Panel di esperti "LA CHIESA, NOSTRA MADRE E SORELLA" TRASCRIZIONE DEGLI INTERVENTI Il metodo: si tratta di una discussione tra esperti (6-7
persone) che prima esprimono in modo sintetico la loro posizione su
due/tre domande precise in un tempo breve (10’ a testa); poi discutono
tra loro, tentando di giungere il più possibile ad un incremento di
posizione comune. Il pubblico assiste, ma senza intervenire. Se possibile,
gli esperti indicano testi di riferimento. Le domande che vorremmo proporci in questa occasione sono le
seguenti: - Avendo come riferimento di orizzonte LG e GS, quali sono le più
significative aree problematiche dell’attuale situazione della Chiesa,
italiana e/o locale? A quale livello si pongono (di necessità, di
chiarimento teologico, di applicazione pratica, di elaborazione di
struttura e di principi giuridici…)? - Quali priorità e opzioni ci sembrerebbero da fare, a partire da
questa analisi e nell’ambito di una chiesa locale? Quali attenzioni
vanno attuate per maturare e costruire queste opzioni come scelte comuni? Sintesi
Don
Ermis Segatti (responsabile Ufficio cultura della Diocesi di Torino,
esperto di nuove religioni, Chiesa e paesi dell'Est, religioni orientali)
(Citazione da Domenico Savonarola)
Paolo
Romeo (insegnante di religione al Liceo Scientifico di Cuneo)
Aree problematiche:
Priorità e opzioni:
Don
Gianluca Zurra (docente di ecclesiologia allo Sti e Issr di Fossano)
Riprenderei il senso dell’immagine Chiesa Madre e Chiesa Sorella che mi sembra molto indicativa di questo tempo. Madre: in rapporto con il fondamento, non esiste in relazione a sé ma all’evento di Cristo che la rende possibile. È la gratuita e radicale testimonianza perché a Gesù Cristo si creda. Genera alla fede, ad una fede adulta, che si prende in mano la propria vita e cammina sulle sue gambe. Sorella: è difficile dirlo a volte, soprattutto di fronte a certe posizioni. Nessuna idea di Chiesa che si identifica con la sua posizione giuridico istituzionale come appare dai mass media. Provocazioni alla luce di queste immagini: · Decisiva è la riconduzione della Chiesa al suo carattere e alla sua ragion d’essere originariamente testimoniale, lasciando che tutto il suo agire, anche il momento istituzionale, anche il ministero, esibisca e confessi senza remore la sua differenza rispetto a Gesù, e insieme ad una rendere testimonianza in un modo assolutamente gratuito. · Ne conseguono due indicazioni forti: - Revisione del concetto di appartenenza alla Chiesa: c’è da domandarsi se sia legittimo ancora parlare di appartenenza alla Chiesa in senso stretto. Bensì non dovrebbe esserci altro criterio se non l’interesse e la passione condivisa per l’Evangelo, prima della distinzione di compiti e di ministeri, prima della questione delle corresponsabilità nella Chiesa. Altrimenti si corre il rischio di continuare a pensare il cristiano come colui che è impegnato in parrocchia, cristiano nella sua forma ecclesiastica più che nella sua forma umana, che vive di Gesù Cristo là dov’è, anche nel dubbio, nelle incomprensioni. Questo vuol dire attivare il cosiddetto allargamento dello spazio ecclesiale: intercettare l’ambito assolutamente consistente della ricerca e della quotidianità della vita di fede che mai sfocerebbe in un impegno ecclesiale, intercettare coloro che stanno “sulla soglia”. - Diverso atteggiamento nel dialogo ecumenico e interreligioso. · La questione della località della Chiesa: parrocchia, chiesa tra le case. Bisognerebbe ritornare al dettato di Vaticano II “Non esiste Chiesa se non a partire e dentro le chiese particolari”. Andrea
Morezzi (già Segretario Nazionale FUCI e MEIC Torino)
Chiesa madre e sorella di chi? La Chiesa ha il compito di dire agli uomini che DIO LI AMA, E BASTA! Lo fa? Se proviamo a vedere quanti vengono avvicinati dalla Chiesa all’amore di Dio e invece quanti ne vengono allontanati… il bilancio mi sembra un po’ in perdita. Di questo dovremo tutti rendere conto. Cosa il Concilio Vaticano II ha portato come novità al riguardo? La rilevazione procede nella storia attraverso mediazioni, nessuno è padrone della verità assoluta, siamo depositari di una verità che ci trascende, che non comprendiamo. I laici devono insegnate ai vescovi quello che i vescovi non sanno. I laici sono posti al confine tra Chiesa e mondo, operano nel mondo attraverso gli strumenti nel mondo ricchi di quella fede trasmessa dalla tradizione e con in mano uno strumento formidabile, la scrittura: laici fate teologia! Questo significa che i laici hanno uno spazio di autonomia, di libertà responsabile. Dunque, per es., la morale non può essere più pensata per precetti, ma per principi, quindi si deve cambiare il modo di fare pastorale e di fare magistero. Una conseguenza ancora: non posso distinguere il mondo tra buoni e cattivi se tutti sono portatori di verità. La Chiesa sta perdendo il contatto con il suo popolo, non gli parla più. Perché vige un meccanismo di esclusione, la gente si sente esclusa. Paolo
