Gruppo del Venerdì L'Apocalisse - 14 Siamo giunti agli ultimi due capitoli
dell’Apocalisse. Essi sono tra i più conosciuti, almeno in alcuni
versetti che si ascoltano spesso nella liturgia e danno la chiave di
lettura del testo. Come più volte ho detto, l’Apocalisse è uno strano
libro perché non è totalmente sconosciuto, ma lo si conosce soprattutto
per immagini molto frammentarie. Mentre per il libro dell’Esodo abbiamo
più o meno il senso del racconto anche senza conoscerne i singoli
versetti, per l’Apocalisse è il contrario, ne conosciamo singoli
versetti, ma ci manca il quadro di “funzionamento generale”. Leggiamo il testo. “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché
il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più.
Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da
Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce
potente che usciva dal trono: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini!. E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco io faccio
nuove tutte le cose”; e soggiunse: “Scrivi, perché queste parole sono
certe e veraci. Ecco sono compiute! Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli
omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idòlatri e per tutti i
mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. E’ questa
la seconda morte”. Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe
piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: “Vieni, ti mostrerò la
fidanzata, la sposa dell’Agnello”. L’angelo mi trasportò in spirito
su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme,
che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo
splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di
diaspro cristallino. La città è cinta da un grande e alto muro con
dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i
nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a
settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte.
Le mura della città posano su dodici basamenti, sopra i quali sono i
dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. Colui che mi parlava aveva come misura una canna
d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. La città è
a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo
misurò la città con la canna : misura dodici mila stadi; la lunghezza,
la larghezza e l’altezza sono eguali. Ne misurò anche le mura: sono
alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini
adoperata dall’angelo. Le mura sono costruite con diaspro e la città è
di oro puro, simile a terso cristallo. Le fondamenta delle mura della città
sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di
diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedònio, il quarto di
smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di
crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di
crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. E le
dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola
perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo
trasparente. Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio,
l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha
bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria
di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello. Le nazioni cammineranno alla sua luce Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come
cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla
piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un
albero della vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le
foglie dell’albero servono a guarire le nazioni. E non vi sarà più maledizione. Poi mi disse: “Queste parole sono certe e veraci. Il
Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per
mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra breve. Ecco, io verrò
presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro. Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose.
Udite e vedute che le ebbi, mi prostrai in adorazione ai piedi
dell’angelo che me le aveva mostrate. Ma egli mi disse. “Guardati dal
farlo!. Io sono un servo di Dio come te e i tuoi fratelli, i profeti, e
come coloro che custodiscono le parole di questo libro. E’ Dio che devi
adorare”. Poi aggiunse: “Non mettere sotto sigillo le parole
profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino. Il perverso
continui pure a essere perverso, l’impuro continui ad essere impuro e il
giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora. Ecco io verrò presto e porterò con me il mio salario,
per rendere a ciascuno secondo le sue opere. Io sono l’Alfa e l’Omega
, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine. Beati coloro che lavano
le loro vesti: avranno parte all’albero della vita e potranno entrare
per le porte nella città. Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli
omicidi, gli idolàtri e chiunque ama e pratica la menzogna. Io, Gesù, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a
voi queste cose riguardo alla Chiese. Io sono la radice della stirpe di
Davide, la stella radiosa del mattino”. Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”. E chi
ascolta ripeta: “Vieni!”. Chi ha sete venga; chi vuole attinga
gratuitamente l’acqua della vita. Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di
questo libro: a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere
addosso i flagelli descritti in questo libro; e chi toglierà qualche
parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita
e della città santa, descritti in questo libro. Colui che attesta queste cose dice: ”Sì, verrò
presto!”. Amen. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signore Gesù sia
con tutti voi. Amen!”. Questa è la visione conclusiva, costruita intorno alla
visione della Gerusalemme celeste. Poi c’è l’epilogo, una specie di
discorso finale di Gesù in prima persona, unica volta che accade
nell’Apocalisse. Queste pagine, molto belle, sono la logica conclusione.
