23 Gennaio 2016
Stella Morra

4. Le morti che trasfigurano e quelle che uccidono

Commento a: Es 2, 1-15


Introduzione

Buon pomeriggio. Riprendiamo il nostro percorso. Tra l’altra lectio e questa ci son state le feste che in genere hanno l’effetto di cancellare tutto quello che è successo prima. Come al solito cerco di riprendere un po’ alcuni temi.

Stiamo percorrendo dei testi intorno al tema: Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi?, cioè riflessioni su cosa ci dice la Bibbia circa come siamo fatti, come funzioniamo, come funziona il mondo in cui stiamo a partire dai soggetti che lo abitano, cioè noi. Il brano su cui ci eravamo soffermati che era il brano di Genesi che ci aveva offerto quell’idea sul conflitto dei desideri, cioè il desiderio fondamentale, strutturale dell’essere umano di essere amato, sostanzialmente di essere in relazione, di aver cura di se stesso a 360 gradi. Proprio per essere realizzato esso pone già in sé l’elemento tragico, perché per poter essere realizzato devo aprirmi a un altro e avere in qualche modo anche cura di lui, almeno un po’, perché altrimenti non si può realizzare una relazione, quindi questa è una struttura fondamentalmente tragica dell’esistenza umana.

Poi, nella seconda riflessione, avevamo visto quel testo di Geremia sull’idea che è molto forte nella tradizione biblica e che poi ancora più forte diventa (ma lo vedremo, credo dalla prossima volta) con Gesù, con l’incarnazione di Gesù. Quell’idea è la parola che interrompe, è la parola che consente di spostare questa tragedia, questa struttura tragica. L’impossibilità in qualche modo di avere contemporaneamente cura di sé e dell’altro apparente è possibile in uno scambio di parola. E la volta scorsa, a dicembre con, abbiamo riflettuto su come questa parola sia un atto complesso, non è solo il parlare, il chiacchierare, l’emettere dei suoni. Il testo era di Esodo del Decalogo e abbiamo ragionato su questa parola che è invocazione, richiesta, legge. Questi tre testi, dal mio punto di vista, rappresentano il minimo, nel senso che si potrebbe continuare ovviamente a lungo con molti altri testi, ma diciamo forniscono la descrizione di base dell’elemento decisivo della vita umana., Cioè che la sua struttura in qualche modo tragica può essere abitata, supportata, orientata attraverso una parola che è la struttura di relazione con cui siamo fatti. Purtroppo questa espressione è molto usata e abusata, cioè del fatto che per essere umani non è necessario avere chissà quali caratteristiche, ma la cosa indispensabile è stare in una relazione, in un sistema di relazioni e abitarle attraverso le parole. Questa struttura di base, diciamo lo scheletro minimo intorno a cui poi ci si mette di più, è in qualche modo uno scheletro neutro, cioè anche se si parla di legge non c’è una struttura morale in questo, non c’è un’idea assoluta di bene e di male, ci sono le cose come sono le relazioni, come sono possibili con la loro quota di tragicità, di difficoltà e quindi le fatiche che tutti facciamo nel trovare degli equilibri nell’abitare attraverso le parole le relazioni che viviamo, di tutti i tipi possibili. A questo livello questa struttura fondamentale può essere malata, ma non è ancora né colpevole, né tantomeno innocente, è semplicemente una struttura che funziona così, un meccanismo (non so se riesco a spiegarmi), poi può essere ammalata, cioè può esserci una difficoltà nel gestirla legata a molti fattori, alle nevrosi di ciascuno di noi, alle condizioni in cui ci troviamo, a una situazione di violenza subita o inferta. Queste realtà fanno ammalare la struttura di base che di per sé invece cerca, se sta bene, più o meno faticosamente, di trovare un suo equilibrio, di abitare questa tensione tra la cura di sé e la cura dell’altro, un po’ al giorno cercando di farlo funzionare, ma di per sé questa struttura non è mai neutra perché le nostre decisioni, il modo in cui la governiamo nella storia, ha sempre una connotazione, da qualche parte c’è un punto di rottura rispetto a questa struttura relazionale. Questo punto di rottura radicale è la morte: non tanto la nostra, ma quella di coloro con cui siamo in relazione, perché veramente in questo ha ragione Derrida, la nostra morte non è un problema, il problema è la morte degli altri e di questo sistema di relazioni su cui uno fatica una vita a cercare degli equilibri e poi ad un certo punto c’è qualcosa che non dipende da noi e che la interrompe radicalmente e che la rende non più disponibile ai nostri occhi, ai nostri orecchi, al nostro sentire. In questo senso è vero che la morte è un punto limite, ma paradossalmente nel catechismo si ragiona sempre in modo molto astratto dicendo ciascuno di noi è misurato col pensiero della propria morte. Io credo che questo sia poco vero, un po’ perché ciascuno di noi in fondo ha una parte di sé infantile che pensa che a lui non succederà. In qualche modo fatichiamo, dobbiamo proprio fare l’esercizio come i monaci della meditatio mortis, cioè che una volta alla settimana si devono ricordare di questa cosa, oppure l’antico invito dell’inizio della quaresima che era ricordati che devi morire. Non è un caso che bisogna ricordarselo perché in realtà se noi abitiamo la nostra vita non pensiamo più di tanto alla nostra morte, ma l’esperienza che facciamo è l’esperienza della morte delle relazioni, di coloro che ci stanno intorno e che indirettamente è anche un po’ una nostra morte. Su questo, c’è un libro che per me è stato decisivo, un libro bellissimo, non facilissimo, di Jacques Derrida che si chiama “Ogni volta unica, la fine del mondo” (ed. Jaca Book, 2005). Jacques Derrida è un filosofo francese contemporaneo piuttosto famoso e in questo libro racconta i discorsi che lui ha scritto per la morte di amici, di altre personalità della cultura e quindi un continuo riflettere sulla morte di altri. E’ un testo sconvolgente, bello, non facile, però essendo diviso in brevissimi capitoli che sono discorsi o articoli di giornale, uno ne legge uno, poi lo lascia un po’ da parte, si ripiglia e poi caso mai lo riprende in mano.

