Gruppo del Venerdì L'Apocalisse - 7 La
lettura dell'Apocalisse che stavamo facendo nel mese di marzo
incuriosiva, in parte perché questo libro riguarderebbe la fine del mondo
(tutte le cose fine millennio compaiono ormai su molte riviste, Battiato
sta scrivendo un'opera lirica sull'Apocalisse, la Cavani sta pensando
ad un film sull'Apocalisse), in parte perché è un testo che affascina
con le sue belle immagini, nonostante venga
considerato difficile per la sua simbologia. Questo
era il punto di partenza. Il
problema dell'Apocalisse non è che sia difficile o facile, così come
per quasi tutti i testi della Scrittura e per i grandi testi di cultura
diffusa in occidente, come l'Iliade o la Divina Commedia. Il problema è,
piuttosto, entrare nella logica di quest'opera che, come tutte le grandi
opere, ha una sua chiave, è costruita come un'unità e non se ne
possono spizzicare due o tre frasi; entrare in questa chiave e trovare la
possibilità, se uno ne ha voglia, di farla risuonare rispetto a noi, alle
nostre parole, alle cose che sentiamo e capiamo. Questo è l'unico modo
di apprezzare eventualmente quanto di buono vi può essere dentro. Il
criterio base è che l'Apocalisse non è da capire. Ci si può mettere lì,
(molti studiosi lo hanno fatto, per il novanta per cento anche con buoni
risultati), a chiedersi per esempio che cosa significhi "mandava un
riverbero come di cobalto", cioè fare una megacostruzione su ogni
singolo simbolo, ma è un lavoro secondo, non quello che ci fa apprezzare
questo testo. Se si pretende di entrare nell'Apocalisse smontando
pezzetto per pezzetto per capire, alla quarta pagina si ha una grande noia
e soprattutto non si prova più gusto, come a scuola quando ci viene
insegnata qualsiasi opera in modo totalmente filologico. Solo dopo aver
apprezzato la storia, il racconto, il suono, si può anche essere aiutati
dalle spiegazioni filologiche. L'Apocalisse
è, tra l'altro, una grande sfida alla decifrazione: uno degli obiettivi
di questo libro è dimostrare che la storia non si può sezionare in modo
che da una parte ci siano i cattivi e dall'altra i buoni. Volendo
dimostrare questo, l'autore costruisce appositamente una macchina
ambigua, cioè un insieme di simboli in cui ad un certo punto non si può
dire chi sia il buono e chi il cattivo, se sia giusto o sia sbagliato.
Quindi è assolutamente una costruzione simbolico-letteraria che sfida la
capacità di decifrazione. Se noi ci mettiamo di punta a tentare di
decifrarla simbolo per simbolo ce la giochiamo immediatamente. Questa
è la prima questione. La
seconda questione è che l'Apocalisse è stata scritta in un'epoca
precedente alla televisione e questo dobbiamo ricordarlo; soprattutto si
trattava di una cultura che proibiva e non amava le immagini dipinte;
bisogna ricordarselo perché per noi la parola e l'immagine sono ormai,
nell'esperienza comune, molto separate. Tuttalpiù, quando sono unite,
la parola è al servizio dell'immagine, raramente viceversa. Chiunque di
noi può spiegare un video che ha girato sulle vacanze, ma raramente
userebbe un video per commentare le cose che dice . Infatti è più
difficile costruire un video sulla lettura di una poesia che non mettere
una colonna sonora ad una storia filmata perché noi abbiamo ormai queste
due realtà come entità separate nella nostra cultura in cui si pende
dalla parte dell'immagine e si considera tendenzialmente la parola a
servizio dell'immagine. Giusto o sbagliato che sia, questa è la nostra
esperienza quotidiana. L'Apocalisse
nasce invece in una cultura diametralmente opposta: l'immagine vi è
proibita, comunque non amata, molto, molto minoritaria. L'unica cultura
è la parola ed in particolare il racconto che funziona sempre come per
noi funzionano le fiabe: non è mai un insegnamento concettuale, una
lezione. Non
a caso noi raccontiamo le fiabe ai bambini. La parola di un adulto in
genere è concettuale, raramente narrativa. Il nonno racconta la storia
perché c'è questa connessione tra nonni e bambini. Nella maggioranza
della nostra cultura la parola di un adulto è concettuale, totalmente
strumentale e serve per raccontare delle idee. Questo
testo nasce invece in un ambiente che noi oggi chiameremmo di favole dove
il problema è ciò che il racconto muove, non quello che il racconto
dice. Quello
che dice un bambino che si fa raccontare una favola è: occupati di me,
dammi del tempo e regalami la fantasia perché ciò che egli vuole muovere
è la relazione con noi e tra sé e la sua fantasia, non il contenuto
della fiaba raccontata magari già mille volte e guai sbagliare nella
ripetizione! L'Apocalisse
funziona in questo modo: è un racconto che ha come obiettivo di
"muovere" emozioni e vita. E'
molto difficile spiegare l'Apocalisse, come spiegare una fiaba. Poi si
può fare uno studio psicologico, una lettura socioculturale di
Biancaneve, tutte vere, ma l'emozione di aver sentito raccontare
Biancaneve è ancora un'altra cosa. L'Apocalisse
funziona così. Si può fare una lettura in chiave di Antico Testamento
vedendone tutta la simbologia, una lettura in chiave simbolica di storia
delle religioni, tante letture che sono tutte legittime e tutte
portano una parte di significato perché Giovanni aveva anche delle
idee, ma certo il suo primo obiettivo è quello di muovere in rapporto al
lettore e di muoverlo rispetto ad un nucleo centrale intorno a cui egli
continua a tessere storie, con tutte le immagini e tutti i racconti.