Se fino a qui si è seguito il senso del libro lasciando man mano cadere
l’idea di Apocalisse come giudizio finale per ragionare sulla centralità
della storia e dell’evento di Cristo all’interno della storia, a
questo punto si staglia chiaramente questa visione. Ci sono due domande classiche che tutti gli studiosi si
sono fatti circa questi capitoli:
I protestanti sono molto netti e dicono: “Gerusalemme
qui è simbolica, la realtà è dopo la storia, quindi è qualcosa alla
fine e basta”. Invece la lettura di testi analoghi a quello
apocalittico, in area più fondamentalista, ortodossa, ebraica o vicina al
mondo degli ebrei, è all’estremo opposto: è reale e la questione è
storica. Bisogna discutere se è Gerusalemme di Israele o un’altra città. Il patriarcato di Mosca ha a lungo sostenuto che Mosca
era la Gerusalemme discesa dal cielo; Roma era Babilonia, la grande
prostituta che aveva ricevuto da Gerusalemme la rivelazione e l’aveva
tradita. Il patriarcato di Costantinopolil sosteneva che era passata a
Costantinopoli e quello di Mosca che era passata da Mosca. I cattolici sono sempre stati, almeno negli ultimi
duecento anni, in una posizione intermedia: è reale, ma anche un po’
simbolica, è nel tempo ma anche dopo il tempo, da non prendere troppo sul
serio, dopo il tempo, ma senza spostarla troppo in avanti, con tentativi
di equilibrismi. Su questo punto, secondo me, il tipo di lettura che
siamo andati facendo, in cui l’insistenza era non tanto sulla fine del
mondo, attraverso Israele, la chiesa e poi la fine del mondo, ma sulla
questione che Giovanni si pone dopo Israele, la venuta di Gesù come la
battaglia di Meghiddo, di Armagheddon, cioè se la questione è spostata,
in tutto il libro, sulla questione intrastorica, non ha più senso la
domanda se Gerusalemme sia reale o simbolica, se fuori o no della storia.
L’unica risposta sensata è che questa è una visione spirituale e, come
tutte le cose spirituali, è reale e simbolica, nel tempo e oltre il
tempo. La prima conclusione rispetto al libro
dell’Apocalisse è che è un libro spirituale. Ma che cosa significa
spirituale? A questo punto dovrebbe essere abbastanza chiaro: spirituale
significa “secondo lo Spirito”, non come pura interiorità soggettiva,
come interpretazione simbolica, intimista, né puramente “del cielo”
come contrapposto alla terra, del futuro contrapposto al presente, ma
invece in una lettura dinamica. Secondo l’esempio fatto già più volte,
tutti i gesti, la parole, le frasi più comuni dentro un rapporto di
affetto o di amore, sono espressioni secondo lo spirito di quel rapporto,
non sono inventati, ma non sono neanche soltanto la loro materialità
reale. Il rispondere male all’altro, a seconda del tipo di rapporto, ha
valori diversi, mai è inventato, altrimenti si è psicotici, ma
contemporaneamente è diverso rispondere seccamente al capoufficio, alla
propria moglie, al proprio marito o figlio anche se materialmente si usa
la stessa frase. Ognuna delle frasi è interpretata nello spirito di quel
rapporto. Una frase corretta, anche se dura, rispetto al proprio superiore
è perfettamente legittima; tra moglie e marito lo è molto meno in quanto
il criterio non è la correttezza, rispetto al figlio può essere dannosa
perché la correttezza con un figlio, magari adolescente, è inopportuna
essendo il problema di tipo educativo. Quando si dice che quella dell’Apocalisse è lettura
di un libro spirituale, si dice che è la lettura nello spirito della
relazione che Giovanni, discepolo di Gesù, pensa tra l’umanità e Dio,
in Cristo risorto. L’immagine della Gerusalemme celeste non è una
visione strana, astratta ed ha riscontri interni a se stessa, ad esempio
il raccogliere tutta la tradizione dell’attesa, del desiderio di Israele
ed il valore, il senso di questa città che accoglie tutte le nazioni. Ma
tutto ciò dentro lo spirito di un rapporto che è diverso, perché, ad
esempio, non c’è più il tempio e non esiste più nulla di impuro
dentro la città: la distinzione tra puro ed impuro è cambiata; non ci
sono più, come in Levitico, i maiali, le bestie ungulate, i gentili, i
samaritani, ma i menzogneri, i peccatori in genere. In questo senso tutta la Scrittura è un libro
