16 Aprile 2016
Stella Morra

7. Verità e gesto, con-dividere

Commento a: At 1, 3-12; 2,37-47


Introduzione

Il tema su cui stiamo ragionando è la questione dei due desideri: il desiderio della cura di sé e quello della cura dell’altro, indispensabile per essere umani fino in fondo e, contemporaneamente, inconciliabili perché apparentemente aver cura di me va in concorrenza con aver cura dell’altro. È la chiave sotto cui, la Scrittura ci dice, viviamo tutti. Quello che il catechismo ci hanno insegnato essere il peccato originale, non tanto una questione morale, ma questa interruzione originaria, per cui siamo fatti in modo che, per aver cura di noi stessi abbiamo bisogno di sentirci amati, e per sentirci amati abbiamo bisogno che gli altri esistano, ma se gli altri esistono richiedono la loro cura, e questo sembra andare a conflitto.

L’altra volta ci siamo posti la domanda sul perché la Scrittura ci porta lì: abbiamo letto il racconto di Passione. C’è qualcosa in questa dinamica di contraddizione originaria che riguarda anche Dio? Oppure Dio è perfetto e completo, non ha bisogno di niente e di nessuno; non c’è concorrenza nei suoi desideri, quindi sta bello, pacifico, guardando da fuori e giudica. Ma, la figura che ci viene proposta nei racconti di Passione è il contrario: Dio si è messo dentro questa contraddizione per dimostrare che non è un difetto di costruzione. Noi siamo fatti così perché somigliamo a Dio.

Bisogna superare l’idea platonica greca di un Dio immobile, completo, pacificato. È il contrario. I cristiani credono in un Dio Trinità, cioè un Dio che sta nel gioco dei desideri e che continuamente li costruisce positivamente. Un Dio che abita questa contraddizione e che suo figlio prende carne e ci mostra cosa vuol dire aver cura di sé avendo cura degli altri. È una questione molto potente. È il rovesciamento, e la domanda che sorge è: “Bello, ma cosa succede a noi? Sarò immagine sua, ma non sono Dio, che devo fare?”

Avrei voluto leggere i primi due capitoli degli Atti, ma siccome erano troppo lunghi ne ho presi dei pezzi; sarebbe comunque importante leggerli a casa con pace e tranquillità. Se Cristo, come dice san Paolo, è morto ed è resuscitato, ci dice la verità del desiderio di noi e degli altri, cioè ci dice che tutto ciò che di serio doveva succedere nella storia, è già successo. Poiché abbiamo ancora tempo, cosa dobbiamo mettere nel tempo che ci rimane?

Noi siamo abituati, come tutti, a pensare che ci dispiace non avere tempo, che ci dispiacerebbe sapere che dobbiamo morire fra un’ora, perché abbiamo ancora molte cose da fare. Poi, facciamo tutti quei ragionamenti: vedere i figli crescere, raggiungere degli obiettivi, … In realtà, vivere è una “gran fatica”: che cosa serve questo tempo se tanto deve finire? Perché abbiamo bisogno di avere ancora tempo? Alla nostra vita manca sempre una settimana, che è la cura di sé, ma d’altra parte no. Siamo consapevoli che tutto il resto, gli altri, il mondo, continuano anche senza di noi e ci dà un po’ tristezza, ma è così.

Quindi la domandà è: perché abbiamo ancora tempo? Se Dio ci ha posto come immagine di lui, come occupare al meglio questo tempo, per ottenere il meglio in questo rapporto fra il desiderio della cura di sé e della cura degli altri? Normalmente si dice: “Gesù è fatto così, come facciamo a seguire il suo esempio?”, ma il problema non è seguire l’esempio di Gesù. È cosa abbiamo da fare noi? È come l’idea prevalente dei padri che la sorte ideale dei figli sia fare ciò che loro non avevano potuto fare. Invece, il figlio deve fare ciò che deve fare lui e l’unico modo per essere contento è trovare la propria strada. C’è un delicato equilibrio tra un genitore che dice: “sono contento che trovi la tua strada, però non a qualsiasi prezzo, vediamo di arrivarci interi”.

