Gruppo del Venerdì
Maggio 1996
Qualche testo ...
La distanza come luogo della relazione
"L'aria, ciò che ci avvicina e che ci separa. Ciò che ci unisce
e dispone tra noi uno spazio per noi. Ciò in cui ci amiamo, ma che
appartiene anche alla terra. Ciò che talvolta condividiamo attraverso
alcune parole ispirate. Ma se gli alberi non possono sentirle, queste parole
non sono forse un rischio di morte? L'aria, questo luogo in cui abitare,
in cui coltivare fiori e angeli. In cui aspettarsi, nella vita, fuori o dentro,
in cui respirare e contemplare ciò che ci unisce e ci divide, ciò
che ci collega all'universo e rende possibile la nostra solitudine come i
nostri scambi. Materia universale del vivente. La più necessaria,
la più spirituale. Da cui siamo nati, e che talvolta generiamo. Elemento
della nostra incarnazione e della nostra immortalità. Del nostro passaggio
dal più vicino al più lontano, della nostra propria identità
e della nostra intesa. L'aria, futuro e ritorno nei quali diveniamo senza
poterci mai fermare, o così poco. L'aria, ciò che ci dà
forme dal di dentro e dal di fuori, e ciò in cui posso darti forme,
se le parole che ti rivolgo ti sono realmente destinate e sono ancora l'opera
della mia carne.....L'amore rimane divenendo, attira mantenendo la distanza,
permette il rispetto e la contemplazione. E' come un sole che illumina in
noi e tra noi. Appare talvolta in un gesto, un sorriso, una voce, una parola,
segni di una presenza che si avvicina allontanandosi.
Indubbiamente ci siamo accostati, forse ci siamo incontrati. Il tuo ritiro
manifesta la mia esistenza, e anche il mio raccoglimento ti è dedicato.
Possa la loro intenzione essere riconosciuta da noi come un cammino che porta
indirettamente a noi.".
(L. IRIGARAY, Amo a te. Verso una felicità nella storia ,
Bollati Boringhieri, Torino 1993, pp. 154 e 156).
Un metodo: lievi e indiretti
"In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra:
una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone
e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come
se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa.
L'unico eroe capace di tagliare la testa alla Medusa è Perseo, che
vola con i sandali alati, Perseo che non rivolge il suo sguardo sul volto
della Gorgone, ma solo alla sua immagine riflessa nello scudo di bronzo.....
si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti
e le nuvole; e spinge il suo sguardo su ciò che può rivelarglisi
solo in una visione indiretta, in una immagine catturata da uno specchio.".
(I. CALVINO, Lezioni americane , Garzanti, Milano, 1988, p. 6).
Vite come lettere senza destinatario
"Posa la penna, piega il foglio, lo infila in una busta. Si alza, prende
dal suo baule una scatola di mogano, solleva il coperchio, ci lascia cadere
dentro la lettera, aperta e senza indirizzo. Nella scatola ci sono centinaia
di buste uguali. Aperte e senza indirizzo.
Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo,
incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna.
Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta
indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande
serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano
e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha
una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si
incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano
piena di lettere e dirle
- Ti aspettavo
Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà, leggerà
le lettere una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu
si prenderà gli anni - i giorni, gli istanti - che quell'uomo, prima
ancora di conoscerla, già le aveva regalato. O forse, più
semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella
buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell'uomo
- Tu sei matto.
E per sempre lo amerà.".
(A. BARICCO, Oceano mare , Rizzoli, Milano, 1993, p. 22).
Un sogno?
"So che non siamo ancora liberi, né uomini, né donne. Non ci
parliamo da pari a pari. Ma io immagino (sogno)questo: di stare di fronte
ad un uomo che perda di fronte a me la sua tracotanza e si renda conto con
me di non sapere nulla, e questa conoscenza gli strozzerà in gola
la voce.... A me no; io ho sempre parlato con il dubbio in gola.
Gli uomini che come madri e amanti cresceremo, li prepareremo per questa
prova, perché vogliamo con loro vivere in forme aperte e alleate.