spirituale di cui dire simbolico è troppo poco. Dire simbolico
dell’Apocalisse è una lettura legittima, ma culturale, come dire che
l’Odissea, l’Iliade o l’Orlando Furioso hanno passaggi metaforici o
simbolici. E’ una descrizione del testo letterario che usa determinati
artifici letterari e, da questo punto di vista, l’Apocalisse è un testo
simbolico. Dire che è realista è caricarla troppo. La sua
lettura propria, la sua autocomprensione in cui Giovanni scrive, è quella
del testo spirituale, quindi la Gerusalemme celeste è spirituale, come
una realtà che già agisce dentro e che dunque chiede di manifestarsi
fuori. In un rapporto tra due persone che si amano,
normalmente, tra il momento in cui nasce il desiderio di condividere il
tempo, la quotidianità, ed il momento in cui il desiderio si realizza,
passa del tempo che è condizionato da una serie di fattori, come il
denaro, la casa, le proprie paure, le cose da finire.... Quel tempo è la
storia, tra quando la realtà spirituale agisce come organizzatrice di
senso all’interno e come ispiratrice delle azioni che vengono orientate
nella direzione di una realizzazione che ancora non c’è perché la
totale realtà di quella cosa ci sarà solo alla fine del percorso. In questo senso l’Apocalisse e la Gerusalemme celeste
riguardano l’oggi tanto quanto il futuro: un credente in rapporto con
Dio già vive la Gerusalemme celeste dentro di sé, ma vive anche la
fatica del costruirla, ad esempio, nei rapporti, nell’economia, nella
politica, dove tutto non è ancora così chiaro, cristallino, senza
menzogneri e immorali. Questo è l’unico motivo per cui un cristiano
dovrebbe impegnarsi. Oggi sembra che si è cristiani solo se ci si impegna
nel servizio, nel volontariato, invece funziona esattamente al contrario:
se dentro di noi siamo reintegrati in un rapporto con Dio, diciamo nella
Gerusalemme celeste, allora ciò che facciamo verso il fuori è tentare di
restaurare e far crescere la stessa Gerusalemme celeste. Allora i criteri rispetto all’esterno non sono
moralistici, cioè non è la correttezza, ma sono i criteri dell’oro e
del cristallo, del lusso di questa città e dunque della calma, del
piacere della ricostruzione di un territorio di umanità sovrabbondante.
L’immagine del fiume che attraversa la città e nessuno lo imbriglia,
che per un popolo perennemente accampato nel deserto è uno spreco, è
veramente la sovrabbondanza. Questo è il quadro in cui si parla della
Gerusalemme celeste. Per Giovanni è molto chiaro che, poiché Gesù è il
Messia, cioè il culmine di tutte le Scritture, tutto questo può accadere
per la Sua morte e resurrezione. Il dato interno non è uguale prima di
Gesù e dopo di Gesù. Per Giovanni è molto chiaro: gli ebrei vivono
secondo la legge perché non hanno dentro una Gerusalemme celeste che è
Cristo; solo dopo Cristo e la sua battaglia di Meghiddo si può stare con
una Gerusalemme dentro e quindi costruire una Gerusalemme fuori. E’ molto forte, negli ultimi due capitoli, il tema
della continuità e discontinuità rispetto ad Israele. Giovanni usa tutte
le figure, le misure, le immagini dell’Antico Testamento ed è come se
facesse lo sforzo finale di rigirare tutto, mediante un’operazione
finissima per chi conosce le scritture ebraiche, come lui ed i suoi
contemporanei, per mescolare le citazioni profetiche dentro una struttura
di citazioni di Genesi. (Nella Bibbia di Gerusalemme si possono notare
molte frasi in corsivo che sono le citazioni dell’A., di Zaccaria,
Ezechiele, Isaia, e che Giovanni usa con una quantità non casuale. In
tutto il libro ne compaiono una ogni trenta righe, qui una ogni due
righe). Per un ebreo, Genesi è un testo molto strano: è il
testo delle intenzioni originarie di Dio, ma non c’è ancora il popolo
eletto. Genesi 1-11 è prima dei grandi patriarchi e l’universalità a
loro torna male. La consolazione è che in Genesi c’è il racconto del
peccato. L’umanità sbaglia, Israele no perché viene eletto tra le
genti: Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, la rivelazione del nome, la
liberazione dall’Egitto. Quindi l’uso rispetto al finale è sempre dei
profeti, mai di Genesi, perché l’attesa messianica è quella profetica.