Dio, in Gesù, ha fatto come fa Dio e noi abbiamo il problema di dover fare come faccciamo noi, solo che non sappiamo bene, come gli adolescenti siamo in quella fase in cui diciamo: “non so bene cosa voglio”. Allora il libro degli Atti degli Apostoli rappresenta questo passaggio storico: Gesù insegna, fa e poi non c’è più. Il libro degli Atti si costruisce su un’assenza ed è l’assenza che crea il tempo, non la presenza.

Il testo: At 1,3-12; 2,37-47

1 3Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre «quella, disse, che voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni». Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: «Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra».

Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. 10 E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n’andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: 11 «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo». 12 Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato.

2 37 All’udir tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». 38 E Pietro disse: «Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo. 39 Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». 40 Con molte altre parole li scongiurava e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa». 41 Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone.

42 Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. 43 Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44 Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; 45 chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46 Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. 48 Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre.

Qual è la promessa?

«quella, disse, che voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni».

Questo è un testo che conosciamo molto bene, però c’è il rischio di non sentirlo. Infatti anche i discepoli non l’hanno sentito, alle parole “promessa del Padre” chiedono:

«Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?».

Come a dire, “era questa la promessa, no?” No, lui ne ha detta un’altra, quindi non funziona.

Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, […] 12 Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato.

Detto questo segue il lungo racconto di quando vanno nel Cenacolo, e non sanno bene cosa devono fare. Arriva lo Spirito Santo, poi Pentecoste con le lingue di fuoco e allora Pietro esce e comincia un lungo discorso che dura tre capitoli in cui annuncia e spiega che cosa gli sta succedendo. C’è il miracolo delle lingue che non è che loro parlano tutte le lingue, ma chi hi li ascolta dice “com’è che ognuno di noi li capisce?” Gli apostoli non hanno ricevuto il dono di parlare le lingue, ma il dono è dato a tutti gli altri di capire ognuno nella propria lingua. Il libro degli Atti funziona così: la Chiesa parla una lingua sola, grazie allo Spirito Santo la gente capisce nella propria lingua, e si può difendere.

2 37 All’udir tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?».  

È esattamente la nostra domanda: “Che cosa dobbiamo fare?”

38 E Pietro disse: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo. 39 Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro».

Vi faccio notare che non c’è nessuna indicazione morale.

 40 Con molte altre parole li scongiurava e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa». 41 Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone. 42 Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. 43 Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44 Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; 45 chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46 Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. 48 Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

Perché non ci si faccia un’idea troppo rosea, segue il racconto di Anania e Saffira, cioè che in questa meravigliosa comunità dove si condivide tutto, Anania e Saffira che vengono dai campi, versano alla comunità solo una parte dei soldi. Gli Apostoli li sgamano e questi muoiono seccati per la colpa. Questi sono i due architravi entro cui c’è Pentecoste e soprattutto il discorso di Pietro. Questo è il punto delicato di transito tra Gesù e noi, tra quello che è successo e quello che succederà. Dove Dio fa il proprio mestiere di Dio e dove noi, in qualche modo, se vogliamo, possiamo fare il mestiere di umani.

Infatti, il punto di partenza da qui in poi è uno ed è molto chiaro

1 3Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio.

La verificazione in senso filosofico, cioè il dimostrare che il ragionamento di prima tiene, sta nel fatto che Gesù si mostra vivo. Cioè Gesù mostra, attraverso il fatto di essere vivo, che l’equilibrio tra la cura di sé e la cura degli altri, che ha condotto alla morte, funziona. È un buon modo, la vita è sovrabbondante.

