QUALI
CHIESE OGGI PER CRISTIANI ADULTI?
prof. Elmar Salmann, osb

Introduzione: cosa ci
è successo in questi ultimi cinquant’anni
È arduo, quasi
impossibile dare corpo linguistico, esprimere, spiegare il passaggio tra due
epoche. Ancora più impossibile comprendere l’epoca nella quale ci tocca
vivere perché non abbiamo una vedetta, una specola per poter fare una
supervisione nei confronti di noi stessi e del nostro tempo.
“Un cambiamento di
clima, di atmosfera, di stile, di gestualità
– come scrive Luigi Pintor, famoso giornalista del Manifesto, nel suo libro
“Servabo” –. Lungo un quarto di secolo era mutato il rumore delle strade,
il linguaggio delle persone, il valore delle cose, l’umore dei giovani, il
passo delle donne. Non solo nei grandi continenti ma nella stanza accanto,
tra le pareti di casa. Era cambiato tutto, meno la cosa che decide di ogni
altra, l’inimicizia come spirito del mondo”. Un altro passaggio da
questo libricino: “Non cesserò di pensare che i mondi sono due
(ovviamente lui è comunista e ci tiene... stranamente, ma c’è anche questo,
ndr), ma imparerò che la linea divisoria non è segnata su nessun atlante
e passa fin dentro il cuore dell’uomo. Stare da una parte diventerà più
complicato ma più necessario”. E ancora: “In verità la ruota della
storia gira benissimo all’indietro o su se stessa come una trottola. Ne
concluderò che le tenaci passioni, i nobili ideali, le generose intenzioni,
le fatiche e gli errori sono una favola folle? No di certo. Sono in ogni
tempo il sale della terra. Così è stato anche in questi decenni. Ma basta
una pioggia a lavare la terra e il sale si scioglie in acqua”.
Cosa ci è successo in
questi ultimi cinquant’anni? Da quando questo seminario è stato costruito?
Mi pare siano stati decenni che nessun’anima possa comprendere, smaltire e
trasformare in sapienza. Ci è successo troppo. Mi ricordo benissimo degli
anni cinquanta il “piccolo mondo antico” cattolico, la società
democristiana, poi il Concilio nel bene e nel male, il sessantotto che ha
derealizzato le conquiste del Concilio per certi versi o le ha esasperate o
enfatizzate... chi lo sa? Non ci è dato avere una giudizio sulla storia. Poi
gli anni novanta, in Italia “mani pulite”, in Germania la riunificazione...
e adesso?
Cosa è successo? Cosa
ha attraversato la storia della nostra anima, della nostra sensibilità, del
nostro essere femmina o maschio, prete o laico, politico da De Gasperi a
Berlusconi... è un progresso? Chi lo sa?
Sicuramente siamo,
almeno fittiziamente, passati da una Chiesa gerarchica, maschile, sacrale,
maggioritaria, centrata sull’amministrazione degli strumenti di grazia ad
una Chiesa - almeno in Europa, non ancora del tutto in Italia (il card.
Ruini ci crede ancora) – minoritaria, esposta, fraterna, comunitaria, o
sgangherata, che ha perso la bussola? Chissà...
Come uccelli in tempo
di muta
Alcuni sintomi o piste
o prospettive. Quasi nessuno, tranne il mio connazionale che è papa, parla
ancora di verità, quasi nessuno predica più sull’escatologia, su colpa e
redenzione, sui temi abissali, torvi e grandiosi del Cristianesimo. Al
limite proponiamo un discorso di possibile senso di vita, di apertura, di
solidarietà, di comunità, di ricerca. Cosa è successo?
Dietro, forse, c’è un
cambiamento paradigmatico, viscerale e dimensionale di cui non riusciamo
ancora a capire la portata.
Penso che abbiamo
perso lo smalto, lo charme e l’inesorabilità del mondo platonico che ha
accompagnato e sorretto il Cristianesimo da Origene, cioè dal II secolo fino
a H. U. Von Balthasar, a Paolo VI e in fondo ancora è l’olio lubrificante
del parlare del papa attuale. Quando lui parla di verità, di simbologia, lì
tutto ancora risente di questo platonismo, dunque di un primato chiaro della
verità dell’essere sul parlare, dell’alto sul basso, del cielo sulla terra,
della ragione sui sentimenti, della sostanzialità sulla relatività, della
volontà sulle emozioni e sugli affetti. Dunque una gerarchia chiara che ha
determinato il pathos del cattolicesimo per 1600-1700 anni.
Nella nostra
sensibilità tutto questo si è rovesciato: adesso il corpo, il benessere ha
il sopravvento sull’anima, il temporale sull’eterno, le emozioni e gli
affetti sui ragione e volontà, il senso e la comunicazione e la mobilità
sulla stabilità della verità, e così via... Straordinario, liberante! Ma non
abbiamo ancora una forma religiosa per un Cristianesimo senza platonismo.
Per questo siamo come uccelli in tempo di muta.