Il resto di Israele, è il ritorno dall’esilio, la ricostruzione del
tempio, Gerusalemme ricostruita come città salda sulla roccia, non
l’Eden. Noi, siccome siamo di matrice cristiana, abbiamo
interiorizzato, invece, che all’altro capo sta di nuovo Eden e ciò è
talmente normale per noi che non ci rendiamo conto della differenza. Nel paradiso terrestre non c’erano il tempio, la
circoncisione, benché i rabbini poi facciano interpretazioni varie. Nei
giorni scorsi ho ascoltato la conferenza di un rabbino il quale ha letto
Genesi 1,1: “In principio Dio creò il cielo e la terra”. Nel commento
il ragionamento era più o meno questo: Dio creò dal nulla il cielo e la
terra, dunque ne è padrone, dunque la dà a chi vuole, dunque l’ha data
ad Israele, dunque gli arabi non devono avanzare pretese. Leggendo così le prime righe ci si gioca tutto quello
che segue. Noi non potremmo mai fare un simile ragionamento perché per
noi non ha la stessa potenza di identificazione di popolo, per cui poi
bisogna fare i salti mortali per recuperare la parte universalistica
precedente. Molti sono i Midrash che dicono cosa c’era prima della
creazione, ad esempio le tavole della Legge, tutta una serie di cose che
in realtà identificavano Israele perché il problema era già dire che lì
si era fatto un brodo di cultura, il paradiso terrestre, per continuare
Israele. Giovanni prende tutto il patrimonio per collocarlo in
una struttura tipica di Genesi. Quindi abolisce il tempio e dice “tutte
le nazioni” eliminando ogni particolarismo; piazza il fiume, tutte le
acque che scorrono sulla terra (secondo la tradizione ci sono gli oceani,
poi le acque sopra il cielo; le acque che scorrono sulla terra invece
nascono tutte in modo sotterraneo dal fiume del paradiso terrestre) ed
aggiunge pure l’albero della vita, del quale era proibito nel Paradiso
raccogliere i frutti perché causa del peccato originale, ma le cui foglie
guariscono e si hanno ora dodici raccolti, frutti in ogni mese. E’ nettissima la sua intenzione di ristabilire, per
cui assume tutta la storia: patriarchi, Mosè, terra promessa, il tempio,
l’esilio, ma anche l’Eden, e lo pone in Gerusalemme dove tutte le
nazioni saliranno. E’ un’operazione geniale, talmente evidente per noi
che non ci ragioniamo più quando, per definire una persona dal punto di
vista dei credenti, diciamo è “l’essere immagine e somiglianza di
Dio”, cioè il richiamo a Genesi e non ci viene in mente di dire, come i
farisei di fronte a Gesù, “siamo i figli di Abramo”, anche se in
effetti lo siamo. Nella genealogia spirituale i seguaci delle le tre
grandi religioni che si rifanno ad Abramo sono gli ebrei, i cristiani, i
musulmani; quindi ci mettiamo in quella famiglia, ma la qualificazione
dell’essere umano per noi è connessa a Genesi, a Dio che crea, non alla
qualificazione etnica. Questa questione fa una differenza. Non è solo il problema di essere universali oppure limitati ad un popolo; fa una differenza radicale rispetto a qual è il desiderio interiore capace di costruire la realtà che abita in noi. Se il proprio desiderio interiore è, come in Giovanni, il sogno universalistico di Genesi, creazionale, per esempio è possibile la secolarizzazione, mentre per gli ebrei essa non si dà. Intervento: c’è fondamentalismo allora? No, questo anche nel cristianesimo. Non è un problema
di fondamentalismo, ma nel cristianesimo è possibile pensare alla dignità
di una realtà laica che non riconosce l’interlocuzione con Dio. C’è
uno spazio per pensarla, anzi per pensarla come questione ideologica. Cioè
ci interpella un mondo diventato adulto che si dà le sue leggi e ci pone
una domanda. Un ebreo dice sono ebreo, non dice sono un ebreo non
praticante, non religioso perché o uno è ebreo o non lo è. La domanda
“credi?”, ad un ebreo, non ha senso; al massimo ha senso chiedere se
osserva il sabato, la pesah, gli azzimi e non se è osservante in quanto
non c’è un’osservanza. Noi abbiamo molto l’idea di fede come scelta
e quindi esiste la dignità di scegliere e di rifiutare.