Ci incontreremo senza appartenerci, ci avvicineremo senza strangolarci in
legami troppo stretti; accetteremo l'uno dall'altro l'ombra di sconosciuto
che ci avvolge. Staremo nell'estraneità reciproca ammirando che l'altro
possa fare cose diverse da noi, dire cose che non capiamo e tuttavia ci
appartengono. Saremo noi gli Ultimi Mohicani dell'amore? Noi, le ultime donne?
Non so chi sono, né voglio saperlo, soprattutto non voglio averne
notizia da un altro. L'altro, se vorrò trovarlo, lo cercherò
al centro del mio proprio cuore. Nella realtà del cuore umano ("non
meno reale", insegna Simone Weil, "della traiettoria di un astro") so che
potrò trovare la giustizia: incancellabile.
(N. FUSINI, Uomini e donne. Una fratellanza inquieta ,
Donzelli, Roma, 1996, pp. 88-89).
La vita è tutto quello che abbiamo
"- Voi siete molto buono, Venafro.
Venafro sorrise in silenzio, poi disse:
- Non so neppure cos'è la bontà. Sto con voi perché
mi fa piacere. La vostra presenza mi rende ora lieto ora triste, qualche
volta mi fa soffrire molto. Ma sempre mi tiene vivo, mi fa godere di più
della gioia, rende più acuti i miei occhi e più sensibili le
mie orecchie; la mia mente è più desta, e se mai occorresse,
avrei più coraggio. Senza di voi, forse non soffrirei, ma vivrei di
meno. E la vita è tutto quello che abbiamo.".
(L. MANCINELLI, I dodici abati di Challant , Einaudi, Torino, 1981, p.
139).
Un mondo visitato:
commento al testo
* Questo capitolo, di cui esaminiamo l'inizio, è sul tema
dell'incarnazione, ed è già assai significativo il suo titolo:
un mondo visitato. L'idea di fondo è che ciò che noi sappiamo
circa l'incarnazione, quel movimento del salire e scendere di cui abbiamo
parlato e che è l'evento centrale del cristianesimo, non è
solo una affermazione su Dio, come siamo abituati a pensare: Gesù,
vero Dio e vero uomo, si è incarnato, che è il modo in cui
anche il credo dice; in questo testo si prova a rileggere partendo dal mondo,
cosa succede al mondo, alla globalità della storia, non solo a noi
come persone singole, cosa accade se il nostro Dio è un Dio così.
Già il titolo, dunque, dice la grande differenza tra il cristianesimo
e le altre grandi religioni monoteiste, perché l'idea di un mondo
visitato è l'idea di un mondo in cui c'è un passaggio (visitare
è arrivare e andarsene), quindi l'idea di una entità relativamente
autonoma, in qualche modo, rispetto a Dio, mentre spesso nelle religioni,
ad esempio quelle orientali, la realtà, il mondo, è cosa di
cui spogliarsi, da lasciare cadere, illusione, karma da pagare.
L'oggetto centrale del cristianesimo è invece il mondo come destinatario
di una visita, e questo ha grandi conseguenze. Ne vediamo alcune.
Se il mondo è visitato, vuol dire che ha una consistenza in sè,
e, dunque, consente l'ateismo e si può negare Dio (e l'ateismo storico,
infatti, nasce solo in paesi a matrice culturale cristiana): solo in una
realtà che ha la sua consistenza propria la fede è un dubbio
e non una risposta, si può concepire uno spazio dove, di fronte a
questo dubbio, ci si tenga solo la propria consistenza, senza chiedersi altro.
Se il mondo è visitato, allora la vita è sì una cosa
da vivere, e non solo da cui spogliarsi, o da guardare, attraverso cui passare
o una palestra di miglioramento, ma, nello stesso tempo e proprio per quello,
non si può identificare come un problema religioso la questione del
senso della vita e dell'autorealizzazione: essi hanno una loro propria e
autonoma consistenza e riguarda chi crede come chi non crede; è
sull'influenza orientale che oggi si tende a individuare come identico il
tema dello stare bene, dell'avere un senso nella vita, con la questione morale
e in particolare con la dimensione morale.