Queste sono cose su cui mi sono molto sgolata lo scorso anno; spero siano
più visibili e che, soprattutto, abbiano tolto tutto il panico per cui
uno legge tre righe e si chiede cosa mai vogliano dire. Altro
passaggio: qual è il movimento che Giovanni, sostanzialmente, intende
suscitare? Almeno
due: uno è il grande movimento intorno alla questione del rapporto con la
chiesa giudaica. Egli vuol dire: non vi confondete, non siamo più la
stessa cosa, siamo diversi; anzi, vi dirò di più (e l'Apocalisse è
sostanzialmente abbastanza antisemita, non certamente in termini razziali,
ma dal punto di vista religioso sì), siamo diversi e loro hanno anche un
po' sbagliato. Quello che Giovanni vuol dire è: la sinagoga ha finito
il suo ruolo, non per moralità o immoralità, ma ha storicamente finito
il suo compito. Inoltre,
Giovanni è quello che noi oggi chiameremmo un filosofo della storia. Se
voi leggete la "Fenomenologia dello spirito" di Hegel in cui fa tutta
la grande teoria filosofica sull'evoluzione dello spirito nel mondo,
trovate che più o meno è dello stesso tipo il contenuto, ma molto più
complicato perché provando a dirlo concettualmente c'è bisogno di
molte pagine per esprimere i concetti e si taglia fuori l'ottanta per
cento degli esseri umani. L'Apocalisse invece ha parlato in tanti modi
"giusti e sbagliati" tra molte virgolette, ma ha parlato tanto, in
tante culture diverse ed è stata certamente letta da più gente. Ha mosso
vite, ha fatto dipingere quadri, ha fatto girare films, ha fatto pensare,
ragionare e sragionare. L'ambiguità, l'immagine della favola, fa
ragionare e sragionare in quanto non è il controllo freddo del concetto. (Lettura
che vi consiglio a proposito anche di questi temi, indirettamente, è il
romanzo: "Q" di Luther Blisset, tascabile Einaudi, storia romanzata
ambientata nel periodo della questione protestante, in cui si vede
benissimo come il riferimento all'Apocalisse ed ai profeti, in
particolare Isaia, proprio perché gioca sulle immagini e e non sulla
rigidità dei concetti, può creare grandi confusioni). Sì,
ma non solo. Funziona un po' come il mito, ma con la differenza che il
racconto ha la pretesa di essere storico. La pretesa di dire:
effettivamente ci sarà la fine del mondo, sarà così; questa pretesa è
durissima a morire nella lettura dell'Apocalisse perché sembra che
funzioni, mentre il mito ha contorni molto più chiaramente sfumati. Il
racconto di tipo apocalittico ha un tono apparentemente storico. Questo
per dire che il testo ha un carattere estremamente popolare. Non a caso è
un testo a lungo proibito alla lettura dei fedeli di tradizione cattolica,
perché lo si considerava ambiguo, pericoloso in quanto la potenza
dell'immagine andava al di là della questione culturale. Mai è stata
proibita la lettura del Levitico, una raccolta di leggi, perché non viene
in mente niente di niente, a meno che non si sia ultraesperti.