Intervento: ma c’erano ebrei che si
definivano atei. Non in senso stretto; questo è stato un dramma ad
esempio nella fine ottocento- novecento che non a caso ha significato una
cosa molto grave: la storia di ebrei sionisti, per usare una terminologia
politica, che sono andati in Israele mentre quelli che si definivano
integrazionisti o illuminati, mai “atei”, sono stati massacrati nel
senso che, sentendosi prima tedeschi che ebrei, non sono andati via dalla
Germania. C’è una complessità di autocomprensione e di
conseguenza di richiamarsi a Genesi oppure no che lascia uno spazio di
autonomia per le realtà mondane, cioè una laicità possibile. La logica di Giovanni dice che la chiesa riprende
Israele, ma in qualche modo lo supera abbondantemente e la storia supera
la chiesa in quanto non c’è più culto alcuno nella nuova Gerusalemme.
La relazione, quello che noi prima abbiamo chiamato lo spirito di un
rapporto tra gli uomini ed il loro Dio, è restaurata secondo la vita
originaria di Genesi, cioè c’è accesso alla vita divina, vedremo con
alcune differenze perché non è solo un ritorno indietro, ma un
superamento, si è reintrodotti nella vita divina ed in qualche modo tutto
è superato. L’insistere che non c’è più bisogno di lampada, né
di luce, né di tempio perché il Signore Dio li illuminerà è il
richiamo primario. Questo è il quadro. Alcune osservazioni sparse sul testo. L’inizio è “Vidi un cielo nuovo e una nuova
terra”. Per Giovanni il cielo è la dimora degli angeli, la terra quella
degli uomini; Satana viene cacciato in mare prima dall’uno e poi
dall’altra ed in questa Gerusalemme celeste c’è un fiume, ma non più
il mare. Ci sono angeli e uomini, l’invisibile ed il visibile. Noi oggi
non avremmo usato l’espressione angeli, avremmo detto la psiche,
l’aspetto emozionale, non materiale. C’è spazio per una complessità
ed una diversità delle dimensioni dell’uomo, ma non c’è più il
mare. E nuovo non significa ciò che viene dopo la catastrofe, come ogni
tanto a noi viene da dire, pensando l’Apocalisse come la fine del mondo
dove tutto si è scassato, c’è stata la guerra mondiale, la terra è
scoppiata ed allora è comparsa, non si sa bene da dove, una nuova terra.
