Gruppo del Venerdì
Novembre 2002
Il sapere teologico e il
suo metodo
Lettura e commento di:
Gh. LAFONT, Verso un rinnovato orientamento eucaristico del linguaggio
teologico, in: Il sapere teologico e il suo metodo, (I. SANNA a
cura di), Bologna, 1993, 257-270
La tesi di Lafont è che
per uscire dagli impasse storici creati dalla modernità bisogna imparare
a ripensare la teologia e la vita cristiana dal punto di vista dell’Eucarestia,
cioè bisogna rimettere la struttura eucaristica, la dinamica dell’Eucarestia,
al centro dell’esperienza cristiana, non come esperienza spirituale,
personale, ma come “il modo” in cui il cristianesimo si capisce.
Rispetto alla modernità è questo che ci siamo persi. Infatti, nella
percezione comune il nostro problema rispetto all’Eucarestia è: sto
attento, sto disattento, ne sento l’esigenza, oppure no, a che cosa mi
serve, perché devo andarci, ecc. E’ tutta una famiglia di problemi, di
ordine spirituale, che esprimono, come dice Lafont la “distorsione
del cristianesimo”. Il cristianesimo è diventato, nella nostra
percezione, una pia pratica. Questo è il frutto della crisi della
modernità, e snatura il cristianesimo. E questa è la tesi che l’Autore
mette fin dal titolo.
Leggiamo questo testo per fare il punto della riflessione storica che
andiamo conducendo ormai da due anni alla ricerca di una sorta di
“essenza” del cristianesimo; cerchiamo con questo testo di riprendere
la fila della riflessione dal punto di vista teologico.
“Oggi sentiamo
spesso parlare di teologia dossologica (opposta talvolta a teologia
analogica) o anche di teologia narrativa…Dossologia e narrazione sono,
insieme con l’intercessione, le tre dimensioni linguistiche principali
dell’eucarestia, articolate in un insieme di gesti e di simboli che, in
un certo senso, danno consistenza alla parola.
Dossologia viene da doxa,
e significa “di lode”, “di gloria”. Nella messa, la grande
dossologia, è la lode “per Cristo, con Cristo e in Cristo” alla fine
della consacrazione.
La teologia dossologica è opposta qui alla teologia analogica (quella che
viene dalla analogia, cioè la teologia speculativa), e anche alla
teologia narrativa (la teologia come racconto, forma di narrazione).
Oggi sentiamo spesso parlare di teologia dossologica: vi è compresa
il 90 % dell’esperienza ecclesiale. Oggi spesso il ragionamento che si
sente fare è: non tutti i problemi si possono risolvere; Dio è diverso
da noi; l’importante è pregare e avere fede. Questa è la versione, per
così dire, banale della teologia dossologica. Di fronte a queste
affermazioni si prova disagio perché, se da una parte si crede che la
fede è una cosa seria, dall’altra si ha la sensazione che si stia
cercando di mettere dei bavagli.
Nel Medio Evo, prima della crisi moderna, la teologia come forma della
vita credente era privilegiata, in quanto la vita ordinaria era tutta
orchestrata sul religioso e c’era il culto dell’analogia. Gli
scolastici organizzavano la loro riflessione per quaestiones disputanda,
cioè si poneva un problema, si esaminavano tutte le soluzioni
possibili, comprese quelle folli, e si faceva esercizio di ragione
all’infinito.
Noi siamo all’opposto: paradossalmente siamo in un tempo in cui si è
creato un totale discredito di qualsiasi attività di ragione,
dell’esaminare il possibile per scegliere il necessario ( come
invitava a fare Paolo VI a proposito della politica).
Dossologia e narrazione sono, insieme con l’intercessione, le tre
dimensioni linguistiche principali dell’Eucarestia.
L’Eucarestia è fatta di narrazione, lettura della Parola, dossologia
(lode) e intercessione. Sono i tre registri linguistici dell’Eucarestia,
articolati in un insieme di gesti e di simboli che, in un certo senso,
danno consistenza alla Parola.