Baggia (informatico, già presidente Atrio dei Gentili)
La storia della Chiesa è tortuosa, lunga nel tempo, larga nello spazio. Si adatta nei secoli a culture diverse, con gioie e dolori inferti e subiti (vedi martirologio romano). L’Atrio dei Gentili è un tentativo di offrire uno spazio comune di discussione sui problemi della vita. Un luogo in cui le persone possono esser se stesse, con i loro problemi reali, con la possibilità di mettere in comune le domande fondamentali. Ho vissuto per anni riunioni in associazioni di volontariato e nelle varie realtà della Chiesa locale: il linguaggio utilizzato era impersonale, non metteva in comune la vita di ciascuno, quanto piuttosto delle prassi. Ancora sul linguaggio: poiché i linguaggi cambiano abbiamo provato come associazione a individuare linguaggi più attuali capaci di dire altre cose (vedi l’esperienza di Fede con Arte). Il tema della formazione è fondamentale, ma va pensato non tanto nella forma cattedratica, quanto nella forma di dialogo e di condivisione delle domande comuni. Eliana
Brizio (educatrice professionale, animatrice catechesi per adulti)
Mi fa sorridere come il rapporto tra donne e uomini in un luogo dove si discute sia così a sfavore delle donne. Le domande delle donne sull’esperienza ecclesiale… questo sì mi sembra un tema importante da affrontare! Parlo portando anche l’esperienza del mio lavoro con la gente in difficoltà, con stranieri, con bambini con disturbi di comportamento. Avvicinandomi al tema come credente, ma ancor prima come donna del mio tempo, ho provato a raccogliere le suggestioni che questi due termini fanno emergere in me. I tanti volti dell’essere madre La maternità si manifesta fin dal suo inizio come “capacità”, come attitudine cioè, e disponibilità a contenere, a portare dentro per custodire e alimentare una nuova vita fino al momento di “darla alla luce”, stupefacente meraviglia che viene da dentro ma anche da un altrove misterioso da cui proviene la nostra stessa vita. Maternità evoca il nutrimento, la protezione, la cura, la dedizione, il dono di sé, la premura verso i più piccoli e fragili ma ancor più potentemente la capacità di accompagnamento del figlio all’acquisizione del linguaggio che lo inserisce nella famiglia umana e lo rende via via più autonomo, e l’iniziazione paziente e continua al senso della vita, all’amore, al perdono, alla lotta, alla gratitudine attraverso l’esempio e le parole che introducono alla dimensione profonda di ogni cosa. Mi è sembrato interessante notare come, pur ricordando tutti questi aspetti, i figli percepiscano in modo diverso il ruolo materno nei diversi momenti della loro vita: è normale, quindi, ma non troppo tollerato, che vi siano, in riferimento alla Chiesa-madre, posizioni e atteggiamenti tanto diversi, anche all’interno della stessa comunità dei credenti. Quanto è diverso, infatti, l’atteggiamento di un bambino piccolo che in tutto dipende dalla mamma da quello di distacco e spesso di rottura di un adolescente che cerca la propria identità e libertà in contrasto con i genitori; quanto diverso l’atteggiamento di una figlia che diventa madre a sua volta e comprende tanti insegnamenti ritenuti in precedenza poco significativi da quello di un figlio che vede il declino fisico, emotivo e mentale della propria madre nella vecchiaia! Ogni credente si trova a fare i conti con il mutare della propria percezione della Chiesa anche a partire dal momento della vita che sta attraversando. La Chiesa, che come una madre cresce e cambia con i propri figli pur restando se stessa, in che modo vive oggi queste dimensioni del suo essere? E come lo manifesta ai suoi figli e ai contemporanei? Mi sembra di poter dire che per molti aspetti la Chiesa continui a nutrire i suoi figli, ad accoglierli e accompagnarli come meglio può durante il loro percorso vitale. Di fronte alla sfida del mondo contemporaneo, però, nel quale si confrontano e a volte scontrano visioni del mondo e della vita tanto diverse tra le diverse culture e religioni, di fronte allo smarrimento delle coscienze, penso che la Chiesa non riesca a manifestare