In questo senso, in questa struttura di relazione, la morte è una questione grave per il suo essere una questione assolutamente materiale, concreta. La morte sta nelle cose, è la morte dei corpi anche quando abbiamo speranza nella vita futura e siamo certi che in Dio ritroveremo coloro che abbiamo amati in ogni caso c’è qualcosa che non si ricostituisce più, il mondo non è comunque più lo stesso perché non c’è la relazionalità possibile che fino a quel giorno c’è stata. Allora in questo senso mi sembrava una questione da affrontare, cioè che cos’è l’uomo ce lo insegnano tutti i filosofi: è un essere mortale, è uno che prima o poi muore e non basta essere amati o amare qualcuno, non basta stare in una relazione, non ci tiene in vita questo. E quindi, è chiaro che questo è un tema su cui filosofi, religioni, tanti si sono interrogati, una questione da cui non si può sfuggire in qualche modo.

Come forse potete immaginare per scegliere il brano su cui riflettere a partire da questo tema ho passato tempo perché ne ho scelti e poi scartati tanti perché mi sembra un tema molto trasversale e che ha molti punti di vista diversi possibili. Allora ho deciso di farlo in un modo paradossalmente molto semplice.

Nella Bibbia, voi sapete, ci sono molti brani che parlano di questo, per esempio nei libri Sapienziali, nei libri della Sapienza, nei Salmi, ecc., ed è però già una riflessione di secondo livello, si riflette sulla morte generica. Io, invece, ho scelto di prendere un brano dell’Esodo, dell’inizio del Libro dell’Esodo dove c’è una storia, non ci sono delle considerazioni sapienti, ma c’è una storia; come se lo affrontassimo attraverso la narrazione di una favola cioè di una narrazione in cui poi ognuno trae una morale e aggiunge alcune riflessioni al racconto. Questo rende il testo apparentemente semplice, ma come spero di mostrare rende anche la riflessione un po’ più dura, meno infiocchettata di riflessioni teoriche, più concreta.

Dopo aver mandato i testi e poi ancora ripreparando questo lavoro, ho deciso di aggiungere qualche versetto precedente, un pre-racconto, la fine del capitolo 1 che non c’è nel programma; il programma dice Es 2,1-15 , quasi tutto il capitolo 2, ma vorrei leggere a voce alta anche qualche versetto della fine del capitolo 1. Tutti ne conosciamo la storia.