L'Apocalisse viene proibita perché ha una potenza trasformativa enorme
anche rispetto agli incolti, a chi non ha necessariamente strumenti. Allora
le tesi di Giovanni sono: -
la separazione dalla sinagoga perché ha esaurito la sua funzione storica;
-
il centro della storia è Gesù. Che
cosa vuol dire che il centro della storia è Gesù? Giovanni
ci mette tutta l'Apocalisse per spiegare queste cose: la storia ha una
direzione, ha un punto culmine e questo punto culmine crea la situazione
agonica della storia stessa. Il centro della storia è Gesù vuol dire che
c'è tutto un tempo, del singolo, ma anche collettivo, che confluisce in
un punto in cui la questione è posta definitiva e c'è una battaglia
campale. Dunque
la storia non è più uno scherzetto ma una situazione di guerra,
dolorosa, in cui non si può far finta di niente. Non si può dire: io
adesso sono buono quindi mi devono andar bene le cose. La storia ha un
volto agonico perché Gesù introduce una frattura e questa frattura,
questa pietra testata d'angolo, questo centro, spezza l'apparente,
mitologico, equilibrio della storia. Dunque la dolorosa dimensione della
storia, la sua dimensione di lotta, di male, di cose che non funzionano
non è solo una dimensione morale, ma ontologica, legata all'essenza
stessa della storia. E' così e sarà così fino all'ultimo giorno. Il
discorso di Giovanni non è sulla fine della storia, ma su ciò che la
storia è. Per
questo dice che la sinagoga ha esaurito il suo tempo in quanto essa era lo
strumento utile fino al punto di rottura, fino al centro della storia,
fino al momento in cui la questione è posta. La sinagoga, dice Paolo, era
il pedagogo, il maestro che doveva condurre fino a lì. La
questione è posta, la battaglia è scatenata e dunque noi siamo tutti in
questa battaglia schierati da una parte o dall'altra e non schierarsi è
peggio perché, come dice "Train de vie", saresti in mezzo e ti tirano
addosso tutti e quindi tanto vale che ti metta da una parte o
dall'altra. Sì,
estremamente moderno perché supera il concetto pluridirezionale della
storia. Si stabilisce che la storia ha una direzione sola che va da un
punto verso un altro mentre prima non era così. In Giovanni la storia ha
una direzione. Non è uguale prima e dopo Gesù, non si può fingere che
sia uguale: ha una direzione ed un centro, un punto di frattura mentre
precedentemente la storia ha sempre un fluire pluridirezionale, avanti e
indietro. Basta pensare alla cabala ebraica la quale dice che ci sono
pratiche per avvicinare la venuta del Messia e pratiche per allontanarla,
come se la storia fosse una fisarmonica. Se tutto il popolo ebraico
osservasse il sabato ci sarebbe il Messia, meno il popolo ebraico osserva
il sabato più si allontana la venuta del Messia; il che vuol dire che la
storia non ha una sua consistenza propria. L'occidente
ha la sua idea di storia, che non è quella dell'oriente, credenti e non
credenti, laici e non laici, perché c'è stato il Nuovo Testamento, cioè
perché l'influsso della Scrittura e del cristianesimo in occidente è
stato ciò che è stato. L'idea
moderna di storia, come l' idea moderna di soggetto, sono assolutamente
idee possibili solo in una società cristiana, secolarizzata, magari atea,
ma che culturalmente prende le mosse da questo impianto. Il
problema non è sociopolitico;
è che questo secolo, per primo, sta mettendo in discussione proprio
questi principi. Il problema non è la secolarizzazione del settecento, ma
nella misura in cui, per esempio, io incomincio a pensare alla storia,
anche a livello diffuso, come ad una successione di presente che non ha
direzione, non è più possibile il cristianesimo nel senso che c'è
un'incommensurabilità originaria. Se
ai tempi di Voltaire si rifiutava la chiesa dicendosi atei, questa cosa
poteva più o meno piacere alla chiesa, ma non mutava la possibilità
comunicativa del cristianesimo perché non discuteva in fondo gli apriori
culturali di tutta la faccenda. Quello
che sta succedendo nel novecento, la cosiddetta seconda secolarizzazione,
postmoderna, la crisi in cui oggi il cristianesimo si dibatte è che si
mettono in gioco i postulati a priori, ad esempio l'idea di storia per
cui nell'esperienza comune oggi è difficilissimo recuperare l'idea
che la storia abbia una direzione, nella nostra esperienza quotidiana, al
di là della filosofia, poiché noi incominciamo a campare tutti con una
successione di attimi, di presente. In una civiltà in cui si piantava un
ulivo perché i figli ne potessero vedere i frutti, la storia aveva una
direzione, era intuitivo. Nessuno di noi fa più questa cosa, nessuno
compra più i mobili perché durino cento anni, nessuno fa più la dote,
il corredo che deve durare perché, anzi, si dice che passa di moda,
occupa spazio che non abbiamo. Si piglia ciò che serve, lo si usa e
quando è finito si compra altro. Gli oggetti, gli elettrodomestici, le
auto, per biechi motivi commerciali, non sono più fatti per durare, hanno
una durata a tempo per favorire il consumo. Tutto
questo discute uno dei principi di comunicabilità del cristianesimo che