in pieno la propria dimensione materna. Mi riferisco soprattutto alla fatica di trovare un linguaggio e uno stile di vita capace di iniziare gli uomini e le donne al senso profondo del vivere che è Cristo. Spesso i contemporanei lamentano una scarsa attenzione della Chiesa alle reali condizioni di vita delle persone, una fatica a comprendere le difficoltà di chi vive sempre più come minoranza la fede cristiana; un linguaggio difficile da comprendere, che spesso allontana invece che avvicinare le persone ad un cammino di fede attraverso la dimensione comunitaria dell’esperienza credente. Mi sembra che stia venendo progressivamente a mancare la “sapienza pratica” dell’iniziazione a causa di un’enfasi eccessiva sul “dare il buon esempio” e un parallelo raffreddamento nel vivere le esigenze del Vangelo. Come può la comunità cristiana farsi carico di questa sfida così pressante? Forse solo attraverso un ascolto più attento della voce dei suoi figli e uno sforzo di trovare i luoghi e le forme più adatte perché ognuno possa fare l’esperienza trasformante dell’amore che perdona, della speranza che nasce dall’incontro con la persona viva del Cristo. Fratelli e sorelle nati dallo stesso amore Quando, infine, rifletto sulla dimensione dell’esserci sorella della Chiesa, penso all’esperienza umana in cui il fratello e la sorella mi dicono la mia posizione “alla pari” con un altro da me, la condivisione degli spazi, dei tempi e dell’amore dei genitori; il passaggio da “questo è mio” a “questo è nostro”, la scuola della condivisione, dell’aiuto reciproco, ma anche la competizione per l’affetto, per un’identità diversa da quella dei fratelli, la tensione nei rapporti, la fatica e la forza nell’uscire dai ruoli nei quali i genitori ci collocano; la gioia dello stare insieme, il ruolo importante di mantenere e tramandare le tradizioni della famiglia. Penso alla fraternità che emerge in modo unico e potente quando ci si ritrova su ciò che è davvero il cuore: essere stati amati e generati dagli stessi genitori. In che modo la comunità cristiana vive questi aspetti? E la “sonorità” di cui parliamo riguarda solo i credenti o l’umanità intera? Dalla risposta a questo interrogativo derivano atteggiamenti e comportamenti per molti aspetti diversi. Riescono i cristiani a sentirsi “sulla stessa terra, sotto lo stesso cielo, con fratelli e sorelle nati dallo stesso inesauribile amore?”. Se sì, come fare in modo che l’impegno per la giustizia e la verità diventino prioritarie per la Chiesa nel mondo? Se sì, come incontrare la multiformità delle esperienze religiose umane senza perdere la propria unicità? Come disporsi realmente all’incontro con uomini e donne che diciamo “fratelli e sorelle” e che vivono in modo diverso da noi la fede? Pensiamo a quanto questo interrogativo sfidi il cammino ecumenico con i fratelli di altre confessioni cristiane o con i nostri “fratelli maggiori” gli ebrei. Esiste nella Chiesa questa reale apertura? Ed è atteggiamento comune, diffuso, condiviso dai credenti? Se siamo figli dello stesso Padre che ci ha creati come possiamo raccontare ad ogni uomo e donna che incontriamo l’amore con il quale siamo amati, la dedizione di Dio che si rivela a noi in Cristo, il dono del perdono e della misericordia? Come fare della Parola che ci accomuna la strada per raggiungere l’esistenza dell’uomo e rendere la nostra vita una trasparenza del Vangelo? Seconda
parte: spunti dal dibattito Don
Ermis Segatti
- Chi è l’altro con cui dovremmo interloquire? Abbiamo nelle nostre comunità ecclesiali in Italia la più vasta gamma di ‘altri’ che sia mai esistita: non ci sono altre aggregazioni italiane con tanti ‘altri’ come la Chiesa. - La scelta dei poveri: in una discussione a Manaus, in Brasile, salta su uno dicendo: “È sbagliato dire che la Chiesa deve scegliere i poveri perché li ha già, basta trovare gli strumenti per accorgersene”. - Oggi la vocazione unica e prioritaria è essere Cristiani: in questo sta la sinodalità reale della nostra situazione attuale. Paolo
Romeo
- Intercettare l’umano: è importante, ma l’impressione è che molti non si fanno nemmeno più il problema della Chiesa; perciò occorre reimparare la grammatica umana elementare. - Riconoscimento di una verità che ci trascende: cioè la dimensione di una storicità della verità. Per quanto noi possediamo Gesù Cristo, Egli è ancora sempre al dì la dall’essere posseduto. Don
Gianluca Zurra
