26 Novembre 2022
Stella Morra

2. Perdere perché si è vinto

Commento a: 1 Re 19, 1-21


Il percorso di quest’anno

Abbiamo cominciato ad ottobre un percorso di riflessione sulla preghiera, tema difficile e delicato della vita credente, perché sembra facile, immediato, invece, soprattutto per gli adulti, è un tema spinoso. Tutti noi abbiamo il desiderio di pregare e nello stesso tempo l’incapacità di trovare forme compatibili col nostro essere. Le forme che abbiamo ricevuto dalla tradizione, le preghiere, al plurale, spesso ci sono care per gli affetti, per la storia, ma è come se non ci ritrovassimo più a casa nostra. Contemporaneamente, però, siamo affascinati da altre forme, come la meditazione, per esempio, forme di preghiera orientali, come se da qualche parte fosse nascosto un piccolo segreto che sarebbe utile conoscere per ritrovare energia, nutrimento, orizzonte; senso di rottura della solitudine, percezione di un interlocutore a cui stiamo a cuore, che ci ascolti. Per questo la riflessione sulla preghiera rischia da una parte di assestarsi su tematiche e parole molto religiose – «rifletti, medita, fai silenzio…» – oppure di rimanere in una genericità che non ha uno spessore, un tempo, un ritmo quotidiano. In questo momento così faticoso per me, alle prese con una limitazione fisica molto pesante, condividere le mie riflessioni sul tema della preghiera è particolarmente complesso perché la preghiera implica alcune dimensioni di fondo: innanzitutto implica un desiderio. La volta scorsa abbiamo ragionato molto sul desiderio, leggendo il testo di Tobia. Il desiderio di Tobi il vecchio e di Sara era il desiderio di morire. Dietro una preghiera c’è la sincerità di un desiderio. Come tra persone che si amano si condivide una quotidianità di parole e gesti concreti – «compra il pane», «cosa vuoi per cena?» – che sono importanti, ma il rapporto cresce se la quotidianità nasce e si nutre da un desiderio. Se non desidero esserci e parlare con quella persona, le parole quotidiane non significano più nulla, diventano il peso di una routine, un’abitudine fastidiosa. Nel testo della volta scorsa abbiamo visto che il desiderio non è necessariamente positivo: il desiderio di morte è un desiderio brutto, ma per questo ancora più impellente, è un «non ce la faccio più» definitivo. Diventa domanda e poiché viene accolta, Tobi e Sara vivranno, e vivranno fecondamente. Questo è il punto di partenza da cui ci siamo mossi.

Oggi vorrei riflettere con voi su un testo che ci offre un altro dei prerequisiti della preghiera: se radicarsi in un desiderio è la prima dimensione, la seconda è misurarsi con la realtà. La realtà, ciò che non dipende da me, che non decido io, spesso si scontra con i nostri desideri. In genere il nostro desiderio è extralarge rispetto alla realtà, essendo noi fatti ad immagine di Dio. Come si tiene insieme il desiderio con la realtà? E se la realtà si scontra col mio desiderio, significa che Dio non ascolta? Che la mia preghiera è rifiutata? Oppure non bisogna chiedere? Questo è lo snodo su cui vorrei riflettere, oggi, con voi, e lo faremo si un testo che spesso abbiamo percorso in due parti distinte, tenendo un po’ separati desiderio e realtà: nella prima parte c’è l’esperienza che Elia fa della realtà, che lo delude profondamente, poi c’è il suo cammino verso l’Oreb e l’incontro con Dio, che viene sempre letto come la risposta al desiderio di Elia. Ma Elia non desiderava vedere Dio, desiderava vincere e che la sua vittoria fosse riconosciuta. Oggi vorrei leggerlo tutto, proprio per ragionare sul rapporto tra realtà e desiderio.

Il testo di oggi: 1 Re 19, 1-21

1 Acab riferì a Gezabele tutto quello che Elia aveva fatto e che aveva ucciso di spada tutti i profeti. 2Gezabele inviò un messaggero a Elia per dirgli: «Gli dèi mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest’ora non avrò reso la tua vita come la vita di uno di loro». 3Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda. Lasciò là il suo servo. 4Egli s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». 5Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia!». 6Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò. 7Tornò per la seconda volta l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». 8Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.
9Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Che cosa fai qui, Elia?». 10Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita». 11Gli disse: «Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. 13Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.
Ed ecco, venne a lui una voce che gli diceva: «Che cosa fai qui, Elia?». 
14Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita».