è il motivo per cui, a cominciare dalle forme culturali più primitive,
ma sempre di più anche nella sostanza, noi non capiamo più alcune
questioni. I
nostri nonni capivano quando i parroci predicavano sull'inferno e sul
paradiso, capivano; magari poi non gli piaceva, ma sapevano di cosa si
stava parlando. Noi non è che siamo d'accordo o non lo siamo, noi non
capiamo più di cosa si sta parlando, non riusciamo a mettere da nessuna
parte questo ragionamento. Ci è saltato il principio che la storia abbia
una direzione. Un
credente si distingue da un non credente perché pensa che la storia ha una direzione con Cristo al centro e
vive cercando di essere coerente con questo principio. Questo è il grosso
tema per cui l'Apocalisse ha un grandissima attualità, proprio un libro
bello che vale la pena di leggere. Dette
queste notizie previe abbiamo incominciato a leggere il testo. L'Apocalisse
è strutturata come una serie di spirali in cui, di fatto, ripete sempre
la stessa questione con immagini diverse, con la famosa tecnica di tutti
gli insegnanti: te lo spiego cinque volte in cinque modi diversi, una lo
capirai. La
disperazione di Giovanni è: se non capisci la prima immagine capirai la
seconda, se non questa la terza e così via. Qualcosa ti suonerà, ti
muoverà. Certamente ci sono anche delle differenze perché nessuno ripete
mai esattamente in modo uguale; non sono cerchi sovrapponibili, è una
spirale per cui ci si sposta anche un po', ma in realtà continua a
riprendere più o meno sempre tutto. Il
primo cerchio sono le lettere alle sette chiese in cui Giovanni nel primo
versetto dice praticamente tutto, costruisce questa situazione della
storia e la dice nel modo in cui noi oggi chiameremmo esistenziale.
Parlando della condizione dei suoi uditori prende sette nomi, mette sette
temi, sette problemi che vedeva in giro ed a ciascuno inizia a dare una
sgrossata come si fa quando si adopera un registro esistenziale in cui non
si parla del problema teorico, ma invece si affronta praticamente: tu non
ti sei mai sentito così? Se ti sei sentito così la questione era questa
e la conseguenza quest'altra. E' l'esempio delle conseguenze non la
trattazione teorica. I
sette temi sono sette applicazioni, sette esempi esistenziali della
questione della storia: la tiepidezza. Rispetto alla storia il vero
problema è non essere da nessuna parte. Poi c'è la questione del
potere, della ricchezza....Tutto sommato non c'è tanto di nuovo. Per
ognuno Giovanni fa il quadro di cosa vorrebbe dire ragionare mettendo
Cristo al centro della storia in quella situazione. Dopo
le sette lettere parte con la prima grande visione dell'Agnello in cui
gli vengono affidati i destini del mondo ed inizia il ritmo del sette.
L'Agnello spezza i sette sigilli del libro perché così, potendolo
leggere, si può raccontare di nuovo in quanto nel libro c'è scritta
esattamente la stessa cosa. Segue
quindi tutta la visione delle sette trombe che sono analoghe ai sette
sigilli ed ai sette cavalieri. Eravamo
arrivati qui ed avevamo incominciato a vedere la questione delle trombe
che costituisce, anche letterariamente, il cerchio centrale della spirale. E'
come se Giovanni facesse un disegno di questo tipo: parte da piccolo, si
allarga un po', arriva bello largo, poi stringe, ritorna di nuovo
piccolo aprendo e chiudendo con l'esistenziale. Fa un discorso storico
casalingo con le cose che sono successe intorno, più visibili e
riscontrabili da tutti nel secondo giro, quello dell'Agnello e dei sette
sigilli. Nelle sette trombe presenta invece il grandissimo affresco ad
orizzonte più ampio, quindi ritorna su un discorso storico più ristretto
e chiude con una questione esistenziale quasi come in un andamento a
capitello ionico. Eravamo
all'inizio della grande visione centrale, quella delle sette trombe. La
cosa molto bella dell'Apocalisse è che, una volta entrati nel suono di
questa figura, ci si può divertire a trovare agganci perché è costruita
in modo che tutto si collega come in un film di Bergman (Il settimo
sigillo) o di Bunuel (La via lattea). Se
l'affresco è ben fatto poi si muove di vita propria mettendo in
movimento cose che Giovanni non poteva sospettare in riferimento alla
nostra storia attuale. Il
testo, se volete ve lo rileggete, è dai cap. 8 - 9 - 10 - 11. I
sette angeli con le trombe si accingono a suonarle. Non se ne era parlato
prima, però, subito dopo, Giovanni fa un aggancino dando l'impressione
di aver sempre parlato dei sette angeli e delle trombe. E' un'immagine
che ci suona familiare. Come nel caso dei sette sigilli e dei sette
cavalieri, le prime quattro sono sbrigative, la quinta è un po' più
densa, la sesta è quella decisiva perché la struttura è sempre quattro
più uno, più uno, più uno. Funziona come la settimana della creazione.
I primi quattro giorni sono: aria, fuoco, acqua, terra poi gli animali; il
sesto giorno è quello della salvezza, perché il settimo è quello del
riposo. Noi
siamo abituati ai films americani che finiscono quando gli eroi vincono.