“Ci si può allora
chiedere: queste dimensioni del linguaggio, per quanto indiscutibili, sono
veramente quelle del linguaggio teologico?Inoltre: se si fa’appello a
queste dimensioni, non si trascura quella, più determinante, del
“logos” che afferma e definisce, compone e divide, anche se in modo
limitato, ciò di cui si sta trattando?”.
Al di là della teologia,
questa domanda mi sembra epocale per questo secolo. Qual è il “logos”
per questi tempi che stiamo vivendo? Un “logos” che afferma e
definisce, compone e divide? E che consente di vivere responsabilmente,
senza “dar di testa”, per stress o per depressione? Questa
domanda, in particolare per il cristianesimo, è fondamentale.
Alla fine dell’800, dopo il dogma dell’infallibilità, il “logos”
poteva essere la parola del Papa. Oggi, qual è il “logos”?
“Non c’è forse un
rifiuto inconfessato dell’intelligenza nella funzione che le è propria?
Per rispondere a tale interrogativo sarà forse il caso di porne un altro
più decisivo: qual è, appunto, la funzione propria dell’intelligenza
in teologia?”.
Come si fa a
padroneggiare e percorrere qualcosa che ci consenta, come singoli e come
comunità, di affermare e definire, di comporre e dividere? Dov’è
questo principio? Lafont afferma che questo è ciò che ci siamo persi
nella modernità. Dunque questo sarebbe il problema.
“Per soddisfare tale
domanda, bisognerebbe percorrere un lungo cammino, di cui vorrei indicare
almeno le tappe principali, a costo di sostare un po’ più a lungo in
una o nell’altra. Ci sarebbe prima di tutto la prospettiva
“gnostica” della via cristiana nei secoli patristici, che ha posto
l’accento sul vero, l’ortodosso, come tappa necessaria del progresso
spirituale , e ha reso sempre più urgente la definizione “logica”
della verità ed eventualmente la sua organizzazione “enciclopedica”.
Ci sarebbero in seguito le tappe della modernità: essa è dominata, come
la tappa precedente, dall’esigenza intellettuale, come si può vedere se
si considerano le diverse tappe epistemologiche; in un primo tempo la
conoscenza della verità nasce dalla razionalità (eventualmente alla luce
determinante della fede) più che dall’illuminazione; successivamente la
razionalità di carattere ontologico e oggettivo cede il posto alla
razionalità di carattere matematico e soggettivo, talmente inglobante che
non si può per definizione opporle una ragione che giustifichi che
qualcosa sfugge alla sua influenza. E’ normale a questo punto che nasca
un certo sospetto che viene a urtare contro questa modernità
conquistatrice, la quale, bisogna riconoscerlo per esperienza, non
ha dato quei frutti di liberazione umana che ci si aspettava.”.
Lafont dice che
bisognerebbe fare un percorso e, su di esso, vedere alcuni passaggi
chiave, il cui primo è la prospettiva gnostica della via cristiana, nei
secoli patristici.
I Padri, nella loro operazione di motivazione e traduzione, si trovano di
fronte al problema del ritardo della parusìa e sbattono contro il
mondo greco, il quale è strutturato, fatto per durare: un mondo
invecchiato, che non ha l’entusiasmo iniziale, ma ha una sapienza del
vivere e si è organizzato un sistema. I Padri dunque saccheggiano la
prospettiva del mondo greco, che è una prospettiva di sapere. Essi
cominciano dunque a organizzare l’alfabeto della vita cristiana in
prospettiva gnostica, di conoscenza, usando parole, logiche, linguaggi del
mondo greco.
E questo va avanti, dice Lafont, con l’accento sul vero, come tappa
necessaria di progresso spirituale e con la ricerca di definizioni logiche
della verità ed eventualmente della sua organizzazione
enciclopedica.
La razionalità scientifica, però, provoca un corto circuito. Tutto ciò
che è conoscibile matematicamente, è scibile; il resto non conta, non ha
dignità.
Questo meccanismo della scienza è interessante perché ci siamo tutti
dentro. Pensiamo alle prime critiche che si fanno a Freud: dove sta il
super ego? Lo posso trovare sezionando il cadavere? No.