1. Dio in visita tra i suoi.
"Come ho riconosciuto a partire da un Dio unico un mondo molteplice, così
bisogna, a partire dal Dio trinitario, riconoscere un mondo visitato".
Questo inizio è molto bello, perché il primo movimento, quello
di discesa, è che da un Dio unico, matrice di tutta la creazione,
unica realtà, unico desiderio, unico sogno, questa autonomia del mondo
consente un mondo molteplice. C'è una possibilità di essere
tanti, belli, diversi, di tanti colori, ma, allo stesso modo, il movimento
di ascesa dice che, a partire da un Dio trinitario, non solo unico ma tre,
(I articolo del credo, Dio identità, parola e comunicazione), bisogna
riconoscere un mondo visitato. Infatti, se la logica è "identità,
parola, comunicazione-ricezione", cioè la Trinità come movimento
comunicativo, allora la necessità è quella di una visita, nel
senso comune di andare a trovare un altro, del dire la parola a qualcuno.
"Uso il termine visitato nel senso del Vangelo di Giovanni".
Questa citazione è proprio per dire l'inserimento nel discorso trinitario
già affrontato. Pensiamo la Trinità come un atto di comunicazione,
il Pare è l'identità, il Verbo è la Parola, lo Spirito
è il garante della ricezione, e non c'è sfasamento comunicativo
perché c'è perfetta comunione nella Trinità, tre persone,
tutte Dio allo stesso modo. L'identità di Dio, la sua comunicazione
e la ricezione sono perfettamente identiche; Il Verbo è parlato e
manda lo Spirito per poter essere ascoltato.
"Dio è in visita nel mondo".
Questo termine di "visita" vale sia per l'incarnazione, che per il dono dello
Spirito.
"Il pensiero trinitario di Dio è un pensiero di visitazione, che esclude
sia il pensiero della trascendenza nella sua immobile distanza e ritiro,
sia il pensiero della trascendenza nella sua fusione e confusione".
Questo è proprio il cuore del cristianesimo; l'idea della visita dice
benissimo che il Dio cristiano non è totalmente trascendente, altrove,
motore immobile di Aristotele, ma non è neppure totalmente immanente:
Gesù uomo come noi, l'unico fuso e inconfuso; è in visita,
mantiene una componente di trascendenza nell'immanenza.
"Dio stesso è in visita presso i suoi. Con questo termine di visita
dobbiamo intendere e l'effettività di una venuta e il senso di una
partenza, che non è assenza, bensì fiducia".
Siamo abituati a pensare l'incarnazione come il fatto che Dio è venuto
(Natale) e non pensiamo mai che significa anche che Dio è partito
e tutte le domeniche diciamo nella Messa "nell'attesa della tua venuta",
il che significa che è partito, non c'è.
2. L'avvento di Dio: Incarnazione e Pentecoste.
"La visita è innanzi tutto evento e avvento in mezzo al mondo. Per
questo essa conosce un tempo e un luogo".
Questa parte analizza prima il venire e poi il partire di Dio. Questo può
apparire banale o scontato, ma in realtà è decisivo, nel senso
che la determinazione storica, la particolarità storica, vuol dire
che Dio esce dalla sua totalità, dalla sua universalità: il
Dio eterno, onnipotente, onnisciente diventa un particolare, e ci sarebbe
da riflettere su quali conseguenze ha questo nel pensare il rapporto tra
universale e particolare. L'incarnazione dà un criterio precisissimo
in questo rapporto tra particolare e universale, sia come criterio teologico,
sia come criterio ecclesiologico. Praticamente quello che l'incarnazione
dice è che l'unico accesso che, nella storia, abbiamo all'universale
è il particolare, l'unico modo che abbiamo di avere un contatto con
il Dio onnipotente o con la Chiesa universale è il Cristo particolare,
storico, o la chiesa locale. Ma dice anche che tutti gli incontri con il
particolare che non conducono all'universale sono falsi. Questo ha, ad esempio,
enormi conseguenze in campo etico, su temi politici o economici. Il cristianesimo
storico moderno ha, normalmente, una buona capacità nella prima metà
del ragionamento (l'universale si incontra nel particolare) con la
popolarità delle chiese territorialmente diffuse, l'esaltazione della
morale delle piccole opere; ma ha almeno in parte dimenticato la seconda
metà, e cioè che il particolare deve essere trasparente di
universale.