Qui c'è sempre un giorno in più: è previsto il riposo dopo la
vittoria. Il che è bello nel senso che c'è una comprensione della
parabola storica più seria, non solo la crescita di eccitazione, ma la
lotta, la guerra fino all'avvento di Dio e la salvezza ed il riposo di
Dio. Cosa
fa uno quando ha vinto? Qui lo si dice. Il sesto elemento è quello della
salvezza ed il settimo, come nel caso dei sigilli, è sempre un elemento
strano. Nel sesto sigillo tutta la visione di angeli, vegliardi, stelle,
terremoto, fuoco, inondazioni, cavallette.... poi "Quando l'Agnello
aprì il settimo sigillo si fece silenzio in cielo per circa mezz'ora.
Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe". "I
sette angeli che avevano le sette trombe si accinsero a suonarle". Prima
non si era parlato delle sette trombe, però Giovanni si lega ai quattro
venti, cioè dà la sensazione di fluidità per cui si ha l'impressione
di aver già sentito dire delle sette trombe perché è un'immagine
familiare. Le
trombe: "Appena il primo suonò la tromba, grandine e fuoco mescolati a
sangue scrosciarono sulla terra. Un terzo della terra fu arso, un terzo
degli alberi andò bruciato e ogni erba verde si seccò. Il
secondo angelo suonò la tromba: come una gran montagna di fuoco fu
scagliata nel mare. Un terzo del mare divenne sangue, un terzo delle
creature che vivono nel mare morì e un terzo delle navi andò distrutto. Il
terzo angelo suonò la tromba e cadde dal cielo una grande stella, ardente
come una torcia, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. La
stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e
molti uomini morirono per quelle acque, perché erano divenute amare. Il
quarto angelo suonò la tromba e un terzo del sole, un terzo della luna e
un terzo degli astri fu colpito e si oscurò: il giorno perse un terzo
della sua luce e la notte ugualmente. Vidi
poi e udii un'aquila che volava nell'alto del cielo e gridava a gran
voce: "Guai, guai, guai agli abitanti della terra al suono degli ultimi
squilli di tromba che i tre angeli stanno per suonare!". Allora
è chiaro: i primi quattro sono sempre il ciclo della natura e quindi il
fuoco, l'acqua, l'aria, la terra e c'è sempre la ripetizione di un
terzo. E'
una cosa raccontata al contrario rispetto al racconto di Noè in cui si
dice che tutto fu distrutto ma fu salvata una coppia per ogni tipo di
animali. Giovanni dice: "Un terzo è distrutto". Noi potremmo dire:
tutto fu salvato tranne un terzo. Non è la fine del mondo, non è un
impeto distruttore. Una parte viene danneggiata, colpita, rovinata ma c'è
un resto. Però Giovanni lo dice al contrario rispetto all'Antico
Testamento. Nell'economia
antica si dice: "Tutto.... e poi si salva qualcuno"; teologia
dell'elezione. E' la giustificazione dell'esistenza di Israele: gli
uomini sono cattivi, ma i figli di Israele sono eletti. Giovanni rovescia
l'impostazione perché sta cominciando a parlare dell'universalismo
per smontare la questione del popolo eletto. Quindi sta dicendo: "Tutto
è salvato ma una piccola parte si rovina" e viene il sospetto che siano
gli ebrei. Giovanni sta costruendo per dire. "Tutti sono salvati tranne
i figli di Israele che si sono intestarditi nella loro durezza di
cuore". Questo
è un modo tipico in cui le immagini lavorano dentro di noi. Noi
non facciamo il passaggio per la ragione, ma è vero che se io dico: tutto
è distrutto tranne questo oppure se dico tutto è salvato tranne questo,
chi ascolta ha due percezioni diverse. Nel primo caso prevale l'immagine
della catastrofe, nel secondo quella della salvezza perché la maggioranza
sopravvive. E'
un modo di raccontare calcando su alcune cose per trasmettere
all'ascoltatore una certa sensazione. Non è mentire, però è vero che
se si racconta in un modo o
nell'altro si ottiene un effetto diverso. L'Apocalisse
è una struttura di racconto e di pensiero, fondamentalmente
antifondamentalista. Benché Giovanni abbia fortissimo il tema del
giudizio, i buoni e non, ha un modo di raccontare globale per cui se non
si isola il singolo versetto ma lo si sente globalmente, si legge che
tutta la storia è una guerra in cui c'è sempre un nemico e qualcuno
che perde però, nell'insieme, va a buon fine perché risolve. Il
sentimento di Giovanni è sempre, in qualche modo, una salvezza generale
anche se con dei costi molto cari. Bisogna proprio forzare l'Apocalisse
per leggerla in chiave fondamentalista. Non a caso tutta l'area
fondamentalista cristiana si richiama molto di più all'Antico
Testamento che non al Nuovo. In
queste quattro piaghe, per un lettore di matrice di cultura ebraica, era
chiaro il richiamo al racconto della creazione ma altrettanto chiaro era
il richiamo al racconto delle piaghe d'Egitto. Il
fuoco, l'acqua amara, le cavallette..... sono il riracconto, il
paradigma, dell'Esodo che viene in qualche modo attualizzato non più
