, alla morte incombente la fragile possibilità di una vita diversa. Io credo che noi siamo qui. Questa è la questione, c’è una parola che interrompe e che siamo di fronte a un crollo che rischiamo di confondere come il crollo di tutto, perché è il crollo del nostro mondo, del nostro modo di capire l’umanità, noi non abbiamo un altro, ci sembra che crolli tutto, e siamo chiamati ad opporre un ramoscello di mandorlo, cioè ad immaginare che la morte al mio modo particolare apre una possibilità più inclusiva, più sostanziale, che la parola interrompe, ma interrompendo crea uno spazio possibile. Di tutti gli ultimi versetti richiamo solo due cose. Da una parte c’è allora pronuncerò i miei giudizi, in questo scenario prettamente catastrofico c’è un giudizio, la parola non è solo una parola di benedizione, la parola è una parola che si prende delle responsabilità di una valutazione, che dice una cosa. Dall’altra parte questa scena finale di distruzione si conclude con::

18Ed ecco, oggi io faccio di te

come una città fortificata,

una colonna di ferro

e un muro di bronzo

da qui faccia di bronzo, uno per cui la parola non ha valore, non reagisce:

contro tutto il paese,

contro i re di Giuda e i suoi capi,

contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese.

19Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno,

la parola costruisce città fortificate, perché figlia di un giudizio, perché l’assunzione di una parzialità, ma ogni volta rientra nel gioco del ramo di mandorlo, costruisce un muro di bronzo sapendo che potrà essere abbattuto, perché quello è il mio muro e forse deve morire perché possa nascere un’altra cosa. Siamo abituati a non immaginare che le cose possano, debbano finire, per noi ogni fine è un dramma, ma semplicemente questo non è vero nella vita, abbiamo dovuto finire di essere bambini per poter diventare adulti, abbiamo dovuto abbandonare la totalità delle possibilità adolescenziali, quando uno poteva fare l’astronauta, pompiere, il ballerino, per poter diventare quello che siamo, nel bene e nel male, forse con qualche rimpianto, ma ciò che diventa reale è sempre segnato da una fine, ma è sempre contemporaneamente un ramo di mandorlo, cioè qualche cosa che apre un nuovo scenario possibile. La vera differenza sta se questo nuovo scenario è inclusivo o esclusivo, cioè se sta sotto regime della parola, di una parola condivisa che interrompe per rilanciare, o se non sta sotto lo scenario dell’inclusivo, è una parola che interrompe basta. Concludo ancora con una piccola frase che ho letto recentemente, non c’è la fonte, è una frase attribuita a San Francesco, ma non è storicamente provato, ma è tramandata da tempi antichissimi come una frase autentica di San Francesco, mi sembrava la conclusione ideale. Si dice che Francesco, mandando i suoi frati, poco prima di morire abbia detto loro: predicate l’evangelo e se proprio è necessario usate anche le parole. Lo trovo meraviglioso.

Fossano 21 novembre 2015

(testo non rivisto dall’autore)

Anno pastorale: 2015/2016

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19 Marzo 2016
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6. Un unico sacrificio
Mc 15, 6-47
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20 Febbraio 2016
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5. Dio, o della simbolica
Is 62, 1-5
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23 Gennaio 2016
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4. Le morti che trasfigurano e quelle che uccidono
Es 2, 1-15
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19 Dicembre 2015
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3. Invocazione, richiesta, dono, legge
Es 20, 1-23
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17 Ottobre 2015
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1. Del desiderio, della cura di sé e dell’altro
Gen 3, 1-24
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