Abbiamo lasciato il
paradigma aristotelico; nessuno parla più dell’essere, di sostanza e
transustanziazione, di principio e causa, di virtù, di temperanza, di
medietas, della via media e della sua sapienza... nooo, vogliamo essere
estremisti! Avere sentimenti estremi, fare esperienze... un altro cosmo. Il
seminario è ancora costruito da caserma per funzionari del sacro con dentro
i ragazzini di oggi: come può funzionare? Abbiamo lasciato il sistema
romano-costantiniano, la chiesa di potere... almeno esteriormente abbiamo
parzialmente lasciato, non abbiamo ancora rinunciato che è un’altra cosa.
Dunque la vicinanza tra stato, società e chiesa. Una chiesa che fa parte
dell’ingranaggio della società, dell’ordine, dell’amministrazione di pietas
et virtus. Tutto questo si è frantumato. In Italia abbiamo ancora qualche
rimasuglio, qualche zattera alla quale si aggrappa ancora qualche cardinale,
qualche prete... ma sono frantumi che dopo il crollo della DC è ormai
obsoleto. In Spagna non parliamo.
Ancora più
interiormente si è sfaldato il pathos paolino-agostiniano della religione,
del dogma cristiano. Il teodramma, il nesso fra peccato, redenzione per la
croce, grazia, assoluzione che ha fornito la griglia, la gestualità
sacramentale e la morale alla chiesa, fatalmente legato ad una pathos della
morte e della sessualità. Per questo il “punctum sextum” in questa macchina
infernale, in questa camera oscura del confessionale era la cosa più
importante. Questo sistema è crollato del tutto, nel bene e nel male.
Nessuno parla più i questi termini se non qualche cappuccino invecchiato. Mi
ricordo ancora dei predicatori cappuccini degli anni cinquanta che facevano
cadere foglie secche dai pulpiti (c’erano pulpiti, non questi ambonini, per
la messa in scena)... un mondo del tutto tramontato, quasi ridicolo. E oggi?
Abbiamo qualche ragazza che maltratta la chitarra, un prete che fa una
piccola meditazione se mai, una omelia che ripete maldestramente i testi
recitati normalmente in tono insopportabile. Dunque dai predicatori
cappuccini a questa performance un po’ goffa alla quale assistiamo oggi che
si chiama banchetto fraterno... un’altra bugia semantica, perché non c’è né
banchetto né fraternità. Il Post Concilio ha partorito una sequenza immensa
di bugie semantiche. Una parrocchia, per esempio, non è mai una comunità,
non è possibile, quattromila persone non fanno una comunità, è una
parrocchia. Ha ragione di esistere ancora? In Germania noi ormai dissolviamo
le parrocchie. Ma di questo parlerò nella seconda parte.
Ecco, vedete, dietro
c’è un po’ tutto questo, è imponente. Allo sfondo platonico, aristotelico,
romano, agostiniano, paolino... (per questo anche i Luterani sono in grande
crisi, perché il luteranesimo si fondavo sull’agostinismo forte) è
subentrato il mondo ebraico secolarizzato, che vede tutto dal basso,
dall’ottica della vittima, che non crede più in un centro della storia, in
una redenzione, in una totalità. Anzi, denuncia ogni totalità come fascista,
come germe della logica del campo di concentramento. Fenomenologicamente
ancora più da vicino potremo concretizzare il cambiamento, la trasformazione
che stiamo per vivere, subire, gestire, in questi termini. Prima il vecchio
testamento garantiva ed enfatizzava l’ordine reale, sacrale, sacerdotale,
il tempio, il Messia, Sion, Gerusalemme, il culto... Adesso il vecchio
testamento viene ricordato per l’esodo, forse anche per il profetismo
esposto, per uno sguardo dal basso da parte delle vittime, degli
sconfitti... Un cambiamento straordinario, fino a trent’anni tutta la
storiografia verteva sui vincitori che avevano sempre ragione; nella chiesa,
nella storia del dogma gli eretici erano massa dannata che non contavano.
Adesso tutti, in modo quasi spudorato, guardano la storia dall’ottica delle
vittime e, ahimé, ognuno si sente vittima di un sistema, della chiesa, della
società, ecc. c’è quasi una gara non sacra nel ritenersi vittima.
Ecco siamo passati in
tutto questo da un Gesù Signore, divino, al fratello che ci accompagna sul
cammino; da una religiosità giuridica ad una religiosità privata, personale
che scivola ormai verso un panteismo buddista sferico; da un Dio giudice ad
un Dio personale che oggi si fa più sfocato, nebbioso, cosmico, atmosferico;
da un sistema autoreferenziale ad un’idea xenologica, aperta cioè per
l’estraneo, l’alieno che si vede da fuori. Per la prima volta nei documenti
del Vaticano II la chiesa si vede da fuori con gli occhi delle altre
religioni, degli Ebrei, del mondo, dei segni dei tempi... Ovviamente ci
vogliono centro anni per smaltire una tale rivoluzione con tutti gli
andirivieni. L’anima è molto lenta nello smaltire e nel digerire, non è un
velocista, ma un fondista. Anche l’anima della Chiesa. E questo non è un
rimprovero, ma è così, forse anche grazie a Dio è così. Per questo la nostra
anima ha tante stratificazioni geologiche, con i terremoti che ci vogliono
ovviamente.