15Il Signore gli disse: «Su, ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco; giunto là, ungerai Cazaèl come re su Aram. 16Poi ungerai Ieu, figlio di Nimsì, come re su Israele e ungerai Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Mecolà, come profeta al tuo posto. 17Se uno scamperà alla spada di Cazaèl, lo farà morire Ieu; se uno scamperà alla spada di Ieu, lo farà morire Eliseo. 18Io, poi, riserverò per me in Israele settemila persone, tutti i ginocchi che non si sono piegati a Baal e tutte le bocche che non l’hanno baciato».

19Partito di lì, Elia trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. 20Quello lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elia disse: «Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te». 21Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio.

 

Il commento

Acab riferì a Gezabele tutto quello che Elia aveva fatto e che aveva ucciso di spada tutti i profeti. Gezabele inviò un messaggero a Elia per dirgli: «Gli dèi mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest’ora non avrò reso la tua vita come la vita di uno di loro». Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi.

Questo è il punto di partenza. Tutti conosciamo la storia di Elia: prima di questo brano, Elia sfida i sacerdoti di Baal, come se fossero sacerdoti di un Dio vero, a far scendere il fuoco su un sacrificio con la preghiera.  Li affronta in una maniera strafottente, prendendoli in giro – «forse il vostro Dio dorme», «urlate più forte». Quando provano i sacerdoti di Baal non succede nulla, quando lo fa Elia il fuoco si accende. E alla fine Elia, avendo vinto, passa a fil di spada tutti i sacerdoti di Baal. Il suo problema non è accendere il sacrificio, ma dimostrare di avere ragione. Qui inizia il brano che abbiamo letto: quando Gezabele viene a sapere che cosa è successo, manda un messaggero ad Elia per dirgli che gliela farà pagare. Elia ha paura e se ne va per salvarsi. È sconvolgente quanto questa situazione sia simile a tante delle nostre situazioni di vita. Elia ha vinto, ma la vittoria gli porta solo la minaccia di morte e deve fuggire. Che gusto c’è a vincere se non solo non ci guadagni nulla ma addirittura rischi la morte? Questa dinamica, in cui la vittoria della forza si trasforma in una sconfitta, avviene tra Acab, Gezabele e il messaggero, Elia non c’è e non può farci niente: ha fatto ciò che riteneva giusto, come il vecchio Tobi che, nel brano precedente, rispetta la legge e si ritrova a seppellire cadaveri. Siamo poco abituati a riflettere su questo. È come se qui ci venisse preannunciata una cosa fondamentale, che Gesù riprende nelle beatitudini: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia» (Mt. 5, 11). La garanzia di un desiderio che mette in moto una vera preghiera è essere sconfitti e non essere esauditi. Perché quando Elia viene esaudito, quello che succede è morte, non è generazione di vita.

Giunse a Bersabea di Giuda. Lasciò là il suo servo. Egli s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra.

Nella scrittura ci sono spesso passaggi come questo, pensate alla lotta di Giacobbe, alla visione delle stelle di Abramo, al sacrificio di Isacco. Ci sono dei punti critici in cui una persona deve assumere una solitudine, che non è isolamento: lasciano indietro, oppure fanno passare al di là del fiume mogli, figli, servi, bestiame e si inoltrano nel deserto. Desertoè diventata una parola molto utilizzata nel linguaggio religioso, nei gruppi, nelle parrocchie; ma nei tempi di deserto tutti ci siamo chiesti «che cosa devo pensare?» Qui c’è qualcosa di molto vitale e umano, ed è l’esperienza di ogni adulto che di fronte ad alcuni passaggi della vita vive un momento di profonda solitudine, perché non c’è nessuno, al posto suo, che possa fare i conti con la sua realtà e il suo desiderio. Certo, ci si può confrontare con altri, essere consolati, ma c’è un punto in cui si deve lasciare indietro il proprio servo, in cui l’esperienza del deserto è scegliere di affrontare da soli il proprio desiderio.

 

Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia!». Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò. Tornò per la seconda volta l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.