Nuova vuol dire proprio nuova. Nell’antichità, quando compare lo stesso aggettivo
con diversi sostantivi ciò che conta è il sostantivo. Noi, se diciamo
nuovo cielo e nuova terra, quello che notiamo è nuovo; invece ciò che
Giovanni sta dicendo è che cielo e terra sono sì nuovi, ma sono qui e
sono tutta la complessità della realtà che abbiamo: la dimora degli
uomini e degli angeli che sono nuove. E’ chiaro il disegno di Giovanni: “ Dio creò il
cielo e la terra”, inizio Genesi; “Vidi un nuovo cielo e una nuova
terra”, Apocalisse 21. E’ il richiamo della prima riga del capitolo di
Genesi e, come Dio crea il cielo e la terra in funzione dell’uomo, qui
un nuovo cielo e una nuova terra vanno a finire sul discorso di Gesù. “Io Gesù vengo presto...”: c’è la stessa
progressione letteraria; Genesi inizia con “Dio creò il cielo e la
terra....” fino al compimento del racconto che è la creazione
dell’uomo. Qui c’è “Vidi un nuovo cielo e una nuova terra”, fino
a che Gesù parla. E questo libro inizia con “Rivelazione di Gesù
Cristo”. La Gerusalemme scende su un monte. Scende, ed è già
una cosa strana. Dal cielo, in tutta l’Apocalisse, sono piovuti segni
malvagi, stelle rutilanti, fiamme, terremoti, ora scende in una visuale
dolce questa città magica, principesca, e si posa su un monte. La contrapposizione per Giovanni è molto chiara, perché
era chiara nella mente dei suoi lettori: la donna che doveva partorire
l’umanità è fuggita nel deserto dove è stata inseguita; la battaglia
definitiva avviene sul monte di Meghiddo e dunque Gerusalemme scende sul
monte che dà sicurezza, stabilità, come su una roccia. Il racconto del settimo angelo è analogo a quello già
letto del giudizio su Babilonia la grande e sulla prostituta. Ma si
inserisce una novità: Dio è venuto ad abitare in mezzo agli uomini. E’ un’espressione a cui siamo molto abituati, che a
Natale ci rintrona nella testa con il rischio di essere totalmente
religiosa; al massimo ci dà un po’ di tenerezza, una vaga emozione. Ma
può succedere che il suo senso spirituale non si capisca più. Qui c’è
una distinzione rispetto a tutti i cammini spirituali religiosi, che sono
sempre cammini di ascesa, in cui l’uomo si deve in qualche modo
innalzare a. Qui è nuovamente il contrario: Gerusalemme scende e Dio
scende tra gli uomini. Traduzione: cosa occorre fare per essere cristiani?
Niente, perché non c’è una progressione di ascesa. Dio è già venuto
ad abitare in mezzo agli uomini, dunque bisognerebbe, possibilmente, non
calpestarlo. Non è che si debba fare chissà che, ma evitare di passargli
sopra come un panzer talmente si è occupati a fare il bene senza vederLo. Questa è una traduzione minima e se ne possono trovare
altre perché qui sta il centro della novità del cristianesimo ed è una
delle questioni più forti ma anche più disinnescate della nostra
esperienza religiosa. Ad esempio tutti noi siamo abituati a pensare: Dio è
venuto ad abitare tra gli uomini. E’ vero, credo in Gesù Cristo, a
parte che ciò è avvenuto duemila anni fa, chissà cosa davvero è
successo, cosa hanno visto e capito i contemporanei, comunque si tratta di
un fatto concluso. Al massimo oggi è una pia devozione. Forse Dio è tra
gli uomini con l’eucarestia, ma cosa voglia dire ciò in modo concreto e
reale..... Significa che devo credere che Gesù è nell’eucarestia. E ci
spostiamo sul rassicurante territorio di un cammino di ascesa, di
perfezione spirituale, però che cosa significhi l’esperienza che Dio è
sceso tra gli uomini, che questo accade, meriterebbe di essere ragionato
un po’. Nell’Apocalisse si usa l’immagine tipicamente
veterotestamentaria che i cristiani, tranne Giovanni, usano con una certa
fatica, ed è quella delle nozze, della sposa. L’immagine delle nozze è
proprio esplicita ed attraversa tutto l’AT I cristiani ne hanno una
certa diffidenza perché il loro problema è distinguersi dagli ebrei. Noi
oggi abbiamo visto che usare quest’immagine funziona, ci dice una serie
di cose. In questa nuzialità non c’è più tempio perché dal
tempio si passa alla città che viene tutta misurata. All’inizio