Genesi si chiude sulla storia di Giuseppe portato a morire dai fratelli che poi arriva in Egitto, diventa il consigliere del faraone, lo aiuta a superare la carestia, ha un grande successo. I fratelli, invece, che si trovano in carestia vanno a cercarlo, non a cercare lui, ma a cercare in Egitto il modo di sopravvivere. Lui li riconosce, ma loro non riconoscono lui; c’è tutta questa commedia degli equivoci, molto bella, per cui lui li fa andare via, ma fa nascondere delle cose in modo che vengano considerati dei ladri, poi vengono ripresi, allora dice mandatemi il fratello più piccolo che era rimasto a casa, Beniamino. C’è tutta questa storia complicata, cioè la storia di una redenzione a caro prezzo di un equilibrio tra la cura di sé e la cura degli altri, tra salvare la propria vita come Giuseppe fa salvandosi dalla malvagità dei fratelli e anche addirittura avendo successo e salvare la vita dei fratelli. È uno strano equilibrio con una redenzione non a buon mercato, non è un perdono “a che bello vi ho ritrovati”, c’è tutta una serie di passaggi. Si chiude il racconto di Genesi su questa vicenda ed è come se l’inizio di Esodo costituisse la rilettura della vicenda a livello politico generale: sorse sull’Egitto un faraone che non aveva conosciuto Giuseppe, cioè il popolo rimane lì, non è più la storia di uno, ma di un intero popolo e questo faraone è preoccupato perché gli Ebrei si moltiplicano e ha il dramma tra la cura di sé e la cura loro, che gli fanno comodo come forza lavoro, ma contemporaneamente è preoccupato perché sono troppi. Quindi comincia a perseguitarli e ne decreta la necessità che siano uccisi e lo fa decretando che siano uccisi i figli maschi, tutti i figli maschi degli Ebrei perché finisca la specie.

Gli ultimi versetti del capitolo 1 dicono così:

Il testo: Es 1, 15-22

15Il re d’Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua: 16«Quando assistete le donne ebree durante il parto, osservate bene tra le due pietre: se è un maschio, fatelo morire; se è una femmina, potrà vivere». 17Ma le levatrici temettero Dio: non fecero come aveva loro ordinato il re d’Egitto e lasciarono vivere i bambini. 18Il re d’Egitto chiamò le levatrici e disse loro: «Perché avete fatto questo e avete lasciato vivere i bambini?». 19Le levatrici risposero al faraone: «Le donne ebree non sono come le egiziane: sono piene di vitalità. Prima che giunga da loro la levatrice, hanno già partorito!». 20Dio beneficò le levatrici. Il popolo aumentò e divenne molto forte. 21E poiché le levatrici avevano temuto Dio, egli diede loro una discendenza. 22Allora il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: «Gettate nel Nilo ogni figlio maschio che nascerà, ma lasciate vivere ogni femmina».

Questo è il pre-racconto, poi c’è il racconto che è il capitolo 2:

Il testo: Esodo 2, 1-15

1Un uomo della casa di Levi andò e prese in moglie una figlia di Levi. 2Questa donna concepì, partorì un figlio e, vedendo quanto era bello, lo tenne nascosto tre mesi. 3Quando non poté più tenerlo nascosto, prese un canestro fatto di giunchi, lo spalmò di bitume e di pece, vi pose dentro il bambino, e lo mise nel canneto sulla riva del Fiume. 4La sorella del bambino se ne stava a una certa distanza, per vedere quello che gli sarebbe successo.

5La figlia del faraone scese al Fiume per fare il bagno, e le sue ancelle passeggiavano lungo la riva del Fiume. Vide il canestro nel canneto e mandò la sua cameriera a prenderlo. 6Lo aprì e vide il bambino: ed ecco, il piccino piangeva; ne ebbe compassione e disse: «Questo è uno dei figli degli Ebrei». 7Allora la sorella del bambino disse alla figlia del faraone: «Devo andare a chiamarti una balia tra le donne ebree che allatti questo bambino?» 8La figlia del faraone le rispose: «Va’». E la fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. 9La figlia del faraone le disse: «Porta con te questo bambino, allattalo e io ti darò un salario». Quella donna prese il bambino e lo allattò. 10Quando il bambino fu cresciuto, lo portò dalla figlia del faraone; egli fu per lei come un figlio ed ella lo chiamò Mosè; «perché», disse: «io l’ho tirato fuori dalle acque».

11In quei giorni, Mosè, già diventato adulto, andò a trovare i suoi fratelli; notò i lavori di cui erano gravati e vide un Egiziano che percoteva uno degli Ebrei suoi fratelli. 12Egli volse lo sguardo di qua e di là e, visto che non c’era nessuno, uccise l’Egiziano e lo nascose nella sabbia. 13Il giorno seguente uscì, vide due Ebrei che litigavano e disse a quello che aveva torto: «Perché percuoti il tuo compagno?» 14Quello rispose: «Chi ti ha costituito principe e giudice sopra di noi? Vuoi forse uccidermi come uccidesti l’Egiziano?» Allora Mosè ebbe paura e disse: «Certo la cosa è nota». 15Quando il faraone udì il fatto, cercò di uccidere Mosè, ma Mosè fuggì dalla presenza del faraone, e si fermò nel paese di Madian e si mise seduto presso un pozzo.

