Lectio Divina 2007/08
7.
Cosa fare?
Atti 1,1-11 PremessaUltimo testo su questo percorso – richiamo il titolo iniziale “Solo un Dio ci può salvare: la vita, la fede, l’incontro” – che abbiamo cercato di fare nello scoprire una specie di logica degli incontri in generale, e degli incontri di Gesù, il Cristo, in modo particolare, quasi a tentare di disegnare un contorno, seppure molto delicato, dell’esperienza della fede, cioè di questa esperienza profonda che rende solida la possibilità di tentare più o meno di essere credenti, che è l’esperienza dell’incontro con il Signore. Una delle cose che vorrei dire alla fine del percorso - e io sarei molto felice se così fosse andata - è smontare l’idea che l’esperienza dell’incontro con il Signore sia una specie di vaga esperienza sentimentale interiore – io incontro il Signore – come se fosse un dato impalpabile che ognuno fa nel chiuso del suo cuore. Mi piacerebbe che questi testi, invece, ci avessero aiutati a ricostruire degli elementi che non sono mai oggettivi, nel senso di materiali, scientifici, e non sono mai nemmeno solo interiori, vaghi, poetici o sentimentali, ma sono degli eventi della vita che in qualche modo costruiscono quella che noi normalmente chiamiamo ‘l’esperienza del Signore’. Se vi capiterà, o avrete voglia di rileggere o risentire il commento a questi testi e di ripercorrerli, potrebbe essere una buona chiave di lettura ‘a posteriori’, cioè veramente l’incontro con il Signore. Quando diciamo, l’esperienza credente si basa sull’aver incontrato il Signore Gesù, non facciamo un’affermazione né generica, né teorica, né sentimentale, psicologica, emotiva, ma, con una frase sintetica come fanno gli apostoli negli scritti evangelici, con un Kerigma, diciamo un pezzo dell’esperienza della vita. E non è vero, la menzogna che oggi spesso si dice che …’la vita non si può racchiudere dentro le parole’. Sì, è vero che non la si può racchiudere totalmente, ma è altrettanto vero che si possono dire alcune cose. Lo sforzo del percorso di questi testi, facendoci guidare dal vangelo di Giovanni, che ha al suo centro questo tema dell’incontro, ci dovrebbe aver aiutato un po’ a definire un profilo che certo rimane tenue, non assoluto, non scientifico, ma va in questa direzione. Qual è l’ultimo passo di questa faccenda? Per dirla con la chiave moralistica che capiamo tutti, ma che vorrei poi abbandonare immediatamente, come dice l’evangelo, vi riconosceranno dai frutti. Cioè l’ultimo passaggio è che, se un incontro accade, qualcosa si deve vedere! Qualcosa deve succedere in noi. Negli ultimi tre o quattro secoli si è pensato che se l’incontro con il Signore davvero accadeva, uno diventava più buono. Si faceva una lettura tendenzialmente di tipo moralistico. Noi, fortunatamente, non usiamo più questo criterio, o almeno, non ci soddisfa più; sarebbe come dire che se uno è innamorato, allora è felice. Sì, è vero, ma uno può avere dei guai ed essere molto triste anche se è innamorato, anche se l’amore che vive è vero. A quindici anni uno si ubriaca del proprio essere innamorato ma, da adulto, la vita c’è, sia che uno sia o meno innamorato. E ci sono le attese, le fatiche, i dolori… e uno può essere anche molto infelice e non per questo non essere veramente dentro un amore. Se uno incontra davvero il Signore, dovrebbe progressivamente assumere uno sguardo di misericordia su sé e sul mondo, soprattutto sui poveri; e dunque, alla lunga, si dovrebbe vedere che uno diventa un po’ più buono. Alla lunga, è un tirare le somme che si può fare solo alla fine della vita, non sui singoli comportamenti, e dunque che cosa dobbiamo cercare nello svolgersi della storia? Questa è la domanda. Il titolo che avevamo messo era banale, un po’ citazione di Lenin: Che fare? Cioè, se un incontro avviene, che cosa c’è da fare? Negli ultimi quarant’anni abbiamo spesso detto no al moralismo, no all’efficientismo - solo al fare - è una questione di essere, di cambiamento interiore; no a questo, no a quello e alla fine abbiamo ridotto questo incontro ad una specie di sensazione soggettiva di intenzione interiore. Se io incontro il Signore, beh, io guardo le cose con altri occhi. Che cosa vuol dire? Io credo che questo è troppo poco; è giusto cautelarsi contro i rischi, cautelarsi contro il moralismo, contro l’efficientismo, pensare che, appunto, due più due faccia sempre quattro immediatamente: dopo aver incontrato il Signore divento più buono e tutti riconoscono che io sono più buono! No, non funziona così. Ma detti questi rischi, dobbiamo pur dire qualcosa, provare a dire che cosa si vede di ciò che, anche, facciamo; non solo che cosa sentiamo. Da questo punto di vista ho scelto il testo iniziale del libro degli Atti, i primi undici versetti del capitolo uno, che è un testo apparentemente quasi tecnico, una specie di riassunto – dal punto di vista del genere letterario si chiama sommario – è un testo composito, varie volte rimaneggiato, in cui vari pezzi sono stati aggiunti, perché, secondo me, rispondendo esattamente alla domanda che fare, non è lineare. Cioè, quando gli evangelisti raccontano dell’esperienza stravolgente della risurrezione del Signore sono sotto l’impressione di questa esperienza che è stata data loro da altrove e dunque sgorga un’immagine letteraria che ha una sua unitarietà, che è un quadro, perché, in qualche modo è come se io fossi stato messo di fronte a qualcosa che ho visto. Quando devono provarsi a dire che fare, bisogna pensarla, non tutte le idee ti vengono insieme, la scrivi, poi vedi che in un punto manca un pezzo, aggiungi… il testo è molto più faticoso, è meno costruito come un affresco.