Da una chiesa europea
a una chiesa mondiale; da un sistema moraleggiante, molto spesso proibitivo,
a una concezione promovente dell’uomo; da un sistema di rappresentazione
simbolica a una semiologia aperta, plurale almeno a volte nel linguaggio e
negli intenti, ancora non nella realtà, è ovvio. E così potrei ancora
continuare a lungo...
Forse merita ancora
attenzione almeno un altro fatto. Per la prima volta da quarant’anni viviamo
in una società del benessere, del superfluo il cui problema è lo smaltimento
dei rifiuti, non il mondo di procacciarsi i beni necessari sotto la
condizione della mancanza e del bisogno. La religione fin dagli esordi è
legata ad una società della mancanza, della contingenza e ovviamente è
difficile sviluppare una religione per una società che sta bene, anzi che
affonda per certi versi nel superfluo. Tutto questo si è affastellato,
costellato, sedimentato e da lì deriva anche il carattere cangiante del
nostro tempo. I testi del Vaticano II hanno cercato di dare un’incastonatura
primordiale, quasi profetica, a questo cambiamento. Ma sono testi
descrittivi, teologicamente belli a volte anche compromessi storicamente,
che non hanno uno statuto, che non incidono sulla prassi giuridica,
istituzionale, spicciola, della chiesa. E’ già difficile dargli uno statuto,
definirne il genere letterario. Poi ovviamente nel Concilio la chiesa ha
adottato con 150-200 anni di ritardo molte istanze dell’Illuminismo e nel
momento di questa ratifica è stato superato dal movimento postmoderno del
sessantotto, con la rivoluzione dei costumi, del ruolo della donna, delle
mode, dei linguaggi...
E’ stato un doppio
salto mortale.
Una chance per il
Cristianesimo in cinque... “spuntini”
Come interpretare
tutto questo in chiave di una chance del Cristianesimo? Io da quarant’anni
cerco con tanti tentennamenti, tergiversazioni, svolte, di accompagnare i
tempi con il minimo risentimento possibile, perché il risentimento è la
soluzione più facile ma anche la più micidiale.
Alcune piste di una
fede adulta, non più infantile come Freud e Nietzsche avevano insinuato
pensando al Cristianesimo (il Cristianesimo come fissazione infantile ad un
Dio iperpaterno o di una falsa identificazione con la sofferenza, la
proibizione, il super io...).
Vi offro cinque
“spuntini”, cinque sfiziosità.
1. La storia della
povertà: cura dimagrante per il Cristianesimo
Finora abbiamo sempre
parlato di patrimonio, del tesoro della grazia, della potenza del clero,
della potestas, abbiamo amato molto la messa in scena dell’inalberarsi,
dell’impettirsi, i papi su troni immensi con corone, tutt’ora i vescovi
portano questo strano cappello (non ci sono più monaci ma questo cappello è
rimasto)... strano tutto questo, c’è qualcosa di surreale.
La povertà. Mi pare
che la storia della povertà nel Cristianesimo vada di pari passo con la
scoperta della sua essenza mistica e della sua fisionomia che si lascia
anche individuare da fuori fenomenologicamente. San Benedetto lo lascio in
disparte perché non vorrei parlare “pro domo”. Iniziamo con San Francesco,
l’uomo nudo, esposto davanti al Dio nudo ed esposto, nel mistero del
presepio della nascita e della morte. Straordinario! Da lì nasce uno spirito
di sprezzatura, di spigliatezza, di gioia della creazione, di elementarietà.
Un Cristianesimo elementare. Nel maestro Eckhart e nella mistica domenicana
tedesca questa povertà diventa nudità dell’anima, spogliarsi da ogni
immagine, da ogni mediazione, da ogni fissazione dogmatica, da ogni piglio
di dominio affinché il Verbo divino possa nascere nella mia interiorità;
nasce la coscienza credente potremmo dire. Non casualmente il maestro
Eckhart va tanto di moda oggi, ovviamente la moda corrompe anche il
fenomeno, ma...