- Mi è piaciuto quanto detto sull’iniziazione alla fede che è anche iniziazione alla vita. Sentirsi parte di una comunità cristiana che ormai deve diventare qualcosa di plurale e assolutamente umano, dove la riconduzione al Vangelo è la riconduzione ad una vita pienamente vissuta. La sfida della presenza della Chiesa è la sfida di come il cristianesimo si gioca nella storia e per la storia. “La parrocchia è la soglia bassa del cristianesimo, dove tutti si possono ritrovare, senza etichette di sorta, vivendo di Gesù Cristo nel tuo quartiere, nel tuo paese” (F. G. Brambilla). - Sul futuro del cristianesimo mi piace la “La quarta ipotesi” di Maurice Bellet: 1ª ipotesi) il cristianesimo scomparirà; 2) la religione civile, in cui il cristianesimo si svuota dall’interno; 3) il cristianesimo continuerà, con una botta di conservatorismo o di progressivismo; 4) davanti a noi si apre uno spazio inaugurale, in cui dovrà finalmente comparire una nuova comprensione dell’uomo, perché oggi, in un contesto nuovo che ancora non conosciamo, il vangelo di Gesù Cristo possa risuonare. Andrea Morezzi,
- Le cose accadono perché qualcuno vuole che accadano: non possiamo lamentarci del fatto che esistano i movimenti così come sono fatti, che la comunità ecclesiale esclude e non include, che la sinodalità è un dover essere dopo quarant’anni, ecc. se non prendiamo atto che le cose accadono perché qualcuno vuole che accadano. - La Chiesa è un popolo in conversione, prendiamone atto e con tanta umiltà insegniamo l’un l’altro in che cosa si deve cambiare... ma dobbiamo cambiare! Tutti. A partire dai nostri ministri. Dire che la Chiesa è sinodale vuol dire attivare un percorso di circolarità interno. Per es. basta percorsi pastorali che partono dai vescovi, si articolano sui preti che danno ordini ai laici. - L’umano non esiste, esistono le persone. E’ un soggetto che mi si mostrerà se avrò voglia di ascoltarlo e di stargli accanto prima ancora di aprire bocca. - Sull’idea di creare una “scuola della chiesa locale”: la vera rivoluzione di Vat. II sta nel fatto che mette la Scrittura in mano ai credenti, innescando dinamiche che non sono più verticistiche. Se dovessi fondare una nuova scuola ripartirei da questo concetto. La Chiesa non parte dalla parrocchia ma dall’altare, lì ci riuniamo come Chiesa. Ripartiamo di lì. Anche in relazione al problema della mancanza di preti. Paolo Baggia
- Sulle forme di Chiesa dobbiamo creare, pensare luoghi diversi, nuovi per fare uscire l’umano, la vita delle persone. -
Sulla pastorale l’impressione è quella di un sistema
gerarchico, è vero: l’obiettivo è riuscire ad agganciare le persone,
così la pastorale può diventare una sintesi più alta con la vita delle
persone. Eliana Brizio
- Quando penso ad una “scuola della chiesa locale” mi chiedo se non sia ancora una volta un servizio di lusso. Forse è un rischio. Vedendo la Chiesa dal basso, mi chiedo come si può fare a creare dei luoghi dove parlarsi per raggiungere la gente comune che sta aspettando di incontrare ancora adesso la misericordia e il perdono... non so se una scuola sia sufficiente. - Rispetto agli scenari di oggi, non so se ci rendiamo conto della forza con cui questo mondo sta cambiando. Mi chiedo fino a quando potremo continuare ad interrogarci sul destino della Chiesa nei termini di struttura, di comunità, quando è chiarissimo che sono le singole persone (prima delle parrocchie) ad essere interpellate singolarmente. Perché la domanda sarà “vuoi esser cristiano oppure no”? Vuoi stare all’interno della Chiesa, vuoi far parte della parrocchia o del movimento? Per te il cristianesimo, l’avventura di una relazione con Gesù Cristo personale, è una cosa reale o no? Ti spiega la vita o no? La tua speranza dove la trovi? - Le persone sono interpellate già oggi a livello individuale, ma la Chiesa spesso bypassa le risposte individuali e si dà risposte collettive. Vorrei sapere come la Chiesa raccoglie la quantità di risposte che la gente cerca di darsi, vorrei sapere come la Chiesa si sta attrezzando a mettere davvero in comunicazione l’uomo con Gesù. Spesso ho l’impressione che la Chiesa, invece di essere trasparente all’evento Gesù, spesso si presenta come un muro insormontabile. Ad es. certe affermazioni del Magistero sulla morale sembrano dei posti di blocco… Peccato che se riesci a forzare il primo dopo vai via che è una meraviglia, non c’è nessuno a controllare. Gli unici percorsi che hanno un vero check point sono quelli sulla morale sessuale. Sul magistero sociale, sulle risorse umane, sulle risorse ambientali… niente, nessun controllo! (Sintesi non rivista dagli autori)
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