"La visita di Dio nel mondo prende data e corpo. Essa non è né
una illuminazione puramente interiore, né una permanenza ormai acquisita".
Anche questa riflessione è assai densa di conseguenze: nei fatti il
cristianesimo viene per lo più vissuto come l'esperienza di un puro
dato interiore. Ormai per noi spesso il cristianesimo è un dato del
privato, una sorta di senso interiore che io do alle cose e ciò che
si vede all'esterno (ad esempio la carità) è una specie di
anonima conseguenza che io traggo di un processo privato, centrato sulla
correttezza e sulla giustizia. E questo finisce per avere, come conseguenza
non voluta, l'impossibilità di comunicare, sia tra credenti che verso
l'esterno, perché tutto è soggettivo (!!??!!).
Si rischia di vivere come con uno scisma in atto, perché moltissimi
di noi non possiedono più categorie oggettive su cui l'esperienza
di fede che si fa sia comunicabile. E' pur vero che le categorie oggettive,
così come sono state linguisticamente e contenutisticamente mediate
nell'ottocento e come sono arrivate a noi, sono assolutamente insufficienti
per la nostra esperienza di fede; dove, ad esempio, la mediazione oggettiva
è diventata il rosario, la devozione, un certo bigottismo comportamentale,
per noi essa è irriconoscibile come dato di oggettività; ma,
l'aver rinunciato a qualsiasi possibilità di mediazione di categorie
oggettive che consentano di poter ancora parlare della fede è un disastro.
Per esempio, questo trasforma la spiritualità nel culto del privato
e fa diventare la domanda di religiosità richiesta di significato
soggettivo e selettivo per bisogni non mediati.
"E' una presenza circoscritta, la cui unicità corrisponde a quella
stessa di Dio e la cui circoscrizione trova eco sia nel ruolo unico dei testimoni
apostolici che nel canone chiuso delle Scritture, conveniente anch'esso alla
densità di questa visita".
Si dice che la Rivelazione è chiusa con la morte dell'ultimo apostolo,
e che i vescovi sono successori "agli" apostoli, non "degli" apostoli,
perché il ruolo fondante degli apostoli come testimoni della risurrezione
è unico e irripetibile e vescovi e papa succedono ad essi per la
continuità della funzione non per la sostituzione del significato
(neppure il papa può cambiare la Scrittura!). Questa dottrina è
strumentale per indicare l'unicità assoluta del dato storico, di questa
visita di Dio rispetto al cristianesimo, che è corrispondente
all'unicità di Dio. Se Dio è un solo Dio, allora c'è
un particolare preciso, per i cristiani, un dato storico, che è la
sua visita nel mondo.
"Dio viene ed avviene. La sua visita ha la libertà del suo volere
come sola motivazione. E' questo il senso del Vangelo che è "buona
notizia", nella misura in cui è, insieme, buono come la venuta di
Dio nel nostro mondo, e nuovo come la sorpresa del suo intervento".
Questa spiegazione dell'espressione "buona notizia" è densissima.
E' buona perché la venuta di Dio nel mondo è buona, è
benevolente, non giudicante, ed è notizia nel senso che è nuova,
perché è la sorprendente novità. La visita di Dio ai
suoi è comunque sempre esperienza di fretta, urgenza, inatteso
accadimento.
"C'è presenza e incontro perché Dio porta al suo compimento
l'annuncio delle sue profezie nella realizzazione della sua incarnazione
per mezzo del Figlio e della sua effusione per mezzo dello Spirito. E' per
questo che il Nuovo Testamento moltiplica, nel tempo di mezzo, l'annuncio
della venuta degli ultimi tempi".