Noi abbiamo due possibilità: o leggiamo questa cosa con una specie di logica magica in cui diciamo: “i conti tornano tra cura di sé e degli altri fino alla morte, ma in modo spirituale”. In realtà non è tanto vero, Gesù è vivo, ma in un senso un po’ strano. Oppure è la faccenda delle faccende, scommettiamo nel dire: “la mia esistenza si gioca sull’equilibrio tra cura di me e degli altri, scommettendo che come io ho bisogno degli altri, gli altri hanno bisogno di me”. Papa Francesco dice che questo si chiama misericordia. La misericordia in primo luogo è ricevuta. I primi che operano misericordia sono i poveri.

Questo ci rende vivi, non per l’eternità, ma vivi nel senso reale, non spirituale, astratto, teorico. È la nostra vita concreta. Non è ancora la vita di Dio in Dio, lo sarà, per ora è la vita degli umani.

Gesù è vivo e questo dimostra che campare così fino a morire funziona. Luca, dice la premessa, “Egli era vivo” con molte prove, mangia, fa cose concrete, dice “ pace a voi” e la pace è una cosa molto concreta. Poi, Luca costruisce la scena “mentre si trova a tavola con essi” (la tavola dell’eucarestia, dei discepoli di Emmaus, dell’Ascensione). Luca ha chiaro che il cibo è la struttura elementare dello scambio, del dono. Il luogo dove si realizza la cura di sé e dell’altro, perché c’è la fiducia. Introduco dentro di me qualcosa che non sono io, faccio un atto di fiducia radicale: devo scommettere che quello non mi avveleni, che quello sia un dono.

Il cibo occupa tantissimo spazio in tutte le culture (favole, racconti, miti, i dipinti). Luca capice bene che tutta la nostra vicenda si gioca a tavola, sulla struttura elementare, e Gesù prima di andarsene si mette a tavola.

Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre.

Quello che Gesù dice è di allungate i tempi, di pigliate il tempo che c’è. Questo è il nostro problema: non sopportiamo di aspettare e non abbiamo mai tempo abbastanza. Non abbiamo la misura del tempo umano su di noi. C’è sempre troppo da fare e se per mezz’ora non hai troppo da fare, quella mezz’ora a volte è insopportabile.

Invece, Gesù dice: “non allontanatevi, aspettate che si adempia la promessa”, state sul pezzo, non scappate, non rimuovete. State presso voi stessi con un tempo umano aspettando l’adempimento della promessa. E Luca spiega ulteriormente:

«quella, disse, che voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni».

La promessa è di entrare nel regime sacramentale, è di entrare in una logica in cui le cose cominciano a parlare, in cui non siete più incollati a voi stessi, in cui tutto può avere uno spessore. Questo è ciò che ci compete, Dio non può farlo al posto nostro. È la struttura sacramentale della vita, ogni cosa è più di sé, ed io sono più di me. Ho più spazio, tempo, bellezza, anima, energia, e non sono condannato ad essere ciò che so di me, ciò che sento di me in questo momento. È la differenza fra avere un malanno ed essere malati. Nessuno è più se stesso, tutti abbiamo noi stessi. Io non sono me, quindi non vado in concorrenza con la cura dell’altro. Io sono più di me, io sono un altro me stesso e mi ricevo in dono e quindi non c’è nessuna concorrenza.

Entrare in una logica sacramentale, entrare nella logica dello Spirito, è sempre un punto di vista, uno spazio, un altro tempo un po’ diverso. Non è l’applicazione dei principi normali con cui tutti ragioniamo. Entrare nella logica dello Spirito vuol dire mettersi a vivere in questa eccedenza, in questo non coincidere delle cose con loro stesse.

Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: «Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?».