La storia poi continua e vede poi Mosè tornare in Egitto per liberare il popolo su comando di Dio, ma abbastanza controvoglia, senza troppo entusiasmo: questo è l’inizio della storia di Mosè.

Allora, innanzitutto perché questo pre-racconto mi sembra dire l’inquadratura simbolica necessaria, quello che ci costringe a entrare nel modo giusto nella storia. Tutta la storia della salvezza siamo abituati a pensare che inizi con Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, tutti meravigliosi nomi di maschi, ma non è vero, la storia della salvezza inizia con Sifra e Pua, due levatrici egiziane di cui non sappiamo niente se non il nome ed un mestiere strano. Sono poste a custodia della vita che altre fanno nascere, non sono madri. All’origine del Cristianesimo noi abbiamo la figura femminile di Maria madre, ma all’origine di questa vicenda che è l’Esodo, che segnerà il paradigma di tutto, non ci sono due madri, ma due levatrici, a custodia, sulla soglia della vita che altre donne mettono al mondo e su questa custodia agiscono con un po’ di furbizia. L’elemento, il punto di svolta, è in quella frase 19 le levatrici temettero Dio, di loro sappiamo il nome, Sifra e Pua, il mestiere, ma soprattutto sappiamo che temono Dio, che è un’espressione ovviamente fondamentale nella scrittura. Tutti sappiamo che non è aver paura di Dio, ma con una traduzione, come al solito un po’ azzardata, ma spero efficace, oggi diremmo hanno il senso di cosa è più importante: temere Dio, in quel contesto lì vuol dire riconoscere qual è l’autorità a cui si deve render conto e in cima a tutte le autorità sta il faraone, ma sopra il faraone sta Dio; o se volete, girato da un’altra parte, le levatrici fanno nascere, non fanno morire, quindi alla richiesta di far morire non c’è nessun ragionamento da fare, non lo fanno e basta, ma non lo fanno, non so come dire, non c’è nessun tema religioso in questo. Anche se si dice temettero Dio, non lo fanno per rispetto di loro stesse, perché sono levatrici, perché sono destinate ad essere custodi di questa soglia sempre rischiosa che è la nascita e probabilmente gli è capitato di assistere a delle morti – soprattutto nel mondo antico morire di parto non era così strano, né che i bambini nascessero morti era così strano, ma questo faceva parte delle sconfitte, non era cercato e di fronte all’ordine di far morire semplicemente non fecero come aveva ordinato loro il re d’Egitto e lasciarono vivere.

Qui c’è un nucleo, ve lo dicevo, non lo so se il linguaggio semplice narrativo rende abbastanza forte la potenza, ma c’è un nucleo pazzesco. La prima cosa, il requisito necessario per sopportare che siamo fatti di relazioni ma che le relazioni finiscono, è avere un nome e sapere l’ordine di gerarchia, di importanza, delle cose e sapere qual è il proprio mestiere e rimaner fedeli a questa cosa, custodire la soglia di una vita e non accettare che questo sia trasfigurato nel compito di dare la morte; non so se riesco a rendere la potenza di queste due figure, e lo fanno con un po’ di furbizia, dicevo, e anche qui sottovalutiamo il ruolo della furbizia.

Già solo in questo brano ci sono due belle menzogne: quella di Sifra e Pua e quella della sorella di Mosè, Miriam, che sarà poi nella storia di Israele una figura fondamentale. Si comincia mentendo, cioè le donne hanno questo dono di menzogna meraviglioso; infatti Mosè che non ce l’ha perché è un maschio, nella tradizione ebraica è tramandato come uno che balbettava, che non sapeva parlar bene, ma non sappiamo se aveva realisticamente a che fare col fatto che balbettava, ma certo è uno che non ha la prontezza di muoversi, piglia tutto di punta, cioè fa le battaglie come vedremo tra poco. Di fronte alla questione per cui il re d’Egitto gli dice perché avete fatto questo, avete lasciato vivere i bambini, loro non fanno una spiegazione filosofica, non cercano di convincere il faraone che è male uccidere. Non fanno niente di tutto questo, gli dicono “eh, non ci possiamo far niente le donne ebree sono troppo forti, sono troppo veloci, quando arriviamo è già successo tutto e non riusciamo a uccidere, non facciamo in tempo ad uccidere, e cosa dobbiamo fare?”.