Il Nuovo Testamento, tra l'ascensione di Gesù e il racconto
dell'Apocalisse, nel tempo di mezzo, è pieno di annunci della fina
dei tempi.
"Il messianismo non è più soltanto categoria di attesa,
continuamente riportata e rinnovata, bensì dichiarazione di presenza
e compimento. ...... La visitazione di Dio, negli ultimi tempi, nel tempo
di mezzo, è l'evento centrale mediante il quale Dio stesso, unico
e trinitario, attesta che prende in mano la causa dell'uomo per l'uomo.
Così la ri-creazione del mondo mediante la riconciliazione afferma
e realizza il disegno di Dio con il mondo e per il mondo".
Il contenuto di questa visita è che Dio si mette dalla parte dell'uomo,
prende in mano la causa dell'uomo per l'uomo e ri-crea. Il Vangelo di Giovanni
è chiarissimo, usa tutti i paralleli della creazione: in Cristo, nuovo
Adamo, Dio fa una nuova creazione con il mondo e per il mondo, e questa è
l'opera messianica.
"Il Dio vivente si rende presente all'uomo vivificato. La trascendenza di
Dio in rapporto al mondo si trova confermata dalla presenza di Dio in questo
mondo. L'essenza di Dio, la sua ousia , è la sua venuta, la sua parousia
".
L'ousia, l'essenza, di Dio (della stessa sostanza del Padre), è lo
stesso radicale di parousia. Questo è il movimento discendente.
3. La partenza di Dio: uno spazio per la risposta
"Ma visitare, che dice presenza, dice anche partenza. ...... Si potrebbe
pensare che questa nozione di partenza non riguardi che il Figlio, risalito
presso Dio, sparito di tra gli uomini il giorno dell'Ascensione, e non lo
Spirito, che rimarrebbe ormai permanentemente in seno all'umanità.
Ma sarebbe dimenticare che lo Spirito passa, anche lui visitando, che egli
è soffio e vento, non deposito né garanzia.
Rimane quindi da capire perché il Dio, unico e trinitario, è
solo in visita nel mondo. Se solo Dio salva, come solo Dio crea, Dio non
è solo".
Dio crea lo spazio per la libera risposta. Tutto ciò è densissimo
di conseguenze. Se il concetto è quello di visita, il tema di arrivo
e quello della partenza vanno presi insieme.
L'arrivo è a imbuto: il Dio grande, eterno, immenso, universale, si
incarna in un particolare storico preciso e questo dice di un metodo; dice
che il problema del cristiano è abitare questo percorso che da una
parte ha un imbocco strettissimo ed è ogni particolare, ogni singola
cosa, la più banale, la più concreta, la più storicamente
contingente che vive, ma dall'altra ha l'eternità, l'infinito, la
totalità, l'interesse e il bene di tutti, ciò che non passa.
Il problema del cristianesimo è questo continuo viaggiare dal particolare
all'universale e viceversa.
Questa visita, poi, è una buona notizia, non solo perché Dio
è buono in sè, ma perché viene a visitare con buone
intenzioni, è benevolente, non come il padrone di casa che viene a
riscuotere l'affitto, ma come l'amico i visita, perché vuole stare
con.
E' buona perché è una visita benevolente ed è notizia
perché è nuova, perché è una cosa che non sapevamo
prima, perché è perennemente l'inatteso, l'imprevedibile, il
non calcolabile.
La buona notizia dell'Evangelo è che, in modo benevolente, la vita
è più grande di noi, in modo benevolente, c'è sempre
una risorsa in più, un tempo in più, una novità in più
e noi non siamo tutti e solo lì dove abbiamo coscienza di essere.
E' un modo sconvolgente di leggere il cristianesimo e ne è il centro.
Questo è il senso di un Messia, Dio viene in modo benedicente prendendo
in mano la causa dell'uomo per l'uomo, dandoci una vita in più, ciò
che non possiamo darci da soli, perché c'è una salvezza che
non possiamo darci da noi, e questo è ri-creazione. Non possiamo creare
noi stessi, la nostra vita: questa visita benedicente ci porta in dono l'inatteso
di noi stessi e ci mette in mano la creazione possibile, la nuova plasmazione.