Di fronte alla propria solitudine e al proprio desiderio, Elia ha una reazione seriamente umana, dice «basta! Prendi la mia vita, io son sono migliore dei miei padri». In questa frase c’è tutto il peso della misura del reale, della consapevolezza di sé, come se dicesse, tradotto in termini novecenteschi, «non ho più la forza di desiderare». Come abbiamo già visto con Tobi, il desiderio, nonostante parta da una vittoria nella realtà, anche questa volta è desiderio di morte, non un desiderio generativo, costruttivo. E si addormenta. Nell’Antico Testamento il sonno è sempre un luogo creativo, il luogo dove si abbandona il governo di sé. Per le civiltà primitive il sonno era un momento pericoloso, per gli animali feroci in caccia, perciò c’erano le sentinelle che vegliavano a turno per proteggere chi dormiva. Elia si addormenta sotto lo sguardo di Dio, sotto l’ombra della ginestra. Per due volte compare un angelo. Nelle icone che rappresentano questo episodio è un corvo ad avere nel becco un pane: non importa se è un bell’angelo o un brutto corvo a portare il pane: l’importante è che lui dorma e in quel tempo, in cui abbandona il controllo di sé e del suo desiderio, da parte di Dio qualcuno o qualcosa gli porta cibo, cioè forza per vivere, non soluzioni al problema. Succede due volte, nella logica ebraica della duplice testimonianza: nei processi erano necessari due testimoni concordi per condannare qualcuno, e qui ci sono due testimoni della voglia di morire di Elia e del suo bisogno di mangiare. La risposta alla morte è il cibo, che ha sempre una funzione consolatoria, ma ne ha anche una più sostanziale: «se mangio non morirò». Non è un caso che in un tempo come il nostro siano così diffusi i disturbi dell’alimentazione. L’anoressia è l’impossibilità a lasciare il controllo della propria vita. L’angelo – o il corvo – porta cibo, come risposta al desiderio della morte. La seconda volta ne dà la motivazione: «è troppo lungo per te il cammino». Non fa ad Elia nessun discorso spirituale, dice semplicemente «mangia, perché la vita, la realtà, è faticosa, non puoi nutrirti di morte se vuoi farcela». A me sembra che in questi ultimi due anni, di fronte alla pandemia, poi alla guerra, alla crisi climatica e a tutto ciò che a queste emergenze consegue, ci stiamo tutti nutrendo di morte, siamo diventati tutti un po’ anoressici sulla vita e non prendiamo le giuste misure alla lunghezza del cammino che ci aspetta. Il cammino del nostro desiderio non è della nostra misura, è un cammino extralarge. «È troppo lungo per te il cammino» è il versetto che mi accompagnerà in questo avvento, l’angelo che mi dice di prenderne atto e di scegliere che cosa mangiare, capire dove trovare l’energia per vivere, perché il cammino è troppo lungo.

La conclusione di questa prima parte è il versetto 8: «Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb». Andare al monte di Dio non era nelle intenzioni di Elia, non c’entra nulla con il suo desiderio, quello per cui, avendo vinti i sacerdoti di Baal, finisce di risultare perdente. Qui inizia la seconda parte, quella che di solito leggiamo indipendentemente dalla prima, ma stasera vorrei offrirvi le due parti insieme.

 

Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Che cosa fai qui, Elia?». Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita». 

Questi due versetti sono ripetuti, identici, poco più avanti, nei versetti 13 e 14, prima e dopo l’episodio che, poeticamente e spiritualmente, ci sembra il clou di tutta la storia: la presenza di Dio nella brezza leggera. Detto in altre parole, anche qui c’è una duplice testimonianza: Dio passa, ma non cambia niente. La vita di Elia, la sua solitudine, il suo sdegno, sono uguali prima e dopo, e questo viene detto addirittura con le medesime parole.

Dopo la prima volta che Dio domanda ad Elia e dopo la sua risposta, così amara – «sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita» – è evidente che Elia, dopo aver mangiato, ha scelto la vita, non desidera più morire, ed è arrabbiato perché cercano di ucciderlo. Ma anche dopo il passaggio di Dio, Elia avrà lo stesso problema. Il passaggio vero è che lui non desidera più morire.

 

Gli disse: «Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.