Dunque non esiste. (Oggi il grande dibattito sullo studio tra mente e
cervello è di questo tipo. Tutto è cervello, tutto ha una base
neurologica, fisiologica, biopsichica, o c’è un dato che si chiama
mente che ha un’altra logica?)
Ha ragione Lafont quando dice che la scienza non ha dato, dal punto
di vista della totalizzazione dell’epistemologia, i risultati che
sperava all’inizio dell’800. I fisici attualmente sono gli ultimi che
si pongono delle questioni metafisiche.
“Da parte sua la
chiesa cattolica sembra essersi tenuta spesso in disparte rispetto al
movimento della modernità, assumendo, fin dalla sua affermazione, un
atteggiamento sospettoso nei suoi confronti. A prescindere dalle
considerazioni che si possono fare su tale atteggiamento, sul quale
ritorneremo, la chiesa ha comunque conosciuto e difeso una sua propria
razionalità, sia sul piano della struttura istituzionale, sia su quella
di un certo corpo dottrinale. Non è un caso se, nel momento in cui nel
mondo della cultura nascono le diverse forme di sospetto sulla modernità,
anche nella chiesa inizia un movimento teologico multiforme che, a modo
suo, è un sospetto nei confronti del regime allora in vigore
dell’intellettualità cristiana. Oggi, forse, siamo a un punto di
possibile convergenza tra il sospetto secolare e il sospetto cristiano, e
bisognerebbe sforzarsi di delineare i contorni di tale incontro perché
porti i suoi frutti. Può darsi che si giochi qui il problema del
linguaggio teologico.”.
Lafont dice che non è un
caso che all’inizio del ‘900, quando dentro ad una modernità, per
motivi propri, cominciano a nascere alcuni sospetti sul suo radioso
avvenire, dentro alla chiesa nascono, allo stesso modo, delle
critiche contro l’atteggiamento duro della chiesa nei confronti della
modernità stessa. Forse c’è qualcosa che manda in crisi tutti e due i
sistemi.
Nel momento in cui oggi si è tentati verso il razionalismo (vedi gli
inviti del Papa), dall’altra parte, all’interno della chiesa,
c’è gente che continua a pensarsi credente, ma non si è mai pensato
antimodernista.
“Un cristianesimo
in attesa escatologica”
In un primo momento, che ricopre grosso modo i primi due secoli
di cristianesimo, i cristiani attendevano il ritorno del Cristo e vivevano
in un certo senso sotto la categoria dell’imminenza, che poco a poco si
trasformò in quella del ritardo: la loro mentalità inizialmente era
dunque legata alla figura del tempo; si esprimeva nella meditazione delle
antiche Scritture, che spiegavano loro il mistero del Cristo, nella
celebrazione del memoriale lasciato dal Signore e nella cura della vita
nello Spirito, segnata dall’obbedienza ai comandamenti di Gesù Signore.
A dire il vero, la lettura dei testi del Nuovo Testamento ci rivela che i
cristiani si erano già confrontati con dati culturali: quelli derivanti
dall’incontro tra le diverse correnti dell’ebraismo con le
speculazioni dell’ellenismo o altre. Ma si può pensare che inizialmente
questo confrontarsi restasse in certo senso sullo sfondo, nella misura in
cui l’imminenza del ritorno del Cristo non permetteva né il desiderio né
il tempo per un’inculturazione ulteriore.
Comunque sia, il cristianesimo in questo primo periodo che conserva un
valore paradigmatico per tutti i successivi, si definisce (nel senso
dinamico della parola) attraverso la dimensione escatologica, che passa
per la narrazione e la sua interpretazione, la dimensione liturgica e la
sua celebrazione, quella etica nella sua fedeltà.
Lafont fa un
percorso sulle varie tappe che ricopre, grosso modo, i primi due secoli di
cristianesimo. I cristiani attendevano il ritorno di Cristo e vivevano, in
un certo senso, la categoria dell’imminenza, che si trasforma, poco a
poco, in quella del ritardo. Il cristianesimo iniziale è tutto proiettato
sul futuro, sull’imminenza di ciò che accadrà dopo.