dall'oppressione di un regno nella storia, ma come se il cielo stesso
fosse il faraone. Infatti tutte queste cose cascano dal cielo, compreso
Assenzio che è l'interpretazione di Lucifero. Il
problema, come vedremo meglio nella quinta tromba, consiste nel fatto che
Giovanni, usando appunto queste immagini, sta spingendo i suoi lettori
verso il tema del nuovo esodo che sarà segnato immediatamente nel
capitolo successivo dalla lotta del drago, con tutta una serie di richiami
molto visibili al passaggio del mar rosso. E' un nuovo esodo, un
passaggio da compiere. A
questo punto c'è la quinta tromba. Il
quinto angelo suona la tromba: "E vidi un astro caduto dal cielo sulla
terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell'Abisso; egli aprì il pozzo
dell'Abisso e salì dal pozzo il fumo come un fumo di una grande
fornace, che oscurò il sole e l'atmosfera." Riprende
la stella caduta, l'astro, che è il tema centrale. Richiamo
alcune idee già espresse ma forse perse nella pausa estiva. Giovanni,
dicevamo, ha questi due temi: la separazione dalla sinagoga e la questione
del centro della storia. La storia è una lotta, è agonica, ha una
situazione di battaglia, come chiunque di noi. Perché non siamo tutti
felici e non possiamo goderci i nostri giorni nella quiete, perché ha da
essere una battaglia? Questa è una domanda seria che prende molte facce
nelle nostre vite e nasce da molti fatti concreti o da quesiti teorici.
Giovanni ha questo tema costante nell'insegnamento della tradizione
cristiana e su cui bisognerebbe ragionare abbastanza a lungo: il male non
viene mai da dentro l'uomo. (Giovanni non è un moralista; non dice che
è un problema di coerenza, di bravura). Il
male è una stella che piove dal cielo, è satana. Il male ha una sua
entità. Il male che noi possiamo compiere sta sempre nel non schierarci
in questa battaglia da una parte o dall'altra. Noi possiamo di volta in
volta essere le truppe di Dio o le truppe di satana, ma non è nostra
l'origine. Non è un problema di ordine morale: se tutti ci
comportassimo bene la storia funzionerebbe bene e non sarebbe più una
battaglia. Invece se tutti ci comportassimo bene la storia sarebbe
comunque una battaglia perché è tale ontologicamente in quanto la storia
è il luogo da cui Dio si è ritratto, ha fatto un passo indietro per
lasciare quello che noi oggi chiamiamo lo spazio alla libertà. Ma
la libertà non è solo la nostra libertà bensì quella della storia, la
libertà anche del male di avere un suo percorso. Per questo la chiesa ha
sempre insegnato che il male non è solo un'entità metafisica,
filosofica, teorica, ma un'entità personale. Tutto ciò a noi oggi, per
quel che significa personale, risulta abbastanza difficile. Chi è, dove
si vede? Ma la chiesa dice: il male è un'entità personale. Quindi non
solo metafisica, né solo tipicamente morale del singolo individuo. C'è
nella storia una dinamica del male che, in qualche modo, ha una sua
autonomia. Quando
Bonhoeffer dice che la stupidità non è un dato psicologico ma
sociologico, e lo dice analizzando la situazione della Germania durante il
nazismo, (prendi tre persone, brava gente singolarmente, ne metti insieme
trecento, diventano stupidi e la stupidità come dato sociologico è a un
passo dal diventare malvagità, perché si autogiustifica), fa
un'analisi di tipo sociopsicologico di un antico insegnamento della
chiesa, cioè che il male ha una sua dinamica (come quelle bande di
diciassettenni che presi uno per uno sono bravi ragazzi, educati bene,
tutti insieme diventano pericolosissimi). Questo
è uno dei grandi temi che stanno a cuore a Giovanni, sui quali egli
prende una posizione precisa che sarà poi quella mantenuta dalla
chiesa, cioè il male nella figura di qualcosa che ha una sua dinamica,
una sua coerenza, una sua capacità di presentarsi, e che comunque non
dipende solo dalla scelta soggettiva e non è totalmente governabile dalla
buona volontà di fare il bene, ma fa invece parte di una grande lotta
celeste. Detto
per inciso: per questo la chiesa ha sempre insegnato che c'è bisogno di
lei per la salvezza. Nessuno, da solo, si salva, senza la grazia che viene
dai sacramenti, non solo perché siamo in tanti nella chiesa, ma perché
c'è una dinamica del bene, indipendentemente dalla bontà o dalla
cattiveria della chiesa. Dinamica lasciata da Dio appunto nei sacramenti,
che si chiama grazia. Ed è questa l'arma che agisce. La
sociologia direbbe che un sistema non è la somma delle sue parti, che un
sistema è fatto dalle sue parti più la dinamica del sistema: un gruppo
classe non è solo un elenco di allievi ma tutti quegli allievi, con quel
professore, che facendo quel lavoro diventano una cosa diversa Il
male non è solo la somma delle cattiverie umane, che pure ci sono, così
come il bene non è solo la somma della nostra bravura, che pure c'è.