Nella creazione Dio soffia lo spirito sul fango, dopo la venuta di Gesù
manda lo spirito ed è esattamente lo stesso gesto.
Poi c'è il secondo movimento: la partenza. E' chiaro che una visita
comporta un addio e questo tende ad essere da noi sottovalutato; non riguarda
solo il Figlio, ma anche lo Spirito: è la totalità di Dio che
si era fatto particolare e torna nell'universale, che in un qualche modo
arretra. Questo arretramento è la creazione dello spazio per la
responsabilità e la libertà, fa della rivelazione una rivelazione,
cioè un velare due volte, non uno svelare. Mostra in un particolare
L'universale e lo mostra in modo nascosto, al punto che gli stessi contemporanei
di Gesù possono domandarsi "Chi è costui?". La partenza è
lo spazio per cui noi possiamo dire "Chi è costui, cosa è questa
notizia, quale è la causa che io voglio combattere per la mia stessa
vita?". Se Dio non partisse non potremmo chiederci quale è a causa
per cui voglio combattere, perché se Lui è qui, è la
manifestazione totale e la causa è la sua. Lui invece si ritira
perché possiamo chiederci se la causa che vogliamo combattere per
noi stessi è quella stessa che Dio ha preso in mano per noi oppure
no. Ci lascia da chiederci quali sono i nostri desideri e come facciamo ad
occuparcene, ognuno deve porsi per sè la questione su quale è
la sua causa.
Lo spirito, che è libertà, deve andarsene: è un tema
assai complicato per questo nostro secolo, la separazione: cosa è
una separazione feconda, redentiva, non vissuta come un insulto? Questo è
un tema veramente profetico che il cristianesimo avrebbe da offrire a questa
cultura, che ha inventato la psicoanalisi per poter sopportare le separazioni.
Ogni differenza, ogni distanza è vissuta oggi come un furto, un giudizio,
un insulto alla mia integrità, e dunque facciamo un grande
difficoltà a vivere la differenza. Nella migliore delle ipotesi ci
riesce di tollerare la differenza; il problema è che il cristianesimo
insegna che la separazione è L'unico percorso redentivo possibile
nella storia, che non c'è altro modo per essere sè se non
separandosi. E questo non è un dramma, una maledizione, ma la salvezza..
Nel testo che stiamo commentando ci sono tre verbi centrali: solo Dio salva
, solo Dio crea , ma Dio non è solo . Infatti è la Trinità,
e c'è una differenza tra L'essere il solo che fa una cosa, ed essere
solo. Capiamo questa cosa pensando alla differenza che c'è, nella
nostra esperienza, tra essere soli e sentirsi soli, e sappiamo che è
possibile sentirci soli pur non essendo oggettivamente soli. Dio solo salva
e crea, m Dio non è solo: è difficile per noi tenere insieme
queste due cose, se crediamo che solo lui può, allora lo pensiamo
solo, se lo pensiamo non solo allora ci sentiamo in grado anche noi di salvare
e creare.
Usando L'esempio del rapporto amoroso, sappiamo che c'è sempre una
crisi in un amore nel trovare la misura tra L'essere in due, vivere in due,
e insieme essere posti dall'esistenza di fronte a cose che si possono e devono
fare unicamente da soli (ad esempio una psicoanalisi).
"Dio non esiste in concorrenza, bensì in corrispondenza con L'uomo.
La partenza di Dio fa posto alla libertà della risposta dell'uomo
a quanto Dio dona. La partenza della presenza crea lo spazio della
responsabilità, come il compimento della creazione crea lo spazio
della storia".
In genere, in un rapporto amoroso, quando si scopre che fare soli non è
uguale ad essere soli, allora la presenza dei due, entrambi, a pieno titolo,
è totale, tutti e due ci sono e sono loro due, si superano tutti gli
atteggiamenti simbiotici di un rapporto in cui uno "usa" L'altro; c'è
una autonomia che non nega affatto la presenza, in cui ciascuno è
autonomo, ma è lì e c'è tutto. Questo significa "la
partenza della presenza crea lo spazio della responsabilità come il
compimento della creazione crea lo spazio della storia".