Il tema qui è quello della riserva escatologica: quello che vedo, che
vivo, che sento, è vero, però c’è un “pezzo”, che è la riserva
escatologica, che mi dirà la verità di quello che ho vissuto, sentito,
ecc.
Noi che abbiamo acquisito la mentalità scientifica, abbiamo riacquistato
fortissimamente la domanda escatologica, non in senso temporale, ma in
senso spaziale. Noi ci poniamo sempre il “perché” e vorremmo subito
la risposta. Cerchiamo un “al di là”, non temporale, ma delle
cose.
Questo tema dell’”altro”, dell’al di là di quel che si vede, o si
sente, o si sperimenta può essere un tema tipico dell’essenzialità del
cristianesimo.
Uno degli elementi presenti fin dal I secolo, e che fa la differenza fra i
cristiani e gli altri, è questo: aver sempre un’eccedenza, un di più.
Non c’è nessuna realtà, nessuna realizzazione,, nessuna idea, non c’è
niente, mai, che sia solo quello che è. Il cristianesimo ha proprio
questo annuncio che, cioè, ogni cosa ha un suo di più.
Si dovrebbe ricominciare a spiegare questa peculiarità, in modo molto
semplice: se vuoi essere cristiano, prendere sul serio il tuo battesimo,
la prima cosa che devi fare è di esercitarti, nella tua vita, a
chiederti, di qualsiasi cosa, qual è il suo “oltre”, qual è il suo
“di più”, qual è “l’altro pezzo”.
Il nostro esercizio normale di ateismo è, ad esempio, quando su un grande
dolore noi diventiamo il nostro dolore e non c’è altro rispetto
al nostro dolore, così anche di fronte ad una grande paura o ad una
grande preoccupazione.
Ci incolliamo regolarmente a tutte le cose che ci accadono: questo è un
grande esercizio di ateismo.
Occorre fare un passo indietro e sapere, anche se non si crede ancora, che
tu non sei tutto lì, occorre fare un atto di fiducia, di coraggio nel
dire: “Io non sono tutto lì”.
Questo atto di fede, su qualsiasi cosa, questo non essere incollati a se
stessi è cristiano.
Questa idea ce l’hanno comunque data quando ci hanno insegnato, seppure
in modo molto moralistico, a non essere egoisti.
L’elemento costante è che il cristianesimo ti dà una distanza da te,
anche se poi ci sono le legittime distinzioni. Per esempio, quando si dice
che il cristianesimo non è una religione di autosalvazione si dice che
questo distacco non è frutto della meditazione trascendentale, per
esempio come nello Yoga; per il cristianesimo è risolutiva la salvezza
ricevuta: non è uno sforzo nostro, non è una via di illuminazione.
E’ determinante il fatto che uno dei “fondamentali” del
cristianesimo sia quello di scrollarsi dalla totalizzazione di sé.
Non è lo staccarsi dalle cose, come insegnano le religioni orientali, ma
è all’opposto: io non sono tutto lì, perché sono totalmente affidato,
sono nelle mani di un Altro. Questo sta dalla parte degli amori, non delle
indifferenze; non è andare fuori, ma stare dentro.
Il mio esame di coscienza, alla sera, verte su questo.
La Risurrezione è la figura massima di questa situazione: nel momento in
cui Cristo è totalmente distaccato da sé, tanto da accettare la morte di
croce, il Padre lo risuscita.
Se pensiamo a tutta la dinamica dei Vangeli, vediamo che, mentre si voleva
fare di Cristo un capo politico, lo si identificava con la sua missione,
ecc., Gesù si sposta sempre rispetto a queste richieste.
Per poter fare un passo indietro da te, devi essere un soggetto, devi
esserci; per poter dire: “io non sono tutto lì” devi essere
nella libertà di poter dire “io”. Non è il punto di partenza, ma di
arrivo.
C’è un testo di un Padre che dice appunto, non con queste nostre parole
del ‘900, ma nello stesso senso: il giorno in cui riesco veramente a
dire “io non sono tutto lì” quel giorno morirò, perché avrò fatto
tutto quello che dovevo fare, mi sarò totalmente conformato a Cristo.
Paradossalmente è la prima cosa da dire, ma è l’ultima che si riesce a
fare.
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