Giovanni diceva che il tempio era tutto misurato, con l’esclusione del
cortile, e ci chiedevamo perché, ma era per contrapposizione a qui dove
l’angelo misura la città. Per la nostra cultura del novecento, non interpretando
Giovanni, ma lasciandoci interpellare nella nostra realtà, è molto
chiaro che cosa significhi che non c’è più il tempio e che tutte le
azioni proprie del tempio sono della totalità della città che è
descritta con le dodici fondamenta, le dodici porte, i nomi degli
apostoli, delle dodici tribù, come il tempio. Qui è un’esclusione del tempio, ma il soggetto del
culto spirituale è la città. Ad esempio, pensiamo a come oggi si pensa
la politica come difesa degli interessi. E’ un ragionamento oggi
legittimo nell’ambito politico nel senso che stiamo evolvendo verso un
sistema lobbistico che ha anche una sua legittimità, ma mi chiedo ad
esempio se non ci sia una profezia da giocare sul fatto che il tempio per
dei cristiani è la città e questo significa che la politica va pensata
in un altro modo. Il problema non è rappresentare gli interessi ed
allargare il tempio, ma costruire una città che sia così nobile, con il
consenso di chi crede in Dio e di chi non ci crede, di chi ci si ritrova e
di chi no, che possa essere riconosciuta da Dio come un tempio nella sua
totalità. Intervento: la difesa degli interessi non
può diventare usura? Sì, so che sfondo una porta aperta facendo questo
ragionamento, ma per dire quante ricadute, anche molto concrete, ha il
dire che tutte le operazioni fatte sul tempio vengono ora fatte sulla città. E la città viene descritta con un elenco di minerali
difficilissimi da identificare e sui quali c’è una marea di studi per
sapere quali figure alchemiche fossero ed erano forse conosciute da
Giovanni, ma se ne è persa la chiave di lettura. Nei libri ci sono raffigurazioni del sommo sacerdote
che portava l’efod, l’abito liturgico indossato una volta all’anno,
quando il sacerdote entrava nel santo dei santi e che dopo la distruzione
del tempio non è più stato usato. Nel Levitico era prescritto che
sull’efod, simile ai nostri vecchi piviali da messa, ci fossero dodici
file di pietre dure ed i dodici tipi di pietre indicati da Giovanni come
fondamento della città, sono esattamente nello stesso ordine. E’
veramente la città che diventa il grande culto e addirittura la città
non è solo il tempio misurato ma anche il sommo sacerdote. E’
totalmente celebrante e luogo di celebrazione ed il tono è strettamente
liturgico. Giovanni ci dà una chiave numerica interessante. In
tutta la numerologia biblica e fino alle cattedrali gotiche, quattro è il
numero della terra, tre il numero di Dio. In tutte le cattedrali orientate
a est, il lato nord ha quattro finestre, il lato sud tre: da un lato c’è
l’umanità e dall’altro la divinità. E’il luogo dell’incontro.
Quattro sono gli elementi (fuoco-aria-terra-acqua). Quattro più tre fa
sette, ma quattro per tre fa dodici: la somma dell’umanità e della
divinità è sette, ma la moltiplicazione tra l’umanità e la divinità,
cioè la vita nuova che nasce dall’incontro dei due, fa dodici, come gli
apostoli, come le tribù d’Israele e come qui, le fondamenta. E la città ha il perimetro con quattro lati di cui
ognuno ha tre porte così gli ingressi sono dodici. Qui il numero chiave
è dodici, molto più di sette usato per le sette chiese, i sette sigilli,
le sette coppe, i sette angeli, cioè la somma, il dialogo. Qui il
giudizio è avvenuto, la salvezza è realizzata, Cristo ha introdotto la
relazione, non più frontale ma di interrelazione, moltiplicazione, ed il
risultato è dodici. Quindi c’è la sovrabbondanza della nuova vita. Si potrebbe continuare nel senso che questo è
veramente un testo ricchissimo, molto costruito. I tre mali che dice
all’inizio: “Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né
affanno”, corrispondono esattamente alle tre punizioni del peccato
originale: l’introduzione della morte per tutti, il lamento della donna
che partorisce con dolore, il lavoro con affanno e fatica dell’uomo.