Lutero e san Giovanni
della Croce, i Carmelitani: lì persino la fede perde le sue penne
arrabbiate, i suoi orpelli. E’ la fede nuda. Una cura di dimagrimento
straordinaria: solus Christus, sola Grazia, sola Scrittura, sola fede. La
fede stessa diventa elementare, non ha più un sostegno, un piglio. Non è
casuale che Guardini, 500 anni dopo, nel suo libro “La fine dell’era
moderna” torni ad una tale concezione di una fede aspra e disadorna, senza
poter ancora vantarsi di se stessa. I Gesuiti lasciano il coro, il chiostro,
le belle abbazie; il chiostro ed il coro vanno dentro la volontà, dunque
vengono interiorizzati nell’atteggiamento dell’indifferenza (lasciarsi
mandare dove uno non vuole andare, magari in India). E finalmente la
spiritualità francese: dal seicento fino a Charles de Foucauld e ai preti
operai e a tante comunità di base recenti, dove tutto verte sulla adorazione
del Dio esposto, sulla condivisione della presenza di Dio nell’anonimato, in
ambienti non ecclesiali, in modo quasi non riconoscibile; rendersi anonimi
con la presenza del Verbo divino che non è stato riconosciuto quando è
apparso su questa terra. E non è casuale che i grandi teologi del XX secolo
K. Rahner e Von Balthasar parlino della anonimità di Dio. Dio non è più
riconoscibile, non si dimostra più in miracoli; forse oggi si dimostra in
eventi, nelle messe in scena del papa defunto, mah... Ma anche lì non si
contraddistingue, quasi sparisce in un entusiasmo che si brucia anche
facilmente; difficile giudicarlo, anzi, non ci spetta un giudizio, su
niente. In tutto questo emerge l’essenza del Cristianesimo sulla quale
tornerò brevemente alla fine.
Storia della povertà:
a volte penso che oggi ci tocca vivere l’essenza di questa somma, ma siamo
ancora lontani da riconoscerlo.
2. Una fenomenologia
profetica, capace di salutare i vari fenomeni
Tutto questo, abbiamo
visto, è vicino a ciò che si chiama mistica. Che non è una cosa esotica,
esoterica o avere sentimenti misti nella pancia o essere turbati di mente.
No. Significa non poter definirsi senza il rapporto a Dio, come nel
matrimonio non posso e non voglio d’ora in poi definirmi senza il legame
all’altro, senza il noi con l’altro, anche quando l’altro non c’è. Senza
però ingoiare Dio, senza voler possederlo, conquistarlo, anzi più sono preso
da questo rapporto, da una tale presenza qualificante, più sento anche la
sua estraneità, la lontananza. Lo viviamo nei rapporti interpersonali: più
una persona mi è vicina più sentiamo anche quanto è diversa; più nasce e più
rinasce anche la mia solitudine. E questa mistica potrebbe promuovere una
presenza profetica, di sprezzatura, spigliata, descrivente nei confronti
della società.
Chi ha attraversato
questo cammino descrittivo della povertà, della mistica (almeno intuendola)
è libero nel descrivere le cose che si svolgono tra di noi, può salutare i
progressi della medicina in tutti i campi, ma descrivere anche per ogni cosa
umana gli effetti collaterali. Da quando la vita umana si prolunga abbiamo
le case di riposo piene di dementi, sopravviviamo a noi stessi; interveniamo
sui feti e sugli embrioni in modo salvifico spesso, mah... e il peso di
decidere? Si è persa molta paura con la pillola, l’emancipazione delle
donne, un altro rapporto alla sessualità, la diagnosi prenatale... raramente
però sento un prete parlare di queste cose, prevale sempre un atteggiamento
di sospetto.
Tutto ciò va salutato,
ma poi ne va descritto il punto critico quando il fenomeno si ritorce su se
stesso. E non c’è fenomeno che non abbia un punto critico.
Anche essere troppo
devoti, farsi baciapile, perché poi i devoti fanno gli scherzi da prete e si
crea un sottobosco. E quando si percepisce alla radio quel tono untuoso...
subito uno pensa, ah... è un prete! E’ inimitabile... persino mons. Ravasi -
l’ho sentito domenica in una trasmissione di RaiTre con Cesare Romiti - ha
questa flessione untuosa e melliflua, davvero insopportabile per il mio
gusto; spero di non averlo, ma naturalmente anch’io ne sono inficiato. E poi
sempre un po’ sibilante e insinuante... stranissimo. Venendo da una cultura
protestante, da teatro, lo percepisco immediatamente.
Ogni cosa, la
medicina, il progresso, ovviamente anche la nostra perplessità nei confronti
della nascita e della morte, la salute, ecc: chi sarebbe all’altezza di
descrivere, accompagnare, far respirare, salutare tutti questi fenomeni se
non di per sé una istanza ecclesiale con una sapienza e una tradizione alle
spalle che non ha riscontro? I meccanismi della politically correctness,
della nostra tolleranza che non è per nulla tollerante quando gli altri sono
davvero altri, per es. gli islamici. Lì diversi dogmi della politically
correctness multiculturale si mordono. Io descrivo soltanto.
E quale religiosità
potrà reggere ad una religione elementare e rituale come l’Islam? Reggere,
né cedere, né scusarsi, né dialogare nel senso floscio della parola. E poi
come si fa dialogare con l’Islam? Singole persone possono se mai dialogare e
già questo raramente succede. Dialogo, un’altra parola abusata dopo il
Concilio. Come resistere, cosa proporre, come configurarsi cristianamente?