La grande tradizione cristiana ha sempre chiamato la dinamica del male
"peccato originale" e la dinamica del bene "grazia". La
dinamica del male, che funziona al di là anche della mia scelta etica su
ogni singola questione, si chiama peccato originale, dove originale non è
"estroso" ma l'origine rispetto alla copia: tutte le mie eventuali
cadute quotidiane sono semplicemente copie di questa dinamica del male che
poi, come in fotocopiatrice, si moltiplicano. Così come c'è una grazia
originale che non è solo la mia bravura o il singolo aiuto che Dio mi dà
in una certa situazione, perché quelle sono copie della grazia originale. Il
racconto di tutte queste lotte è sempre quello della battaglia tra la
grazia ed il peccato ed il fatto che la stella con la chiave del pozzo che
si chiama abisso e che scatena tutto il male, viene da fuori, non da
dentro, cade, non è vomitata, è per dire proprio questa dinamica. "
E salì dal pozzo un fumo come il fumo di una grande fornace che oscurò
il sole e l'atmosfera. Dal fumo uscirono cavallette che si sparsero
sulla terra e fu dato loro un potere pari a quello degli scorpioni della
terra. E fu detto loro di non danneggiare né erba né arbusti né alberi,
ma soltanto gli uomini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte." Qui
c'è nettamente l'Esodo. Le cavallette descritte tutto sono tranne che
cavallette: non mangiano arbusti come quelle dell'antichità che
spianavano i raccolti, ma hanno il potere dello scorpione, animale molto
simbolico, sacro nell'immaginario degli antichi, perché punge con la
coda, quindi è un animale capovolto. Ma soprattutto gli è dato solo
potere sugli uomini ed in particolare su quelli che non hanno il sigillo
di Dio. E' in sostanza la battaglia. Queste sono truppe scelte del
demonio che stanno dunque dalla parte di chi non ha la divisa degli altri
e non è riconoscibile. "Però
non fu concesso loro di ucciderli, ma di tormentarli per cinque mesi e il
tormento è come quello dello scorpione quando punge un uomo. In quei
giorni gli uomini cercheranno la morte ma non la troveranno; brameranno
morire ma la morte li fuggirà". Questo
è un tema grosso cui Giovanni incomincia ad accennare qui e riprenderà
più volte: è il rapporto tra prima e seconda morte, cioè tra la morte
materiale o la morte come cessazione della materialità della vita e la
morte di fronte a Dio, la morte finale, il giudizio definitivo di morte. Giovanni
ha molto chiaro nella testa una cosa che noi moderni abbiamo impiegato
parecchio tempo a riscoprire, cioè che c'è un sacco di gente la quale
che va in giro e parla, parla, ma non ha vita dentro, mentre c'è gente,
magari fisicamente molto ridotta al lumicino, ma con una gran vita
interiore. Tutti noi abbiamo fatto l'esperienza di incontrare persone e
di sentire chiaramente questa differenza. Nella media tutti ci aggiustiamo
per cercare di stare abbastanza bene fisicamente ed essere anche un po'
contenti, con un po' di energia. Ci sono persone scomparse che si
continuano a sentire vive e ci sono persone senza vita che si incontrano
ogni giorno. Per
Giovanni questa distinzione tra le morti possibili è un tema molto
importante perché nella questione della storia questa è una cosa seria.
Se la storia finisce quando finisco io, cioè se c'è una sola morte ed
è quella definitiva, dove si appoggia il discorso di Giovanni?. Ed egli
sta incominciando a dire che la storia non finisce quando finisco io. La
questione del male come assenza di bene è un'invenzione tarda nella
tradizione della chiesa. E' una delle tante spiegazioni filosofiche su
cui la chiesa un po' si è "incartata" facendo qualche confusione.