I discepoli non hanno capito niente, non hanno nemmeno sentito. Per loro lo schema rimane quello vecchio, quello di Israele. C’è un’altra profonda verità: solo Gesù cresceva in età, sapienza e grazia, tutto insieme, davanti a Dio e agli uomini. Noi cresciamo in età, ogni tanto facciamo due passi in sapienza, ma ci siamo persi la grazia, dobbiamo fermarci e recuperare un pezzo. Poi cresciamo un po’ davanti a Dio, nel frattempo ci siamo persi gli uomini, cioè noi non siamo contemporanei perché Dio è eterno e noi no. C’è sempre qualche pezzo vecchio che rimane: come qui che chiedono la ricostruzione del Regno di Israele. Tutto il testo di Luca, come già in Emmaus, ci mostra i pezzi vecchi che tornano e che bisogna mettere in asse con una comprensione nuova.

Gesù dice anche una parola molto dura:

Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi.

Il Regno di Dio non è un nostro problema, ci pensa Dio e lo fa bene. Il nostro problema è avere la forza dello Spirito e abitare questo luogo decentrato, questa eccedenza.

e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra».

Cosa spetta a noi? Testimoniare. Gesù dice tre cose: aspettare, entrare in una logica sacramentale (la sfida di Fede) e testimoniare.

Testimoniare nei secoli è diventata una cosa insopportabile. Io so le risposte e tu non le sai, quindi io te le dico: testimonio su come devi vivere. Ma, siamo alla parodia, io so delle risposte alle domande che la gente non si fa più, allora la testimonianza sarebbe suscitare delle domande. Siamo al delirio: “ti spiego quali sono le domande che devi farti a cui io ho le risposte giuste che tu non sai e quindi ti do le risposte”. E per questo poi diciamo: “la gente è indifferente, non vuole più credere”.

Io credo, invece, che il Vangelo abbia una potenza rispetto alla vita delle persone. Se le persone non riescono a coglierla, evidentemente, stiamo sbagliando metodo. Molti santi del ‘900 scelgono la via della testimonianza silenziosa, perché il Vangelo di per sé funziona, se non lo nominiamo qualcosa fa di suo.

mi sarete testimoni […] fino agli estremi confini della terra.

Cosa vuol dire testimoniare? Il tempo si articola con lo spazio e bisogna essere testimoni di Gesù. Facciamo fatica a capire, cosa dobbiamo fare. Per questo ci sentiamo cristiani inadeguati.

Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo.

Lo spazio e il tempo di tutto questo si costituisce col fatto che Gesù non ci sia. Perché sono le assenza che danno lo spazio e il tempo. Ben lo sa ogni genitore di figlio adolescente, che su alcune situazioni deve fare un passo indietro, deve rimanere lì e guardare che la cosa accada, sperando che accada la cosa giusta. Non è passività, richiede un esercizio positivo.

Le nubi nella scrittura hanno un sacco da fare. La nube è uno dei modi per rappresentare Dio. Dio viene rappresentato con la nube nell’Esodo quando il Popolo è nel deserto “una nube come tappeto gli faceva ombra di giorno e una colonna di fuoco li guidava la notte”, poi la nuvola del monte Tabor, dove Gesù si trafigura e viene avvolto dalla nuvola. È il modo dell’opacità, del non vedere attraverso, mentre il sole sopra c’è sempre.

L’assenza è sempre abitata da una nuvola, dietro c’è il sole e a volte meno male che c’è una nuvola che ci fa ombra, come nel deserto. A volte alla sesta giornata di pioggia, se il cielo si aprisse uno sarebbe più contento, ma questa è la logica dell’assenza.

10 E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: 11 «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? …

Questa è la grande domanda che dovremmo continuare a farci. È la domanda contro il rischio di ogni religione, compreso il cristianesimo, di farne un’ideologia. Non bisogna stare a guardare il cielo. Ci può essere un tempo di incanto, di innamoramento; ma è un tempo in cui uno se guarda per aria si incarta. Nella vita quotidiana bisogna capire dove si va, guardare la terra. Muoversi dove si è, quello compete a noi, fidandosi che Dio, che è dietro le nuvole, tiene fermo il cielo. Lui si occupa della sua parte e noi possiamo guardare per terra, e sappiamo che il cielo tiene.

Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

Questo è il tempo di abitare, di attendere, di essere battezzati e testimoniare.

12 Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato.

Alla fine di tutta questa roba, anche un po’ roboante di nubi e angeli, si torna a Gerusalemme. Tornano dove erano prima. Nella sostanza non è cambiato nulla, ma in mezzo c’è Pentecoste.

2 37 All’udir tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?».

Poi si arriva al passo in cui la gente chiede a Pietro e ai discepoli “cosa dobbiamo fare?”. Loro dicono le stesse cose che aveva detto Gesù: convertitevi, fatevi battezzare, ricevete lo Spirito Santo, lo hanno capito con Pentecoste.

38 E Pietro disse: «Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo. 39 Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro».

In quell’epoca non esistevano i sacramenti, ma esisteva la logica sacramentale: “immersi in Gesù Cristo riceve lo Spirito di Gesù e guarda il mondo come lo guarderebbe Gesù”. Pietro dice: “quel Gesù che avete crocefisso, Dio l’ha chiamato Cristo e Signore”, cioè non era tutto lì.

Convertitevi”, cioè girate il punto di vista, fate un’altra cosa e guardate il mondo come lo guarda Gesù. “per voi è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore” solo Dio ha la misura della Promessa.

40 Con molte altre parole li scongiurava e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa».

Questo è un versetto molto discusso, duro, un giudizio duro sulla generazione contemporanea, che apre ad una lettura antisemita. La logica è che si può essere una generazione perversa nella misura in cui non si entra nella logica sacramentale. Noi dobbiamo essere estranei a qualcosa. Gli unici altri di cui non avere cura è l’estraneità alla lettura piatta per cui ogni cosa è solo quella cosa lì. È quella che dice: “ha salvato gli altri, perché non scende dalla croce”. La generazione perversa è quella che si rifiuta di immaginare che c’è altro. In termini contemporanei il dire se una cosa io non la capisco non esiste.

41 Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone.

E poi c’è un sommario:

42 Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. 43 Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.

Il timore non è paura, è il rimanere sospesi di fronte al mistero della vita. Tutti guardano la loro vita come un qualcosa che non è un possesso, su cui non siamo appiattiti.

44 Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; 45 chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46 Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. 48 Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

C’è un pezzo di vecchio che sopravvive. Non sanno ancora bene cosa devono fare. Allora tengono un pezzo buono che li rende vivi e faranno così con tutto. Per ogni pezzo di vita che cambia, provano a tenere quello che è in linea con la logica di Gesù, finchè dura, poi lo lasciano cadere, pazienza. Il vecchio e il nuovo coesistono.

47 lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. 48 Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

Di quanti di noi si potrebbe dire che viviamo lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo? Ci mettiamo ragionamenti “non si può piacere a tutti, non possiamo passare il tempo a lodare, c’è da fare”. Nella sostanza quello che c’è da fare è lodare Dio e andare d’accordo con gli altri. Come in un matrimonio, è un processo. Uno si sposa perché si vuole bene, ma ogni giorno capisce che è vero che ci si vuole bene, però non ha imparato tutto quel che serve per volersi bene. Ci sono tanti pezzi che proprio perché si vive insieme diventano praticabili, decisivi, questionano.

È esattamente la stessa cosa: “godendo la simpatia di tutto il popolo”, non vuol dire che tutti dicono “che santa”, no vuol dire che impari ad andare d’accordo con quegli altri, con un po’ di pazienza, un po’ di creatività, con errori e pasticci. Metti in moto un processo in cui non c’è un’altra cosa da fare.

Fossano 16 aprile 2016

(testo non rivisto dall’autore)

Anno pastorale: 2015/2016

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