Nei confronti di una religiosità sostanziosa, forte, intransigente,
imponente? Noi da 50 anni non abbiamo una cosa del genere; ora propagandiamo
i diritti dell’uomo che fino a 50 anni fa abbiamo condannato... anche un
minimo di memoria storica farebbe bene per relativizzare il nostro
pseudoilluminismo. Non è che l’Occidente sia soltanto ciò che noi riteniamo
oggi lo standard. Ci sono tante cose da scoprire.
Ecco, è questo che
chiamo fenomenologia profetica.
3. L’istituzione,
oltre la parrocchia: una cura d’anime della benedizione
Alcuni esempi. In
Germania pensiamo in alcune diocesi a sopprimere e trasformare le
parrocchie. Nel capoluogo della provincia dove c’è il mio convento chiudiamo
quest’anno 5 delle otto chiese; nella diocesi di Essen abbiamo ridotto le
parrocchie da 280 a 40. Le trasformiano in centri cattolici di aggregazione
perché le chiese non sono più finanziabili... in fondo la chiesa impara
soltanto attraverso il linguaggio della finanza! La conversione avviene
mediante questo, ahinoi! Io potrei immaginare, non è l’unica ricetta certo,
che nelle grandi città o in molti distretti o regioni abbiamo alcuni centri
dove collaborano comunità di base, laici, preti; potrei anche benissimo
immaginare un laico come capo di un tale centro e i preti come figure
spirituali, con un’offerta qualificata, culturale, mistagogica, sociale e
psicologica, dove il Cristianesimo si propone senza la pretesa di voler
avere tutti in Chiesa. Adesso incassiamo autogol: la domenica, dopo la prima
comunione di 50 ragazzi, forse 4 sono ancora in chiesa! Quale parroco può
sopravvivere a lungo a una tale serie di sconfitte? Peggio ancora con la
cresima, meglio non parlarne. Dunque una tale pastorale, almeno da noi, sta
per crollare, dobbiamo sviluppare un altro principio di presenza, del resto
la parrocchia non è mica stata fondata da Gesù! Forse ci vuole un’altra
concezione più attraente, più sciolta, più qualificata anche. Ovviamente da
lì nasce anche un altro tipo di collaborazione tra preti e laici. Oggi
essere preti è una cosa altrettanto friabile che non essere sposati, ormai
abbiamo una quota di 35-38% di divorzi, la stessa quota del fallimento di
preti. Ovviamente ci vuole anche un altro tipo di associazione, di sostegno
fra celibi, sposati, diverse forme di comunità di base. Non è la salvezza,
per carità... è un’ottica.
Finora abbiamo o
parrocchia o niente, o uno si fa prete o non ha nessun ruolo, o si sposa in
chiesa o non c’è niente, o viene battezzato o non c’è niente. Io mi batto
per una cura d’anime della benedizione, del sacramentale: abbiamo le
benedizioni delle case, perché non aggiungervi, dopo un tempo di distacco,
di accompagnamento - come noi facciamo in una parte della Germania – una
benedizione delle coppie di fatto in casa, con l’ammissione ai sacramenti
ovviamente? Non è possibile che una percentuale così grande sia
aprioristicamente esclusa! E’ un autogol per la chiesa e poi siamo assenti
sui fronti decisivi. Molti bambini non sono battezzabili perché manca del
tutto il contesto; ma anche lì ci vuole un rito che possa dare
un’incastonatura alla vita. Nella diocesi di Erfurt, come in quasi tutte le
diocesi della Germania orientale, si sono creati diverse forme di questa
benedizione in modo ancora più ardito. La diocesi di Erfurt, che ha un
territorio grande quasi come il Lazio, con 160mila cattolici su una
popolazione di 2 milioni 600 mila di cui quasi 80% sono non battezzati.
Queste sono le nostre realtà. Il vescovo e il nuovo vescovo ausiliare in
questi 20 anni hanno inventato nuovi riti, per esempio, una cresima per non
battezzati in chiesa, cioè una benedizione per adolescenti sulla soglia
della vita adulta, con tre mesi di istruzione-introduzione cauta nel
paesaggio del cristianesimo e una istruzione elementare di etica e un aiuto
a trovare uno stile di vita. Ogni primo venerdì del mese celebrano una
memoria dei morti, un rito al quale partecipano i non credenti. La logica è
offrire qualcosa a quanti non hanno niente. Nel giorno di san Valentino
hanno una benedizione di tutti gli innamorati, delle coppie di fatto.
O prete o laico, o
parrocchia o vita religiosa o niente... ma quali altri tipi di sequela
qualificata, cioè con una fisionomia propria, potrebbero configurarsi?
Secondo me dovremmo incoraggiare tante iniziative, come le comunità di base,
ecc. Lo stesso vale per la sinodalità. Sono stato invitato a parlare da due
sinodi della chiesa protestante della chiesa nord elbica di Amburgo (con due
milioni di protestanti e una vescovessa): per costituzione due terzi del
sinodo devono essere laici... ovviamente lì c’è un altro clima, non dobbiamo
mica imitarlo, ma fa pensare.