Quando vogliamo dire che due hanno un rapporto diciamo che hanno una storia;
questa è una delle meraviglie creative del linguaggio comune, perché
dice assai bene che nasce una storia dove c'è una relazione, la
possibilità che ci sia una storia è che ci siano due
identità, due diversi, dunque separati, che hanno una relazione. Questo
è verissimo tra L'uomo e Dio: Dio ha creato una storia perché
nella distanza tra noi e lui ha instaurato una relazione possibile.
"La venuta della Parola e L'effusione dello Spirito creano lo spazio della
vocazione e della santificazione".
Questo testo ricupera parole molto tradizionali (ad esempio vocazione) in
un ragionamento molto innovativo e entro categorie mentali molto moderne
per comprendere appieno il patrimonio antico. Normalmente comprendiamo vocazione
e santificazione in senso ottocentesco, devozionistico, in cui vocazione
vuol dire cosa uno fa nella vita e santificazione significa diventare molto
pii e un po' noiosi.
Nel linguaggio amoroso, vocazione e santificazione significano identità
autonoma e relazione pura. Identità autonoma dice certamente anche
qualcosa di globale sulla vita, non solo di contingente, ma non è
solo ciò che uno fa nella propria esistenza, se è chiamato
alla vita religiosa o al matrimonio, ma dice invece anche tutta una
quotidianità, una riappropriazione di sè che ha un percorso
a volte quasi invisibile, che passa per tratti oscuri, va sotto terra e riemerge,
che è complesso. La vocazione è un sistema aperto, non c'è
da qualche parte scritto accanto al nome di ciascuno cosa deve fare, invece
si interagisce con il reale, con quello che accade, con quello che viene
fuori da noi e si ha continuamente una ridefinizione della propria individuazione
di sè. Mano a mano si diventa sè, e all'inizio si poteva diventare
centomila sè diversi e mano a mano, sempre più, ci si individua
come uno che è lui e non è interscambiabile.
Santificazione, poi, è essere totalmente presenti alla relazione con
Dio, L'esserci; non solo io, quanto a me, ho una identità autonoma,
che sta in piedi da sola, ma in questa identità io ci sono dentro
la relazione, con la mia totalità nella totalità di essa, anche
quella non ancora manifestata, ci sto giocando il mio futuro possibile, giocando
che la relazione stessa diventi uno degli elementi di ridefinizione del mio
processo di individuazione futura. Non solo ci sono con la totalità
di me, ma anche con la potenzialità di quello che ancora non si vede.
"Partenza non è né assenza, né oblio, né ritiro,
bensì fiducia offerta, vita data, avvenire offerto".
Partenza è, nel caso di Dio, che Dio c'è con i futuri possibili,
un poeta dice che L'angelo dice di sè di essere custode del tuo passato
e presente dei tuoi futuri; Dio c'è come custode del passato perché
è venuto e presente di tutti i futuri possibili perché è
partito.
"c'è nell'opera stessa della riconciliazione e della redenzione la
restaurazione della distanza, che costituisce la libertà e permette
L'amore".
La partenza crea un termine verso dove, comporta una distanza , un'aria tra
i due e L'aria è il territorio fecondo di un rapporto, L'aria divide
e anche riunisce. Questa separazione è il cuore vero, pulsante, del
rapporto; la redenzione è la restaurazione di questa distanza, costituisce
la libertà e permette L'amore. Abbiamo vissuto come una conquista
la cancellazione di ogni distanza, così ora stiamo collassando, abbiamo
bisogno di aria. Ad esempio, in campo ecumenico si è a lungo parlato
di ricerca dell'unità; ora si preferisce parlare di differenze
riconciliate. L'obiettivo è che ognuno resti ciò che è.