“Non ci sarà più” è la cancellazione delle conseguenze del peccato
originale. Si potrebbe smontare riga per riga tutta la
costruzione, che è bellissima. L’ultimo pezzettino è quello che si chiama
“epilogo” con il discorso in diretta di Gesù il quale è anche un
po’ misterioso: “Io vengo, vengo presto”. Ma se la logica è quella
del tempo presente non è già venuto? Viene e continua a venire, è
l’attesa della seconda venuta. Lo Spirito e la sposa dicono “Vieni!” Nella logica di prima è l’idea che il desiderio
nutre se stesso e funziona esattamente come un rapporto amoroso il quale
funziona fino a che ciò che si ha, è qualcosa che ci fa desiderare
sempre di più. Tutti noi abbiamo l’esperienza che ogni volta in cui
ciò che abbiamo in una relazione ci basta, automaticamente è una caduta
di tono all’indietro perché non si sta fermi in una relazione e non si
può mai abbassare la guardia. Anche qui è così. La cosa da fare in
questa nuova vita in cui siamo introdotti da Gesù è dire “Vieni!”. Lo dicono lo Spirito e la sposa. Lo Spirito è Colui
che ci consente una vita spirituale, la sposa è l’umanità tutta
intera. E dicono “Vieni” proprio perché è venuto. Non è uno
spostamento nel tempo perché il desiderio nutre se stesso e dunque la
Gerusalemme celeste può continuare a vivere in questa sua pienezza ed a
realizzarsi progressivamente nella realtà. E questo è l’affresco conclusivo dell’Apocalisse.
Tutto il percorso a spirale che parte dalle sette lettere, cioè da una
questione particolare e molto umana, con le varie caratteristiche che
avevamo visto, è una ricomprensione della storia e finisce nella tesi del
desiderio che nutre se stesso continuando a crescere, perché, introdotti
dalla battaglia di Armagheddon, già compiuta in Cristo e vinta dalla
resurrezione nella vita divina, da lì in poi, tutto è possibile
essendoci già la Gerusalemme celeste. Intervento: viene fuori un senso di apertura, di
respiro, invece in realtà come è che le letture diventano piene di paura
e di giudizio? Non lo so, nello specifico ci va un po’ di pazienza a
spiegare, ma anche un po’di pazienza ad ascoltare. Se noi ragioniamo
sempre come se i cristiani fossero dei bambini che fino a quando li hai
devi imbottirli e così appena possono scappano come a scuola, allora
dedichiamo dieci minuti per spiegare l’omelia e non entriamo mai in una
logica diversa in cui, se sono adulti, hanno interesse a capire e si
impegnano anche per anni. In generale penso che questa sia la dinamica
della storia nel senso che ci sono sempre stati dentro la chiesa tempi e
persone di grande larghezza e serenità e tempi di grande chiusura e
rigidità. Ai tempi di Francesco la corte papale viveva periodi orridi e
Francesco ricostruiva S. Damiano, poi c’è stata la primavera conciliare
in cui si è tirato un po’ il fiato, adesso siamo alla fine di un
pontificato in cui, come sempre al termine di un lungo impero, si
scatenano i pretoriani. Intervento: abbiamo anche l’Apocalisse di
Fatima. Sì, però devo dire una cosa. Secondo me è di enorme
utilità la spiegazione di Ratzinger su Fatima perché è chiarissimo,
scritto bene, nella distinzione tra la Rivelazione e le rivelazioni: la
prima è oggetto di fede, le seconde no. Se uno le crede va bene, se non
le crede va bene lo stesso. E’ un testo ponderatissimo in cui ogni mezza
parola è pensata, però è chiarissimo sulla posizione della Scrittura,
sul rapporto tra Scrittura e vita. C’è una serie di distinzioni nella
più totale tradizione della chiesa che io sottoscriverei perché è
esattamente questa logica, detta in termini molto giuridici, pesatissimi,
ma di una limpidezza che raramente era stata usata. Tutti si scandalizzano, ma io sto dicendo a tutti che
questa cosa mi ha fatto un gran piacere perché è la prima volta, nella
storia del magistero, in cui non soltanto c’è una certa cautela, si
dice di essere prudenti, ma si dice con nettezza che le rivelazioni
private non sono oggetto di fede. Quindi non toccano da nessuna parte la
questione della fede. Se uno vuole crederci, lo aiutano, lo confortano va
benissimo per le rivelazioni riconosciute, ma se uno ne è turbato, non ci
crede o è indifferente, va bene ugualmente. Questo è un passo avanti
perché non era mai stato detto prima con tanta chiarezza.
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