Voglio farvi
intravedere cosa ci aspetta... vorrei stuzzicare soltanto l’appetito della
curiosità, dell’inventività senza imporre un nuovo dogma; perché io sono un
benedettino tardoborghese, dunque sto nella mia tana.
4. Ecumenismo:
rispettarsi e ospitarsi (anche sacramentalmente)
Preghiamo
permanentemente per l’unità delle chiese ma facciamo di tutto perché non
avvenga. Io vorrei rovesciare il laboratorio: per me va benissimo che ci
siano diverse chiese che non si lasciano né unire né frammischiare; i
Protestanti sono un’altra “razza”, per non parlare delle chiese orientali...
la chiesa russa e bulgara con un buon cattolico romano non centra per
niente! E l’Europa spaccata tra le chiese statali d’Oriente, dove stato e
religione fanno ancora sintesi? Ciò che noi abbiamo sviluppato come
differenziazione da mille anni con tanta fatica lì non è ancora nemmeno
avviata... Non si può mescolare Kandinskij, Klee e Mondrian... Ma
rispettandosi, ospitandosi anche sacramentalmente quando c’è l’occasione,
c’è il momento kairologico, pastorale. Se da questa ospitalità, da questa
correzione fraterna, da questo arricchimento reciproco nascerà qualcosa come
unità, chi sono io per oppormi allo Spirito Santo? Ma prima lasciamo vivere
le differenze, anche in modo sofferto.
L’Islam è una
religiosità imponente, un po’ come eravamo noi cattolici fino alla fine
degli anni cinquanta: andare in chiesa tre volte, il bisbiglio del
confessionale, digiuno, pellegrinaggio... Adesso queste cose le abbiamo di
nuovo, sotto forma di cose importate. Quale tipo di religiosità sviluppare?
Su quali differenze insistere? Come reagire politicamente e soprattutto
anche interiormente? Noi oscilliamo tra tolleranza post moderna, disprezzo,
terrore, intolleranza. Quale la nostra attitudine? Mi pare ci sia molto da
scoprire ed esplorare.
5. L’essenza del
Cristianesimo
In fondo abbiamo
sempre vissuto con un monoteismo: un Dio, un papa, un parroco, un maschio;
un Dio osservatore romano potremmo dire, che guarda e osserva e sbircia,
mentre il Dio cristiano non è questo. Trinità significa che in Dio vi sono
prospettive diverse, istanze diverse, incommensurabilmente differenti. In
Dio stesso c’è differenza, dialogo, dialettica, polarità, ci sono
prospettive che non hanno uguaglianza. Questo Dio si è fatto uomo, gesto,
presenza, sguardo, tocco, passione... E il Verbo divino quando si fa carne
non si è fatto Magistero né professore di dogmatica (con mia grande
vergogna...), ma artigiano, predicatore, scellerato, vulnerabile; ha
raccontato parabole attraverso le quali ha mostrato un cammino di
trasformazione dalla fissazione a una apertura, dalla logica della
proibizione e contrazione a una logica della trasformazione verso una
maggior presenza divina. Strano gesto quello Gesù, come ha raccontato,
toccato, parlato.
Mi pare l’essenza del
cristianesimo andrebbe riscoperta in questo senso: il Dio trinitario,
dialogico, multiprospettico; il gesto di Gesù e l’intimità della grazia, una
bellissima parola italiana. Essa dice contemporaneamente tutta l’eleganza
femminile, l’avvenenza, la graziosità, e ancora riconoscenza, cioè
riconoscersi riconosciuti, dono e promessa... tutto questo si trova in
questa parola intraducibile.
Trinità, Gesù, grazia:
un ritmo da riconiugare e da rideclinare.
Chiudo con una
citazione di D. Bonhoeffer, tratta dalla conclusione del suo prologo (“Dieci
anni dopo – Un bilancio sul limitare del 1943”) di “Resistenza e Resa” dal
titolo “lo sguardo dal basso”, scritto dalla prigione di Tegel (Berlino)
dove era rinchiuso:
“Resta un’esperienza
di eccezionale valore l’aver imparato infine a guardare i grandi eventi
della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei
sospetti, degli impotenti ed oppressi, in una parola dei sofferenti. Se in
questi tempi l’amarezza e l’astio non ci hanno corroso il cuore; se dunque
vediamo con occhi nuovi le grandi e le piccole cose, la felicità e
l’infelicità, la forza e la debolezza; e se la nostra capacità di vedere la
grandezza, l’umanità, il diritto e la misericordia è diventata più chiara,
più libera, più incorruttibile; se, anzi, la sofferenza personale è
diventata una buona chiave, un principio fecondo nel rendere il mondo
accessibile attraverso la contemplazione e l’azione: tutto questo è una
fortuna personale. Tutto sta nel non far diventare questa prospettiva dal
basso un prender partito per gli eterni insoddisfatti, ma nel rispondere
alle esigenze della vita in tutte le sue dimensioni; e nell’accettarla nella
prospettiva di una soddisfazione più alta, il cui fondamento sta veramente
al di là del basso e dell’alto”.
Così vi congedo,
almeno per questa prima parte.