È interessante perché si dice che 20Dio beneficò le levatrici e poiché le levatrici avevano temuto Dio egli diede loro una discendenza, ha consentito loro di dare la vita in proprio, di non essere solo custodi della vita di altri, di non far nascere solo i figli delle altre donne, ma di avere dei figli propri, ha fatto delle levatrici delle madri, il che sembra simbolicamente un bel passaggio. Allora il faraone diede l’ordine a tutto il suo popolo: “«Gettate nel Nilo ogni figlio maschio che nascerà, ma lasciate vivere ogni femmina».. La cosa interessante è questa: il testo è spesso invocato da Israele per spiegare come Israele sia un popolo matrilineare, cioè l’essere ebreo si trasmette dalla madre, è una madre ebrea che mette al mondo dei figli ebrei. Avere un padre ebreo di per sé non è determinante, quello che è determinante è una madre ebrea; spessissimo nelle spiegazioni rabbiniche si dice che il motivo è questo, cioè che il popolo sarebbe stato destinato ad estinguersi a causa della persecuzione del faraone, mentre non lo è stato perché si è trasmesso l’Ebraismo per le femmine che sono sopravvissute. Queste sono state di più che non i maschi che sono sopravvissuti.

Questa è una cosa abbastanza curiosa perché tutti i popoli del bacino del Mediterraneo sono patrilineari, in zona mediterranea tutti abbiamo, cioè fino all’uso moderno che si piglia il cognome del padre per dire che noi abbiamo una struttura patrilineare molto profonda, simbolicamente radicata, poi oggi fa meno differenza, è meno problematico, che so la parità nel diritto famigliare fa sì che la cittadinanza vale sia quella del padre che quella della madre e così via, cioè molte cose cambiano, ma tradizionalmente il bacino del Mediterraneo è patrilineare. Gli Ebrei sono matrilineari, non si sa perché, ma la loro spiegazione è che sono legati a questa azione del faraone che altrimenti sarebbe riuscito a sterminare il popolo.

Ecco, questo è il pre-racconto, c’è una vita che va custodita nel timore di Dio e cioè la morte non va ricercata ed è benedizione custodire questa vita con un po’ di furbizia e con la capacità di sapere che cosa è più importante e questo mi sembrava l’altro elemento decisivo. Poi, incomincia allora il racconto che ci introduce alla figura di Mosè che senza Sifra e Pua non sarebbe nemmeno arrivato.

1Un uomo della casa di Levi andò e prese in moglie una figlia di Levi
un matrimonio nella tribù dei sacerdoti. La tribù sacerdotale per Israele è una tribù fondamentale che, non all’epoca di Mosè, molto dopo quando instaurato il templio, appartenere per linea materna alla tribù di Levi significava una serie di cose, implicava una serie di obblighi, perché è la tribù sacerdotale. Quello che ci vuole dire è che le radici di questa storia sono radicate in un rapporto privilegiato con Dio, qui sì, stanno sotto il tema del religioso e questo ci viene detto da questa riga un uomo della casa di Levi andò e prese in moglie una figlia di Levi, mentre la storia di Sifra e di Pua è una storia profana, è una storia laica, questa è una storia tutta dentro al rapporto col Dio d’Israele. Quello che si vedrà, cammina parallelo a Mosè lo conduce, appunto controvoglia, a diventare il libero attore del suo popolo.

2Questa donna concepì, partorì un figlio e, vedendo quanto era bello, lo tenne nascosto tre mesi.
La domanda è: vide che era bello e quindi cerca di salvarlo, perché se fosse stato brutto lo avrebbe buttavo via? Cioè, non avrebbe fatto nulla perché il faraone non lo uccidesse? Perché si dice che il motivo per cui lo tiene nascosto agli occhi del faraone era che lo trova bello. C’è una corrispondenza con quello che succede dopo.

La figlia del faraone
6Lo aprì e vide il bambino: ed ecco, il piccino piangeva; ne ebbe compassione.
Questa è tutta una storia di donne: la nascita e la morte nei racconti primordiali sono sempre legate alle figure femminili, quindi non ci posso far niente, è così, e le donne vedono la bellezza e sentono la compassione. I maschi in questa storia fanno delle figure abbastanza del cavolo: danno ordini e procurano la morte. Mosè fa morire l’egiziano, il faraone vuol far morire tutti i maschi degli Ebrei, ed è chiaro che qui stiamo parlando non dei singoli uomini maschi o delle donne ma stiamo parlando di due figure tipiche dell’immaginario antico e anche moderno. Serve morbidezza, serve temere Dio ed un po’ di furbizia per cavarsela tra la vita e la morte. Tutti spigoli, rigidità, non sapere cosa è più importante di cosa e mancanza di furbizia; andare direttamente al centro della faccenda non aiutano nei casi della vita e della morte. A fronte della morte bisogna pigliare un po’ di traverso, prenderla a testate non serve, bisogna avere la capacità di vedere la bellezza e capacità di sentire compassione di fronte alle lacrime. Il bello e il brutto, non so come dire, il buono e il triste e anche un po’ di furbizia per l’appunto per ricavarne il meglio.