Episodio molto conosciuto, su cui si può fare molta poesia religiosa ma, letto nella chiave di cui vi dicevo, acquista un sapore diverso. Dio prosegue l’espropriazione della capacità di governo cominciata nel sonno: non si può controllare il sonno, nemmeno un vento impetuoso e neanche un terremoto o un fuoco. In questi eventi non c’è Dio, ma sono segnali della mancanza di autogoverno, sono il segnale della vita contro la morte. E dopo il fuoco il sussurro di una brezza leggera. Qualcuno, più o meno propriamente, traduce “il sottile suono del silenzio”, per dire un’esperienza assolutamente paradossale, il contrario delle forze distruttive che si sono appena manifestate e che potrebbero far pensare che Dio è potente, distrugge l’autocontrollo perché vuole prendere lui il comando: e invece no. Arriva una brezza così leggera che se non fai attenzione non la senti, un suono di silenzio, l’incomprensibile. Elia capisce, si copre il volto col mantello – perché non si può vedere Dio – esce e si ferma all’ingresso della grotta. Io credo che dovremmo trovare nelle nostre vite dei tempi di preghiera così: coprirci il capo e rimanere su una soglia, accettando la sfida della vita, dando un nome e un cognome alla sfida che la vita in quel momento ci pone. Rimanere dalla parte della vita, del cibo donato che dà energia per vivere, quell’energia che, nella situazione concreta, ci sembra di non avere. Ogni volta, sulla soglia di quella grotta, dobbiamo decidere se vogliamo governare noi oppure accettare questo cibo donato, un cibo un po’ amaro – come le erbe amare dell’Esodo – ma donato per stare dalla parte della vita. Credo che si possa pregare da adulti solo se si fanno i conti con questa dimensione di realtà.

Ed ecco, venne a lui una voce che gli diceva: «Che cosa fai qui, Elia?». Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita».

Poi, come abbiamo già detto, qui si ripetono uguali la domanda e la risposta dei versetti 9-10. L’incontro con Dio non ha risolto niente, la realtà è la stessa di prima. Qualcosa, però, succede:

Il Signore gli disse: «Su, ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco; giunto là, ungerai Cazaèl come re su Aram. Poi ungerai Ieu, figlio di Nimsì, come re su Israele e ungerai Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Mecolà, come profeta al tuo posto. 17Se uno scamperà alla spada di Cazaèl, lo farà morire Ieu; se uno scamperà alla spada di Ieu, lo farà morire Eliseo. Io, poi, riserverò per me in Israele settemila persone, tutti i ginocchi che non si sono piegati a Baal e tutte le bocche che non l’hanno baciato».

Succede che Elia non è più solo, non perché altri hanno scelto lui, ma perché è lui a scegliere alcune persone. Dio gli dà un comando specifico e chiaro: ungere due re (Israele era diviso in due regni, in quel tempo) e un profeta. Elia ungerà solo il profeta e non i re, ma non sarà più solo: Dio sceglierà per sé settemila persone. Potremmo dire che il primo frutto della preghiera è scoprire che ci sono altri che hanno scelto la vita. In fondo anche l’esperienza dell’Atrio dei Gentili è una grande preghiera di desiderio collettivo, ci ritroviamo insieme perché sentiamo la puzza del fatto che gli altri che sono con noi, chi più chi meno consapevolmente, hanno scelto la vita, e questo ci fa sentire parte dei settemila, non soli. È la logica stessa della Chiesa: non siamo soli nel scegliere la vita, cosa che, nelle culture sempre più complesse in cui siamo immersi, è sempre più complicato fare, non è più naturale com’era forse per i nostri nonni.

Partito di lì, Elia trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo.

Nel linguaggio del tempo, questo significava che Eliseo era molto ricco, dodici paia di buoi sono potere, ricchezza e prestigio.

 

Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quello lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elia disse: «Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te». Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio.

Non sono sicura di riuscire a tradurre in parole la potenza di quest’ultima immagine. Il gesto del gettare addosso il mantello è stato per secoli il modo di designare il proprio successore. Ne è rimasto uno scampolo nel lancio del bouquet della sposa – un tempo lanciavano il velo: la sposa passa il testimone. Gettare il proprio mantello è passare la propria vita, quella e non una generica. Eliseo capisce, dice che va a salutare i suoi, ma la prima cosa che fa è allestire un banchetto, condivide il cibo perché altri vivano. Rimette in moto il meccanismo di una vita che passa, si trasmette. E solo dopo questo Eliseo segue Elia.

Elia ha detto: «Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te, ti ho passato la vita, anche per te giunge il momento di guardare la realtà, il desiderio e prendere il rischio di assumere la vita così com’è».

Eliseo non solo l’assume nei confronti di Elia, ma prima ancora lo fa con il popolo, mette in circolazione cibo. La preghiera nasce da un desiderio, ma è l’espressione dell’accettazione della realtà della vita e della sua fatica.

Fossano, 26 novembre 2022

Testo non rivisto dall’autore

Anno pastorale: 2022/2023

DataTitoloCommento a:
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