Alcuni spunti dal dibattito
Domande
-
Perché la Chiesa
ha sempre bisogno di una “necessità”, di una spinta esterna per cambiare
e riformarsi?
-
Sull’essenza del
Cristianesimo: perché oggi i grandi teologi non insistono maggiormente
su questa essenzialità, il Cristo nudo e crudo?
-
Sulla povertà,
stimolati da D.M. Turoldo “Tempo è di ritornare poveri”: ci può indicare
qualche pista profetica per il mondo oggi nel vivere questa povertà?
-
Sulle parrocchie:
centri attraenti, sciolti, qualificati, capaci di ospitare la vita della
gente senza chiedere nulla in cambio (neppure la fede)... potrebbe
essere una pista per riformare le nostre parrocchie?
-
In che modo le
pratiche credenti rientrano nel quadro che lei ha dipinto?
Risposte
a) Rinunciare
signorilmente, prevedere profeticamente
L’uomo è fatto così,
sembra che impari soltanto sotto la pressione della necessità. Molte cose
che ho detto stasera anch’io le ho imparate sotto il peso della esperienza
della vita. Sono stato giovane prete responsabile per la riduzione allo
stato laicale di preti in cinque grandi diocesi; ovviamente lì ho imparato
moltissimo, fino ai limiti della propria sopportabilità. Sono stato per
dieci anni cappellano in un manicomio specializzato nella cura di
sacerdoti... Si imparano cose sul valore dell’uomo, sullo spessore delle
persone e vale anche per il matrimonio, il rapporto con i figli... In
tedesco chiamiamo questo la “svolta dell’emergenza”.
Ma lei ha anche un po’
ragione. Anch’io soffro tanto per le molte lentezze e intransigenze inutili
della Chiesa. Per es. in Germania abbiamo ancora tantissime facoltà
teologiche ma non ci sono studenti! Dovremmo proporre allo Stato che
finanzia tutto questo di chiudere almeno due terzi delle facoltà. No,
continuiamo ad insistere su un diritto che non ha più ragione di essere,
finché un giorno lo Stato deciderà lui. Oppure pensiamo all’Italia, ai molti
tentativi di voler ancora determinare la politica, influenzare non so chi
mediante i vari Casini e Casoni e Fisichella... Noo, è un balletto
inaccettabile! Ci vuole un po’ di chiarezza, di distacco anche per la stima
della propria e altrui istituzione. Rinunciare signorilmente, prevedere
profeticamente... Anche questo mi rattrista: che la Chiesa non rinunci
mai volontariamente ad alcunché: per una religione della croce è grave...
b) Rabdomanti di
tracce del Dio passato
L’essenza del
Cristianesimo è ancora una bella traccia. Forse Dio non è più presente in
modo sfarzoso, imponente, potente... viviamo oggi un’epoca ammaestrati da
questo mistero elementare a diventare rabdomanti di tracce del Dio
passato. Ci sono tante tracce della presenza, spessore, lucidità,
amabilità della vita. Mi sembra questa anche una bella e incoraggiante
immagine dell’atteggiamento ecclesiale e pastorale.
San Tommaso, Nicolò
Cusano, Agostino, Metilde di Magdeburgo, santa Teresa D’Avila, la piccola
Teresina, Schleiermacher, Goethe, ecc... tutti costoro e tanti altri io li
chiamo “amici”. Chiedo ai miei studenti di leggere le loro opere per un mese
o due per entrare in dimestichezza, affiatarsi, respirare questi grandi
autori, conoscere le loro biografie. Ho cercato di trasformare il peso della
complicatezza della tradizione in un rapporto amichevole con alcune figure:
santi, letterati, poeti, teologi, filosofi... Per me che ho scelto il
celibato, del resto, è fondamentale popolare la solitudine. Mi pare sia un
bel modello di tradizione viva, anche riconoscendo ovviamente l’ambivalenza
che ogni grande figura porta con sé (“Ogni grande figura getta tre, quattro,
cinque ombre”, Amos Oz).
c) Un compito
profetico per la Chiesa
Come vivere la
povertà? Mi pare sarebbe già molto accogliere la cura di dimagrimento che
stiamo per vivere... e non è facile. Nel mio convento siamo passati negli
ultimi trent’anni da 80 a 50 monaci, stiamo diventando un convento di
vecchietti, una nicchia riscaldata di gente che si è arrangiata. Subire
questa morte lenta, farlo senza troppi risentimenti non è una cosa facile...
c’è tutta un’ascesi mistica da investire.
Il mio lavoro di
descrizione, sospeso tra malinconia, umorismo, realismo, profetismo, ricerca
di piste per il futuro, è anche una forma di povertà, di reggere alla
poliedricità della realtà. E tutto questo con un pizzico di speranza, di
senso dell’avventura.
La nostra povertà non
è più solo quella materiale: questa arriverà anche perché, demograficamente
e politicamente, non siamo più finanziabili! Nelle mie prediche preparo chi
mi ascolta e anche la mia anima a nuove forme di ridimensionamento del
nostro stato sociale e del nostro stile di vita.