3Quando non poté più tenerlo nascosto, prese un canestro fatto di giunchi, lo spalmò di bitume e di pece, vi pose dentro il bambino, e lo mise nel canneto sulla riva del Fiume.
Anche qui è interessante: 22Allora il faraone diede quest’ordine […] «Gettate nel Nilo ogni figlio maschio …» e lei, di fronte a qualcuno che avesse contestato quello che faceva poteva dire “L’ho gettato nel Nilo”, solo che non l’ha propriamente gettato nel Nilo, gli ha fatto una barchetta, ha cercato di vedere se era possibile trasfigurare questa morte. Cioè vedete che continuamente ci sono delle morti potenziali, ma che vengono in qualche modo trasfigurate, aggirate, ritardate. Non sono soluzioni radicali, sono sempre soluzioni parziali, si va avanti ancora un po’. L’ha tenuto con sé tre mesi poi ad un certo punto non ha più potuto tenerlo con sé e dice bene, lo devo mettere nel Nilo, cerchiamo di fare in modo che per un po’ stia a galla, poi dopo un po’ sicuramente la culletta di vimini con bitume si sarebbe comunque consumata se nessuno l’avesse trovato, ma è, come dire, veramente l’operazione di rubare spazio e tempo. Le morti si trasfigurano così, per traverso, rubando spazio e tempo.

4La sorella del bambino se ne stava a una certa distanza, per vedere quello che gli sarebbe successo.
C’è un azzardo che è un affidamento, ma ancora una volta un affidamento con furbizia: si affida al Nilo questa vita, contemporaneamente, si mette la sorella lì a guardare, a vedere che cosa va a succedere.

5La figlia del faraone scese al Fiume per fare il bagno, e le sue ancelle passeggiavano lungo la riva del Fiume. Vide il canestro nel canneto e mandò la sua cameriera a prenderlo. 6Lo aprì e vide il bambino: ed ecco, il piccino piangeva; ne ebbe compassione e disse: «Questo è uno dei figli degli Ebrei».
C’è un incontro ed è un incontro ad occhi aperti come quelli delle donne; la figlia del faraone capisce benissimo che questo è un figlio degli Ebrei ed è un bambino ebreo che piange e ne ha compassione. Questa è la parola chiave. Per usare il linguaggio che stiamo usando in questo percorso, la questione è che solo se uno capisce che anche gli altri desiderano curare la loro vita può trasfigurare le relazioni perché durino per sempre; se i due desideri smettono di essere concorrenti, ma io capisco, ho compassione, cioè sento con l’altro e capisco che l’altro è un poveraccio come me che sta cercando di prendersi cura della propria vita. Tra l’altro questo è il meccanismo fondamentale e molto serio su cui secondo me varrebbe la pena di riflettere a lungo: il meccanismo fondamentale della misericordia. La misericordia è la capacità di mettersi nei panni dell’altro, perché è questo che ci fa perdere la volontà di giudicare, perché di per sé ognuno di noi dal proprio punto di vista qualche motivo, magari minimo, ce l’ha per fare le cose che fa, se no non le farebbe evidentemente e solo se ognuno di noi riesce a mettersi dal punto di vista dell’altro, di quel motivo che quello ha per far le cose che fa, riesce a capire la dinamica e a non giudicare. In questo la misericordia è molto diversa dal perdono, perché il perdono è asimmetrico: io sono buono, tu sei stato cattivo e io ti perdono. La misericordia è sostitutiva, cioè costringe in qualche modo, mettendosi nei panni degli altri, a vedere il mondo con i loro occhi, a capirne le ragioni profonde.