"La nozione di visitazione è così appropriata per situare il
faccia-a-faccia di Dio e dell'uomo, partner di Dio, di Dio e del mondo, compagno
dell'uomo. ...... Il pensiero trinitario contesta che il mondo sia dimenticato
da Dio, nella decadenza di un'indifferenza, o nelle rivendicazione di
un'autonomia. Ma esso contesta anche che il mondo sia invaso e manipolato
da Dio, nell'asfissia di una dipendenza, o nella ristrettezza di un'eteronomia".
"La condizione del mondo, molteplice e visitato, è di essere L'alleato
di Dio contro i loro avversari comuni, la diffidenza e la concorrenza, che
portano alla gelosia e al delitto".
Si è detto che Dio prende in mano la causa dell'uomo per L'uomo; ora,
parlando della partenza, si dice che il mondo ha come condizione di essere
alleato con Dio contro i loro avversari comuni, di Dio e del mondo: la diffidenza
e la concorrenza che portano alla gelosia e al delitto.
Dunque, il mondo alleato di Dio contro i nemici comuni: noi pensiamo sempre
che c'è Dio da una parte, che stabilisce dei comandi, e noi,
eventualmente, se stiamo dalla sua parte, abbiamo alcuni nemici che in
realtà sarebbero nemici di Dio; in fondo ci sentiamo al soldo di Dio,
mercenari di una guerra sua, lui ha stabilito i dieci comandamenti e a noi
tocca eseguirli per poter avere poi la paga. Mentre è molto bella
(e vera) L'idea che il mondo diventa alleato di Dio contro i nemici comuni.
Questa è una parafrasi di Paolo il quale scrive sì L'inno alla
carità e, nella stessa lettera, il catalogo dei peccati, dell'anticristo,
di ciò che è contro la buona notizia.
Diffidenza e concorrenza sono la negazione della relazione. Diffidenza è
vivere la distanza, la separazione, in modo non redento, come pericolosa,
minacciosa, insultante, derubante; concorrenza è la sofferenza,
L'annullamento della distanza in nome del potere. Esse portano alla gelosia
e al delitto: da Caino e Abele in poi, quando la distanza è vissuta
non come lo spazio di un amore possibile, ma come un pericolo costante. Da
questo punto di vista va ridetta L'etica, la radice di ogni peccato è
vivere la separazione come una minaccia, che è L'idolatria, è
il pensare, il vivere una signoria di sè o delle cose, come ciò
che governa la distanza, cioè il non vivere la distanza come un dato
ricevuto e dunque come possibilità di libertà e di amore, ma
invece come dato da gestire in cui devo difendermi, calibrare in termini
di potere. Se vivo la distanza, la differenza e dunque L'autonomia dell'altro
come una minaccia, poi allora in qualche modo devo difendermi: o annullo
L'altro, con il delitto, o, con la gelosia, sono nella perenne invidia e
nel controllo dell'altro.
"La rivelazione è pienamente e solamente una visita".
Dio non sta dalla parte dei suoi e dei nostri nemici, dunque non vive la
distanza tra lui e noi né come gelosia, né come delitto, né
come distanza preoccupata, assenza, né come sopraffazione, ma come
una visita, come il luogo di un incontro possibile in cui lui può
venire a trovarci, in cui bussa e, se apriamo, si cenerà insieme.
"E' così che il mondo conosce Dio in forma di Parola e di Soffio,
non in forma di magia, né di simbolo. Poiché la magia chiude
e il simbolo designa".
Il luogo della visita è quello in cui si chiacchiera, il luogo in
cui incontro L'altro non minaccioso, L'altro parla con me con libertà
e gratuità infinita. La magia chiude con la sua ritualità per
condizionare il risultato, per governare L'altro. La magia è la forma
del governo dell'altro, della realtà; abbiamo molte forme di magia,
per esempio la nostra incapacità di lasciare spazio al nuovo, tentando
di controllare tutto, di avere tutte le garanzie possibili, forma moderna
di una magia fatta non con le formule, ma con i soldi.
Il simbolo designa, perché il simbolo rimanda ad una alterità
che non c'è, ad un'assenza, il simbolo evoca e non fa incontrare.
"Ma la fede visita la Parola, che illumina e nutre". |