Struttura del testo, domanda e risposta Come al solito lo leggo. “Nel mio primo libro ho già trattato, o Teòfilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzione agli apostoli che si era scelto nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo”. Probabilmente, se fosse dipeso da noi, qui sarebbe finito, perché noi abbiamo l’idea che, se devo raccontare, ti racconto ciò che è successo, e basta. Qui l’hanno detto: Gesù ha insegnato, ha dato istruzione, poi è asceso al cielo, fine. Il problema è che nessuno vive di descrizioni; la descrizione non ci nutre la vita, e giustamente, qui il testo prosegue. “Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre ‘quella, disse, che voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni”. Qui c’è una piccola seconda unità del testo descrizione degli eventi, di quegli eventi se ne piglia uno, che è la risurrezione e si fa una specie di zoom, si allarga e si racconta una scena molto particolare: Gesù seduto a tavola che dice una cosa in risposta ad una domanda precisa: attendere che la promessa del Padre si compia. Non è una domanda qualsiasi, ma è: quand’è che torneranno i conti? Sì, va bene, detto, insegnato, fatto, e adesso cosa succede? Che è la nostra domanda. E c’è una risposta specifica, data a tavola dal risorto. Questa è la scena. Terza unità del testo: “Così venutisi a trovare insieme gli domandarono. ‘Signore, è questo il tempo in cui ricostruirai il Regno di Israele?’ Ma Egli rispose: ‘Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”. Questa è la terza piccola unità del testo. Cioè: la domanda implicita viene esplicitata: è questo il tempo? E c’è ancora una risposta. Due unità su quattro sono dedicate alla nostra domanda: e adesso cosa succede? Che dobbiamo fare? Non solo ma, poiché i vangeli normalmente sono costruiti a prova di stupidi, caso mai non avessero capito, l’evangelista aggiunge la quarta unità che, senza discorsi ma di nuovo con un’azione, un racconto, ridice esattamente la stessa cosa. “Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: ‘Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. Il riassunto, la domanda implicita, la domanda esplicita, il fatto: questa è un po’ la struttura del testo che, come costruzione, è abbastanza lineare. Commento un po’, poi provo a tirare le fila in fondo.