E la figlia del faraone ha compassione, ed è questo il motivo sufficiente, si mette nei panni di una vita debole, fragile, affidata alle acque del Nilo;
7Allora la sorella del bambino disse alla figlia del faraone: «Devo andare a chiamarti una balia tra le donne ebree che allatti questo bambino?»
C’è un furbizia messa in atto e c’è uno strano meccanismo di spossessamento, la madre di Mosè l’ha affidato al Nilo. Ha rischiato e si vede restituire il bambino in modo legale e per di più percepisce anche un salario. Tutte le volte che leggo questo versetto mi viene in mente che credo che funzioni così la faccenda del centuplo quaggiù, cioè il centuplo quaggiù non è una roba da ragionieri per cui ti piomba sulla testa una specie di paga perché tu sei stato un gran figo, molto santo, molto bravo, non hai fatto nessun errore, ma laddove c’è un po’ di furbizia alla fine la vita torna con gli interessi. Paradossalmente lei che sarebbe già stata felicissima di tenersi il proprio figlio e allattarlo senza nessuno che le rompesse le scatole, viene addirittura pagata per fare questo che tutto sommato non è male come soluzione, almeno per un tempo però.

Il tempo è misurato per gli umani, però, ripeto, è sempre lo stesso meccanismo, è il meccanismo che le cose radicali, finali, come la morte, o come altre cose nella vita, vanno un po’ prese in giro; vanno rimandate, bisogna rubargli terreno attorno, non lasciare che siano loro ad allargarsi, ma allargare la potenza della vita, la potenza della compassione. Se per un tempo, va bene, intanto questo tempo uno se lo prende.

10Quando il bambino fu cresciuto, lo portò dalla figlia del faraone; egli fu per lei come un figlio ed ella lo chiamò Mosè; «perché», disse: «io l’ho tirato fuori dalle acque».
Il risultato è che questo bambino che doveva morire ha due madri: egli fu per lei come un figlio. La sua vita non doveva neanche esserci e invece ha due madri e due mondi, è cresciuto a metà tra il mondo degli Ebrei oppressi e il mondo della casa del faraone, quindi di una casa potente ricca. Anche in lui gioca una sovrabbondanza, ma come vedremo immediatamente nell’episodio successivo, ci sono morti che trasfigurano e ci sono morti che uccidono. Mosè non riesce, almeno in una prima fase finché non troverà il roveto ardente, a far fruttare questa reduplicazione di madri, due culture, due ricchezze, la sovrabbondanza e l’incapacità di farla fruttare, perché la logica rimane quella del sé contro gli altri.

La tradizione rabbinica commenta che Mosè visse 120 anni e che la sua storia è divisa in tre periodi di 40 anni. Il primo periodo di 40 anni è il tempo del crescere nella casa del faraone, dell’educazione, della formazione, dello studio, dell’essere un giovane ricco. I secondi 40 anni sono gli anni della delusione nel deserto che iniziano,
ma Mosè fuggì dalla presenza del faraone, e si fermò nel paese di Madian e si mise seduto presso un pozzo.
Sono riassunti nella Bibbia, almeno nell’Esodo, nel testo che noi consideriamo, in pochissime righe in cui si dice una sola cosa e veramente tragica, soprattutto raffrontandola con questa storia. Si dice che Mosè in terra di Madian faceva il guardiano di greggi, sposò la figlia del padrone delle greggi, ne ebbe un figlio, lo chiamò Gherson che vuol dire straniero. Chiama la vita che nasce straniero che è veramente il contrario della compassione della figlia del faraone, che riconoscendo Mosè uno straniero ne prova compassione, lui invece avrà di fronte un figlio che chiamerà straniero. Questi sarebbero i secondi 40 anni di Mosè, da cui si dimostra che a 40 anni già c’era una crisi depressiva mica male, soprattutto per i maschi. Infine ci sarebbero i 40 anni per cui in un anno se la sbriga a incontrare il roveto ardente, mettere insieme il popolo e portarlo fuori con la Pasqua passando per il Mar Rosso, poi ci sono i 40 anni della migrazione nel deserto. I 40 anni in cui Mosè diventa tutt’uno col suo popolo emigra nel deserto e muore sulla soglia della Terra Promessa, sul Monte Nebo secondo la tradizione, vedendo la valle del Giordano davanti a sé, ma muore lì.