Un compito profetico
della Chiesa sarebbe proprio questo: descrivere tutto questo, senza
allarmismi e disfattismi, senza autocompiacimenti (ah... se la gente è più
povera va di più in chiesa), assistere in modo incoraggiante ai processi di
trasformazione della nostra società.
d) Un cristianesimo
forte e umile, non debole
Questi centri, di cui
parlavo nel punto 3, non sono in concorrenza con le parrocchie. Penso però
che in molte città e regioni della Germania tali centri potrebbero e
dovrebbero sostituire nei prossimi vent’anni il sistema parrocchiale. Dunque
un cristianesimo che non si basa più sulla partecipazione e coappartenenza
coatta, ma sull’adesione volontaria, adulta (in molte parrocchie abbiamo già
più battesimi di adulti che non di bambini). Ovviamente tutto questo per
l’Italia è ancora oltre l’orizzonte.
Io non propago niente,
ma descrivo uno scenario che ci attende in Europa (Svizzera, Olanda,
Francia, ormai anche in Spagna; in quest’ultimo paese si è passati in trent’anni
da una chiesa statale franchista ad una chiesa del tutto minoritaria). E mi
auspicherei anche ad intra un altro effetto dell’organizzazione, del
sentirsi chiesa.
Molte delle cose che
ho detto stasera non corrispondono al mio gusto personale e al mio stile di
vita: in fondo io rimango un benedettino classico che ama le liturgie in
latino... Non è dunque che abbia un programma di salvezza che mi piaccia.
Però io vedo queste cose, assisto all’emergere e cerco di dar loro un corpo
linguistico e gestuale. Cerco di cogliere queste cose dai segni dei tempi e
di accettarle dal Dio che ci accompagna.
E se il mondo continua
a trasformarsi ad una tale velocità e sotto così tanti aspetti come è
accaduto negli ultimi 40 anni, allora ci aspetta ancora parecchio, ne
vedremo di tutti i colori!
Cerco di essere
coraggioso e di reggere a queste prospettive con fantasia e con umiltà.
Ho cercato di proporre un cristianesimo forte e umile, ma non debole.
Non è facile, cerco di affiatarmi a questo, a volte anche contro di me.
e) Sciolti e colti
per accogliere le persone in modo libero e liberante
Ho toccato en passant
l’argomento delle pratiche credenti quando ho parlato dell’Islam come
religione elementare e rituale che ci costringe a fare i conti con la nostra
dimenticanza di queste cose. L’uomo è gesto, è devozione, è preghiera. Al
momento la nostra chiesa a livello quotidiano e parrocchiale non offre
granché: la cinghia di preghiera tra tradizione e quotidianità si è
parzialmente rotta e abbiamo perso tantissime forme di devozione e
preghiera. Io penso - e lo pratico anche – che ci vorrà tanta fantasia
del possibile riallacciandosi alla Tradizione, alle diverse tradizioni e
cercando nuove forme. Per es. oggi le messe hanno tutte la stessa forma...
Io penso che un terzo Concilio Vaticano dovrà ridefinire diverse forme di
liturgia eucaristica. Una liturgia veramente comunicativa, dove si spezza il
pane attorno ad un tavolo, come io faccio con le comunità di base; una
liturgia davvero festiva, adorativa; una liturgia essenziale per i giorni
feriali (la “missa sicca” della tradizione) dove si può anche pregare e non
sempre vedere e sentire la voce a volte stridula (amplificata dal microfono)
del prete. Lo stesso vale per il terreno immenso fra adorazione e
meditazione: in giro abbiamo tantissimi circoli di meditazione zen, yoga,
ecc. ma nella nostra chiesa di tutto questo praticamente non si trova
niente.
Oppure pensiamo ai
funerali e alle tante bugie semantiche che si dicono nelle liturgie funebri
nei confronti di persone che magari da 40 anni non hanno più messo piede in
una chiesa. Io per es. in molti funerali uso gli schemi della parrocchia
universitaria di Amsterdam che contengono preghiere straordinarie tra
meditazione e invocazione creaturale... “preghiere a tentoni”, con uno stile
invitante che apre uno spiraglio, che aiuta religiosamente a dare una forma
alla vita. Lo stesso per il battesimo...
Dunque ci aspetta una
bella rivisitazione della nostra tradizione, una bella avventura. Occorre
promuovere questa prassi dove quotidianità, esperienza di vita, il nostro
agnosticismo misticheggiante e forme classiche della chiesa si incontrano,
si salutano ed si elevano.
La domanda mi ha dato
l’opportunità di parlare di questo laboratorio che è molto importante nella
mia vita. Cerco di coniugare il massimo della tradizione, che studio e amo,
con il massimo della scioltezza. Sciolti e colti per accogliere molte
persone in modo libero e liberante: questo mi pare sarebbe il motto di
una pastorale incisiva e invitante.
Fossano, 20 febbraio 2006
(testo non rivisto dall’autore)
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