L’incontro non nasce mai dal nulla “Nel mio primo libro ho già trattato, o Teofilo, …” Questo versetto è sempre citato tutte le volte che si parla di tradizione, di trasmissione della fede, perché è chiaro che questo libro presuppone, al di là della sua materialità, un dialogo che è iniziato e che continua; questo è il secondo libro; ce n’è uno prima, tradizionalmente è il vangelo di Luca, di cui questo è il seguito, la seconda parte; c’è questo Teofilo, di cui non sappiamo nulla, oltre al fatto che compare qui – non sappiamo perché Luca gli indirizza questa messaggio, non sappiamo se è un personaggio reale, o un nome scelto come simbolo - questo nome vuol dire amante di Dio - come indicativo di tutti coloro che hanno un desiderio circa Dio, ma non è così importante, perchè ciò che questo versetto ci dice è: il dialogo circa l’esperienza della fede comincia sempre a metà. C’è sempre un prima, non comincia mai dall’inizio. Quando dialoghiamo tra di noi rispetto a questa esperienza, non possiamo mai dire, questa è pagina uno; è sempre il secondo libro, perché c’è sempre qualcosa, che è una premessa, qualcosa che abbiamo ricevuto, che non ci siamo dati da soli, che non abbiamo pensato noi, che non abbiamo inventato oggi. Tutte le volte che, pensando all’esperienza del vostro incontro con il Signore, vi viene in mente che siete i primi ad aver pensato quella cosa lì, o che avete capito qual è la soluzione, e nessuno l’aveva mai capita prima, che la storia comincia quel giorno, la Chiesa comincia quel giorno, la soluzione dei problemi comincia quel giorno…diffidate! C’è sempre qualcosa che non funziona, siamo sempre dei secondogeniti, non solo perché teologicamente il primogenito è uno solo, ma perché, storicamente, nella nostra esperienza di incontro, l’incontro non nasce mai dal nulla. Nessuno si dà la propria fede da sé. Questo incontro immediato, senza mediazione tra noi e il Signore, ha sempre alle spalle un incontro mediato. Che sia una nonna che ci ha insegnato a fare il segno della croce quando avevamo tre anni, un catechista che ci ha spiegato qualcosa per la prima comunione, un animatore, un vice parroco… qualsiasi di queste situazioni, compreso un amico a cui non importava niente delle cose di fede, che però si è posto con noi in un modo tale che ci ha fatto venire in mente che Dio esisteva e gli angeli pure, siamo sempre al secondo capitolo. Nessuno di noi scrive il primo capitolo. Questo è un primo, ma fondamentale criterio circa il che fare: la prima cosa da fare è non credere mai di essere al primo capitolo; non credere mai di essere l’origine, il punto di partenza, la pagina uno. Spero di essere stata sufficientemente chiara, perché questo è proprio quello che ci viene dato come elemento di partenza. Quando Gesù ha fatto la sua parte, la prima cosa che spetta a noi è dire: c’era un primo libro e noi siamo il secondo – ribadisco, per motivi teologici, perché il primogenito è Gesù, perché questo innanzitutto è il modo per riconoscere che solo Dio è universale, solo Dio inizia, è creatore. Lo sto dicendo con le parole del catechismo, ma è una cosa molto concreta; e noi siamo sempre figli adottati, secondogeniti, creature parziali, un pezzo di….
Gesù ha fatto e insegnato Che cosa Luca ci ha detto nel primo libro: “…ciò che Gesù fece e insegnò dal principio”. Anche qui la scelta di questa coppia di verbi non è da poco. Noi pensiamo sempre che il problema della fede sia ciò che Gesù ha insegnato. Al massimo, se siamo molto concreti, ciò che Gesù ci ha insegnato a fare – siamo noi che facciamo! Invece, ciò che Gesù fece e insegnò; è Gesù che fa! Questo è un tema fondamentale: ciò che noi crediamo non è una dottrina, un insegnamento morale, un fatto di valori o di principi, ma ciò che Gesù ha fatto e insegnato. Quando Luca deve fare dei riassunti nel corso del vangelo su ciò che Gesù ha fatto, dice: Gesù passò beneficando, guarendo, nutrendo.
Domanda: “Lei ha detto che Dio ci dà la forza. Citando sant’Ignazio diceva che nei momenti di depressione occorre puntare i piedi e non retrocedere. Ma allora perché tante storie di oggi finiscono in tossicodipendenza, suicidio, violenza…?”. Risposta - Onestamente non capisco molto la connessione del tuo ragionamento, nel senso che infatti, non a caso hai sostituito desolazione con depressione – Sant’Ignazio parla di desolazione, non di depressione – ma – no, non hai sbagliato, hai fatto un lapsus che dice cosa pensi tu e come hai ascoltato le cose che ho detto, cioè hai sovrapposto un quadro di lettura che è quello che hai tu nella testa rispetto ad una cosa che io ho detto. Io non ho detto che Dio dà la forza come se fosse il valium che distribuisce a pioggia e niente di male può accadere. Io ho detto che, in un percorso credente, noi sappiamo che Dio dà la forza. Che poi riusciamo ad averla tutti i giorni e tutta quella che serve è un’altra questione. E poi, se tu mi stai dicendo che io penso che le persone si drogano, sono depresse o si suicidano perché non hanno la forza, la risposta è no. Io non penso questa cosa. Penso che la vita è complicata, e che avere tutta la forza che serve è una questione molto seria e che io posso al massimo, forse, intuire per me quale forza mi serve o mi servirebbe; non oserei mai dire qualcosa sul mistero di un altro. Il mistero di ciò che accade a chi nella sua vita ha o non ha la forza, e sceglie o non sceglie di comportarsi in alcuni modi e mettere in relazione questo e dire che uno si è suicidato perché non aveva la forza, non compete veramente a me. Noi siamo secondi. A mala pena so qualcosa di me, figurarsi sugli altri. Io sono a me stessa un grande mistero. Il mistero di ciascuno di noi è davvero il capitolo n° 1 che sta solo nelle mani di Dio, non di noi. Fossano, 12
aprile 2008 |
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