Vi ho raccontato questa storia dei tre 40 anni perché è molto carina, dice anche un po’ di alcune dinamiche simili nostre. Quest’uomo si trova con due madri, essendo che non doveva avere nemmeno una vita, con una posizione di ricchezza e di questo tempo si racconta un solo episodio che è questo che adesso rileggiamo. Questo ci introduce alla fuga in Madian e alla crisi dei 40 anni:

11In quei giorni, Mosè, già diventato adulto, andò a trovare i suoi fratelli; notò i lavori di cui erano gravati
e che a lui erano stati assolutamente evitati.

e vide un Egiziano che percoteva uno degli Ebrei suoi fratelli. 12Egli volse lo sguardo di qua e di là e, visto che non c’era nessuno, uccise l’Egiziano e lo nascose nella sabbia.
Di per sé questo gesto è un gesto di giustizia, cioè non è sbagliato; l’egiziano è violento e lui, forse in un modo un po’esagerato, ma agisce per il bene, nella logica in cui abbiamo parlato fino adesso rispetto al desiderio. Sfida la cura di sé per avere cura degli altri, rischia per la cura degli altri, ma non è un’azione nel timore di Dio e nella furbizia come quella delle donne. È un’azione stupida perché non è un trasfigurare la morte. È ergersi a giudice e compiere un giudizio.

Infatti:
13Il giorno seguente uscì, vide due Ebrei che litigavano
Mosé rimprovera due Ebrei e questi gli dicono: “ma chi ti credi di essere? Vuoi fare con noi come con l’egiziano?”, cioè coloro per il bene dei quali teoricamente lui aveva agito, non solo non lo riconoscono, non gli sono grati, ma gli dicono: “guarda che rischi grosso”.

Mosè esce dalla casa del faraone con un’attrezzatura tipicamente maschile, sempre nel senso simbolico che dicevo prima, un’attrezzatura di giudizio, ma che non gli consente di comprendere nulla della vita e della morte. È un’attrezzatura che riguarda la legge, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma che non gli consente di inserirsi in un tessuto di relazioni e applicando la legge quello che produce è paura e solitudine. Ha paura di essere messo a morte e fugge lontano e siede presso un pozzo che è sempre un’immagine frequente nell’AT e poi anche nel NT. L’incontro di Gesù con la Samaritana ad esempio, perché è chiaro che in una terra desertica i pozzi sono luoghi fondamentali di incrocio, dove prima o poi tutti passano, ma sono anche luoghi dove uno si può fermare a differenza che nel deserto dove è meglio continuare a muoversi e hanno anche questo senso di solitudine, di fare il punto, di dire “beh noi siamo arrivati, che cosa ci succede”.

Da questo punto di vista, e con questo concludo, mi sembra che questo testo ci faccia vedere in un modo molto semplice come ci sono morti che trasfigurano, ma soprattutto morti che possono essere trasfigurate, che possono essere ingannate, allargate, abitate. La morte pur essendo il punto limite non è diversa da tutto il resto della struttura delle relazioni. Bisogna un po’ abitarla una relazione, gestirla, non c’è una regola, una ricetta, una legge che consenta di sentirsi giusti, perché si trova il perfetto punto di equilibrio tra la cura di me e la cura dell’altro. Ci sono i giorni da abitare, in un processo continuo in cui la cura di me e la cura dell’altro non smettono di parlare tra loro. È proprio questa capacità di sentire, di vedere che è bello, di sentire la compassione che in qualche modo consente di abitare le parole che trovano una strada. Dall’altra parte ci sono morti che uccidono davvero e che sono le morti che stanno dalla parte di un giudizio, di una legge, che hanno la pretesa di essere dalla parte giusta e di chi anzi, avendo capito come funziona il mondo, non capisce perché gli altri non lo riconoscano e non lo invitino a pigliarsi carico.

Come dire, se dovessi condensare in una frase questa storia semplice rispetto alla nostra riflessione, direi che è vero che la morte è una questione radicale perché spezza il tessuto delle relazioni, ma che esiste un unico modo di stare di fronte alla morte. È di starci con timore di Dio, nel senso proprio antico di questa faccenda, cioè con la capacità di ricordare, di mettere le cose in ordine di importanza, di sapere cosa conta di più e cosa conta di meno, compreso il fatto che conta di più aver avuto delle relazioni. Forse averle perse piuttosto che non averle avute e quindi non aver perso niente, ma semplicemente perché non c’era niente da perdere. Quindi saper stare di fronte a questo con timore di Dio e con un po’ di furbizia, sapendo che questo punto limite non è un interlocutore serio e grave, bisogna un po’ ingannare la nostra capacità di stare di fronte a queste cose. Rubare tutto ciò che è rubabile, perché a noi compete questo e il risultato rischia di essere una qualche strana forma di centuplo, cioè qualcosa che viene fuori per sovrabbondanza, al di là anche dello stesso desiderio di cura di sé che uno vive.

Fossano 23 Gennaio 2016

(testo non rivisto dall’autore)

Anno pastorale: 2015/2016

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