La tradizione antica non usa mai questo modo di concepire il male. Rifiuta
fin dall'inizio l'idea di due principi paritetici; sono gerarchizzati
ma non in termini morali bensì in termini di potenza: il bene è più
potente, il male è la scimmia di Dio, una scimmia con una sua logica, una
sua autonomia. La
chiave del problema nella tradizione antica cristiana ortodossa è che in
Dio ci sono due principi: la potenza e quello che noi oggi chiameremmo,
con linguaggio moderno, il rispetto della libertà, il riconoscimento
dell'alterità. Questi due principi, in Dio, non sono in contraddizione,
non si annullano vicendevolmente. Dio può, ma non è detto che faccia
tutto ciò che può. Lo dico così perché questo, nella nostra cultura,
è una cosa per noi quasi incomprensibile. Per noi potere ed esercizio del
potere sono praticamente sinonimi. Basta vedere che per arrivare a
discutere di questo si deve giungere a dei livelli di esperimenti
transgenici veramente un po' obbrobriosi su cui finalmente qualcuno
incomincia a dire: "Ma pensiamo un attimo: poiché una cosa è
tecnicamente realizzabile è proprio necessario comunque farla?". Questo
quando il livello delle cose in gioco è già ben pesante, perché nel
quotidiano, su questioni più ordinarie, se una cosa si può fare perché
non si deve fare? In genere ragioniamo che occorre avere un motivo
positivo per non farla. La
struttura cristiana ragiona al contrario: occorre avere un motivo positivo
per farla, anche quando è in nostro potere farla. Questo è ciò che la
tradizione cristiana indica quando parla dell'espansione del bene: il
bene si espande perché noi dovremmo sempre agire avendo un buon motivo
per fare ciò che facciamo, non avendo un buon motivo per eventualmente
non farlo. Dio
funzionerebbe in questo modo. Egli ha un buon motivo, ad esempio, per
intervenire: "Ho ascoltato il grido del mio popolo" e dunque
intervengo in suo favore, altrimenti ognuno se la dovrebbe sbrigare da
solo. Questo è uno dei motivi per cui si dice che dobbiamo pregare anche
se Dio conosce le necessità. Il principio di Dio è che interviene se ha
un buon motivo, per esempio il suo amore per noi. Questo
si capisce benissimo sui figli. Ci sono situazioni in cui un genitore vede
ed in genere capisce esattamente una questione, ma saggezza educativa
impone che si morda la lingua e le mani finché il figlio non parla perché
sa bene che se anticipa mettendosi al posto del figlio fa dei guai. Per
tornare alla questione originaria: i due principi non sono paritetici. Uno
è un principio increato, l'altro creato, creato dalla libertà, non da
Dio. La questione posta nel giardino terrestre, la questione della libertà
ha come prodotto la possibilità di questa dinamica del male. Sì,
ma la necessità del raccordo, secondo me, è puramente concettuale,
teorico, nel senso che da un punto di vista concreto la cosa è molto
chiara. La differenza di qualità è che alla fine resterà il bene, cioè
la potenza del bene. La dinamica della grazia e del bene è vincitrice
sulla dinamica del male. La
questione veramente interessante è cosa si fa nel frattempo, cioè come
campiamo noi, credenti, nella certezza che la dinamica del bene vincerà,
ma nella misura in cui stiamo come nella scena finale del film "Train de
vie", in cui i protagonisti finalmente
arrivano e scoprono di essere esattamente sul confine. Quella
è un'immagine bellissima della condizione umana: noi stiamo esattamente
nel centro di questo territorio di battaglia e piuttosto indecisi, come
nel film, se considerare una grande fortuna l'aver finalmente trovato il
confine oppure una grande sfortuna perché tutti ci sparano addosso.
Quindi con tutta l'ambiguità di questa situazione: la grande fortuna di
abitare il tempo della storia, avere il tempo di vivere, amare, soffrire,
costruire, progettare, confrontarsi, ragionare, fare tutte le cose delle
creature vive oppure dire che il male o il bene ce l'ha con me, che Dio
è impotente o potente, ma io devo cavarmela da solo. Questa
mi pare una questione interessante che in qualche modo l'Apocalisse
affronta: come comportarsi mentre cadono fuochi, stelle, cavallette varie
e ognuno, in mezzo, cerca di schivarsi al meglio? Il
racconto, lo vedremo in seguito, affronterà prima la questione dei
testimoni poi la settima tromba con la visione della donna e del drago in
cui Giovanni userà, non a caso, l'immagine di Maria, non un'immagine
cristologica, non l'Agnello. Presenterà il modello del credente, non
del salvatore, di come si fa a campare nel frattempo come Maria, non come
Gesù. Devo dire che sempre più per me è interessante la questione su quali sono le mie vie, e già faccio abbastanza confusione; su quelle di Dio mi ritraggo sempre di più. Più studio la parola di Dio più mi sembra che essa racconti le nostre vie, illuminate certamente dal Suo sguardo. Dice le parabole di tutte le angosce, i dolori, le arrabbiature, le fatiche umane dando un orizzonte ed in realtà occorre già un bel po' di energia per occuparci delle nostre vie. |
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